Tra gli
spazi che non vediamo perché non siamo ancora capaci di considerarli
tali, uno ha attirato la mia curiosità: la piscina nera. O dark
pool. I dark pool sono esecuzioni di transazioni relative a blocchi
di azioni, a prezzi vantaggiosi e con ripercussioni minime sul
mercato, che avvengono fuori dal libro pubblico degli ordini.
Prendendo per buone le ripercussioni minime, resta la questione della
trasparenza. Ci assicurano che la tracciabilità è possibile a
transazione avvenuta nella maggior parte dei casi, ma cosa vuol dire
la maggior parte? E in tutti gli altri casi? E, visto che tutto può
avvenire in modo tanto occulto con estrema facilità, chi glielo fa
fare di dire poi come sono andate veramente le cose? Che percentuale
sul totale delle transazioni ricoprono le movimentazioni dark pool?
Chi le effettua e perché? O meglio, il perché è intuibile, ma i
governi e la società civile non hanno la possibilità di monitorare,
giudicare e quindi influenzare tali operazioni che insieme ai
capitali spostano risorse, potere ed equilibri politici. Inoltre
quanto sono attendibili i dati ufficiali su PIL, crescita economica e
quant'altro? I dark pool sono messi nel conto? E se no, allora tutto
quello che ci viene detto, tutte le previsioni, le scelte economiche
e politiche non dovrebbero forse essere riconsiderate?
Credo
fermamente che oggi sia doveroso per ognuno di noi imporsi di
superare la barriera di un linguaggio per addetti ai lavori e cercare
di comprendere i meccanismi economici e finanziari, le ideologie
sottese ad essi e, soprattutto, imparare a cogliere i collegamenti. E
tenere a mente che questo spazio sconfinato in cui crediamo di vivere
sta tutto sul cartone del Risiko.
novembre
2009
Per restare in tema. Nuovi strumenti finanziari sviluppatesi nella
seconda metà degli anni ’90, ma applicati su base mondiale a
partire dal 2000, i cosiddetti derivati, hanno avuto un obiettivo
preciso: consentire ai crediti bancari, nella tradizione non liquidi,
di trasformarsi in attivi negoziabili Si chiama cartolarizzazione dei
crediti (dai mutui ipotecari, ai crediti alle imprese, prestiti al
consumo, scoperti delle carte di credito, ecc.) che così possono
essere acquistati da fondi pensione, compagnie di assicurazioni,
grandi imprese, Stati, enti locali, ecc. Otteniamo così titoli
costruiti su ipoteche (MBS – Mortgage-Backed Security), titoli
garantiti da crediti (CDO – Colletarised Debt Obbligations)
mescolati ad altri strumenti finanziari . E, infine, il CDS (Credit
Default Swaps) e cioè un contratto il cui oggetto è rappresentato
dalla protezione rispetto al rischio: l’acquirente si mette al
riparo dal default di un certo titolo, corrispondendo al venditore
che si impegna a risarcirlo di un’eventuale perdita, un versamento
periodico. A partire dall’anno 2000, il valore dei derivati, che
nel decennio precedente era quasi irrilevante, è andato crescendo in
modo esponenziale, superando il valore totale del mercato azionario e
finanche il valore dell’intero Pil mondiale, fino a raggiungere nel
2011 ( rilevamento della BRI – Banca delle Regolamentazioni
Internazionali), pare, i 700 trilioni di dollari, dieci volte il Pil
mondiale e la metà di tale importo è in mano a 5 istituti bancari
statunitensi.
Quello che pare è che la finanza sia un mercato dei debiti ,
debiti nascosti da
algoritmi complessi che vengono acquistati in ultimo da persone non
competenti, tra cui amministratori pubblici (con soldi pubblici) e
privati cittadini. Si mescolano i debiti e li si rivendono con
l’aiuto delle agenzie di rating. Ma quanto valgono questi prodotti,
se valgono qualcosa? Quanto denaro c’è veramente nelle casse delle
banche (è più che altro un modo di dire perché nelle casse
materialmente non ci sono pancali di cartamoneta)? E se, come si
diceva, gli asset di alcune diventano via via superiori al Pil dei
rispettivi Paesi di appartenenza, e non possono fallire(!), è ora,
forse, di ripristinare la differenza tra banche commerciali e banche
finanziarie, o di separare nettamente all’interno di ogni istituto
bancario le due funzioni, sostenendo i principi base della proposta
di un ex presidente della Federal Reserve, Paul Volcker negli Usa, e
delle analoghe proposte di John Vickers in Inghilterra e del
finlandese Erkki Liikanen in Europa*, di impedire poi che avvengano
operazioni fuori bilancio, di chiudere i mercati ai derivati, di
definire rigidamente i tassi di credito.
Di opporsi al malcostume di privatizzare i profitti e socializzare le
perdite.
Di avere il coraggio di dare uno scrollone al tavolo e far crollare
il castello di carte!
* peccato che undici sui dodici membri del gruppo di lavoro che ha
trasmesso il rapporto alla Commissione Europea a ottobre 2012,
fossero dirigenti di istituzioni finanziarie.
(settembre 2012)
Il fottuto problema è che il denaro da mezzo di scambio è divenuto
esso stesso merce. E noi dall’essere una società che possiede
un’economia di mercato siamo divenuti una società di mercato.
Esperti del settore, annunciando una sicura ripresa a partire dal
2013, ci invitano a investire nuovamente risparmi in azioni (settori
energetico, farmaceutico e tecnologico), in Exchange Traded Found, e
quant’altro. E noi, con le nostre magagne, perché non dovremmo
crederci? Dopo un Natale così di musi lunghi e cupi, perché non
credere in una Nuova Era che riproponga gli stessi rassicuranti
ideali di benessere che ci hanno accompagnati fin qui? I recenti
risultati politici giapponesi insegnano: le preoccupazioni economiche
sono risultate ben più forti di tutte le altre. L’immaginazione
resta refrattaria all’idea che tali ideali di benessere (concreto)
si possano conseguire più avvedutamente.
Tutti i diritti riservati
P.S.
2025: a proposito di tracciabilità (chissà se riguarderà
anche i dark pool?)
Il 2026 rappresenterà un punto di svolta per il sistema fiscale
dell’Unione Europea. Con l’entrata in vigore della direttiva DAC8
(Direttiva UE 2023/2226), l’Europa si avvia verso una completa
digitalizzazione e condivisione dei dati fiscali tra gli Stati
membri. Il fine? Garantire trasparenza, combattere l’evasione e
uniformare i controlli fiscali in tutto il territorio dell’Unione.
Un sistema fiscale
integrato e condiviso
capace di connettere le diverse amministrazioni tributarie europee.
Redditi,
patrimoni, transazioni finanziarie e stipendi potranno essere
monitorati in tempo reale, anche se prodotti o percepiti in Paesi
diversi. Un
controllo automatizzato dei flussi economici, che
consentirà di individuare
in tempo reale eventuali
anomalie, omissioni o discrepanze nelle dichiarazioni fiscali. A
ogni contribuente sarà attribuito un codice unico europeo: il NIF
(numero di identificazione fiscale).
Tutti i redditi da lavoro
dipendente – inclusi bonus, premi e indennità – saranno
automaticamente condivisi tra le amministrazioni fiscali dei diversi
Stati membri. Chi
lavora in più Paesi non potrà più avvalersi delle differenze tra i
sistemi dichiarativi nazionali per sfuggire ai controlli.
Ci sarà anche una
regolamentazione delle criptovalute: sarà
operativo un registro europeo delle cripto-attività. I fornitori di
servizi legati agli asset digitali (CASP) dovranno trasmettere
regolarmente dati relativi ai titolari dei wallet, alle transazioni
effettuate e agli importi movimentati. Saranno
dunque tracciabili gli
scambi effettuati finora in modo anonimo.
In ultimo la direttiva interviene anche in materia di ruling fiscale,
cioè gli accordi preventivi tra contribuente e amministrazione
finanziaria. Finora riservati alle multinazionali, dal 2026 potranno
essere richiesti anche da soggetti privati con patrimoni consistenti
a partire da 1,5 milioni di euro. Tali accordi verranno condivisi tra
le autorità dei vari Paesi, incluse quelle relative alla residenza
fiscale.