Visualizzazione post con etichetta recessione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recessione. Mostra tutti i post

giovedì 9 aprile 2020

CORONAVIRUS 6

Un fatto è assodato: l'umanità sta affrontando una crisi globale gravissima e, ritengo, una delle maggiori in senso assoluto. La differenza rispetto alle grandi crisi del passato è che gli esiti di questa, viste la realtà tecnologico finanziaria in cui siamo immersi e la conseguente accelerazione dei fenomeni, determineranno in modo ineluttabile le sorti della vita sul nostro pianeta. Ognuno di noi è chiamato a rispondere a un imperativo etico di assunzione di responsabilità. Non ci si può tirare indietro indefinitamente, indefinitamente lavarsene le mani. È necessario che ognuno metta in atto ogni mezzo personale e intellettivo per capire sino in fondo cosa sta accadendo e con umiltà si documenti, legga, s'informi. Ma seriamente e non seguendo il propagarsi dei commenti sui social come unica fonte di conoscenza. Abbiamo il dovere imprescindibile di non delegare ad altri decisioni che varranno per tutti. Dobbiamo verificare ogni informazione, ogni fonte, domandarci sempre cui prodest, a chi giova. Evitare l'atteggiamento tipico nei momenti di crisi di farsi prendere dal panico e aspettare che un deus ex machina venga a risolvere tutto. Non è più consentito a nessuno evitare una presa di posizione, come, tanto per fare un esempio, l'amico che a marzo inoltrato ha organizzato cene a casa propria difendendosi con il fatto che le restrizioni non erano ancora in vigore e che lui le cose le fa solo quando glielo impongono le regole ufficiali. Le leggi, le regole, sono fatte dall'uomo; a volte sono ingiuste, a volte sono sbagliate, altre volte, semplicemente, sono tardive, incomplete, inefficaci. Pertanto quando necessario vanno anticipate, migliorate, cambiate, o, in casi estremi, rifiutate. La storia è ricca di esempi di leggi inique di cui poi nel tempo ci si è vergognati. Non è più consentito non pensare. Non è più consentito non agire.

Le decisioni che governi, o chi per essi, hanno preso, stanno prendendo, e prenderanno nelle prossime settimane, incideranno in profondità sul mondo per anni. Influiranno non solo sui nostri sistemi sanitari ma anche sull'economia, la politica, la cultura. E, fondamentalmente, sulla società. Quest’esperienza sarà uno spartiacque. Al risveglio da questo incubo troveremo un mondo del tutto diverso da quello conosciuto sinora, che già non era dei migliori. E temo sarà un mondo distopico. L'accelerazione esponenziale data ai mutamenti sociali da quest'emergenza sarà infatti funzionale al rapido realizzarsi di obiettivi molto chiari messi in agenda già da molti decenni da poteri forti che non intendono rinunciare alla propria visione utilitaristica di una società frammentata e sottomessa. Non si tratta di complottismo ma delle conclusioni inevitabili di un'analisi portata avanti nel tempo... Dobbiamo agire con rapidità e determinazione, pretendendo trasparenza, onestà, senno. Non accettare incapacità e approssimazione, e opporsi a corruzione, conflitti di interesse, e utilitaristiche connivenze.

Dobbiamo, e avremmo dovuto già da tempo, tenere conto delle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni, perché il delegare, l'ignorare, il permettere, il non re/agire sono di per se stesse azioni. Nello scegliere tra le varie alternative, dovremmo chiederci non solo come superare difficoltà e pericoli immediati, di qualsiasi natura siano, ma anche in che tipo di mondo vivremo quando li avremo superati. In che mondo vivremo quando questa tempesta sarà passata. Perché certamente, in un modo o nell'altro, questa tempesta passerà e il genere umano sopravvivrà. Molti di noi saranno ancora qui e tireranno un sospiro di sollievo. Alcuni si saranno ulteriormente arricchiti, altri avranno dato fondo ai risparmi di una vita, altri saranno precipitati definitivamente nel baratro dell'incapienza. Qualcuno sarà morto in solitudine, qualcuno si sarà ammazzato, qualcuno avrà ammazzato qualcun altro. Ma, essenzialmente, vivremo in un mondo diverso.

Molti dei provvedimenti adottati in questo periodo per gestire un’emergenza, diciamo a breve termine, diventeranno parte integrante della nostra quotidianità. È nella natura stessa delle emergenze accelerare i processi storici, trasformando intere nazioni in cavie per esperimenti sociali, attraverso l'adozione in poche ore di decisioni e leggi che in tempi normali richiederebbero anni. Le storie legislative nostrana e internazionale sono ricche di esempi di norme introdotte in regime di emergenza e poi rimaste in essere. Per questo è necessario che, oggi, per ogni norma che scavalchi il normale iter legislativo, o che esautori il potere del giudice a favore di quelli del prefetto, venga chiaramente indicato un termine temporale.

Pensiamo al riconoscimento facciale e all'obbligo di controllare e riferire temperatura corporea e condizioni di salute, alle tecnologie di contact tracing, tutte procedure già in vigore in alcuni Paesi. Le autorità possono non solo individuare i possibili infetti, ma anche seguire movimenti e abitudini di chiunque. Lo si fa da un bel po' ma ora tali misure verranno con il nostro plauso intensificate e applicata su larga scala. Quest'epidemia è una gran bella finestra di Overton nella storia della sorveglianza. Nel momento in cui le multinazionali e i governi cominceranno a raccogliere anche i nostri dati biometrici, potranno prevedere i nostri stati d'animo e manipolarli. Potranno convincerci di qualsiasi cosa con maggiore efficacia di quanto avvenuto finora. E potranno definitivamente venderci quello che vorranno e con le modalità che vorranno. Non sta forse già accadendo? Basti considerare banalmente l'arbitraria classificazione dei beni in beni necessari e non necessari. Perché se possibile acquistare alimenti in un supermercato viene interdetto l'acquisto di abbigliamento se disponibile? Dov'è la logica? Un paio di mutande nuove può essere necessario. Mentre non dovrebbe esserlo entrare nel dettaglio e dover spiegare il perché di tale acquisto, raccontando fatti privati a tutto il personale dipendente fino al direttore del supermercato. Si rasenta l'assurdo. Una folle dispersione di energie mentali per distogliere da quelle che sono le questioni importanti di tutta quanta questa faccenda. Siamo e saremo talmente impegnati a dover risolvere problemi stupidi che non avremo tempo, occhi, orecchie, e cervello per capire quanto sta succedendo davvero. Per cogliere le connessioni tra gli accadimenti. Quanti, tanto per fare un altro esempio banale, che prima non l'avevano mai fatto, ora comprano on line indumenti e scarpe per i propri bambini in crescita che si ritrovano a non entrare nei vestiti da un mese all'altro, pigiami per parenti ricoverati, o qualsiasi altro bene che, nonostante le apparenze, per qualcuno potrebbe essere veramente indispensabile? Tanti, direi. Ma chi non ha, perché non gli piace o perché non se li può permettere, un computer, uno smartphone, né una carta di credito, di debito, prepagata o quello che volete, come farà? È chiara l'intenzione di far sparire il commercio al dettaglio, la carta moneta, il rapporto tra persone e di far sprofondare nella marginalità chi ancora vorrebbe vivere alla vecchia maniera o non può permettersi di adeguarsi alla nuova. Tutti dovranno divenire parte di un sistema integrato per poter far fronte alle esigenze quotidiane. Forse persino per comprare le patate. Chi non lo farà sarà escluso. Il distanziamento sociale già esistente non potrà che aumentare. Anche il divario tra i redditi sta aumentando velocemente, con ammortizzatori sociali, per chi è in una condizione di reale bisogno, assenti o ridicoli e mal pensati. Ho letto da qualche parte che questo virus sarebbe reazionario perché sta imponendo una decrescita infelice e porterà a una recessione economica mondiale senza pari. Non credo: la decrescita sarà solo per chi non sarà più funzionale al sistema. Io trovo invece che reazionario il virus lo sia nella misura in cui rafforza potentemente lo status quo e impedisce un reale, lungimirante, ed equo rinnovamento sociale, politico, economico.

Tornando alla questione di partenza, ciò su cui si fa leva è proprio il chiedere alla gente di scegliere tra privacy e salute, tra stile di vita e salute, tra relazioni umane e salute. In sostanza la solita vecchia storia di libertà contro sicurezza. Ma è una falsa scelta. Possiamo essere al sicuro e proteggere la nostra salute e allo stesso tempo fermare un'epidemia senza cedere a sistemi di sorveglianza assoluti, ma con il buon senso e la responsabilizzazione personale reciproca. Possiamo avere e dovremmo quindi pretendere di avere privacy e salute, socialità e salute, aria aperta e salute, libertà e salute. Invece mentre ci costringono in casa, provvedimento indiscutibilmente legittimo per arginare le epidemie, ripuliscono le strade da umani border line e randagi, tagliano alberi nelle nostre città, continuano a sventrare indiscriminatamente la terra, acidificano i mari. Mentre la maggior parte di noi rispetta doverosamente le restrizioni per il bene comune, si firmano contratti economico finanziari transnazionali, si alimentano conflitti, si dividono gli utili, si programma il new deal del terzo millennio a beneficio di pochi. Qualcosa non quadra. Non è questa la società globale che ho sempre auspicato e di cui ho altrove scritto.

In sintesi estrema, un governo mondiale che, nel rispetto delle identità culturali e territoriali, istituisca e faccia rispettare regole comuni per la gestione dell'ambiente, della salute, delle risorse, dell'istruzione, dell'economia, in una visione di protezione del bene comune e dei diritti universali. Il virus, come il riscaldamento climatico, non conosce frontiere e richiede una risposta globale, azioni globali, governance globale*. È ormai il Pianeta lo spazio politico in cui questi problemi devono essere affrontati. Ciò presuppone un cambiamento profondo non solo delle istituzioni politiche a cui siamo abituati, non solo degli stili di vita, ma anche del modo di pensare.

Infatti l'altra scelta inderogabile che dobbiamo affrontare è quella tra isolamento nazionalista e solidarietà globale. L’epidemia in corso, le crisi economica, sociale, ambientale pregresse e conseguenti, sono problemi globali. Possono essere risolti efficacemente solo con la cooperazione di tutti i Paesi, attraverso la condivisione delle informazioni e l'adozione di misure di contenimento comuni a livello internazionale. Strano, tra l'altro, che non vi sia ancora stato, perlomeno non ufficialmente, un summit tra i leader globali a tal proposito. Anche solo per abbozzare un piano d’azione comune. Vien da pensare che i leader non siano veramente tali e siano in balia di qualcos'altro, di qualcun altro. O sono degli incapaci o non contano nulla. Tertium non datur.

Di sicuro al momento abbiamo che vi sono tanti incompetenti nelle stanze del governo. Si afferma tutto e il contrario di tutto, dimentichi persino delle nozioni base di biologia. Cos'è un virus, come si comporta, quanto tempo impiega a perdere la carica di letalità (nessun virus ha “interesse” a decimare gli organismi ospiti pena la propria scomparsa ma in genere prima di due anni non si può star tranquilli)?

Quello che è evidente, a oggi, è che il Virus, inteso anche come misure del suo contenimento (la sedentarietà, lo stare al chiuso, l'isolamento fisico, psicologico, emozionale), sta abbassando le nostre difese immunitarie e sta aggravando patologie pregresse, con ricadute fisiche e psicologiche che pagheremo con gli interessi, sta disgregando le relazioni sociali, amicali, famigliari, in modo drammatico, sta alimentando lo spirito delatorio, sta rafforzando il nazionalismo territoriale. Le persone che all'interno di un paese si spostano dalle aree più colpite dal virus a quelle più “sicure” (sbagliato ma umano) sono sgradite come qualunque straniero si affacci al mare nostrum. Non ci saranno solo più muri tra continenti e tra stati, ma anche tra individui: il pericolo sarà il vicino di casa. Di questo dobbiamo avere paura. Della paura. L'arma più potente, il deterrente più efficace per mantenere il consenso, sfoltire i perdenti, e, in ultima analisi, tacitare ed eliminare i dissenzienti.

E non bisogna nemmeno dimenticare di cosa si parlava fino a poco tempo fa. I cambiamenti climatici. L'ipossia dei mari. L'accaparramento indiscriminato di risorse non rinnovabili. La devastazione degli ecosistemi. Le nuove generazioni che criticavano quelle precedenti accusandole di non aver fatto e di non fare nulla per il futuro della vita sul pianeta. Non se ne parla più, anzi il virus ha ribaltato le parti. Ora gli esponenti più anziani della società, fisicamente più vulnerabili, si sentono minacciati dalla scarsa disponibilità dei giovani a cambiare abitudini e ad accettare costrizioni. Giovani che a loro volta stanno già pagando in termini di formazione e pagheranno in termini di qualità della vita. Conflitti generazionali di portata epocale su cui molto a fondo bisognerebbe riflettere.

Il problema che è la gente non sa come comportarsi di fronte a una minaccia comune, se non andando nel panico e diventando egoista. Alcune persone sì, lo sanno ma, appunto, la gente no. Una questione di discernimento che, come insegna Elias Canetti, la massa non ha. La gente infatti non è andata nel panico per il riscaldamento globale, che è una crisi molto più grande del Covid-19, solo perché avviene gradualmente. Certo, su scala mondiale la velocità esponenziale con cui gli ecosistemi stanno collassando toglie il respiro, ma la maggior parte di noi non vede alcuna differenza nel lasso temporale di riferimento che per gli esseri umani del tardo capitalismo è quello tra una busta paga e l’altra. Solo la paura del contagio, solo la paura di perdere ciò che si possiede, muove. Per questo avrà la meglio un’economia mondiale che premia l’interesse personale quand’anche cieco e ottuso e rende la condivisione un lusso. Tra chi fa incetta di mascherine e chi si attacca alla macchina da cucire per produrne, i secondi sono una minoranza. Minoranza che, alla fine, esausta, si arrenderà.

Quando vedremo le rovine di questo nostro mondo e patiremo le derive di una società composta da individui asociali, ci saranno rabbia e frustrazione, questo sì, ma niente di più, perché i colpevoli saranno, come sono sempre nell'immaginario collettivo, altrove. La colpa sempre di qualcun altro che ha portato sino a noi il disastro.

Aprile 2020



* 2025 - In termini di principio ribadisco il pensiero da me espresso in questo articolo ma vorrei fosse chiaro che quando scrivo di pensiero e azioni globali e di Global Governance, non mi riferisco certo a ‘sta roba vergognosa che sta venendo fuori da qualche anno a questa parte.


lunedì 24 novembre 2014

EMISSIONI E CRESCITA

Secondo i sempre cauti giudizi dell’Ipcc Ggruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), i livelli di emissione di CO₂ dovrebbero essere nel 2100 uguali a zero o, meglio ancora, inferiori ad esso. Ça va sans rien dire, bisognerà assorbire non solo evitare di produrre. E, sorpresa delle sorprese, il Fondo Monetario Internazionale, sostiene che la riduzione delle emissioni di anidride carbonica non avrebbe alcuna ripercussione sulla crescita economica!

Pare che salvare il pianeta sarebbe non solo gratis, ma darebbe grande impulso all’economia. E i sostenitori della TRI (Terza rivoluzione industriale) insegnano.

Forse alla buon’ora uno spiraglio si apre?

Non sono fantasie o derive demagogiche, se lo credete non avete il senso della realtà. Fidatevi e passate oltre. Loro sanno quello che fanno (spero si colga l’ironia).

L’assioma secondo cui in assenza di fonti, metodi e concetti definiti con precisione è possibile dire tutto e il contrario di tutto conferma la sterilità della maggior parte delle parole che vengono fatte. Ogni fronte ideologico si fa forza dell’approssimazione intellettuale di quelli avversi per limitarsi a contraddirli e tacciarli d’incompetenza. Nessuno che, con determinazione, costanza, e onestà intellettuale, metta mano e cervello alla risoluzione dei problemi, smascherando le false certezze e rimettendo tutto in discussione. E chi lo fa non ha potere. Ma per continuare a ignorare le scrupolose analisi fatte da persone serie, competenti, e lungimiranti, si può solo sostenere che limitare le emissioni fermerebbe la crescita. Un mero pregiudizio. Eppure, manichei a oltranza, passiamo dalla filosofia della crescita esponenziale e senza criterio all’unica improponibile alternativa della crescita zero. Come molto spesso accade, la giusta via sta a metà. Eliminare produzioni superflue e obsolete è auspicabile, così come fermare lo sfruttamento incontrollato e criminale di popoli e terre, altrettanto vero però è che potremmo fermare la recessione globale, mantenere uno standard di vita elevato ed estenderlo a un numero sempre crescente di persone, senza bloccare o frenare la crescita, anzi incentivandola.

Non facciamoci fuorviare dal Pil crescente di BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, dove comunque i segni dell’illusorietà di certi parametri e le falle del sistema sono alla luce del sole, dove le condizioni della stragrande maggioranza della gente continuano a peggiorare alla faccia dei ragguardevoli tassi di crescita registrati -, né dalla teoria dura a morire del Trickle down o da quella della U dell’intellettualmente onesto Kuznets, perché alla fine della fiera, il tutto si traduce in produzione di denaro con denaro. Il demone da sconfiggere è l’avidità e, come dice l’amico Marco Paolini, “vabbe’, accumula, accumula, ma a un certo punto metticelo un cazzo di tetto, un limite, se no sei malato”.

Siamo detentori di conoscenze straordinarie e dobbiamo trovare il coraggio e la forza di rovesciarle nel mondo e pretendere che vengano utilizzate, per nostro beneficio e per rendere grazie a questo pianeta che stiamo distruggendo a una velocità sorprendente.


Agosto 2014


p.s. 2022 Per chiarezza, ci tengo a chiarire che non condivido le direttive del New Green Deal. Esse non contengono una reale presa di coscienza ma sono di facciata, sono finalizzate a fini ben diversi da quelli sbandierati (ne tratterò in un articolo ad hoc) e sono sostenute dai medesimi interessi economico finanziari di sempre. E credetemi che a dover correggere il tiro, rileggendo miei vecchi articoli su ambiente, risorse, et cetera, e affrancarmi da questo attuale movimento green, a me, Carsoniana della prima ora, sanguina il cuore.





(tutti i diritti riservati)

giovedì 31 ottobre 2013

VENEZUELA E SAN PIETROBURGO

In Venezuela è in atto una recessione. Manifestazioni, malessere, e violenza. Il 3 settembre di quest’anno un black out ha lasciato al buio metà Paese. Il ministro delle finanze dichiara che, a questo punto, sono necessari crescita e indipendenza dalle importazioni. Cambiano avvenimenti e circostanze ma la storia vale per un gran bel numero di Paesi.

Intanto al vertice di San Pietroburgo si va in direzione ostinata e contraria ma non nel senso che tali aggettivi accoppiati vengono a significare da quando un nostro poeta li ha cantati.

Ogni incontro al vertice è in nome dell’abbattimento del protezionismo e in favore della sottoscrizione di accordi commerciali multilaterali, aree di libero commercio (FTA), e accordi commerciali preferenziali (PTA). Nonostante, soprattutto riguardo ai PTA, gli economisti si dividano tra coloro che ritengono tali accordi di ostacolo alla realizzazione di un reale libero scambio globale (in quanto rivolte solo ai Paesi aderenti e a discapito di chi ne è fuori) e coloro che li considerano un passaggio necessario per raggiungere l’obiettivo (potete trovare approfondimenti a cura di Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld, Giorgio Basevi, Giacomo Calzolari, Gianmarco Ottaviano, Giuseppe Celi, e molti altri), il risultato per le terre e i popoli resta invariato.

In ordine sparso, per chi aderisce: obbligo di importazioni, si è costretti a comprare ciò che si potrebbe produrre (spesso lo si deve comprare non dal produttore più efficiente, e a scapito della tutela e sicurezza dei lavoratori nel Paese esportatore), obbligo di produrre ciò che il mercato chiede anche a prescindere dalle proprie peculiarità oggettive, stravolgimento di agricolture locali (coltivazione di specie non indigene, monocolture intensive,…), salari al ribasso, disoccupazione, diminuzione* o aumento dei prezzi al consumatore a seconda che si tratti di un cittadino di un Paese cosiddetto sviluppato che compra un manufatto ad esempio dalla Cina, o di un cittadino del terzo mondo il cui Paese sia costretto a importare merci, per quanto a tariffe dette agevolate, e svalutare le proprie per stare nel gioco.

E per chi non aderisce, prima o poi, la necessità di mettersi in ginocchio pur di partecipare.

Inoltre le disquisizioni di cui sopra sono oziose. Perché contrappongono metodologie, quali i PTA, al libero scambio globale. Avrebbe senso la contrapposizione se quest’ultimo fosse sinonimo di un’amministrazione globale del pianeta e dei suoi abitanti secondo criteri di equilibrio, conoscenza dei territori, delle potenzialità e dei limiti degli stessi, recupero delle risorse e tutte le buone cose che potrebbero essere. Ma non è così. E non credo vogliano sia così.


*si tratta di una diminuzione fittizia, perché i costi indiretti (quelli che le aziende chiamano esternalizzazioni) prima o poi si pagano e con gli interessi. E senza disturbare la Cina, facendo un esempio nostrano, se voglio comprare un chilo di formaggio a un terzo del prezzo ragionevole che dovrebbe avere, è ovvio che gli operai del settore saranno pagati meno, che le vacche mangeranno peggio, che un po’ di sofisticazione sarà la norma, che il settore patirà una crisi e per stare a galla, vedi competitivo, dovrà produrre sempre più a meno, e il tutto avrà un peso sociale in termini di cassa integrazione, perdita di posti di lavoro, degrado ambientale, quindi tasse. Ma d'altronde diminuendo il nostro potere d’acquisto, a noi un chilo di formaggio va benissimo pagarlo un terzo del suo valore. Dobbiamo pur farli saltare fuori i soldi per il nuovo modello di I-Phone.

5 settembre 2013

Tutti i diritti riservati

venerdì 15 marzo 2013

PENSIERI VARI SUL MOVIMENTO 5 STELLE

È chiaro che tante boutades di Grillo sono state funzionali a un raccattare voti a destra e a manca.

Da esperto uomo di spettacolo ha usato i toni e le frasi necessari a tale risultato.

Reagire a certe provocazioni con tanta veemenza mette in ridicolo chi reagisce e dà ragione al provocatore che sta semplicemente dicendo: sei proprio stupido.

E non è il caso di offendersi. Che da parecchio tempo sia la nostra stupidità a prevalere non c’è dubbio. Perché l’avidità, l’ingordigia, la prepotenza, il menefreghismo sono figli della stupidità.

Tacciare Grillo di populismo è una semplificazione inutile. Sì, probabilmente anche lui è un altro clown populista, ma andiamo alle cause. E non solo nel nostro Paese. Andiamo a mettere mano dove c’è perdita di credibilità delle istituzioni che ci governano, quasi non più per nostro mandato ma su investitura di una corporazione mondiale di banche e aziende, la cui autorità gestionale viene vista come ineluttabile. Istituzioni che non perseguono, o non vedono, le volontà criminali che stanno minando le basi della società umana.

In entrambi i casi istituzioni inidonee.

E noi complici. Perché per quanto il sistema di voto possa essere non rappresentativo in misura equa della volontà popolare, la volontà popolare si esprime. E, salvo dove il risultato del voto è truccato, manipolato, estorto, i popoli hanno i governi che li rappresentano. Che li raffigurano. Si può sbagliare valutazione, certo, questo è umano, ma bisogna saper porre rimedio agli errori una volta riconosciuti. O, almeno, provarci. L’unica critica seria mossa al M5S è quella relativa alla democrazia. Ma quando si constata appunto la stupidità di cui sopra, passa la passione di credere nella democrazia a priori. Sinceramente, vien da mettere in discussione persino il principio di suffragio universale. Ci vorrebbe un test attitudinale non solo per chi si candida ad amministrare la cosa pubblica ma anche per chi vota. Peccato che salterebbe fuori la questione: chi concepisce il test e chi lo giudica?



Si paventa anche lo spauracchio fascista. Si fa riferimento alla Lega e al percorso di tale movimento, si pensa ad Alba Dorata in Grecia. Si parla della recessione degli anni ’30, ma non siamo, se non apparentemente, in una situazione analoga. Perlomeno non ancora, anche se riconosco il rischio. Insomma, credo siano tutte considerazioni che al momento fuorviano, per quanto legittime, e portano a osservare la questione da una prospettiva distorta.

Da parte di Grillo, non credo proprio che si tratti di un rifiuto della democrazia in quanto principio, ma piuttosto di rifiuto verso una certa classe politica che si vanta di gestire tale democrazia. Si criticano anche le sue proposte in materia fiscale che, in effetti, non tengono conto dello spread, delle agenzie di rating, del monte di interessi che ogni anno l'Italia deve sborsare sottraendo risorse preziose all'economia reale e alla crescita, ma si dimentica l’aspetto fondamentale: si sta parlando di rivedere tutto un obsoleto sistema, ammennicoli compresi. E se la nostra vita dipende da questi ammennicoli è indubbiamente un problema bello grosso, ma non sarà l’ostinazione a salvarci.

Com’è che si dice, Signore, dammi il coraggio di accettare quello che non posso cambiare, la forza di cambiare quello che posso cambiare, e la saggezza di distinguere tra le due cose.

E se non vogliamo proprio nascondere la testa sotto la sabbia, direi che cose da cambiare ce ne sono e anche la possibilità di farlo. E più che la forza, quindi, forse manca la volontà. È più facile rassegnarsi, pare, ma no, è più grave. Conosco tante buone persone che, al dunque, sono intimamente convinte che il sistema che regge il mondo sia l’unico possibile.

Non è così, e gli esempi abbondano, soprattutto e quasi per assurdo, nei Paesi in via di sviluppo, ma si sa, la necessità aguzza l’ingegno e lì dove ora il Pil è in crescita, la forbice si spalanca e le persone ne pagano il prezzo vivendo con anticipo il declino, nascono nuove ed innovative soluzioni. Lo vediamo anche qui, nelle metropoli, dove i disagi e il malessere sono maggiori, prendono vita forme di aggregazione e iniziative proiettate alla realizzazione di una società equa, sana e collaborativa. È come se, dove si sta peggio, si fosse già nel futuro prossimo e si stessero adottando le uniche soluzioni possibili.

Dovremmo prendere esempio. Non arriverà nessun nuovo boom. Togliamocelo dalla testa.

A meno che non intraprendiamo una via nuova. Abbiamo tutto ciò che serve e in abbondanza. Risorse comprese. Dobbiamo solo combattere la mala gestione. Iniziando da noi stessi. E non è una semplificazione ingenua. È provato. Chiedete a qualsiasi fisico. Se mutiamo noi, muta di conseguenza il mondo circostante. E poi cosa?

Il pragmatismo. Ecco guardiamo i fatti o, per ora, le promesse di fatti. Andiamo al di là della forma. Perché gran parte del mondo scientifico appoggia il movimento? Premesso che essere scienziato non implica essere saggi e onesti, tuttavia chi ha la competenza in settori fondamentali per un progresso reale e diffuso deve avere voce in capitolo. Dalla ricerca medica ai combustibili, dall’alimentazione alla gestione del territorio, al parlamento devono sedere persone che sanno di cosa stanno parlando (e che non siano prezzolati, ovviamente). Far uscire quelli che non conoscono nemmeno l’italiano e far entrare chi vuole onestamente e con la maggior lungimiranza possibile, aggiustare le cose.

Non tecnocrati ma passionari paladini di idee, persone che sapranno supplire alla mancanza di esperienza politica con la determinazione a fare qualcosa di buono.

Ridare slancio alla cultura, all’indagine, restituire a questo Paese un ruolo di avanguardia per l’ingresso nel nuovo millennio.

Resta il fatto che Grillo, se vuole essere coerente con le promesse fatte agli elettori e non deluderli facendo correre il rischio che certe riforme non passino, non potrà restare ai margini di un’intesa, visto che alcuni punti di programma, come il taglio dei costi della politica, sono anche del Pd. Sinceramente non so cosa sperare. Il timore che muoversi in modo trasversale scodelli la solita minestra riscaldata è forte quanto quello che, per rimanere in metafora culinaria, si tratti di tanto fumo e poco arrosto.

E, in ogni caso, se Grillo dovesse rivelarsi l'ennesimo fanfarone, non sarebbe un buon motivo per non sostenere delle buone idee. Come dicono i buddisti, segui la legge non il maestro.

Il maestro è corruttibile, i principi no. Facciamoli nostri.

Marzo 2013

P.S. (2020) Dovrei riscrivere quest’articolo ma non ne ho voglia. Non lo cancello, però, perché sarebbe intellettualmente disonesto e perché mi è utile a ricordare e valutare l’evolvere delle cose.


Tutti i diritti riservati