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sabato 23 luglio 2016

CASSANDRA


L’altra sera si parlava di lavoro con un’amica. Anni di precarietà a far le pulizie, si presenta l’occasione di vendere impianti a led. A buttarcisi dieci ore al giorno c’è da tirare su uno stipendio degno. Perché non lo fai? È la domanda della mia amica. Mentre le rispondo man mano metto a fuoco qualcosa che ho sempre saputo.

Non sono una venditrice.

Non mi interessa un lavoro che occupi tutto il mio tempo vitale.

Non mi interessa fare carriera. Non mi è mai interessato.

Ora meno che mai.

Siamo a un punto della storia in cui a breve verremo chiamati a schierarci e tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità sarà da perdere. Da una parte i valori e i principi di umanità per cui è lecito dire no. Anzi è imperativo morale. Dall'altra il mondo di chi vuole solo stare tranquillo.

Ci sarà un dentro e un fuori.

Ci sarà un gran bisogno di persone che riescano mantenere aperte le falle di un sistema che altrimenti dividerà l’umanità in due gruppi: pochi privilegiati dentro e tutti gli altri a scannarsi vicendevolmente non riuscendo ad accedere ai luoghi di un dignitoso vivere.

Non intendo andare per il mondo a fare rivoluzioni ma so che se domani per strada vedrò un’ingiustizia lampante e mi sarà chiesto di far finta di niente o, peggio, di essere complice, accetterò prigionia o morte come occasione di rivendicare con forza i valori senza i quali non possiamo chiamarci uomini.

Ho citato Cassandra nel titolo, richiamandomi ai sogni che facevo da bambina, di cui ho già scritto, e che definivo sogni di resistenza. I tempi sono più che maturi. Oggi e qui i miei timori di allora si sono fatti sostanza e non posso voltarmi altrove.


2 luglio 2016



mercoledì 3 luglio 2013

UMANITÀ CHE CAMMINA

Questi popoli che inondano le cronache, questi fiumi di genti che si riversano nelle strade e nelle piazze in ogni parte del mondo, chi sono?

Persone per bene, persone comuni, persone di varia estrazione geografica, culturale, sociale, a chiedersi e a chiedere perché le cose non vanno come dovrebbero andare.

Sempre di più, sempre più stanchi, sempre più increduli. Di fronte all’evidenza di essere solo massa da gestire in maniera efficace, rapida e poco dispendiosa.

Il riconoscimento dei diritti essenziali, questo chiedono a gran voce. Dignità. In ogni parte del mondo. Lingue diverse per la medesima domanda: perché? Perché l’offesa, perché il non riconoscimento, il non ascolto, perché l’oppressione?

Mi ricordano le visioni apocalittiche di un futuro devastante per la maggior parte dell’umanità di tanta letteratura e cinematografia dei decenni passati. Quando tali visioni potevano ancora avere una valenza ammonitrice, esorcistica, un timore forte ancora scongiurabile.

Ora, invece, quel futuro è. E dunque camminano. E camminano. Tutti insieme. A nord, a sud, a est, e a ovest.

Camminiamo. Miliardi di minuscoli esseri in bilico tra speranza e disperazione. Perché è questo che fanno gli esseri umani di buona volontà quando stanno male: scendono in strada e camminano. Con quella rabbia tra le mani e nel cuore che precede la rassegnazione definitiva.

È dunque questo il terzo millennio?

Questo il risultato della nostra magnificenza?

Tutto l’impegno della controparte, poco ma ben studiato, va nell’addomesticare. Nelle menti degli avidi non esiste che l’opzione di arginare il malcontento. Risolverlo troppo costoso in termini di risorse e di volontà, soddisfare le esigenze di una moltitudine crescente sarebbe troppo audace, lungimirante e giusto, e il potere non va di pari passo con tali attributi.

Allora alveari di cemento con vista su distese di campi chimici e interni di tecnologie ultrapiatte.

Che l'alienazione porti all'autodistruzione.

Rinunciare al dominio…questo basterebbe.

Ma siamo ormai perduti.

Settembre 2015



martedì 25 giugno 2013

L'ASSENZA

L’assenza da queste pagine procura un senso di colpa. In questo tempo, in cui chi prima fa arrivare un messaggio più possibilità ha di raggiungere l’obiettivo che si è prefisso, quello della riflessione diventa un limite. E se poi dobbiamo, nella vita, correre per riuscire a pagare l’affitto e tirare a campare dignitosamente, s’impone nelle mezz’ore sottratte alla frenesia e all’ansia, una scelta difficile. Buttarsi nella mischia del web senza stare troppo a pensarci o fermarsi, abbandonarsi al flusso dei pensieri e cercare di fare il punto?

Potrei mettermi a scrivere di ogni fatto che va a mettere in movimento mente e spirito ma la sostanza resta la stessa, le considerazioni di base identiche. E poi, troppe le vicende, ogni giorno.

E serve questo fiume di parole? Servono anche le mie?

E ancora: evitare l’assenza da una coscienza virtuale, coscienza che dovrebbe servire a migliorare le vicende di quest’umanità smarrita sul proprio pianeta, ne determina un’altra di assenza, più grave, più profonda. Tra scontrini, bollette, e digitali finestre sul mondo, si resta fuori dalla vita. E non va bene.


E poi succedono cose come questa, che apri la posta e trovi una mail che ti dice che hai un nuovo follower su twitter, il nono. Twitter su cui giri i post del tuo blog. E leggi un nome e quel nome è Luis Sepulveda. E ti prende un’emozione profonda che piangi. E speri che legga ogni cosa che hai scritto. Che ci trovi l’ennesima conferma che nessuna parola è vana, nessun’azione lo è. Lo dico a me stessa.

La conferma che qualcuno che trova e raccoglie il testimone c’è sempre. Anche se non lo sai.



10 giugno 2013


Tutti i diritti riservati

sabato 8 giugno 2013

MANIFESTAZIONE A ISTANBUL


È un’immagine contraffatta. Fasulla. Una bufala. Un tale accanimento contro un manifestante? In passato nel mondo, e qui da noi anche, ben lo sappiamo, è accaduto di tutto, ma quelle sono dieci mannaiate… Un fotomontaggio, cos’altro può essere?

Ho incontrato pratiche e violenze indicibili nel corso di alcune mie ricerche e la mia anima ha accolto fiumi di sangue, arti amputati, scempi e atrocità.

Ho accolto dolore lontano e me ne sono fatta carico nel silenzio della mia stanza senza potervi porre rimedio.

Mi sono imposta la compassione per questa specie animale del cazzo, per poter ancora e sempre amarla e sostenerla e riuscire a distinguere, senza cedere al rifiuto, al cinismo, alla collera.

Ma l’altra sera, quest’ennesima immagine improvvisamente davanti agli occhi seduta davanti al computer, mi sono vomitata sulle ginocchia. La mia pancia si è strozzata su se stessa, come un aborto improvviso e violento.

Espellere. Non appartenere. Disconoscere.



1 giugno 2013

Tutti i diritti riservati 

lunedì 15 aprile 2013

CONFESSIONE

 Nel 2005 ho smesso di pensare. Avevo buoni motivi per mettere a riposo il cervello: problemi famigliari, di salute, lavorativi, che da anni si accavallavano a ritmo serrato. Quello che capita un po’ a tutti: contingenze spesso gravi che obbligano ad accantonare riflessioni sul senso della propria esistenza.

Ricordo quando negli anni ’70 e primi ’80, il futuro appariva come una meta fatta di progresso, scoperte, crescita e miglior qualità della vita per tutti. Poi dagli anni ’90 qualcosa è iniziato a mutare in modo talmente macroscopico da non essere quasi percettibile. Come un camuffamento.

Ho dedicato, per una decina d’anni, tutto il tempo libero a studiare, documentarmi, cercare di capire cosa stava avvenendo, intenzionata a trovare una connessione tra le cose. E il quadro che si delineava man mano era inquietante o, meglio, non convincente. Avevo la netta percezione che qualcosa non quadrasse.

Che la direzione intrapresa fosse molto distante da ciò che ci si aspettava.

E poi un surplus di informazioni, la maggior parte inutili o non attendibili, e uno spazio sempre maggiormente ristretto per il pensiero, per il confronto, per l’analisi critica onesta. La digitalizzazione dell’esistenza, l’induzione di bisogni superflui, l’affermazione di strutture di potere sovranazionali, l’economia sempre più distaccata dal commercio e legata alla finanza, le calamità naturali indotte, le pandemie, gli sfruttamenti, le oppressioni, la manomissione del linguaggio. Troppi imput, troppi dati, il senso di impotenza, la sindrome di TINA.

E dall’altra parte le difficoltà di gestire la quotidianità: le rate, i mutui, la competitività, la flessibilità, gli imbonimenti, l’hig tech, le vacanze low cost, il credito al consumo, l’immigrazione, le ristrutturazioni aziendali, i black block, la sicurezza, le promesse, gli ogm, le allergie, la sindrome da stanchezza cronica, i tumori, i discount, le tessere fedeltà, le bollette, la baby sitter, gli incentivi auto, le lotterie, le selezioni televisive. Un trattato su ognuno di questi punti, servirebbe non credete?

E cosa può fare un misero mortale che debba star dietro a tutto questo? Può solo spegnere il cervello. E credo che dall’inizio del nuovo millennio lo abbiamo fatto in molti. Per sopravvivenza. O perché, a un certo punto, rinneghi la tua ragione e ti dici che, no, non può essere possibile che le cose stiano così. E ci si convince di essere forse almeno un poco paranoici.

Correre il rischio di essere derisi o presi per pazzi? No. Meglio l’acquiescenza dell’happy hours e delle offerte negli ipermercati. Le diatribe sul calcio o su destra e sinistra.



Vi voglio raccontare di un vecchio sogno, anzi di una serie di sogni. Le vicende mutavano ma il denominatore comune c’era. Si trattava sempre di circostanze in cui un gruppo di persone doveva trovare rifugio e proteggersi da dei fantomatici “cattivi” che tenevano sotto il giogo l’intera popolazione mondiale. Li ho sempre chiamati i “sogni di resistenza”. Questi sogni ricorrenti li facevo da bambina, dai 7 agli 11 anni circa. Erano situazioni difficili, angoscianti, incomprensibili. Inspiegabile che si formassero nella testa di una bimba delle elementari. In questi sogni faticavo molto, avevo mansioni di guardia, di organizzazione, di protezione. Ero arrivata al punto, con la mia fervida immaginazione, di credere che fossero sogni premonitori. Poi con la pubertà e l’adolescenza tutto ciò è sparito e nel tempo dimenticato. Liquidato come fantasie.

Oggi invece è diventato tutto pesantemente reale. Con lentezza e metodo, una finestra di Overton dietro l’altra, stiamo diventando automi. I segni sono inequivocabili. Quei sogni si sono avverati. E non posso fare finta di nulla. Non posso tradire l’animo cavalleresco dell’infanzia. Non sono qui per raccontare delle verità, non ho certezze da trasmettere, ma so che la conoscenza rende liberi, per cui sono qui a raccontare cosa vedo, cosa ho capito, a chiedere cosa ne pensate, per capire ancora meglio, e a chiedere cosa vedete voi. E nel mio piccolo a compiere azioni concrete

(… Pensava che avrebbe attraversato mari e terre, che avrebbe conosciuto genti e persone e compiuto imprese straordinarie e ardimentose. Ora sapeva che, invece, l’atto più grande e più strenuo della sua vita sarebbe stato non piegarsi...)

P.S. (2024) Nel frattempo la situazione generale è peggiorata mentre io sono diventata vecchia, povera, e parecchio malandata con la salute. Per questo sto mettendo mano a tutto quello che negli anni ho scritto. Per lasciare almeno testimonianza.



settembre 2006  


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