mercoledì 3 ottobre 2018
DECRETO LEGGE SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA
venerdì 26 maggio 2017
ANCORA SULLE PAROLE
Stavo pensando a quanto ho scritto alcuni giorni fa sulle parole, il linguaggio, la comunicazione, e anche su quanto ho scritto in passato sull'argomento e mi è venuta in mente una cosa. Probabilmente l'abbandonarsi acritico da parte di molti ad argomenti futili, al rimbalzare di pettegolezzi e vicende quotidiane e personali, alla ricerca di leggerezza, trascorrendo quindi la maggior parte del tempo in una sorta di ottusa e quieta inconsapevolezza, temendo ed evitando l'ascolto o la lettura di quanto metterebbe in discussione convinzioni e stili di vita, dev'essere un fenomeno istintivo legato alla sopravvivenza della specie. Una sorta di grooming collettivo che permette l'aggregazione, presupposto fondamentale per un ritmo riproduttivo soddisfacente e facilitazioni nel gestire la vita quotidiana, obiettivi difficili da raggiungere in una condizione di isolamento.
Interessarsi e mantenere desto l'interesse su argomenti apparentemente astratti e complessi, in cui è assente la narrazione di avvenimenti e vicende in modo tradizionale e facilmente riconducibile alle esperienze di ognuno, comporta uno sforzo e una dedizione non comuni. Implica una crescente difficoltà di comunicazione e comprensione con i propri simili, quindi un crescente isolamento che, appunto, non è funzionale alla sopravvivenza della specie. È comprensibile che la maggioranza delle persone segua la predisposizione a mantenere il linguaggio a un livello che consenta essenzialmente lo scambio di informazioni in funzione di un riconoscimento sociale e di un accudimento reciproco, lasciando fuori dalla porta tutto il resto. Inoltre troppa consapevolezza può condurre alla paralisi, all'inazione, addirittura a diventare metaforicamente autistici.
Credo però sempre nella forza degli spiriti liberi. Credo che, in altro modo, essi siano un ingrediente indispensabile alla sopravvivenza della specie, e confido nella loro assunzione di responsabilità tanto quanto nella loro capacità di reggere sia il peso di questa sia quello di non essere compresi e, peggio, di essere fraintesi.
venerdì 27 gennaio 2017
RIFLESSIONI NOTTURNE SULLA DEMOCRAZIA
“I nomi collettivi servono a fare confusione. Popolo, pubblico… Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri.”
Ennio Flaiano
La democrazia rappresentativa è il meglio che siamo riusciti a mettere insieme, purtroppo però l’opinione prevalente non ha necessariamente maggior valore. Ritorna il dubbio, da molti ponderato nel corso della storia, se le democrazie siano in grado di sopravvivere all'espressione della volontà della maggioranza.
Mai come in questi giorni si dibatte sulla questione. Il referendum britannico, l’elezione di Trump, l’ascesa dei movimenti populisti, il recente referendum nostrano, tutto si presta ad avvalorare la tesi che il suffragio universale non sia quella gran pensata.
A mio parere le manifestazioni più preoccupanti sono altre, meno plateali, quotidiane, di sonnolenta omologazione e perdita di pensiero critico, di cecità e presuntuoso non ascolto.
Allo stesso tempo però credo che questo sistematico svilire gli esiti delle consultazioni popolari, l’instillare la convinzione che quello che pensa la gente non sia giusto, perché la gente, poverina (!), è inconsapevole, manipolata, costretta da bisogni e paure, ecco, credo che questa cassa di risonanza sia utile a chi voglia confondere tra le tante anche le voci giuste e ben consapevoli, quelle che si levano a reclamare giustizia, che si levano a proporre strade alternative, che si levano a denunciare, a gridare verità.
E funziona, infatti queste voci non vengono udite se non per brevi lassi di tempo, e vengono solo udite, non comprese, altrimenti certe cose non verrebbero dimenticate, non verrebbero rimosse. Non si continuerebbe a vivere accettando di credere a questa narrazione del progresso con sotto agli occhi le prove del contrario. Ogni narrazione comporta una responsabilità da parte del narrante (e di colui che eventualmente è il committente della narrazione) ma anche da parte di coloro che la odono, soprattutto se ne sottoscrivono, con una fruizione passiva, l’autenticità anche laddove non ci fosse.
È in atto da un pezzo una immensa opera di denigrazione, di calunnia, di offesa nei confronti del pensiero critico e quindi libero. Si è fatto in modo di rendere cerebrolesa una gran parte della popolazione terrestre, le si è data la possibilità di mettersi in mostra ed esprimersi full time, poi, ora, di fronte all'evidente livello di mediocrità, mentre si rivendica la necessità di restituire a una élite competente la gestione di tutto quanto, si possono tacciare di superficialità anche le voci serie. Le si confonde, le si mescola, le si denigra o deride, facendo perdere ad esse la forza dirompente che potrebbero avere.
Da chi, poi, dovrebbe essere rappresentata questa élite? Dagli intellettuali che rimarcano ovvietà nelle loro analisi a fatti avvenuti? Dall'oligarchia economica e finanziaria? Da tecnici in ogni settore?
Che valore hanno le riflessioni, i moniti, le parole, i suggerimenti, gli studi e l’impegno di quanti hanno previsto? Che valore le proposte lungimiranti ed eque, a tal punto rivoluzionarie nella loro assennatezza da spaventare chi preferisce che tutto cambi purché nulla cambi?
Cassandre indegne persino di riconoscimento a posteriori? A quanto pare.
Vorrei un governo mondiale composto da precursori illuminati, visionari onesti, rivoluzionari rispettosi, sognatori responsabili, inventori altruisti. E in giro per il mondo di persone simili, come ce ne sono state, continuano ad essercene. Ma non siamo tutti così, dobbiamo accettarlo. Abbiamo tutti diritto a dire la nostra ma non tutti siamo in grado di sostenere la responsabilità che l'applicazione di una persona un voto comporta appunto per ognuno di noi. Non possiamo esprimere una volontà solo in base all'emozione, al bisogno, all'educazione ricevuta, al contesto particolare in cui viviamo, alle difficoltà o meno che dobbiamo affrontare. Le difficoltà vanno dette, denunciate, proclamate, e in ultimo risolte, ma è arduo riuscire a levarsi al di sopra di esse ed esprimere una scelta equa e non condizionata. Ovviamente, nella mia visione, temo, utopica, gli illuminati onesti e lungimiranti di cui sopra saranno essi a vederle le difficoltà tutte e ad adoperarsi perché si riducano fino a scomparire.
Visto che oggi è il giorno della memoria, mi viene in mente che Primo Levi diceva che se comprendere le cose è praticamente impossibile, impegnarsi a conoscerle è un imperativo non negoziabile. Farlo però implica l'avere a disposizione una quantità non indifferente di tempo, inteso come spazio mentale. Senza di esso non ci può essere pensiero critico, senza pensiero critico non ci può essere scelta consapevole, senza scelta consapevole non ci può essere responsabilità, senza responsabilità non ci può essere potere, neanche quello limitato all'apposizione di una crocetta.
Avete presente, ad esempio, quando, a distanza di tempo, il coinvolgimento emotivo ormai scemato, si scoprono verità (nella limitata nostra storia nazionale gli esempi abbondano)? Ci si indigna e poi si volta pagina. Ne abbiamo voltate mai tante di pagine noi esseri umani per poter sopravvivere, che ora le verità possono essere scoperte quasi in tempo reale che non riusciamo a restare sul pezzo per più di un paio di giorni. Alcuni certo sì, la maggioranza delle persone però no. Non è una colpa, è che non ce la si può fare. Serve un’intima motivazione, serve determinazione, serve appunto tempo/spazio, e anche una buona dose di masochismo.
Come in mezzo al mare. Hai voglia a dare bracciate. A volte abbandonarsi alla corrente è l’unica salvezza.
Questo per dire che non tutti possono esprimersi sulla gestione della nostra vita comune ma visto che, al momento, principi illuminati, guide votate al bene comune, non ne esistono, la questione si fa decisamente spinosa.
Quindi manteniamo alta la guardia, rifiutiamo superficialità, generalizzazioni, tutto ciò che oggi va sotto la comune etichetta di populismo ma imponiamoci di imparare a dare potere, non voglio dire a chi (uno, pochi, tanti, tutti, che siano, sinceramente non m'importa) ma semplicemente a ciò che lo merita. Per dirla con le parole del grande Italo Calvino…
…
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(Italo
Calvino, Le città invisibili)
giovedì 16 giugno 2016
VENTIMIGLIA giugno 2016
L’altra sera una giovane anarco-insurrezionalista illustrava due proposte per sensibilizzare le persone riguardo a quanto sta accadendo ai profughi bloccati a Ventimiglia e, in particolare, al fatto che vengano condotti presso i CIE (centri di identificazione ed espulsione) presenti nel nostro Paese con autobus della Riviera Trasporti e con aerei delle Poste Italiane, per essere presumibilmente rimpatriati, per lo più in Africa, grazie ad accordi con i governanti locali che accettano di riprenderseli in cambio di commesse e investimenti (che non andrebbero a vantaggio della popolazione).
Suggeriva, la giovane, di bloccare gli autobus presso le fermate con l’organizzazione di attraversamenti continui della strada, per permettere ad alcuni attivisti saliti sul mezzo di distribuire volantini. Secondo lo stesso principio intasare le code agli sportelli postali, facendo man bassa di numeri per la fila, quindi, dopo un po’, volantinare anche lì.
Così si ottiene l’effetto opposto. Creare disagio all'uomo comune, come si dice, non funziona più. Si accentua la percezione di un nemico là dove non dovrebbe essere. Sarebbe sufficiente che ognuno sedendo su un autobus si rivolgesse al vicino dicendo: «Certo che sapere che proprio su questi sedili la notte siedono dei disperati per essere rispediti alla disperazione da cui sono fuggiti, è triste.» Una cosa così. In quel momento chi si trova accanto percepirebbe un suo pari, uno che va a lavorare o a fare la spesa con un mezzo pubblico, diverrebbe degno di ascolto, non sarebbe più visto come un disturbatore di esistenze già sufficientemente complicate e precarie. L’empatia dobbiamo cercare. Non abbiamo sufficiente tempo per pretendere che una provocazione, in qualsiasi forma, possa tramutarsi in ascolto, riflessione, comprensione. Tutto sarebbe ridotto a ritardo, disagio, fastidio. Aumenterebbero l’insofferenza, l’intolleranza, la frustrazione.
Una volta gli scioperi, i boicottaggi, le vetrine spaccate delle banche, il danneggiamento dei beni di chi era considerato nemico del bene sociale, potevano forse anche avere un senso perché si colpiva un potere reale. Oggi il potere reale non è più nelle cose, se non esteriormente, per cui si danneggiano semplicemente delle persone. Restano solo rabbia, sconforto, disorientamento. È vero che se non si entra con un po’ di decisione nella quotidianità di un individuo ignaro dei problemi reali perché troppo preso da quelli propri contingenti, non si può sperare che si risvegli una coscienza civile ma oggi è necessario più che mai un linguaggio diverso.
È un problema di narrazione. Chi narra deve tenere conto del contesto e di coloro che ricevono la narrazione, altrimenti il suo racconto diviene sterile, inascoltato, per quanto onesto e veritiero possa essere.
Ognuno singolarmente può diventare narratore della realtà se lo fa con coerenza e onestà. Non c’è bisogno di far parte di un gruppo o di una qualche associazione. È sufficiente appartenere al consorzio umano per essere legittimati a fare qualcosa.
Altrimenti continueranno a esserci mamme a manifestare davanti al Palasport di Ventimiglia. Continueranno a manifestare nella piena convinzione di avere ragione, forti delle loro reali ragioni, senza comprendere veramente cosa sta accadendo nel mondo, cioè qui e ora. Quando un fenomeno di cui abbiamo tanto sentito parlare, ma sempre come di un qualcosa di distante da noi, qualcosa che riguardava luoghi del mondo ma dall'altra parte non si sa bene dove, si manifesta accanto a noi e ci tocca, vuol dire che difficilmente è reversibile. Credere alle promesse di politicanti populisti e in malafede che assicurano di poterlo arrestare il fenomeno, di poter arginare l’emergenza, è fondamentalmente stupido. Perché la faccenda non sarà reversibile ma è (ancora) risolvibile.
Alla riunione qualcuno è intervenuto affermando che la gente sa, come ai tempi di altre deportazioni, ma fa finta di non sapere. In parte credo sia vero. Meno impegnativo girarsi dall'altra parte, salvo poi stupirsi e indignarsi se l’etichetta dovesse mai richiederlo. Però sono convinta che la maggior parte delle persone ignorino. Esistono sintomi sotto agli occhi di tutti, barconi e filo spinato, ma delle cause della malattia pochi saprebbero dire. Quanto poi alla violenza inevitabile, alle brutalità, alle soluzioni provvisorie (in prospettiva di una finale?) legate al fermo, alla detenzione, al respingimento di masse umane, credo che, come già accaduto, l’animo umano fino all'ultimo si rifiuti di crederle possibili.
Penso al testo teatrale “Ausmerzen” * di Marco Paolini: un’analisi attenta e illuminante, una spiegazione di come si possa arrivare ad avere forni crematori in giardino senza capire da dove sono saltati fuori.
* ”Ausmerzen” Einaudi editore. Lettura vivamente consigliata.