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lunedì 17 agosto 2026

ALCUNE ISTANTANEE IN RIVA AL MARE - 2026

Mamma e figlia

-          Mamma com’è l’acqua?

-          Fa schifo: è salata.

Amiche adolescenti

-          E tu? Non ti tuffi?

-          No, non lo faccio il bagno, c’ho il Pandora*.

-          Perché te lo sei messo? Così non puoi fare il bagno.

-          Eh, non ci ho pensato.

*braccialetto Pandora

Gruppo di bambini tra gli 8 e i 10 anni

-          Io sono fascista.

-          Io anche.

-          Anche io.

-          E tu? Non dici niente?

-          Non lo so. Cosa vuol dire?

-          Sei fascista o no?

-          Siamo tutti fascisti noi.

-          Perché? Tu non lo sei?

-          Anche i nostri genitori lo sono. I tuoi no?

-          Siamo fascisti come i nostri genitori.

-          Ma cosa vuol dire?

-          Vuol dire fare le cose giuste.

-          Ma voi non ci siete andati da Vannacci?

-          Io c’ho la foto.

-          Anche io.

-          Noi non ci siamo andati.

-          Be’, è meglio che diventi fascista pure tu, sennò con noi non ci giochi più.

Due signore

-          Non buttare la cicca in spiaggia. Tieni, ho il posacenere.

-          Ma poi non ti puzza la borsa?

-          A casa lo svuoto e lo lavo ogni volta.

-          Sì, vabbe’ ma che schifo averlo in borsa. Cosa sarà mai una cicca in più o in meno?!

-          Meglio una in meno.

-          Ma se pure il bagnino sotto la torretta ce n’ha una montagna e mica le raccoglie.

-          Stai scherzando?

-          Mica è il suo compito. Lui deve sorvegliare, non pulire.

-          Non dovrà pulire ma nemmeno sporcare.

-          Pulirà qualcuno.

-          Qualcuno chi?

-          Qualcuno, cosa ne so io.

Famiglia

-          Mettiamoci lì a destra

-          Un po’ affollato, mettiamoci là.

-          E ma se sono tutti lì ci sarà un motivo, no?

-          Va bene.

-          Tu, Cristiano, guarda il tuo fratellino.

-          Col cazzo, dillo a lei.

-          Lua, guarda il tuo fratellino, su spogliatevi…

-          Io no di certo, sono grassa. E tu piccolo mostro siediti lì e non muoverti.

-          Mamma, bagno, bagno…

-          Aspetta Liam che papà gonfia il sup per Cristiano poi ti gonfia i braccioli

-          Che palle con ‘sto sup.

-          Ma lo volevi tanto quando eravamo alla Lidl.

-          Ma chi lo voleva? Ve lo siete sognato.

-          Papà allora gonfiami la poltrona galleggiante, così faccio un paio di reels.

-          E se ti cade lo smartphone?

-          No che non mi cade.

-          Chi è che ha messo i miei sandali sull’asciugamano a fiori?

-          Scema, tu ce le hai messe.

-          Ma di chi è l’asciugamano con i fiori?

-          Non è nostro, dev’essere della signora.

-          Ma ci sono le meduse?

-          Non lo so.

-          E ma che palle ‘ste meduse.

-          Ma se tanto non fai il bagno…

-          Le odio lo stesso. Non possono stare da un’altra parte? Se poi cambio idea?

-          Anche a me fanno cagare.

 

Amiche sui lettini ( a occhio trai 30 e i 40)

-          Eh, ma cazzo, sono arrivate le nuvole, volevo abbronzarmi

-          Ma, no, vedi che esce di nuovo il sole.

-          Ma cosa dici, guarda su!

-          Ci guardo su e lo vedi che dietro la nuvola più scura, quella bassa tutta a pallini, dietro si vede la luce del sole?

-          E allora?

-          Be’, quando passa, esce di nuovo il sole

-          Ma l’altra nuvola, quella più chiara è bella grande.

-          Sì, vabbe’, ma non lo vedi che quella è dietro il sole? Altrimenti come la vedi la luce in mezzo? Ragiona.



mercoledì 25 marzo 2020

CORONAVIRUS 5


Dopo quindici giorni di reclusione la prima breve passeggiata entro duecento metri da casa. Mi sono seduta sui gradini del sagrato di San Pietro al Parasio a godere del sole tiepido del pomeriggio. Come la sera dell'ultimo dell'anno*.
Cerco di spegnare il cervello e soltanto respirare a fondo.

So che a molti parrà una bestemmia, ma a una parte di me tutto questo sembra bellissimo.

L'autostrada e la via Aurelia silenziose, il mare libero, il cielo anche.


*(https://barbarapanelli.blogspot.com/2020/01/fine-anno.html)


lunedì 15 luglio 2019

SAREMO AFRICA

Treno direzione Genova. Entro nello scompartimento. Di quelli rialzati con i gradini, più corti degli altri. È quasi pieno. Africani. Subsahariani. Trovo due sedili liberi, mi siedo lato finestrino. Alla fermata successiva sale un africano piuttosto anziano con una grande borsa di plastica di cose da vendere. Sposto la mia roba e gli faccio cenno di accomodarsi. Ci guardiamo per un secondo poi più nulla. M'incanto a guardare il mare che scorre a pochi metri dalle rotaie. Incantevole residuo di villeggiature d'altri tempi, destinato alla dismissione, tratta dopo tratta. Alle orecchie giunge il suono di una lingua sconosciuta ma famigliare. Alle narici l'odore intenso di un popolo lontano. Resto con lo sguardo sul mare. Improvvisamente sono lungo una linea ferroviaria africana. Straniera in terra altrui. Parrebbe. Il fatto è che sto bene. Quest'intenso senso di straniamento mi procura un inatteso e profondo stato di benessere. Non mi sento per nulla straniera. È tutto normale. Sto abitando il mondo reale. La contaminazione. Inevitabile e pacificatrice. Il pensiero che, non tanto numeri alla mano ma consapevolezza del restringimento del pianeta, saremo Africa sblocca il diaframma. Siamo Africa. Lo saremo sempre più. Così dev'essere. Con lucidità vedo lo svolgersi della storia dell'uomo. E sorrido. Ringrazio. Mi rincresce per chi non riesce a vedere, a sentire. Prego ogni giorno affinché sempre più persone si affranchino dalla paura e riescano a provare il medesimo sollievo che provo io in questo momento. 


Giugno 2019

p.s. Scrivere quanto ho scritto non significa essere inconsapevole delle problematiche reali presenti soprattutto nelle metropoli ma si tratta di un aspetto assai serio e da risolvere che però non confligge con quanto sopra affermato.

domenica 25 febbraio 2018

BAMBINI A PESO


Dove trovate,
madri,
un tale gelo nel cuore?
Quest’impietosa ratio
da contabili dell’esistenza?
Ferocia
che misura la vita
in faccende e ore.
Di altre madri figli,
vite di bambini a peso
spendete con costernato fastidio.
Un tanto all’inferno,
un tanto in fondo al mare.
Che nessuna tabella di marcia,
nessuna agenda
venga stravolta.
Ricordate:
essi 
uno alla volta
muoiono e soffrono,
e una alla volta
alle madri si strazia
la carne del cuore.
È smarrito
lo stato di grazia
che ogni madre rende
madre del mondo.



30.05.2017

(tutti i diritti riservati)

domenica 22 ottobre 2017

POESIA NEL CARRELLO

L’altro ieri mi è venuta voglia di leggere versi così ho curiosato online tra i nomi a me sconosciuti presenti nelle collane di poesia di alcune case editrici, con l’intenzione di individuare un paio di testi da acquistare. In un caso ho trovato una cinquantina di titoli e, cliccando su ognuno di essi, ho avuto accesso alla lettura di un componimento contenuto all’interno della relativa silloge. Sono andata avanti così per un paio d’ore, leggendo decine di poesie con il medesimo approccio di quando faccio spese in un supermercato. Poco tempo, tanti prodotti, quel tanto di riguardo dovuto a etica e ambiente. Sto esagerando, chiaro, ma, mentre leggevo, pensavo che non è un bel modo di avvicinarsi all’interiorità di qualcuno. Con tutto l’intuito e la sensibilità letteraria che si possono avere, come si può, sulla base di poche righe, scegliere? Entrare in una libreria, avvicinarsi allo scaffale poesia, prendere un libro a caso e sfogliarlo e, quando non troppo voluminoso, leggerlo tutto per poi, una volta a casa, riprenderlo e rileggerlo, a mente e ad alta voce. Un metodo migliore e meno iniquo. Il problema è che se ci si basa su quanto si trova in una, due, tre o anche dieci librerie, non si ha idea della reale portata della produzione poetica. L’esubero di offerta obbliga, chi voglia farsi un’idea di cosa avviene nel mondo della poesia, a scandagliare nel mare magnum della rete anche se spesso costringe a ritrarsi perplessi in breve tempo. Da picchi di bravura ad abissi di mediocrità, enclavi elitarie e concorsi per l’uomo comune, luoghi laddove parlare di bravura è comunque arbitrario ed errato.

Il tentativo di creazione poetica è dilagante: un gran numero di persone sente l’esigenza di esprimersi poeticamente, e chiunque, a buon diritto, può definirsi poeta, se l’afflato che lo anima è incontenibile e sincero e se muove le viscere e il sentire del lettore. Io stessa oso definirmi poeta, pur riconoscendo di non sottostare ai dettami della poesia, ma sono quarant’anni che scrivo poesie e, rileggendone alcune a distanza di anni, ancora vi ritrovo lo spirito che le aveva dettate. Ma non sono gemme. Quelle sono dei Poeti. Per ogni periodo un percorso, un respiro che si modula in componimenti successivi che letti di seguito esprimono e offrono una visione e un sentire altrimenti non comprensibili. È come se si trattasse di un linguaggio, anzi dell’unico linguaggio che mi permette di dire senza filtri chi sono e cosa vedo. Per questo ho un grande rispetto dell’uomo che sul treno ha tirato fuori un foglietto spiegazzato per leggermi una sua poesia, o di Silvano, buonanima, che girava con le sue poesie ricopiate più e più volte a mano per leggerle nei bar e donarle a chi le apprezzava. O, ancora, di Attilia, dell’impresa di pulizia, che sa il latino perché lo studiava suo fratello e le poesie che compone le manda a memoria ma non le scrive perché si vergogna dei propri errori ortografici. Pronunciate le poesie, gli errori non si vedono, mi ha detto. Infatti ad ascoltarle arrivano solo grazia e luce.

Nel mio errare online ho letto componimenti premiati in vari concorsi e ho concluso che la poesia non si può cercare e trovare, la si può solo incontrare e non sempre dove ci si aspetta. Ché la poesia è come l’acqua: fluisce, attraversa, penetra, sprofonda fino a essere invisibile, ricompare inattesa. E nessuno può arrogarsene la proprietà. Che poi dipende dalla sensibilità e dai gusti dei componenti le giurie l’attribuzione di merito. Non vi è nulla di più personale che la valutazione di un testo poetico, se si prescinde dall’analisi prettamente linguistica e metrica.

Comunque, in sostanza, dopo aver infilato tre testi nel carrello, quello che mi è rimasto addosso è il senso di fastidio che ho provato scorrendo un testo dietro l’altro come so che si fa con le facce su Tinder.

Gennaio 2016

mercoledì 30 agosto 2017

IL LIBRO DEL MARE

Un gran bel libro come sempre da Iperborea:
Il libro del mare di Morten A. Stroksnes.
Fatelo leggere a scuola.


venerdì 18 agosto 2017

SPIAGGIA O DESBARATU

Seduta tra gli scogli appuntavo mentalmente alcuni pensieri per un intervento sul tema dell'acqua che farò a settembre, quando ho udito uno scambio di battute tra avventori abituali del molo.

"Quando il mare è sporco di qua e di là del molo, se non si alza un po' di brezza a portarlo via lo sporco, non ci salviamo mica oggi. Meglio andare in centro, al desbaratu*"

Quindi se non vediamo qualcosa, quel qualcosa non esiste e tutto va bene.

*svendita di fine stagione

domenica 7 maggio 2017

SULLA PRESUNZIONE UMANA

“Muri, calotte, ogni cosa immobile! Per duemil'anni l'umanità ha creduto che il sole e tutte le costellazioni celesti le girassero attorno. Papa, cardinali, principi, scienziati, condottieri, mercanti, pescivendole e scolaretti: tutti erano convinti di starsene immobili dentro questa calotta di cristallo. Ma ora ne stiamo uscendo fuori, Andrea: e ci attende un grande viaggio: Perché l'evo antico è finito e siamo nella nuova era. Da cent'anni è come se l'umanità si stia aspettando qualche cosa. Le città sono piccole, le teste altrettanto: piene di superstizioni e di pestilenze. Ma ora noi diciamo: visto che così è, così non deve rimanere. Perché ogni cosa si muove, amico mio. Io ho in mente che tutto sia incominciato dalle navi. Sempre, a memoria d'uomo, le navi avevano strisciato lungo le coste: ad un tratto se ne allontanarono e si slanciarono fuori, attraversando il mare. Sul nostro vecchio continente allora si sparse una voce: esistono nuovi continenti! E da quando le nostre navi vi approdano, i continenti ridendo dicono: il grande e temuto mare non è che un po' d'acqua. E c'è una gran voglia d'investigare le cause prime di tutto: per quale ragione un sasso, lasciato andare, cade, e gettato in alto, sale. Ogni giorno si trova qualcosa di nuovo. Perfino i centenari si fanno gridare all'orecchio dai giovani le ultime scoperte. Molto è già stato trovato, ma quello che è ancora da trovare, è di più. E questo significa altro lavoro per le nuove generazioni. A Siena, quand'ero giovane, una Volta vidi alcuni muratori discutere per pochi minuti intorno al modo di spostare dei blocchi di granito: dopodiché, abbandonarono un metodo vecchio di mille anni per adottare una nuova disposizione di funi, più semplice. In quel momento capii che l'evo antico era finito e cominciava la nuova era. Presto l'umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste che costituisce la sua dimora. Non le basta più quello che è scritto negli antichi libri. Sì, perché, dove per mille anni aveva dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: d'accordo, sta scritto nei libri, ma lasciate un po' che vediamo noi stessi. È come se la gente si avvicinasse alle verità più solenni e battesse loro sulla spalla; quello di cui non si era mai dubitato, oggi è posto in dubbio. E il gran risucchio d'aria che s'è levato da tutto questo, non rispetta neppure le vesti trapunte d'oro dei principi e dei prelati; e mette in mostra gambe grasse e gambe magre, gambe uguali alle nostre, insomma. È risultato che i cieli sono vuoti: e a questa constatazione è scoppiata una gran risata d'allegria. Ma l'acqua della terra fa girare le nuove conocchie, e nei cantieri, nelle fabbriche di sartie e di vele, cinquecento mani si muovono insieme, secondo un nuovo sistema di lavoro. Io prevedo che noi non saremo ancora morti, quando anche sulle piazze dei mercati si discuterà di astronomia. Anche i figli delle pescivendole andranno a scuola. E gli abitanti delle nostre città, assetati di cose nuove, prenderanno gusto a una nuova astronomia che faccia muovere un po' anche la terra. S'è sempre detto che le costellazioni sono fissate a una volta di cristallo, in modo che non possano cadere. Ma adesso abbiamo preso coraggio e lasciamo che si librino da sole, senza aggancio; e son tutte impegnate in lunghi percorsi, come le nostre navi: disancorate e in viaggio. E la terra allegramente ruota intorno al sole, e insieme a lei ruotano pescivendole, mercanti, principi e cardinali e perfino il Papa. Ma l'universo nel giro di una notte ha perduto il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un'infinità. Da un momento all'altro, guarda quanto posto c'è.”


Vita di Galileo – B.Brechit

domenica 26 marzo 2017

DA UN ARTICOLO DI MOHSIN HAMID

"L'essere umano esiste in un determinato momento, poi in un altro, poi in un altro ancora, finché non arriva la fine. Il periodo umano degli atomi che formano il nostro corpo è limitato nel tempo. Prima che nascessimo i nostri atomi appartenevano alle stelle; presto apparterranno alla terra, al mare o al cielo. Sappiamo che con il tempo ogni essere umano cesserà di esistere e semplicemente sarà stato. Per questo cerchiamo di resistere al tempo. Ci ribelliamo alla sua autorità. Come gli amanti, siamo attratti dal passato, dai ricordi immaginari, dalla nostalgia."

Qui sopra l'incipit di un articolo dello scrittore Mohsin Hamid

sabato 1 ottobre 2016

SUSHI FUN

Con tutto che ciò che sta succedendo nei mari del pianeta è allarmante e che lo è in misura maggiore perché invisibile, mi piace mangiare pesce.

Le risorse* ittiche si stanno esaurendo, stiamo raggiungendo il punto di non ritorno ma ciò non ci tocca perché, come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Il mare non è che una distesa dalle varie tonalità di blu su cui far scivolare lo sguardo verso l’orizzonte. Quello che c’è sotto, fantasiose e colorate storie d’animazione a parte, nell'immaginario collettivo non esiste se non nell'idea di una fonte inesauribile di cibo.

Resta il fatto che mangio pesce. Di stagione e preferibilmente acquistato da uno dei pochi pescatori all'antica rimasti nella città in cui vivo. Di quelli che tornano a terra con pochi chili di pescato vario e spesso con niente. Però, nell'ultimo anno, mi sono lasciata attrarre dall’idea di provare il sushi e ho accettato di aggregarmi a una cena in compagnia in uno di questi ristoranti a catena che spuntano ovunque. Mi sono ritrovata in un luogo da distopia orwelliana. Qualcuno racconterebbe il fatto in termini di tripudio gastronomico. Non solo sushi ma pesce in tutti i modi, oltre a un’infinita varietà di piatti della tradizione, dalle lasagne allo spezzatino, dalla carne alla griglia al risotto allo zafferano. Tutto self service (a parte il sushi che arriva direttamente al tavolo), prezzo fisso, all you can eat. Turni di centinaia di avventori, code fin sulla strada. All’interno, nastri trasportatori per monodosi di sushi percorrono l’intero spazio affiancando i tavoli in modo che ci si possa servire senza doversi alzare, monodosi rigorosamente protette da plastica che, se ci si mette a fare i conti, sono tonnellate di plastica.

Una frenesia alimentare angosciante. Un’orgia.

Alla chiusura chili di cibo finiscono nei bidoni della spazzatura. Non solo ciò che è stato ordinato e avanzato nei piatti, poca roba in effetti, ma quanto è stato cucinato in esubero ed esposto invano. Preparazione di piatti a cottimo sulla previsione di un afflusso x. Il cibo non deve mancare. La parola d’ordine è abbondanza. Ovunque lo sguardo si posi deve trovare vassoi colmi, il cibo deve entrare negli occhi, colmare la visuale rendendoci ciechi. Il senso di appartenenza a uno sciame concorde nell’ingurgitare il più possibile fa il resto. Con la delirante idea in testa che più s’ingurgita più si risparmia. Bipedi con vassoi che strabordano in mezzo ad altri bipedi con vassoi che strabordano. Automi. Il ristorante, grande come un capannone, pari a una catena di montaggio. Dai che domani si va al centro commerciale, sento dire. Sì, dai, che vendono anche il set per farsi il sushi da sé, risponde qualcuno. Mi sento un’aliena mentre vago in questo girone infernale. Al tavolo mi sento un’aliena. Tutti gozzovigliano e decantano. Quelli che ci sono già stati ne parlano con entusiasmo ed enfasi. Io, giuro, non ci metto più piede. Né stomaco. Prima e ultima volta. Amici che sgranano gli occhi. Non capiscono cosa mi disturba. Avrò avuto una giornata pesante.

Una dote che non posseggo è spiegare l’evidenza. Il problema è che per me ormai troppe cose sono evidenti e mi si è ridotto di molto lo spazio di comunicazione. Mi viene in mente Cecità di Saramago.

Mentre sto lì, il vociare assordante, per i più ormai assimilato a rumor bianco gestibile, la luce chiara e intensa, l’andirivieni di strani animali eretti, il bancone su cui squartano un paio di tonni appena scaricati e, di fronte, i bidoni. C’è un tipo che, vista l’ora tarda, preleva dal nastro trasportatore i sushi non consumati ancora intonsi sotto la loro cupoletta in plastica e li getta. Tutto insieme. Plastica e cibo. Ecco, mi gira la testa. Nausea e vertigine. Non è il sangue del tonno. Lo so. Nessun problema con il sangue né con la morte in quanto tale. Mi sale un pensiero cattivo. Che tutto e tutti si sprofondi nelle viscere della terra. Mi viene anche in mente la lunga scena dell’esplosione in Zabriskie Point.


*Uso il termine “risorse” malvolentieri ma questo è il linguaggio in uso ed entrare in un dibattito sull'argomento, per quanto utile, amplierebbe la discussione in misura non sostenibile dall'attenzione dei più. La capacità di concentrazione è sempre più breve e ci si deve accontentare, almeno in prima battuta.



Settembre 2016


sabato 24 settembre 2016

LAVARSI IN MARE

Per un problema idraulico non ho modo di fare la doccia in casa da due giorni. Siamo a fine settembre e il clima, secondo me, è ancora mite anche se il mare ha già odore di mareggiate. Mi ci sono lavata nuotando e da due giorni giro in moto ancora nei miei vestitini estivi con i riccioli del sale e la pelle di alghe. Mai come in questi due giorni ho incrociato tanti sorrisi maschili. Evidentemente emano trasgressione in mezzo a quanti, la maggior parte, adattano l’abbigliamento in base alle date del calendario.

giovedì 25 agosto 2016

SUL MOLO

Uno braghette gialle, fisìco spesso

l'altro magro tatuato

entrambi cinquanta suonati

una donna di poco più giovane

una biondina sotto i trenta

il figlio bambino del tipo tatuato


Man bassa di ricci. Almeno li mangiano. A decine, con ostentazione. Noi sì che siamo uomini veri che sanno sopravvivere nella natura.

Il tipo in braghette ha tono e modi che manco Mussolini.

Dice che nell'entroterra i paesi son tutti Cottolenghi. Si incociano tra loro, dice, basta vedere sull'elenco del telefono. Gli stessi cognomi. Han facce strette e brutte, dice.

Arriva sulla riva una famiglia con sedie pieghevoli e armamentario completo da ricreare un salotto.

Guarda che spastici, dice.

Arriva un'indiano che vende cocco. Non è simpatico e il cocco lo mette a due euro al pezzo.

Il tatuato, Dammi quattro pezzi, dice. Sarebbero otto euro. L'indiano gliene chiede sei e aggiunge un ulteriore pezzo in omaggio per il bambino che si sta divorando il primo.

Il tatuato gli allunga tre euro e, in soldoni, gli intima di camminare. Al venditore non sta bene e chiede il dovuto. Gli viene risposto che deve ringraziare di prenderne tre. Allora l'indiano si riprende dal bambino il pezzo dato in omaggio.

Il tatuato gli urla ladro, lo minaccia, ti getto in mare, e gli va contro con fare aggressivo. Quello retrocede. Se il tatuato lo spinge quello si fracassa sugli scogli.

Il molo è affollato. Nessuno interviene, tanto meno io. Per incredulità. Per stanchezza.

Me ne vergogno.

L'indiano se ne va. Una signora lo trattiene e gli dà due euro come mia nonna mi infilava complice qualche moneta in tasca per i dolciumi.

Bella figura di merda, esordisco.

Il tatuato si volta con l'espressione di chi ha trovato sostegno. Lo deludo. Non alludevo all'indiano.

Spero che almeno gli venga un solenne mal di pancia con tutti quei ricci.


Una mezz'ora dopo, una donna sui quaranta e un bambino sui sette, otto anni, arrivano in cima al molo. Sono tedeschi. Il figlio trova una bottiglia di plastica tra gli scogli e la getta in mare.

La madre lo riprende e gli intima di recuperarla, al punto da calarlo in mare. Il bambino frigna, allora lei lo tira fuori e con un legno, recuperato anch'esso tra gli scogli, riesce ad avvicinare la bottiglia e prenderla.

Si sa, i tedeschi sono avanti in queste cose, penso. Solo che la donna getta la bottiglia esattamente nel punto in cui il figlio l'aveva trovata.

Mi alzo con flemma ieratica, passo sui piedi alla donna, mi chino, allungo il braccio, raccolgo la bottiglia, la accartoccio, torno al mio posto e la infilo nella borsa. Senza una parola.

Ma come stai girata? Cosa ti dice il cervello? La capisci la gravità, le capisci le implicazioni di questo tuo apparentemente banale e insulso gesto del cazzo?


Considerato che non ho il potere di farli sparire, l'unica opzione che resta è che dobbiamo schiattare. Tutti. Con buona pace delle anime pure.


E no, non sono tollerante.



21.08.2016

giovedì 16 giugno 2016

ITALIA SENZ'ACQUA

Cosa pensereste se, nel giro di un anno, tutta l’Italia fosse senza’acqua? Non solo quella che esce dal rubinetto ma tutta l’acqua: fiumi, torrenti, laghi… Se non ci fosse modo di ovviare a ciò e si fosse costretti a conviverci. Credo che la maggior parte delle persone cercherebbe di andarsene. Diverremmo profughi ambientali e quindi economici (che non ho ancora bene capito perché si faccia questa distinzione tra diverse categorie di profughi, ambientali, economici, da conflitto, visto che le cause degli esodi sono interconnesse). Direte: ma è un’esagerazione, sessanta milioni di persone improvvisamente senz’acqua, uno scenario da apocalittica fiction. Invece è realtà, invece accade. Ad esempio, prendendo a caso, ai sessanta milioni di persone che vivono lungo il basso corso del Mekong, in Cambogia. Ci sono sei dighe prime, altre undici in progettazione, altre in costruzione, e se l’acqua non arriva più al mare, il mare risale, la concentrazione salina aumenta, eccetera, eccetera. Una regione grande come il nostro bel paese all’asciutto.



Letture consigliate:

La grande cecità di Amitav Ghosh

Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia

Giugno 2016



UNA DOMENICA AL MARE

La scorsa domenica sono andata a leggere sul mare in una spiaggia libera sassosa. Tre, quattro persone, era nuvoloso. Dopo un paio d’ore di lettura ho tirato fuori dalla borsa due sacchi neri condominiali e ho iniziato a raccogliere plastica. Da grossi oggetti a piccole scaglie. A malapena due sacchi sono stati sufficienti per ripulire il tratto che mi ero prefissata, un centinaio di metri di litorale. C’era anche un gabbiano morto da cui sbucava una bussola giocattolo di plastica blu. Nel prenderla ho osservato il gabbiano. Dall'aspetto doveva averlo portato il mare sulla riva. Non puzzava. Il mare disinfetta.

Quando i sacchi sono stati pieni, due ragazzi passando si sono offerti di portarli fino al bidone sulla strada. Li ho ringraziati e sono tornata verso il mio asciugamano. Camminando una macchia scura ha attirato la mia attenzione. Una suola. Una delle migliaia di ciabatte da mare smarrite. Invece no. Chinandomi per estrarla di tra le pietre capisco cos'è. Un pezzo di copertone ritagliato a forma di suola. Come aver rinvenuto un cadavere.

Quante suole come questa troveremo lungo la battigia?

14 giugno 2016

SPAGHETTI DI MEZZANOTTE

Sopraffatte dal caldo, e prese da una fame notturna, verso mezzanotte la mia amica e io abbiamo entrambe deciso di uscire di casa. Ci siamo incontrate in una piccola spaghetteria sul mare per condividere una porzione di pasta. Ci siamo già state. La pasta è molto buona e abbondante, e la titolare, Antonella, per quanto apparentemente bizzarra, è simpatica e gentile. Siamo le uniche clienti e chiacchieriamo con lei delle diverse tipologie di turisti, della gente del posto, della ristorazione come vocazione all’accoglienza.

Della serata mi resta una frase di Antonella: “Dagli stranieri si può solo imparare qualcosa che ancora non si sa. Nel bene e nel male.”

Giugno 2016

domenica 14 febbraio 2016

Poesia n.6

Vedo il mare
nero e profondo
la vita molteplice immersa

enormi balene
e microscopiche alghe
iridescenti d’ossigeno e pesci

e il cielo sopra
le stelle e i pianeti
tutto lo spazio in cui siamo.




(dalla silloge "L'inizio" 2009-2011)

venerdì 9 ottobre 2015

SHELL E ALASKA

Una buona notizia: la Shell, dopo alcuni mesi di esplorazioni, ha rinunciato alle perforazioni nel mare Artico, al largo dell’Alaska. Non tanto per le protratte e forti opposizioni ambientaliste, quanto perché affermano non ci siano sufficienti petrolio e gas per giustificare l’investimento, soprattutto a fronte del crollo del prezzo del petrolio. La quantità di petrolio in Alaska ammonterebbe a circa il 10% delle riserve statunitensi.



1 ottobre 2015

mercoledì 17 giugno 2015

INIZIANO LE VACANZE


Ma almeno li mangiate?

Di più ormai non riesco a chiedere. Che almeno lo scempio abbia il fine di un appagamento per il palato. A questo si è ridotti per indurre in riflessione. Se la risposta è, come di prassi, no, non li mangiamo, se non c’è neanche una giustificazione da buongustai, allora forse ci può essere la magra consolazione di un timido ma poco convinto imbarazzo che si affaccia sul volto di queste orde di mamme, papà e nonni che incitano frotte di figli e nipoti a saccheggiare gli scogli e riempire retini e secchielli con ogni sorta di molluschi e altri piccoli esseri acquatici scovati con determinazione stupefacente. Altrimenti lo sguardo di fastidio incredulo è traducibile facilmente con, ma che te ne frega a te se li mangiamo o no?


giugno 2015


lunedì 24 novembre 2014

DOCCIA ILLIMITATA

Piazzata al sole nei pressi della Galeazza a Imperia, oggi ho trascorso due ore a fare la guardia a una doccia malfunzionante. Una volta premuta la manopola del rubinetto il flusso d’acqua non s’interrompe salvo il tirarla indietro con decisione.

Agli sguardi di alcuni bagnanti rivolti, smarriti e interrogativi, verso l’alto alla prodiga pigna, ho reagito dando una voce: bisogna tirare indietro la manopola. Altre volte, distratta dalla lettura, accorgendomi in ritardo dello scorrere vano dell’acqua senza che alcuno ne beneficiasse mi sono alzata e sono andata a chiuderla.

A un certo punto tre ragazze si sono avvicinate, hanno premuto la manopola una volta e a turno, per almeno cinque minuti a testa, si sono fatte la doccia ridendo e scherzando. Dopodiché dietrofront e se ne sono tornate ai loro asciugamani poco distanti, commentando stupite il curioso fatto di un’erogazione tanto prolungata.

Non sfiora le vostre belle faccine, mie care, il dubbio che se l’acqua continua a scendere ininterrotta per un quarto d’ora abbondante forse sia necessario chiuderla?



luglio 2014


(tutti i diritti riservati)