Sono élite e me ne vanto di Flavia Gasperetti
sabato 25 febbraio 2017
Sono élite e me ne vanto
Sono élite e me ne vanto di Flavia Gasperetti
venerdì 27 gennaio 2017
RIFLESSIONI NOTTURNE SULLA DEMOCRAZIA
“I nomi collettivi servono a fare confusione. Popolo, pubblico… Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri.”
Ennio Flaiano
La democrazia rappresentativa è il meglio che siamo riusciti a mettere insieme, purtroppo però l’opinione prevalente non ha necessariamente maggior valore. Ritorna il dubbio, da molti ponderato nel corso della storia, se le democrazie siano in grado di sopravvivere all'espressione della volontà della maggioranza.
Mai come in questi giorni si dibatte sulla questione. Il referendum britannico, l’elezione di Trump, l’ascesa dei movimenti populisti, il recente referendum nostrano, tutto si presta ad avvalorare la tesi che il suffragio universale non sia quella gran pensata.
A mio parere le manifestazioni più preoccupanti sono altre, meno plateali, quotidiane, di sonnolenta omologazione e perdita di pensiero critico, di cecità e presuntuoso non ascolto.
Allo stesso tempo però credo che questo sistematico svilire gli esiti delle consultazioni popolari, l’instillare la convinzione che quello che pensa la gente non sia giusto, perché la gente, poverina (!), è inconsapevole, manipolata, costretta da bisogni e paure, ecco, credo che questa cassa di risonanza sia utile a chi voglia confondere tra le tante anche le voci giuste e ben consapevoli, quelle che si levano a reclamare giustizia, che si levano a proporre strade alternative, che si levano a denunciare, a gridare verità.
E funziona, infatti queste voci non vengono udite se non per brevi lassi di tempo, e vengono solo udite, non comprese, altrimenti certe cose non verrebbero dimenticate, non verrebbero rimosse. Non si continuerebbe a vivere accettando di credere a questa narrazione del progresso con sotto agli occhi le prove del contrario. Ogni narrazione comporta una responsabilità da parte del narrante (e di colui che eventualmente è il committente della narrazione) ma anche da parte di coloro che la odono, soprattutto se ne sottoscrivono, con una fruizione passiva, l’autenticità anche laddove non ci fosse.
È in atto da un pezzo una immensa opera di denigrazione, di calunnia, di offesa nei confronti del pensiero critico e quindi libero. Si è fatto in modo di rendere cerebrolesa una gran parte della popolazione terrestre, le si è data la possibilità di mettersi in mostra ed esprimersi full time, poi, ora, di fronte all'evidente livello di mediocrità, mentre si rivendica la necessità di restituire a una élite competente la gestione di tutto quanto, si possono tacciare di superficialità anche le voci serie. Le si confonde, le si mescola, le si denigra o deride, facendo perdere ad esse la forza dirompente che potrebbero avere.
Da chi, poi, dovrebbe essere rappresentata questa élite? Dagli intellettuali che rimarcano ovvietà nelle loro analisi a fatti avvenuti? Dall'oligarchia economica e finanziaria? Da tecnici in ogni settore?
Che valore hanno le riflessioni, i moniti, le parole, i suggerimenti, gli studi e l’impegno di quanti hanno previsto? Che valore le proposte lungimiranti ed eque, a tal punto rivoluzionarie nella loro assennatezza da spaventare chi preferisce che tutto cambi purché nulla cambi?
Cassandre indegne persino di riconoscimento a posteriori? A quanto pare.
Vorrei un governo mondiale composto da precursori illuminati, visionari onesti, rivoluzionari rispettosi, sognatori responsabili, inventori altruisti. E in giro per il mondo di persone simili, come ce ne sono state, continuano ad essercene. Ma non siamo tutti così, dobbiamo accettarlo. Abbiamo tutti diritto a dire la nostra ma non tutti siamo in grado di sostenere la responsabilità che l'applicazione di una persona un voto comporta appunto per ognuno di noi. Non possiamo esprimere una volontà solo in base all'emozione, al bisogno, all'educazione ricevuta, al contesto particolare in cui viviamo, alle difficoltà o meno che dobbiamo affrontare. Le difficoltà vanno dette, denunciate, proclamate, e in ultimo risolte, ma è arduo riuscire a levarsi al di sopra di esse ed esprimere una scelta equa e non condizionata. Ovviamente, nella mia visione, temo, utopica, gli illuminati onesti e lungimiranti di cui sopra saranno essi a vederle le difficoltà tutte e ad adoperarsi perché si riducano fino a scomparire.
Visto che oggi è il giorno della memoria, mi viene in mente che Primo Levi diceva che se comprendere le cose è praticamente impossibile, impegnarsi a conoscerle è un imperativo non negoziabile. Farlo però implica l'avere a disposizione una quantità non indifferente di tempo, inteso come spazio mentale. Senza di esso non ci può essere pensiero critico, senza pensiero critico non ci può essere scelta consapevole, senza scelta consapevole non ci può essere responsabilità, senza responsabilità non ci può essere potere, neanche quello limitato all'apposizione di una crocetta.
Avete presente, ad esempio, quando, a distanza di tempo, il coinvolgimento emotivo ormai scemato, si scoprono verità (nella limitata nostra storia nazionale gli esempi abbondano)? Ci si indigna e poi si volta pagina. Ne abbiamo voltate mai tante di pagine noi esseri umani per poter sopravvivere, che ora le verità possono essere scoperte quasi in tempo reale che non riusciamo a restare sul pezzo per più di un paio di giorni. Alcuni certo sì, la maggioranza delle persone però no. Non è una colpa, è che non ce la si può fare. Serve un’intima motivazione, serve determinazione, serve appunto tempo/spazio, e anche una buona dose di masochismo.
Come in mezzo al mare. Hai voglia a dare bracciate. A volte abbandonarsi alla corrente è l’unica salvezza.
Questo per dire che non tutti possono esprimersi sulla gestione della nostra vita comune ma visto che, al momento, principi illuminati, guide votate al bene comune, non ne esistono, la questione si fa decisamente spinosa.
Quindi manteniamo alta la guardia, rifiutiamo superficialità, generalizzazioni, tutto ciò che oggi va sotto la comune etichetta di populismo ma imponiamoci di imparare a dare potere, non voglio dire a chi (uno, pochi, tanti, tutti, che siano, sinceramente non m'importa) ma semplicemente a ciò che lo merita. Per dirla con le parole del grande Italo Calvino…
…
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(Italo
Calvino, Le città invisibili)
giovedì 16 giugno 2016
VENTIMIGLIA giugno 2016
L’altra sera una giovane anarco-insurrezionalista illustrava due proposte per sensibilizzare le persone riguardo a quanto sta accadendo ai profughi bloccati a Ventimiglia e, in particolare, al fatto che vengano condotti presso i CIE (centri di identificazione ed espulsione) presenti nel nostro Paese con autobus della Riviera Trasporti e con aerei delle Poste Italiane, per essere presumibilmente rimpatriati, per lo più in Africa, grazie ad accordi con i governanti locali che accettano di riprenderseli in cambio di commesse e investimenti (che non andrebbero a vantaggio della popolazione).
Suggeriva, la giovane, di bloccare gli autobus presso le fermate con l’organizzazione di attraversamenti continui della strada, per permettere ad alcuni attivisti saliti sul mezzo di distribuire volantini. Secondo lo stesso principio intasare le code agli sportelli postali, facendo man bassa di numeri per la fila, quindi, dopo un po’, volantinare anche lì.
Così si ottiene l’effetto opposto. Creare disagio all'uomo comune, come si dice, non funziona più. Si accentua la percezione di un nemico là dove non dovrebbe essere. Sarebbe sufficiente che ognuno sedendo su un autobus si rivolgesse al vicino dicendo: «Certo che sapere che proprio su questi sedili la notte siedono dei disperati per essere rispediti alla disperazione da cui sono fuggiti, è triste.» Una cosa così. In quel momento chi si trova accanto percepirebbe un suo pari, uno che va a lavorare o a fare la spesa con un mezzo pubblico, diverrebbe degno di ascolto, non sarebbe più visto come un disturbatore di esistenze già sufficientemente complicate e precarie. L’empatia dobbiamo cercare. Non abbiamo sufficiente tempo per pretendere che una provocazione, in qualsiasi forma, possa tramutarsi in ascolto, riflessione, comprensione. Tutto sarebbe ridotto a ritardo, disagio, fastidio. Aumenterebbero l’insofferenza, l’intolleranza, la frustrazione.
Una volta gli scioperi, i boicottaggi, le vetrine spaccate delle banche, il danneggiamento dei beni di chi era considerato nemico del bene sociale, potevano forse anche avere un senso perché si colpiva un potere reale. Oggi il potere reale non è più nelle cose, se non esteriormente, per cui si danneggiano semplicemente delle persone. Restano solo rabbia, sconforto, disorientamento. È vero che se non si entra con un po’ di decisione nella quotidianità di un individuo ignaro dei problemi reali perché troppo preso da quelli propri contingenti, non si può sperare che si risvegli una coscienza civile ma oggi è necessario più che mai un linguaggio diverso.
È un problema di narrazione. Chi narra deve tenere conto del contesto e di coloro che ricevono la narrazione, altrimenti il suo racconto diviene sterile, inascoltato, per quanto onesto e veritiero possa essere.
Ognuno singolarmente può diventare narratore della realtà se lo fa con coerenza e onestà. Non c’è bisogno di far parte di un gruppo o di una qualche associazione. È sufficiente appartenere al consorzio umano per essere legittimati a fare qualcosa.
Altrimenti continueranno a esserci mamme a manifestare davanti al Palasport di Ventimiglia. Continueranno a manifestare nella piena convinzione di avere ragione, forti delle loro reali ragioni, senza comprendere veramente cosa sta accadendo nel mondo, cioè qui e ora. Quando un fenomeno di cui abbiamo tanto sentito parlare, ma sempre come di un qualcosa di distante da noi, qualcosa che riguardava luoghi del mondo ma dall'altra parte non si sa bene dove, si manifesta accanto a noi e ci tocca, vuol dire che difficilmente è reversibile. Credere alle promesse di politicanti populisti e in malafede che assicurano di poterlo arrestare il fenomeno, di poter arginare l’emergenza, è fondamentalmente stupido. Perché la faccenda non sarà reversibile ma è (ancora) risolvibile.
Alla riunione qualcuno è intervenuto affermando che la gente sa, come ai tempi di altre deportazioni, ma fa finta di non sapere. In parte credo sia vero. Meno impegnativo girarsi dall'altra parte, salvo poi stupirsi e indignarsi se l’etichetta dovesse mai richiederlo. Però sono convinta che la maggior parte delle persone ignorino. Esistono sintomi sotto agli occhi di tutti, barconi e filo spinato, ma delle cause della malattia pochi saprebbero dire. Quanto poi alla violenza inevitabile, alle brutalità, alle soluzioni provvisorie (in prospettiva di una finale?) legate al fermo, alla detenzione, al respingimento di masse umane, credo che, come già accaduto, l’animo umano fino all'ultimo si rifiuti di crederle possibili.
Penso al testo teatrale “Ausmerzen” * di Marco Paolini: un’analisi attenta e illuminante, una spiegazione di come si possa arrivare ad avere forni crematori in giardino senza capire da dove sono saltati fuori.
* ”Ausmerzen” Einaudi editore. Lettura vivamente consigliata.
mercoledì 20 novembre 2013
SPERANZA E SOCIETÀ
La nostra società, con tutte le contraddizioni e le derive inquietanti che la caratterizzano, prende forza da un fatto molto semplice e cioè che in teoria chiunque può arricchire e raggiungere una condizione migliore. Questo è il messaggio che passa quotidianamente. Una possibilità quindi, solo una possibilità e solo per alcuni, solo per una minima parte di individui certo, ma il sistema funziona. E molto bene.
Questo modello di società non sarà mai seriamente messo in discussione, né verrà compromesso o ripensato, per il semplice motivo che tutti sperano di rientrare nel novero dei privilegiati.
Gennaio 2014
sabato 25 maggio 2013
BEPPE GRILLO A IMPERIA
Siamo sotto la pioggia in piazza Dante a Imperia. Beppe Grillo sbraita. Giungendo dai portici di via Bonfante con un quarto d’ora di ritardo, l’acustica non permette di distinguere le parole. Solo il timbro. Gridato e bellicoso. E, a intervalli regolari, per quanto contenuta un’ovazione. Sensazione sgradevole.
In realtà i sostenitori, assembrati sotto al palco, sono relativamente pochi, molti i curiosi al riparo dei portici, diversi i denigratori compiaciuti del maltempo e della conseguente scarsa affluenza.
Non credo sia stata la pioggia. Forse, se l’appuntamento fosse caduto prima delle elezioni del Presidente della Repubblica, la piazza sarebbe stata gremita.
Inveisce per un venti minuti. I contenuti, validi o meno, sviliti dalla forma. Perdono di vigore. Di credibilità. Il solito refrain sulle rinnovabili e sugli sprechi ripetuto alla nausea nei tanti comizi non arriva. Non più. Ma com’è che si dice? Segui la legge, non il maestro. Ma significa non delegare e per questo dubito che saremo mai maturi.
Poi l’autopresentazione dei candidati locali. Brave persone. Ma non basta. Non arriva entusiasmo. Non c’è coinvolgimento. Il tutto si risolve in una quarantina di minuti, la piazza si svuota rapidamente. Resta una musica inidonea e a volume alto a inondare l’asfalto bagnato. Nessuno ha posto domande, nessuno è intervenuto. Però, alla fine, lungo le transenne del breve tragitto tra il palco e il camper di Grillo, tutti si sono accalcati, telefonino alla mano, per immortalare la star.
Siamo un popolo malato. Con tutto quello che sta accadendo, a noi ci prende inesorabilmente la sindrome da red carpet.
venerdì 19 aprile 2013
PERPLESSITA'
In base a come siamo e come cambiamo noi stessi modifichiamo l’ambiente che ci circonda.
È un principio filosofico, religioso, e scientifico.
Io ho sempre vissuto in funzione di principi che ritengo indiscutibili, quali i diritti inalienabili degli individui. Mi sono impegnata per diffonderli e difenderli. Per comprendere io per prima le dinamiche sociali, politiche e, non ultimo, economiche che portano a calpestare tali diritti e per cercare di spiegarle.
Eppure, tra le persone che conosco, incontro, frequento, c’è ancora chi proclama che agli immigrati bisognerebbe sparargli in bocca, ché ci tolgono il lavoro, chi dice che bisognerebbe gasarli perché troppo complicato e costoso distinguere tra profughi legittimi e terroristi, che la tolleranza zero è l’unica soluzione.
Raccoglieremo tempesta.
Aprile 2013
Tuttti i diritti riservati
venerdì 15 marzo 2013
PENSIERI VARI SUL MOVIMENTO 5 STELLE
È chiaro che tante boutades di Grillo sono state funzionali a un raccattare voti a destra e a manca.
Da esperto uomo di spettacolo ha usato i toni e le frasi necessari a tale risultato.
Reagire a certe provocazioni con tanta veemenza mette in ridicolo chi reagisce e dà ragione al provocatore che sta semplicemente dicendo: sei proprio stupido.
E non è il caso di offendersi. Che da parecchio tempo sia la nostra stupidità a prevalere non c’è dubbio. Perché l’avidità, l’ingordigia, la prepotenza, il menefreghismo sono figli della stupidità.
Tacciare Grillo di populismo è una semplificazione inutile. Sì, probabilmente anche lui è un altro clown populista, ma andiamo alle cause. E non solo nel nostro Paese. Andiamo a mettere mano dove c’è perdita di credibilità delle istituzioni che ci governano, quasi non più per nostro mandato ma su investitura di una corporazione mondiale di banche e aziende, la cui autorità gestionale viene vista come ineluttabile. Istituzioni che non perseguono, o non vedono, le volontà criminali che stanno minando le basi della società umana.
In entrambi i casi istituzioni inidonee.
E noi complici. Perché per quanto il sistema di voto possa essere non rappresentativo in misura equa della volontà popolare, la volontà popolare si esprime. E, salvo dove il risultato del voto è truccato, manipolato, estorto, i popoli hanno i governi che li rappresentano. Che li raffigurano. Si può sbagliare valutazione, certo, questo è umano, ma bisogna saper porre rimedio agli errori una volta riconosciuti. O, almeno, provarci. L’unica critica seria mossa al M5S è quella relativa alla democrazia. Ma quando si constata appunto la stupidità di cui sopra, passa la passione di credere nella democrazia a priori. Sinceramente, vien da mettere in discussione persino il principio di suffragio universale. Ci vorrebbe un test attitudinale non solo per chi si candida ad amministrare la cosa pubblica ma anche per chi vota. Peccato che salterebbe fuori la questione: chi concepisce il test e chi lo giudica?
Si paventa anche lo spauracchio fascista. Si fa riferimento alla Lega e al percorso di tale movimento, si pensa ad Alba Dorata in Grecia. Si parla della recessione degli anni ’30, ma non siamo, se non apparentemente, in una situazione analoga. Perlomeno non ancora, anche se riconosco il rischio. Insomma, credo siano tutte considerazioni che al momento fuorviano, per quanto legittime, e portano a osservare la questione da una prospettiva distorta.
Da parte di Grillo, non credo proprio che si tratti di un rifiuto della democrazia in quanto principio, ma piuttosto di rifiuto verso una certa classe politica che si vanta di gestire tale democrazia. Si criticano anche le sue proposte in materia fiscale che, in effetti, non tengono conto dello spread, delle agenzie di rating, del monte di interessi che ogni anno l'Italia deve sborsare sottraendo risorse preziose all'economia reale e alla crescita, ma si dimentica l’aspetto fondamentale: si sta parlando di rivedere tutto un obsoleto sistema, ammennicoli compresi. E se la nostra vita dipende da questi ammennicoli è indubbiamente un problema bello grosso, ma non sarà l’ostinazione a salvarci.
Com’è che si dice, Signore, dammi il coraggio di accettare quello che non posso cambiare, la forza di cambiare quello che posso cambiare, e la saggezza di distinguere tra le due cose.
E se non vogliamo proprio nascondere la testa sotto la sabbia, direi che cose da cambiare ce ne sono e anche la possibilità di farlo. E più che la forza, quindi, forse manca la volontà. È più facile rassegnarsi, pare, ma no, è più grave. Conosco tante buone persone che, al dunque, sono intimamente convinte che il sistema che regge il mondo sia l’unico possibile.
Non è così, e gli esempi abbondano, soprattutto e quasi per assurdo, nei Paesi in via di sviluppo, ma si sa, la necessità aguzza l’ingegno e lì dove ora il Pil è in crescita, la forbice si spalanca e le persone ne pagano il prezzo vivendo con anticipo il declino, nascono nuove ed innovative soluzioni. Lo vediamo anche qui, nelle metropoli, dove i disagi e il malessere sono maggiori, prendono vita forme di aggregazione e iniziative proiettate alla realizzazione di una società equa, sana e collaborativa. È come se, dove si sta peggio, si fosse già nel futuro prossimo e si stessero adottando le uniche soluzioni possibili.
Dovremmo prendere esempio. Non arriverà nessun nuovo boom. Togliamocelo dalla testa.
A meno che non intraprendiamo una via nuova. Abbiamo tutto ciò che serve e in abbondanza. Risorse comprese. Dobbiamo solo combattere la mala gestione. Iniziando da noi stessi. E non è una semplificazione ingenua. È provato. Chiedete a qualsiasi fisico. Se mutiamo noi, muta di conseguenza il mondo circostante. E poi cosa?
Il pragmatismo. Ecco guardiamo i fatti o, per ora, le promesse di fatti. Andiamo al di là della forma. Perché gran parte del mondo scientifico appoggia il movimento? Premesso che essere scienziato non implica essere saggi e onesti, tuttavia chi ha la competenza in settori fondamentali per un progresso reale e diffuso deve avere voce in capitolo. Dalla ricerca medica ai combustibili, dall’alimentazione alla gestione del territorio, al parlamento devono sedere persone che sanno di cosa stanno parlando (e che non siano prezzolati, ovviamente). Far uscire quelli che non conoscono nemmeno l’italiano e far entrare chi vuole onestamente e con la maggior lungimiranza possibile, aggiustare le cose.
Non tecnocrati ma passionari paladini di idee, persone che sapranno supplire alla mancanza di esperienza politica con la determinazione a fare qualcosa di buono.
Ridare slancio alla cultura, all’indagine, restituire a questo Paese un ruolo di avanguardia per l’ingresso nel nuovo millennio.
Resta il fatto che Grillo, se vuole essere coerente con le promesse fatte agli elettori e non deluderli facendo correre il rischio che certe riforme non passino, non potrà restare ai margini di un’intesa, visto che alcuni punti di programma, come il taglio dei costi della politica, sono anche del Pd. Sinceramente non so cosa sperare. Il timore che muoversi in modo trasversale scodelli la solita minestra riscaldata è forte quanto quello che, per rimanere in metafora culinaria, si tratti di tanto fumo e poco arrosto.
E, in ogni caso, se Grillo dovesse rivelarsi l'ennesimo fanfarone, non sarebbe un buon motivo per non sostenere delle buone idee. Come dicono i buddisti, segui la legge non il maestro.
Il maestro è corruttibile, i principi no. Facciamoli nostri.
Marzo 2013
P.S. (2020) Dovrei riscrivere quest’articolo ma non ne ho voglia. Non lo cancello, però, perché sarebbe intellettualmente disonesto e perché mi è utile a ricordare e valutare l’evolvere delle cose.