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domenica 16 novembre 2025

CORONAVIRUS E DIRITTI - Marzo 2020

I pensieri si accavallano.

Ciò che stiamo vivendo è drammatico. Drammatico è ciò che tantissime persone devono affrontare nel privato. Le vicende intime, famigliari, i lutti, le separazioni e le convivenze forzate. Drammatiche le conseguenze per chi già era ai margini della società, per chi andrà inesorabilmente ad accrescere le fila dei diseredati. Drammatiche sono le derive sociali di cui già si colgono segni. L'invidia nei confronti di chi ha un giardino, un balcone, uno spazio di cui godere. La frustrazione di chi inizia a detestare i cani perché chi ne ha uno può uscire per portarlo a passeggio ma chi ha un figlio non può fare altrettanto. Allora protesta e vorrebbe venissero se non impedite almeno limitate al massimo le passeggiate con i cani, senza comprendere che a togliere i diritti ai cani non si guadagnano diritti per i bambini. Lo sconforto di constatare che nella difficoltà e nella paura spesso, come con le malattie, ci si accanisce contro i sintomi e non contro la causa. Se il diritto di qualcuno non mi danneggia perché volerlo privare di tale diritto? Se otterrò che a qualcuno venga proibito di godere del proprio giardino, della propria bottiglia d'acqua, della propria libertà di movimento, perché io non ho il giardino, non ho la bottiglia d'acqua, non ho la libertà di movimento, non è che quanto gli viene sottratto sarà suddiviso tra chi ne è privo. Non avrò un pezzo di giardino, qualche sorso d'acqua, la possibilità di muovermi al posto suo. I diritti non si sottraggono l'uno all'altro. I diritti, in quanto tali, appartengono agli esseri viventi. Ora certo siamo in una situazione d'emergenza e tutto ci pare ingiusto ma non dobbiamo perdere lucidità. Si tratta di un principio. Capire che in qualsiasi contesto sociale, il togliere al prossimo non ci arricchisce. Quindi non dovrò fare in modo che l'altro non possa più bere ma dovrò lottare per avere anche io, e tutti coloro che non ce l’hanno, accesso all'acqua.



25 Marzo 2020


mercoledì 2 ottobre 2024

CONSIDERAZIONI IN ORDINE SPARSO SU CANCEL CULTURE, INCLUSIVITÀ, DISGREGAZIONE SOCIALE

Nel cortile il bambino vede per la prima volta un africano, sgrana gli occhi meravigliato ed esclama “Ma è tutto nero!”

L’africano sorride, io di rimando.

Se il bambino avesse conosciuto la parola negro, forse avrebbe esclamato “Ma è tutto negro!”

E, probabilmente, l’epilogo sarebbe stato identico.

Perché a comandare non è la parola ma il sentire. Nel caso specifico, la meraviglia.

E la meraviglia suscita sorriso perché arriva dal cuore.

Le parole sono tutte pure. In linea di massima.

La descrizione di ciò che si presenta alla vista, ai nostri sensi in generale, attraverso l’utilizzo di termini presenti nei vocabolari non è deprecabile di per sé. Può essere criticabile e riprovevole in specifici contesti e, soprattutto, sulla base di un’intenzione negativa. Anche parole belle possono essere usate in modo offensivo. E, sin qui, tutto molto ovvio.

Ora è però in atto una vera e propria guerra ideologica sull’utilizzo delle parole. Chi le vuole eliminare, chi ne vuole manipolare i significati, chi ne vuole ridurre il numero. Con buona pace della capacità di elaborazione del pensiero critico e quindi della libertà.

Un conflitto che sta ulteriormente dividendo la società per il tramite di un processo di ristrutturazione manicheistica del pensiero che non può che portare allo smarrimento della ragione e alla disintegrazione definitiva della società stessa. Infatti, l’impostazione o bianco o nero è già ben radicata. Che si parli di ecologia, di conflitti, di clima, e a seguire un elenco lunghissimo le cui voci meriterebbero ognuna una trattazione dedicata, o si sta da una parte o dall’altra, o sei con me o sei contro di me. Non è contemplato né contemplabile che ci sia del vero nelle asserzioni di entrambe le parti che si fronteggiano, né che entrambe possano sbagliare. Gli uni hanno totalmente ragione, gli altri totalmente torto. Chi siano gli uni e chi gli altri dipende dalla parte presso cui ci si colloca.

Questo il terreno da cui si parte.

Poi, iniziando dal politicamente corretto, si arriva alla cancel culture e si procede con le varie derive.

Ho un amico che all’alba spazza le strade del quartiere. Il mio amico fa lo spazzino. Ho sempre ritenuto il suo un bel lavoro. Mi piace alzarmi molto presto quando la città è silenziosa, mi piace pulire, mi piace il decoro. Avrei fatto volentieri la spazzina.

Mio nonno era cieco. Una ferita di guerra. Allo sbarco in Sicilia si era unito agli americani. È morto a novant’anni. Ben lucido. Ricordo che s’infastidì quando udì dire per la prima volta “non vedente”. Gli pareva assurdo doversi definire attraverso una locuzione negativa quando dire cieco esemplificava la faccenda. E, con l’ironia caustica che lo contraddistingueva, sciorinava una serie di esempi. Uomo dalla schiena non dritta (che per lui non avere la schiena dritta aveva un altro e ben preciso significato), uomo con una gamba diversamente lunga, uomo non magro,...

Gobbo, zoppo, grasso. Dov’è il problema? Chiedeva.

Minorato, infelice, storpio, infermo, menomato, offeso. Quant’era ricca la lingua italiana per definire gli sfortunati? Perché fare giri di parole? Per non identificare la persona con il proprio handicap? Bene, ma questo è un problema di chi sta attorno e deve imparare a stare al mondo e a non giudicare uno perché gli manca magari un piede senza considerare tutto quello che invece non gli manca e per cui magari si distingue o eccelle. Detestava i comportamenti fastidiosamente commiserevoli. Chi sta attorno se lo deve proprio dimenticare che a uno gli manca un piede. O che è cieco. Ovviamente entro i limiti della sicurezza. Specificava.

Un caro amico privo di un braccio, nessuno lo invitava a pranzo o a cena e quando capitava, brodini e purè. Indossava un orribile e antica protesi di plastica. D’estate maniche lunghe. Una volta l’ho invitato e, sapendo che ama la carne, bistecca con patate. “Bistecca?” ha sbottato stupito quando si è trovato il piatto davanti. “Sì, bistecca. Te la taglio io. E togliti ’sta felpa che fa caldo e magari pure il braccio che tanto tutti sanno che ti manca”. Senza giri di parole ma, ovviamente, in tono amichevole. Per quanto subito contrariato per essere stato colto alla sprovvista, si è poi sentito alleggerito da un peso e, a fine serata, mi ha ringraziato. Troppi scrupoli e precauzioni nei suoi confronti lo obbligavano a una costrizione maggiore di quella cui era da sempre vincolato e che era già sufficientemente faticosa.

Per non offendere si corre facilmente il rischio di peggiorare le cose, che la parola divenga tabù, e, nel suo caso, le parole tabù erano tante: braccia, protesi, tirare, lanciare, sollevare, abbracciare: un’infinita teoria di verbi legati all’uso delle braccia. A quel modo si ritrovava amputato nella vita, nel dialogo, nella relazione, ben più di quanto non lo fosse per il braccio mancante.

Chiamiamo le cose con il loro nome! Non c’è nulla di male.

Si può dire anche negro. Dipende dal come e dal perché lo si dice. In quale momento, a chi, con quale fine. Non si può avere paura delle parole scomode. Vanno affrontate e non depennate.

Cosa c’è di umiliante nella parola bidello? Operatore scolastico è un termine algido, spersonalizzante, così lontano anche da tutta una tradizione letteraria. Siamo divenuti tutti operatori di qualcosa. Secondo me si tratta di un impoverimento lessicale che nulla ha a che vedere con la salvaguardia della dignità delle persone. Primo perché tutti i lavori sono dignitosi, almeno per definizione, secondo perché con definizioni asettiche possiamo nascondere realtà spesso difficili e complesse ed evitare appunto di affrontarle.

Prendiamo i Gig worker. Evvai! Ma che bella parola. Sono un gig worker! Suona accattivante.

I gig worker includono appaltatori indipendenti, lavoratori di piattaforme online, lavoratori di ditte a contratto, lavoratori a chiamata e lavoratori temporanei. Per lo più le ultime due categorie. La precarietà assunta grazie a un neologismo anglofono a crescita dell’occupazione, con buona pace di continuità, sicurezza, diritti e tutta quanta la serie di attributi che dovrebbero caratterizzare il lavoro per poterlo definire tale. E tutto ciò entra nel pensiero collettivo come normalità, al punto che, ad esempio, pare ordinario e accettabile suggerire a una donna sessantenne disoccupata per problemi di salute di lavorare per Deliveroo et similia.

Dobbiamo prestare attenzione alla metamorfosi del linguaggio. Non si tratta di restare attaccati al passato, di rifiutare neologismi, di osteggiare l’uso di parole straniere, ma bisogna salvaguardare i significati e badare a che non vengano stravolti. E sarebbe necessario evitare che un singolo termine includa troppe realtà. Come nell’esempio succitato, ogni categoria lavorativa inclusa nel termine gig worker ha caratteristiche particolari ben definite. Un appaltatore indipendente non è un lavoratore a chiamata. Se si cancellano le differenze ci si preclude la possibilità di risolvere problemi specifici.

Un conto è ragionare in termini di doverosa attenzione, un altro è servirsi delle differenze per manipolare il pensiero in funzione di un cambiamento sociale disgregante.

Parte integrante di questa trasformazione verso una lingua politicamente corretta sono la cultura woke, nella sua recente versione, con tutte le conseguenti ramificazioni tra cui la scrittura cosiddetta inclusiva.

La cultura woke, un insieme di teorizzazioni e di pratiche nato dall’idea di “risvegliare” gli afroamericani (wokesignifica“sveglio, persona che tiene gli occhi aperti”) per spingerli a rivendicare i loro diritti, si è ampliata sempre più, andando via via includendo temi apparentemente slegati ma con il denominatore comune di incorporare elementi di discriminazione e violenza. Dalla tutela di minoranze etniche, vittime di colonialismo, di epurazioni, o qualsiasi altro genere di sopraffazione e discriminazione, si è giunti a integrare praticamente ogni genere di diversità. Genere, razza, inclinazione sessuale, linguaggio, fede, educazione, cultura, aspetto fisico, alimentazione, gusti letterari, insomma qualsiasi preferenza o idiosincrasia personale, pubblica o privata, eletta ad attributo appartenente all’ennesima minoranza da difendere e non offendere. Tale movimento, oltre ad aver trovato leader e testi manifesto, oltre a essere divenuto un potente mezzo di marketing e nuovo corposo cliente per il mercato, sta rendendo inammissibile pronunciarsi su pressoché qualsiasi cosa senza incorrere nel rischio di essere tacciati, a seconda del caso, di razzismo, egoismo, insensibilità, conservatorismo, bigottismo. A ciò si aggiunga il processo di cancellazioni e demolizioni, materiali e non,in ogni ambito. Dall’abbattimento di statue all’espunzione di parti o totale eliminazione di testi, dalla rimozione di simboli alla censura e all’ostracismo di autori ritenuti portatori di discriminazioni o semplicemente scomodi per appartenenza geografica e quindi essi discriminabili (la storia recentissima è prodiga di esempi). Un innegabile tentativo di rimaneggiamento storico e sociale a colpi di damnatio memoriae.

I neonati movimenti di condanna della cancel culture, per quanto anch’essi spesso settari in quanto poco inclini a un reale confronto, sorgono inevitabilmente da quest’estremizzazione di un movimento nato in origine per un fine socio politico necessario e accusano la penetrazione incontrollata del wokismo, in ogni ambito della vita sociale, di produrre una discriminazione inversa.

In effetti ciò accade ormai da tempo senza soluzione di continuità anche con la complicità di chi molto probabilmente non avrebbe personalmente intenzione di infierire contro qualcuno creandogli problemi o difficoltà di sorta. Nell’epoca dei social purtroppo accade spesso che, sull’onda dei commenti su un fatto di cronaca, sulle esternazioni di una persona, insomma su una qualunque questione di dominio pubblico, tutti si possa contribuire a una vessazione mediatica con conseguenze anche gravi. Un licenziamento, un allontanamento, una depressione, un suicidio. Il termine in uso per definire tale fenomeno è shitstorm. Un numero consistente di persone che manifesta il proprio dissenso nei confronti di qualcuno. Individuo, gruppo, organizzazione, azienda, che sia. Ciò avviene, se non in modo istantaneo, in tempi assai rapidi, si propaga in modo virale, e impedisce qualsiasi riflessione dettata dal semplice buon senso. Una comunicazione scevra di filtri attraverso cui i partecipanti protetti dall’anonimato ripropongono la dinamica del branco. La vittima ne può uscire veramente malconcia e segnata a vita. Rifiutare questa condotta non significa però negare il diritto all’espressione di un dissenso collettivo. Per portare un esempio tra i tanti, alcune note azioni di boicottaggio sono state importanti e hanno contribuito a una presa di coscienza su problematiche che dovevano essere portate all’onore della cronaca. Ma si tratta di situazioni ben diverse.

Insomma, pur non volendo far del male a nessuno ma solo e semplicemente inserirsi in una discussione “vivace” per sentirsi parte della tendenza del momento, il partecipare a linciaggi mediatici, senza neanche dedicare un minuto alla verifica dei fatti e all’analisi di quanto si va a giudicare, può condurre a conseguenze concrete anche gravi e sarebbe necessario che tutti prendessero coscienza di ciò prima di fare i leoni da tastiera. Si critica qualcosa considerato offensivo o addirittura pericoloso, si prende in giro, si offende, sperando in retweet e reazioni, si creano e condividono meme, il tutto spesso senza volere realmente la testa di qualcuno ma solo perché si ha la necessità vitale di rigettare fuori tutto quanto di negativo si deve ingoiare ogni giorno in un mondo sempre più difficile ed estraniante. Solo che alle volta poi la testa rotola giù per davvero. Singolarmente forse non si desidera sul serio il male di qualcuno ma collettivamente però è quello che si ottiene. Che poi qualcuno se lo possa anche meritare è una questione che scoperchia il vaso, quindi evito qui di entrare nel merito.

In pratica, dunque, si è partiti dalla rivendicazione di diritti (woke!), si è allargato il movimento in nome della difesa delle minoranze e il raggiungimento di una totale inclusività e si è finiti con l’insultare il prossimo a ogni piè sospinto. A furia di han tutti ragione, la ragione non ce l’ha più nessuno. Un tutti contro tutti che la dice lunga, a mio avviso, sulle reali intenzioni di taluni sponsor di tali movimenti.

Un discorso molto ampio e complesso che porterebbe a lunghe digressioni.

Venendo alla“scrittura inclusiva”, che sostituisce con un complesso sistema di interpunzione il dominante plurale maschile onnicomprensivo, la nota finale in schwa, con la stura all’obbligo di accettazione collettiva sull’infinità e fluidità di generi esistenti sta contribuendo, anziché al rafforzamento, all’indebolimento dell’identità individuale. Che in natura non esistano solo maschi e femmine è risaputo mail genere sessuale tavolino dubito fortemente sia contemplato nell’elenco. Sicuramente il recente incremento di confessioni e ostentazioni pubbliche di così variegate inclinazioni sessuali sono anche il sintomo di un malessere diffuso e crescente in una società in cui Essere è impresa titanica. L’eco mediatica, l’emulazione, la necessità di apparire per esistere hanno dato il via infatti a un’esplosione di manifestazioni di sessualità che arrivano fino all’identificazione di se stessi quali oggetti, e sempre con la prerogativa implicita che tali inclinazioni possano mutare in continuazione, anche ogni istante, secondo il contesto, e ciò in nome di una fluidità che, se pur comprovata dalla biologia animale (protozoi e non solo), in tali eccessivi termini diviene ridicola (anche se il teriomorfismo e il tecnomorfismo di cui parla l’estetica transumanista raccontano di fluidità e ibridazione continua come transizione funzionale al superamento dell’antropocentrismo – interessante approfondire). Nel privato, e ovviamente senza ledere a nessun livello il prossimo, ognuno è libero di esprimere la propria sessualità come preferisce ma pretendere l’istituzionalizzazione e la propagazione socioculturale della propria idea in un ambito tanto intimo lo trovo stupido e aggressivo. Eppure sono in tanti che fomentano e ci marciano.

Tutti questi fenomeni sono strettamente collegati al discorso dell’inclusività. All’ideale di una società da cui nessuno resti escluso, in cui ogni individuo possa inserirsi senza essere vittima di pregiudizi e discriminazioni. Uguali diritti e opportunità per chiunque (su questo poi si aprirebbe un discorso infinito), ognuno con le proprie caratteristiche distintive: inclinazioni, credenze, cultura e via elencando, nel gran paniere della società, con l’unico obbligo comune di rispettare le norme di convivenza civile.

Considerazioni ragionevoli in funzione di un obiettivo nobile.

Se non fosse che la faccenda sta decisamente sfuggendo di mano.

Il punto è infatti che se ogni individuo, per una qualsiasi propria peculiarità, può essere considerato vittima di discriminazione e pertanto identificabile con una minoranza, portando all’estremo tale premessa, potremmo arrivare a un numero di minoranze pari al numero di individui e ciò corrisponderebbe alla scomparsa della società. Il paradosso dell’essere totalmente inclusivi è ottenere, tramite una divisione parossistica e irrimediabile, una parcellizzazione del tessuto sociale tale da non poter nemmeno più usare il termine tessuto perché di esso non rimarrebbe traccia. Ogni inclusione presuppone una definizione talmente particolareggiata e specifica che porta gioco forza all’esclusione di chi non rientra appieno nella definizione data. Ogni minima e specifica inclusione comporta esclusione.

L’attenzione al particolare è fondamentale e importantissima in ogni ambito ma quando è estrema, e soprattutto strumentalizzata, distoglie dalla visione d’insieme. Si perde ciò che accomuna. Si perdono le connessioni tra le cose. La specializzazione eccessiva, lo si vede negli indirizzi di studio e nell’esercizio delle professioni, porta a non vedere più tutto quanto sta intorno. La difficoltà che oggi s’incontra per avere una diagnosi medica racconta molto bene questo meccanismo.

Tutti questi fenomeni hanno una corrispondenza a livello politico. Due ambiti, quello culturale e quello politico, che vanno a convergere pur, forse solo apparentemente, partendo da presupposti diversi.

La parcellizzazione politica infatti non nasce da fenomeni sedicenti inclusivi, anzi il contrario, e dipende principalmente dalla debolezza dei governi. La crescente incapacità che questi hanno di farsi carico dei problemi della res publica, incapacità la cui origine è facilmente rintracciabile nella lunga serie di sottoscrizioni di trattati commerciali transnazionali che hanno lasciato agli Stati nazionali solo più il vuoto involucro di un’importanza istituzionale, laddove pressoché nessuna decisione pratica può più essere presa in autonomia ma sempre e solo sotto l’egida del beneplacito del sistema finanziario, si esplicita, anziché in una volontà reale di riappropriazione, in un’inclinazione suicida a negare la propria impotenza reale e nel favorire la disgregazione sociale mettendo tutti contro tutti.

Le classi politiche, tutte se pur in modi diversi, favoriscono l’ansia individuale dei propri cittadini raccontando che essa in realtà esiste per la preoccupazione riguardole minacce all’identità collettiva del Paese cui appartengono. Qualsiasi sia il problema, anziché andare alle radici e alle cause prime, improvvisano e giocano. Prendono un sintomo e lo trasformano nella malattia. Prendono un effetto e lo trasformano in causa. Prendono un fenomeno e lo trasformano in spiegazione. Come dire, tu non sei vittima ad esempio della nostra arroganza, o superficialità che sia, che ci ha portato a svendere il Paese ma di chi viene a derubarti dove sei nato. O, in alternativa, le colpe sono tutte del partito avversario. Una cosa non esclude l’altra ma mai ho sentito un’assunzione di responsabilità da parte di qualche governante. E ciò a livello mondiale.

Aggiungiamo a tutto questo che, per come è strutturata la società dei consumi e senza voler denigrare i propositi di integrazione del reddito a favore di chi è in difficoltà (non entro nemmeno qui nel merito della questione perché si aprirebbe un capitolo a sé), il numero di nuovi poveri è comunque destinato ad aumentare. Con la conseguenza che da cittadini ci si sta trasformando sempre più in sudditi. L’induzione poi, da parte del capitale produttivo, al “bisogno” di ciò che in realtà non abbisogna, la necessità di smaltire gli eccessi produttivi per evitare l’implosione del sistema, la costrizione a possedere tecnologie sempre di ultima generazione per non essere tagliati fuori dalla possibilità di accesso a servizi essenziali, e tutti gli esempi che si possono fare, sono tra le cause principali. I poveri aumenteranno inesorabilmente e il divario fra poveri e ricchi anche. Non è demagogia, è aritmetica. Cosa fare di questi poveri e nuovi poveri? Per prima cosa evitare di attrarli. O esiste una forma di welfare comune a tutti gli Stati sovrani o quei pochi che ancora ne mantengono uno sono destinati ad abbandonarlo. Esiste già infatti tra gli Stati una competizione negativa per evitare di diventare calamite assistenziali. Quindi erosione più o meno graduale del benessere sociale, riduzione dei servizi, esternalizzazione degli stessi, crescente flessibilità in ogni aspetto della vita, che tradotto vuol dire precarietà, insicurezza, impossibilità di progettare. Solo un’azione sovranazionale e sovracontinentale potrebbe neutralizzare tale spirale mettendo paletti uguali per tutti quanti in settori determinati, quali accesso all’istruzione e alla salute, condizioni e trattamento dei lavoratori, protezione dell’infanzia etc. Ma ne siamo ben lungi. Il sempre maggiore malcontento viene incanalato, agevolmente in quanto sentimento spontaneo nelle situazioni di malessere, in insofferenza e ostilità verso tutti coloro che vengono percepiti come alieni, barbari, nemici. A partire dal vicino di casa nato dove siamo nati noi. Cresce la frammentazione politica, crescono le ideologie segregazioniste. Vengono proposte soluzioni politiche a favore di autonomie geografiche molto circoscritte in nome della tutela dei territori e delle culture locali (il che ha un senso perché chi meglio di chi ci vive, malversazioni a parte, può amministrare il luogo in cui vive?), unità politiche di misure ridotte, che hanno però meno chances di opporsi all’internazionalismo della finanza e di organizzare una qualsiasi forma di opposizione o resistenza. Difficile andar d’accordo tra condomini, figuriamoci tante minuscole entità amministrative separate e chiuse in se stesse.

Dunque, da una parte possiamo dire che più si è inclusivi più necessariamente si presta attenzione alle particolarità, alle differenze, a tutto quando rende diversi, e più questo processo avanza, più l’inclusività presuppone una frammentazione della società che può condurre all’assurda conseguenza che ogni individuo potrebbe rivendicare il riconoscimento di un’autonomia giuridica. Alle volte ho la netta impressione che talune rappresentanze politiche, dietro la maschera del rispetto e dell’integrazione, nascondano un artifizio per riuscire a dirigere con maggior facilità le sorti del pianeta in un momento talmente complesso che star lì ad aspettare che miliardi di persone prendano coscienza e agiscano collettivamente con cognizione di causa è impensabile. Sempre che poi a qualcuno importi di tale presa di coscienza, direi anzi il contrario. Un agire mistificatorio che lede l’integrità delle persone e della società. Lasciando in tal modo un portone spalancato a chi voglia approfittare della situazione per proprio tornaconto.

Dall’altra, possiamo dire che più si teme la perdita della propria identità a livello di appartenenza a uno Stato sovrano, più si propagandano chiusura di confini e rifiuto di identità politiche collettive (e ci tengo a precisare che movimenti quali +Europa suscitano in me repulsione perché sono lontanissimi dagli ideali di Ventotene e ugualmente penso per quanto riguarda la direzione politica dell’UE), l’unica cosa che si ottiene è la perdita definitiva del poter ragionare insieme sul destino dell’umanità.

Insomma, giriamola come vogliamo, il risultato non cambia. Ed è un risultato triste e anch’esso ben lontano dall’ideale di una società civile degna di tale attributo. Resta solo una gran confusione che offre il destro a governanti, altrimenti inetti, di poter amministrare, al riparo da critiche e conseguenze, la vita non di cittadini ma, come dicevo, di sudditi ormai defraudati di ogni capacità di comunicazione e collaborazione.

Che sia tramite la manomissione del linguaggio, che sia a causa di scelte politiche operate da individui che al giro possono essere considerati, incapaci, impreparati, inconsapevoli, disonesti, scellerati, arriviamo al medesimo esito. Gli effetti li abbiamo sotto gli occhi. Con tutto il potenziale che abbiamo tra le mani siamo in caduta accelerata verso il basso. Anziché elevare ogni individuo a quelli che dovrebbero essere gli alti valori di una società degna, l’imbarbarimento avanza e, purtroppo, l’unica soluzione adottata da tutti pare sia arroccarsi, rinchiudersi nelle proprie roccaforti di pensiero e rinforzare le mura di difesa. Il terrore di vedersi defraudati e travolti non risparmia nessuno. E anche i liberi pensatori, coloro che ancora credono nei valori di humanitas, il vir bonus nella vita pubblica e in quella privata, frutto di educazione e cultura, portato a comprensione e assistenza, o tacciono e scelgono di autoesiliarsi o si parlano addosso dandosi ragione a vicenda all’interno di ristretti ed elitari gruppi di appartenenza. Facendo il gioco del nemico.

Il sogno di una federazione mondiale precipita nell’incubo di una parcellizzazione progressiva di territori e culture, dove piccolo sarà sinonimo di autodeterminazione e libertà, dove si moltiplicheranno minuscole enclavi nate ognuna in nome di una propria appartenenza da proteggere, in uno spirito da campanile portato all’eccesso, fino all’atomizzazione sociale in cui ognuno sarà Stato, chiuse le finestre, sprangate le porte, allarmati i cancelli. Antifurto, telecamere, guardie. E a quel punto la possibilità di arrivare a scalzare le radici dei problemi sarà svanita. Sarà svanita la possibilità di risolverli. Di snidare le cause, di riconoscere le vere forze dietro tali cause. Insicurezza e paura anziché diminuire si acuiranno in modo ossessivo e, a quel punto, mentre staremo nelle nostre prigioni fortezza, ci sarà chi potrà agire impunemente godendo delle risorse del pianeta e arricchendo grazie ad esse.

Alle volte però pare quasi ci sia, oltre a un necessario progetto di controllo delle masse, una componente psicologica umana, quasi una patologia: una strenua volontà di perdersi.

Esiste una via d’uscita?

Si è tanto parlato e scritto di globalizzazione, di omogeneità culturale, di multiculturalismo, di universalismo. Paiono sinonimi ma sono termini che esprimono concetti assai diversi l’uno dall’altro.

Sulla globalizzazione, che è quanto sta accadendo, si è detto alla nausea ed è sotto gli occhi di tutti che essa sia servita in massima percentuale ad agevolare il mondo finanziario e imprenditoriale, un mega monopolio, quindi non mi ci soffermo.

L’omogeneità culturale ha una valenza piuttosto negativa perché implica la rinuncia da parte di tutti di una buona fetta del proprio retroterra. Implica una perdita considerevole in funzione di un consenso e della possibilità di appartenere a un consesso in cui non si litiga perché tutti la pensano uguale.

Multiculturalismo invece, parola dal suono bello e promettente, significa coesistenza di diverse culture. Non è detto però che poi queste comunichino, anche perché principalmente la cultura è qualcosa di legato al luogo di nascita, a un territorio, a una lingua, e non dipende da una scelta, quindi non presuppone necessariamente apertura all’altro. E comunque perché una comunicazione e un confronto avvengano è necessaria un’intermediazione costante che permetta la comunicazione attraverso un sistema di traduzioni tra culture. Un’operazione complessa che potrebbe non rendere fedelmente i significati originali appartenenti appunto a culture eterogenee.

Resta l’universalismo che, filosoficamente parlando, non entra nel merito dei contenuti culturali, non dice chi è meglio, chi ha più ragione, ma si dipana in modo laico al di sopra di territori fisici e politici valorizzando la capacità che dovrebbe essere insita in tutti di comunicare e comprendersi reciprocamente e, soprattutto, di agire costruttivamente anche in presenza di altri che agiscono in modo diverso. Una sorta di lucidità comportamentale basata su alcuni assoluti che ormai avremmo dovuto aver fatto nostri. Una capacità di negoziazione continua che permetta di mettere al centro la cittadinanza come valore assoluto scindendola da ogni altro genere di appartenenza. Un modello appartenente alla migliore tradizione repubblicana. Quella libera da propositi di omogeneizzazione. L’essere cittadino indipendentemente dalla propria estrazione culturale. Una società policulturale laica il cui governo si limiti a un’amministrazione equa e corretta della res publica, senza intrusioni nella vita privata dei cittadini, senza servirsi del privato come arma di distrazione per celare la propria incompetenza.

Sono sempre stata convinta che una global governance intesa come Federazione di Governi che legiferino sui temi fondamentali e comuni, sulla cosa pubblica per intenderci, con equità e lungimiranza, lasciando autonomia sul resto, possa essere la soluzione vincente. Al momento ne stiamo saggiando la versione adulterata. Corrotta, manipolata, contraffatta, manomessa, guastata. Per avidità e fame, a quanto pare inappagabile, di potere. Voglio sperare che sia possibile ancora un cambio di direzione. Lo spero con tutta me stessa.






























domenica 16 gennaio 2022

MARIA TERESA BERUTI

Intitolo questo scritto, composto di getto in una notte di inizio settembre 2021, con il nome della mia maestra, poi professoressa nelle medie. Persona cui devo forma mentis e pertanto la mia gratitudine.



Sono stata tradita. E sono arrabbiata per questo. Maggiormente proprio per questa rabbia che provo e nella quale non mi riconosco. Anch'essa fa parte del tradimento subito.

La prendo da lontano.

Nei primi anni settanta ero una bambina delle elementari a Torino. Tra i miei ricordi di allora il suono delle sirene della polizia, le notizie del telegiornale, i commenti di mio padre. Manifestazioni, anarchia, Potere operaio, Brigate Rosse, pericolo, paura, lotta armata, occupazione, terrorismo, eversione. Una serie di parole che ricorrevano quotidianamente senza che potessi comprenderne il significato. Capivo soltanto che era una brutta situazione. A scuola la mia maestra, metodo Montessori, era un'insegnante eccellente sotto vari punti di vista e devo a lei la persona che sono, perlomeno i lati buoni. Rammento che, oltre a rispettare il programma ministeriale, ci raccontava del fratello morto contro Franco, parlava di guerre, di fame, e di tutte le ingiustizie sociali nel mondo, del Libano parlava, del conflitto israelo-palestinese, di inquinamento e sfruttamento di persone e territori, di sofisticazione alimentare, di corruzione, di petrolio. A noi parlava di tutte queste cose, a noi bambinetti. Ci accompagnò dalla prima elementare alla terza media. E quindi, per forza, quando accadde ci parlò di Aldo Moro e cercò di spiegarci cosa volevano dire tutte le parole nei discorsi che sentivamo in televisione all'ora di cena. Però ci parlava anche di progresso scientifico, delle grandi scoperte che ci aspettavano a fine millennio, dell'importanza di essere persone oneste e desiderose di apprendere senza fermarsi all'apparenza delle cose. Di impegno e di ricerca della verità. Di quanto sia fondamentale porsi sempre delle domande, sempre esercitare il dubbio, non incastrarsi in ideologie preconfezionate il più delle volte autoritarie, quanto fondamentale sia il saper accettare risposte che non ci piacciono, saper essere umili e disponibili nel confronto con l'altro, saper riconoscere le proprie idee sbagliate ma essere pronti a difendere quelle giuste senza cedere a compromessi. Di diritti umani ci parlava, dell'imparare a mettersi nei panni altrui. E avanti così.

Non ho fatto altro per l'intera mia vita fino a oggi e intendo proseguire su questa strada.

Ricordo che al cospetto dell'interminabile teoria di cose sbagliate, brutte, ingiuste, spesso terribili, di cui prendevo coscienza, mi persuasi che la causa fosse da ricercare nell'ignoranza. Nel senso proprio di ignorare. Credevo insomma che la maggior parte delle persone fosse all'oscuro dei mali del mondo altrimenti come avrebbe potuto condurre una vita normale come vedevo accadere attorno a me? Bisognava soltanto con dedizione e costanza portare alla luce, denunciare, far sapere, raccontare. Sarebbero bastate le parole. Avrei raccontato le inaccettabili ingiustizie di cui ero venuta a sapere a più persone possibile e automaticamente queste persone avrebbero preso posizione per eliminarle le ingiustizie. Sarebbe stato un esercito sempre più grande di persone di buona volontà, come si dice. Un esercito di giusti. Il sapere come arma inoffensiva ma imbattibile. Non ci misi molto a smascherare la mia ingenuità. Ne soffrii e ne soffro ancora ma cerco di essere indulgente verso la me stessa di allora.

Ricordo che, ragazzina, mi consolai al pensiero che l'arrivo del lontano duemila avrebbe comunque portato un mondo nuovo. Sarebbe stato il momento del riscatto. Il progresso ci avrebbe condotti in una società senza fame, senza inquinamento, senza sfruttamento sconsiderato delle risorse, e nel rispetto di ogni essere vivente, e, di conseguenza, con un numero decrescente di conflitti e ingiustizie sociali. La cultura e l'impegno di tanti avrebbero contribuito alla realizzazione di una società equa e dignitosa per tutti gli abitanti del pianeta. Non di uguali ma di persone che avrebbero avuto ognuna secondo le proprie necessità. Il confronto continuo di idee diverse, la conoscenza crescente del mondo e delle sue peculiarità, tutto quanto sarebbe spontaneamente confluito, nel rispetto delle diversità e, aggiungerei, della biodiversità, in una visione comune lungimirante e saggia sui temi di interesse collettivo.

Invece no. Il duemila è stato raggiunto e superato e stiamo peggio di prima. Ovunque e in modi che neanche avrei immaginato il male dà spettacolo di sé. Sono stata tradita. Ingannata. La mia fiducia nelle magnifiche sorti e progressive un'illusione alimentata da adulti in malafede. Non tutti certo ma la maggior parte sì.

Nella mia equazione mancavano i valori di due incognite. L'avidità e la pigrizia. Quella pigrizia mentale e morale che ci porta alla delega acritica e di comodo, alla cecità e sordità convenienti, al far finta di niente pur di non rinunciare a nulla, fino ad arrivare alla delazione e al tradimento, all'offesa e al linciaggio pur di non prendere posizione e non assumersi responsabilità in prima persona. Al servilismo. Pur di potersi confondere nella massa.

Perché, riassumendo e certamente banalizzando l'opera di Elias Canetti, l'essere umano è un animale gregario per natura, persino quando se ne sta solo soletto in una stanzetta. Fatte salve le dovute eccezioni, la sua attitudine e il suo desiderio sono di far parte della maggioranza. Ma la mente collettiva non pensa. Non pensa perché non esiste. Tutt'al più si possono avere reazioni a impulsi ed emozioni. Reazioni tanto più intense ed efficaci quanto più le si riscontrano vicendevolmente simili. E con questo sarebbe praticamente detto tutto.

Edward Bernays scriveva nel '28 che la gestione della res publica avviene soprattutto attraverso la propaganda, il braccio esecutivo del governo. Propaganda, cioè lo sforzo coerente e insistito di creare circostanze atte a influenzare il rapporto della gente con un'idea, un gruppo, un'azienda, un governo. E che esiste una progressiva concentrazione della gestione della propaganda in mano a pochi capaci specialisti del settore al servizio dei governi. La propaganda, bisogna dirlo, non è di per sé negativa ma in quanto strumento per organizzare e focalizzare l'opinione pubblica si presta facilmente ad abusi. Ed è ciò cui stiamo, chi ne riconosce i segni, assistendo un po' ovunque nel mondo. L'uso della propaganda è tornato in auge a un livello preoccupante. Questo fenomeno è spiegabile con il fatto che mai come in questo periodo storico la necessità di controllare le masse è stata necessaria. Tale necessità è innegabile. Su tutto il pianeta sono in essere spostamenti di popolazioni o parte di esse, movimenti migratori, principalmente sull'asse sud-sud, anche se si parla più che altro di quelli sud-nord. Ciò in primis per un deterioramento dei territori dovuto a vari fattori tra cui degrado ambientale, desertificazione, acidificazione delle acque, prosciugamento o deviazione arbitraria di fonti idriche, perdita di fertilità dei terreni, perdita di biodiversità, dissesti idrogeologici, land grabbing, gravi perturbazioni meteorologiche, e via elencando, con conseguente incremento di conflitti e disordini sociali. L'assoluta mancanza di una gestione saggia, equa, e lungimirante a livello mondiale della res pubblica e delle risorse, le malversazioni, la corruzione, gli accordi commerciali e finanziari transnazionali, le delocalizzazioni, la criminale esternalizzazione dei costi di produzione a prezzi bassi per tenere in piedi un sistema economico anacronistico, tutto ciò determina l'impossibilità di attendere che il livello demografico dopo aver raggiunto il presumibile picco di undici miliardi arrivi ad assestarsi naturalmente sui nove. Nove miliardi per la sopravvivenza dignitosa dei quali, se ci fosse la gestione saggia, equa, e lungimirante di cui sopra, ci sarebbero, nonostante la situazione oggettivamente drammatica in cui versa il pianeta, risorse sufficienti. A ciò si aggiungano l'ignoranza supponente, la non assunzione di responsabilità individuale, il menefreghismo, la diffusa certezza che prima o poi tutto si risolverà da sé o grazie all'intervento di qualcuno che non siamo mai noi, quella convinzione sentimentale che all'ultimo minuto, come nella più classica tradizione cinematografica, il bene e la virtù trionferanno e tutto si aggiusterà anche senza il nostro intervento. Ma cosa ci persuade di questo? Quali prove abbiamo? Nessuna, ovviamente.

È chiaro che urge un intervento drastico dall'alto. Ed è ovvio che chi ha il potere di dirigere le cose voglia correre lestamente ai ripari e non possa permettersi di separare il grano dal loglio. Perciò, se anche volessimo credere che la classe dirigente, ufficiale o occulta che si voglia, sia la migliore possibile, certamente i popoli, i sudditi, le masse, pagheranno il prezzo di tale nuovo ordine, indifferentemente dal fatto di essere virtuosi o meno. Questo spiega perché stiamo scivolando in una distopia da scifi anziché nella società ideale che mi era stata annunciata quand'ero bambina e nella quale continuo ostinatamente a credere. Ho scritto alcune volte in passato, in tempi non sospetti, della mia posizione in favore di una global governance1 illuminata per la gestione degli ambiti di interesse comune: ambiente, salute, istruzione, condizioni lavorative e commerciali, e non rinnego tale convinzione. Ora che si sta realizzando, mi ritrovo dalla parte di coloro che subiranno le derive cacotopiche della nuova direzione di government intrapresa a livello mondiale. Non si tratta di complottismo ma di banale osservazione della realtà. Nulla di quanto sta accadendo mi stupisce, al contrario me lo aspettavo. Solo che, a differenza di un tempo, sono consapevole che l'ebrezza data dal potere, l'imperfezione umana, la cupidigia, la cortigianeria, il tempo che stringe, unendo questi fattori, difficilmente andremo incontro a una società ideale. Ossia una confederazione mondiale di Stati collaboranti e vicendevolmente rispettosi, una confederazione paladina dei diritti umani, del rispetto di ogni essere vivente e del pianeta, sostenitrice di un progresso scientifico funzionale a tale visione. Sarebbe possibile ma non si avvererà. Non ne siamo all'altezza.

Posso anche credere che molti tra coloro che stanno tenendo le redini siano animati dai migliori intenti. Perché escluderlo? Probabilmente se non fossi vecchia, povera e invalida, se avessi avuto una storia famigliare diversa, se avessi avuto la possibilità di proseguire con gli studi e intraprendere la professione che avevo in mente, per prima ora sarei dall'altra parte. Genuinamente convinta che solo un controllo da parte di chi conosce e capisce le cose possa permetterci di sfuggire al tracollo imminente. A conferma di ciò che penso e sto scrivendo le affermazioni recenti di Draghi riguardo l'emergenza climatica. È tutto collegato. Può essere in effetti che solo attraverso delle imposizioni, e le stiamo, i più, pedissequamente accettando una dopo l'altra, si potrà anche imporre il rispetto di uno stile di vita dal minore impatto ambientale e quindi sociale. Chi lo sa? Come stiamo constatando, e come prescrivono le regole di una buona propaganda, uno stimolo ripetuto genera un'abitudine e la mera ripetizione di un'idea crea una convinzione. Si possono dunque imporre anche buone abitudini se queste non nascono spontanee. Ma è più facile pensare si tratti di un'operazione di facciata, un greenwashing generale. Che sia solo manipolazione ai fini di forti interessi economici. Come infatti riportato dal Financial Times del 31 luglio 2021, le maggiori aziende del settore informatico, Apple, Amazon, Microsoft, Facebook, Alphabet, hanno realizzato un incremento di profitto del 90% nel giro di un anno, e sappiamo che molte direttive di contrasto alla pandemia si reggono su di loro. Inoltre, come prevedibile, molte aziende della cosiddetta BigPharma hanno dichiarato nel primo trimestre 2021 utili in media raddoppiati rispetto al primo trimestre dell'anno precedente (fonte IlSole24ore 12 maggio 2021). Può essere, anzi è sicuro, che interessi così importanti in termini di numeri stiano condizionando le decisioni politiche a scapito dei nostri interessi e salute, nonché libertà, ma perché escludere anche la presenza di buone intenzioni? Magari qualcuno ci crede veramente e sta provando a fare qualcosa di buono. Se non tutti almeno alcuni. Io, per principio, il beneficio del dubbio lo concedo. Ma, e lo sottolineo il ma, non intendo accettare il modus operandi utilizzato. Se anche convinti che sia l'unico modo possibile, coloro che tengono le redini se vogliono continuare a chiamarsi Uomini, devono riuscire a trovare un'alternativa. Non è facile ma devono. Perché qui il tradimento cui facevo riferimento all'inizio diventa totale e irrecuperabile. Diventa insanabile.

Partiamo da un esempio. In Francia a giugno è stata depositata in Senato una proposta di legge a favore di una mobilitazione digitale generale del Paese attraverso l'incrocio di dati identificativi, medici e di localizzazione, che sarebbero gestiti attraverso la creazione della piattaforma Crisis Data Hub. Si arriva a citare come efficace quindi auspicabile anche l'uso di un braccialetto elettronico per il controllo del rispetto di quarantena, con possibilità di disattivazione del Green Pass per il trasporto pubblico, controllo in remoto dello stato di salute, degli spostamenti e delle frequentazioni personali, nonché il controllo delle transazioni sul proprio conto con possibilità di sanzioni e multe in addebito diretto e monitoraggio acquisti, soprattutto farmaci. Di fronte alle “antiquate” preoccupazioni per la privacy, si afferma che se la dittatura salva delle vite mentre la democrazia conta i morti, la scelta non si pone. Se ne può parlare ma il fatto è che non se ne parla. Non esiste contraddittorio. Chi non si allinea è fuori. E questo non va bene. In sintesi, il mondo che ricordiamo, quello che abbiamo conosciuto fino al termine del 2019 non tornerà più. Nel bene e nel male siamo a pieno titolo nel new deal del terzo millennio. E non è successo all'improvviso. Tutto meticolosamente costruito nei decenni. Alla luce del sole e con tanto di pubblicazioni ufficiali. Solo che si tratta di letture lunghe, noiose, e piuttosto complicate. Chi ha tempo e voglia di affrontarle? Una lunga teoria di sigle, di summit, e di accordi transnazionali e sovranazionali che però un pezzo alla volta ha costruito questo presente che non ci piace granché. Ma nulla è stato nascosto, nessun complottismo. Tutto nero su bianco e, come dicevo, alla luce del sole. A chi casca dal pero e dice che non è possibile quello che sta accadendo nel mondo, e di cui pandemia e gestione della stessa sono allo stesso tempo strumento e manifestazione, a chi è spaventato e appiccica l'etichetta di complottista (senza peraltro comprendere l'esatto significato del termine che in primis indica chi i complotti li organizza) non solo agli sciroccati ma a chiunque si ponga delle domande, insomma a chi è ferocemente arrabbiato con chi cerca di andare oltre le apparenze, ecco, a tutti costoro rispondo: leggete, cristo santo, leggete. Andate a cercare documenti e relazioni degli ultimi vent'anni, anzi trenta, leggetele, studiatele, e poi ne riparliamo. Sto pensando a un video visto di recente registrato dall'avvocato Reiner Fuellmich, avvocato di fama internazionale ed esponente del Comitato Corona di Berlino, comitato attraverso il quale insieme a un gruppo di colleghi e di esperti sta raccogliendo materiale, testimonianze, documentazione scientifica per avviare un processo denominato provvisoriamente Norimberga 2 per renderne immediatamente comprensibile la portata. Tale denominazione esprime peraltro il clima di malessere generale che la situazione contemporanea determina e alimenta. Non entro nel merito dei contenuti, tanto più che la richiesta di apertura di una causa non è stata depositata come sarebbe stato ovvio presso la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja, tantomeno Presso la Corte Suprema del Canada come dichiarato ma presso la Corte Superiore di Giustizia dell'Ontario che l'ha peraltro rigettata, ciò che però posso affermare con cognizione di causa è che molto di quanto nel video viene esposto corrisponde al vero. Non è un'opinione personale ma il frutto di letture metodiche portate avanti dai primi anni novanta. Incontri al vertice, conferenze, accordi che hanno avuto luogo nel corso dei decenni hanno prodotto pubblicazioni ufficiali e agende programmatiche, sicuramente articolate, complesse, per lo più comprensibili solo agli addetti ai lavori, ma in cui sono messi giù uno dopo l’altro i passi da fare per arrivare a un certo risultato, che è quello che iniziamo ad avere sotto gli occhi. Tutto approvato e sottoscritto da capi di governo. Chi ha seguito con attenzione e costanza lo svolgersi degli eventi non è per nulla stupito di quanto sta accadendo e prova una giustificabile insofferenza e una profonda frustrazione pensando a quando, forse con troppo anticipo, provava a parlarne invano. Quanto è oggi non è altro che la prosecuzione e la realizzazione di una pianificazione pluridecennale. Tutto quindi prevedibile e, laddove necessario, contrastabile a suo tempo. Pertanto coloro che si ostinano a definire paranoici quelli che denunciano l'ovvio, sono persone che ignorano i fatti ma a cui manca l'umiltà socratica di riconoscere di non sapere. Comprendo la difficoltà di dover ammettere che esiste qualcosa al di fuori della propria portata, delle proprie competenze e conoscenze, qualcosa che ci spaventa, qualcosa che no, non può essere vero, perché significa dover riconoscere dei limiti personali, una disattenzione protratta negli anni, un'indifferenza colpevole e colposa, ed è perciò più facile seguire la corrente e fare come le tre scimmiette, salvo quando viene toccato il portafogli individuale o una qualche cosiddetta libertà personale, allora ecco tutti a gridare che non è possibile accadano certe cose. Siamo noi che permettiamo che accadano con la nostra costante disattenzione, con il nostro costante delegare, il costante non verificare l'operato di coloro che deleghiamo. Quanto afferma l'avvocato Fuellmich è tutto comprovabile ma la mole e la difficoltà della documentazione relativa da affrontare sono tali che dissuaderebbero anche me che negli anni ne ho digerita una minima parte. Se diventassimo tutti miracolosamente consapevoli di quante cose ignoriamo saremmo a metà soluzione. La consapevolezza di ignorare le cose e il desiderio di rimediare a tale ignoranza sono infatti aspetti fondamentali dell'intelligenza.

Se ci pensiamo, anche nel fascismo e dentro la seconda guerra mondiale ci siamo ritrovati andandoci un passo alla volta. Siamo diventati delatori, abbiamo accettato che alcuni esseri umani non avessero diritti e gli si potessero infliggere le peggio umiliazioni, perché ogni giorno, un giorno dietro l'altro, ci siamo auto rassicurati sul fatto che fosse tutto normale, tutto plausibile quindi accettabile, che lo Stato agisse per il bene nostro individuale e per quello comune, negando ogni evidenza. Ci guardavamo intorno e vedevamo che tutti facevano come noi per cui voleva dire che andava bene così. Oggi biasimiamo ciò che fummo ma, pur di non mettere in discussione il nostro stile di vita e le nostre abitudini, stiamo ripercorrendo il medesimo solco. E, ovviamente, non mi riferisco solo al nostro bel Paese.

Proprio per la mia formazione, quello che soprattutto non sopporto sono la narrazione unica, la prospettiva dicotomica, tipica delle rappresentazioni mediatiche, i toni estremisti usati da esponenti di forze politiche che fino a ieri consideravamo moderate o comunque da personaggi pubblici vicini al governo. L’impressione è che questi toni vengano assunti per accaparrarsi le simpatie di quella parte di popolazione che è stata radicalizzata da mesi di narrazione e propaganda manichea che offende intelligenza e spirito critico. La stigmatizzazione che stanno subendo coloro che – con differenti ragioni – si oppongono alla linea governativa di gestione della pandemia ha pochi precedenti. Non sopporto nemmeno quest'adesione assoluta e dogmatica a qualsiasi direttiva sanitaria basata su tecnoentusiasmo, scientismo, e profitti, e ciò persino di fronte all'assenza di evidenze scientifiche che supportino le direttive in questione. Si dà tutto per scontato. Come se l'onere della prova fosse superfluo. Non sappiamo ad esempio, è impossibile non parlarne, (gli scienziati non sanno, anche se un po' di studi stanno finalmente venendo fuori) se e quanto il vaccino serva a ridurre i contagi. E quindi non è affatto detto che il vaccino sia una misura di protezione per la salute pubblica. In questa incertezza, misure come l’obbligo vaccinale o il green pass sono, per chiunque comprenda il concetto di stato di diritto, totalmente irricevibili. La scienza, per essere tale, non può essere dogma e io pretendo che la politica garantisca non solo l’indipendenza di ricercatori, medici e degli altri operatori sanitari, ma contribuisca a creare e mantenere un clima scientifico antidogmatico, aperto al libero dibattito, trasparente, e soprattutto il più possibile esente da conflitti d’interessi.

Purtroppo leggo, odo, vedo, tocco con mano, un giorno via l'altro, soprattutto da noi, in quale misura crescente e allarmante venga sottratto spazio al ragionamento, allo spirito critico, a dibattiti e discussioni trasparenti e, appunto, esenti da conflitti d'interesse, quanto spazio sottratto allo studio di documenti diffusi in altri Paesi. Un prevalere di posizioni perentorie che nulla hanno a che vedere con lo spirito scientifico. Il lasciapassare ad affermazioni ossimoriche, pratica in cui da sempre eccelliamo, quale ad esempio, per citarne una in voga, il Green Pass non discrimina perché siamo tutti liberi di vaccinarci e quindi ottenerlo per poter così lavorare e andare a spasso. A prescindere dal favore o meno a tale disposizione, che solo gli ipocriti o gli incompetenti in materia medica possono definire sanitaria, la frase in sé dà molto su cui riflettere. Ma l'aspetto più grave è lo stato d'animo delle persone. Quello che vedo per le strade, le frasi che ascolto, quelle che leggo, tutto è infarcito di odio e aggressività. Cioè di paura. L'horror vacui di una società che da troppo tempo ha smesso di dialogare con la morte e pur di procrastinarla ad libitum è disposta a non pensare e quindi a non vivere. La fuga dalla realtà è infatti rassicurante perché ci manleva da responsabilità ed è agevolata da un progressivo e secondo me voluto impoverimento del linguaggio. Il riferimento a Orwell, acuto e sagace profeta, è scontato, quindi citiamo Heidegger. Riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri cui non corrisponde una parola. Le parole dunque non come strumenti per esprimere pensieri ma condizione per poter pensare. Quanto è più agevole però abbandonarsi alla corrente e ripetere il mantra chi non è d'accordo con me è contro di me? Perché ormai è dato per certo che se non sono d'accordo con te vuol dire che non “mi piaci”. Le persone sono pronte a fare di tutto, persino in modo autodistruttivo pur di non sentirsi calpestate. Ma come è avvenuta questa perdita di lucidità progressiva?

La maggior parte delle persone che conosco legge meno di un libro all'anno, quando legge un quotidiano scorre i titoli sfogliandolo, la durata di concentrazione su un argomento è inferiore ai tre minuti, altro che verifica delle fonti o confronto dialettico su un'opinione. Da aggiungere gli ex lettori convertiti ai social. Insomma non è un humus favorevole al pensiero. I nostri ammennicoli elettronici sono diventati la fonte del nostro sapere. Subiamo le informazioni, se ancora possiamo definirle tali. Cosa diceva McLuhan? Che il medium è il messaggio. E sempre Orwell scriveva, il programma radio è un notiziario, il notiziario dice la verità.

La maggior parte delle persone, chi più chi meno, si trova in una condizione di preanestesia. Percezioni ovattate. E chi è che ha voglia di uscire da una simile zona di conforto in nome di una verità che non cerca più nessuno?

Nel 1971 hanno pubblicato i Pentagon Papers, nel 1972 c'è stato il Watergate, il Datagate nel 2013, i documenti diffusi da Wikileaks (e qualunque cosa uno possa pensare di Assange non pregiudica l'attendibilità e la gravità dei contenuti di tali documenti), e tante altre meno note e meno eclatanti ma altrettanto pesanti rivelazioni nel corso degli anni. Effetto sortito? A parte il Watergate, direi poco o nulla. Un po' di scalpore, qualche titolo altisonante, poi tutto nel dimenticatoio. Questo perché dimentichiamo che vigilare sul rispetto della verità è un dovere civico cui nessuno si può sottrarre. Mistificazioni, menzogne, collusioni sono parte integrante della gestione della res pubblica (gli esempi abbondano) e ritengo l'accettazione acritica di qualsiasi direttiva o imposizione per quanto legittimata da decreti, ordinanze, o leggi, non accettabile. La legge stabilisce l’esattezza di una norma ma ciò non implica che essa norma sia giusta. Una ventina di giorni fa una carissima amica ha affermato che lei si nutre al capezzolo dello Stato quindi, oltre a non avere il tempo, non ha la minima intenzione di andare a verificare se l'operato di chi le fa arrivare lo stipendio è corretto. Intende vivere nella presunzione che le persone da lei demandate a ricoprire un incarico di governo lo espletino nel migliore dei modi. Se risultasse diversamente alle elezioni successive si prenderanno dei provvedimenti, ha concluso. Notavo con lei che, se si vuole che un'eventuale mala gestione risulti bisognerebbe indagare e chiedere conto di tutto ogni volta si abbia il sentore di qualcosa che non va. E che, alle elezioni successive, l'assenza abituale di controllo sarebbe un incentivo, se non a fare uguale o peggio, a non impegnarsi in modo adeguato. Purtroppo, ricollegandomi alla questione del bene che alla fine trionfa comunque, forse soprattutto nelle democrazie cosiddette liberali il rischio di scivolare in forme di autoritarismo variopinte e camuffate da interesse collettivo è molto forte. Il problema è che tutto è diventato offuscato, i piani sovrapponibili, chi deve fare cosa, chi è responsabile di cosa. Chi ha veramente le competenze per gestire una cosa, chi il potere di decidere come gestirla, chi la responsabilità del risultato di tale gestione, sono di rado la stessa persona. Come si fa a districarsi? A riconoscere con certezza frodi, abusi, ruberie, e relative responsabilità civili e penali? L'operato zoppicante e spesso controverso della magistratura ne è prova. Poi non esistono più, o forse non di nuovo ancora, se non nei confronti di singoli o piccoli gruppi, misure di sopraffazione e coercizione collettiva che possano far pensare di essere sotto regime. Il sistema di un panopticon senza muri è estremamente efficace. Quale miglior prigioniero di quello convinto d'essere coccolato, amato, e protetto da chi lo governa e pertanto non mette nulla in discussione? Quale miglior prigioniero di quello convinto d'essere a sua volta collaborativo guardiano?

Detto questo, e rammaricandomi dei troppi ma inevitabili riferimenti alla pandemia, voglio ergermi per quanto possibile in difesa del libero pensiero, dei valori dell'umanesimo, e del confronto quale germe di crescita personale e generale.

Oggi confondere per assonanza liberalismo con liberismo è facile, lo sottolineo giusto prima di definirmi, tra le altre cose, una liberale. Il liberalismo classico - figlio diretto del pensiero di pensatori illuministi quali Locke, Montesquieu e Kant - è una dottrina politica improntata sulla difesa dei diritti e delle libertà individuali, individuati come naturali e indicati come unica giustificazione dell'esistenza di un'autorità pubblica.

Il pensiero liberale è stato ed è reiteratamente offeso. Quanti liberali rinnegati! Individui che a un certo punto trovano un'ortodossia, un sistema di idee che si presume debba essere accettato senza obiezioni dalle persone ragionevoli, e ci si arroccano, perdendo lucidità, onestà intellettuale, e rifiutando a priori qualsiasi confronto. Trincerati nelle loro roccaforti ideologiche tradiscono con una fierezza inspiegabile i principi che dovrebbero difendere.

È vero, escludendo giustamente ciò che ci offende e umilia o ci costringe a subire abusi e ingiustizie, ci sono cose, diverse per ognuno di noi, che non vogliamo comunque sentirci dire perché facilmente comporterebbero la messa in discussione di chi siamo e come viviamo. Pensieri, dubbi, analisi, che siano. Bene. È umano. Certe cose non vogliamo sentirle dire però non possiamo né dobbiamo impedire che vengano dette. Abbiamo il dovere di confrontarci con esse nella misura in cui ci viene offerto un confronto dialettico onesto e pacato.

Per quanto si cerchi di negare la verità, essa continua a esistere, e finché ci sarà la libertà di dirla, la verità, allora la tradizione liberale potrà continuare a vivere.

La libertà intellettuale, una tradizione radicata senza la quale i valori su cui è basata la nostra società perderebbero di significato, si realizza principalmente nella ricerca e nella protezione della verità.

E senza una strenua difesa di questi valori non arriveremo mai a quella forma di governo globale ideale cui facevo riferimento all'inizio.

Tutto ciò lo dico pensando anche al premio dedicato a Mario Pannunzio che mi è stato conferito. Mario Pannunzio il cui merito principale fu quello di stimolare e riunire in modo continuativo il contributo di filosofi, scrittori, politici, artisti, giornalisti e storici, attorno al suo giornale. Egli fece parlare una lingua nuova in un'Italia ancora provinciale, bigotta, adulatrice dei potenti, un'Italia oggi meno provinciale e meno bigotta ma che non ha perso il vizio dell'adulazione.

Con integrità morale dobbiamo nutrire e preservare l’impegno di chi lotta per difendere i principi in cui ci vantiamo di credere e si fa urgente l'imperativo di onorare quanti hanno vissuto e operato per mantenere vivo il pensiero liberale prendendo il testimone e passandolo di generazione in generazione.

Per questo mi aspetto che tutti gli uomini di cultura, tutti i sedicenti liberi pensatori, i sedicenti difensori della giustizia, tutti i difensori della Costituzione, tutti gli individui che credono nei diritti legittimi di ogni essere vivente, tutti coloro che si ammantano di quei valori che oggi sono impunemente calpestati, ecco pretendo che tutti costoro, e mi includo, si alzino in piedi e dicano NO.

Dicano un NO forte, fermo, e non negoziabile alle ingiustizie. Dicano NO all'ipocrisia di norme che non garantiscono nulla se non una falsa sicurezza. Dicano NO ai discorsi espressi esclusivamente in termini dicotomici quali imperversano ovunque e senza soluzione di continuità. Dicano NO all'assenza di contraddittori onesti. Anche, banalmente, per evitare di gettar benzina sul fuoco. Imporre un'unica versione dei fatti e arrivare all'imposizione di regole che mettono all'angolo, alla berlina, e alla fame, chi dissente, può rafforzare l'opinione che si vuole contrastare. Rinunciando alla discussione e alla ricerca comune di ciò che maggiormente si avvicina al vero, si rischia la radicalizzazione dell'opposizione. Ridurre al silenzio nel quadro di un banale e brutale rapporto di forze è la cosa più stupida e deleteria che si possa fare nella prospettiva della risoluzione di un problema. I dubbi vanno discussi, non negati. A meno che, viene inevitabilmente da pensare, l'obiettivo non sia proprio il voler prevalere in sé, con buona pace delle motivazioni addotte di sicurezza sanitaria, sociale, economica, che dir si voglia. Dicano NO al prorogare quelle circostanze eccezionali che permettono a un governo di aggirare le sue stesse leggi. Dicano NO a una società in cui la dignità umana è offesa senza ritegno in ogni parte del pianeta. Dicano NO ad accordi economico finanziari che possono rendere prive di valore conquiste di diritti sanciti da Costituzioni e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Dicano NO a ordini e provvedimenti che comportino offesa morale e fisica a chi non ha mezzi e strumenti per difendersi. Dicano NO a una società che si sta allontanando sempre più dagli ideali di humanitas e cultura in favore di una realtà di individui omologati e acriticamente consenzienti.



Ma lo so: occorre un grande sforzo per vedere ciò che si ha sotto il naso

Per quanto mi riguarda sono stata tradita ma non tradirò.



A seguire stralci tratti da un articolo del 14 aprile 2012

 - … sono un’umanista, educata a principi illuministi e razionalisti. Amo la filosofia, la ricerca della verità. Amo lo spazio immenso che ci circonda. Sento l’ambizione di dimostrare che siamo una gran bella specie animale, che possiamo essere nobili e grandi, che potremmo esprimere e trasformare in atti tanta nobiltà e grandezza, e penso che siamo intelligenti e, pertanto, non possiamo non vedere come stanno le cose, quali sono i fenomeni e le dinamiche inevitabili che attraversano il pianeta e la società umana. Per cui solo una federazione mondiale può portare equilibrio, giustizia e buona qualità della vita per tutti. E non parlo di Trickle Down chiaramente. Solo resta il problema della corruttibilità dell’animo umano, dell’ambizione e dell’ingordigia, della patologica vocazione all’accumulo esponenziale.

Ci vorrebbe un gruppo dirigente, saggio, equo e incorrotto, votato al benessere comune (!).

L’ideale sarebbe democraticamente eletto, con un mandato a termine e revocabile, solo che spesso la democrazia fa a pugni con il buon governo... ...Per questo trovato un gruppo di persone valide ci sarebbe da pensarci bene prima di sostituirlo. Ma, come tutti ben sappiamo, si tratta di utopia.

Resta il fatto che è necessario imporre, visto che non c’è più il tempo per stare ad aspettare il raggiungimento autonomo di consapevolezza da parte di un bel po’ di miliardi di persone, alcune regole che permettano di guadare questa fase di transizione in tempo utile. Utile per tutti. Purtroppo ciò va a scapito della trasparenza, non si può stare a dire e a spiegare tutto. Bisogna agire. Puri nell’anima, perché l’inganno è per un buon fine. Ma l’occasione, come si dice...O, meglio, l’entourage di coloro che hanno il potere e i mezzi per attivare, seguire e controllare il processo, non è pulito. Se leggo i nomi di coloro che appartengono a gruppi come CFR, ONU, Bilderberger, FMI, BRI, GEM, WTO, FED, think thank vari, fondazioni, consigli di amministrazione di multinazionali, e quant’altro, ne trovo di ricorrenti, con evidenti conflitti di interessi...

Ad esempio il discorso delle Fondazioni e di alcune organizzazioni no profit sostenute da aziende e gruppi finanziari. Sono enti che non pagano le tasse, dispongono di ingenti risorse, economiche, politiche e intellettuali, e non debbono rendere conto delle proprie attività. Hanno di fatto in mano la chance di far fruttare tali ricchezze per ottenere un potere sempre maggiore che a sua volta alimenta il flusso di denaro e quindi di ulteriore potere a loro disposizione. La finanza paga il dazio per controllare il dissenso, ridurre l’ambito dell’attività politica, creare consenso riguardo alle riforme economiche. Sostengono, premiano e incentivano con posti di lavoro i ricercatori e gli studiosi che perorano una visione utile ai loro obiettivi. Si trasformano l’equità e la giustizia in prodotti industriali. Con una donazione online si è fatto il proprio dovere. Così è facile governare il mondo! E i nomi sono sempre gli stessi o, comunque, parenti, amici, compagni di formazione. Con lo stesso sistema del esco di qui ed entro di là che lega la politica ai consigli di amministrazione.

Come si può dunque accettare a cuor leggero una trasformazione politica verso la global governance cui accennavo prima, trasformazione che il comune buon senso, a questo punto della nostra storia umana, dovrebbe farci riconoscere come giusta e necessaria? 

14 aprile 2012


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