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lunedì 6 marzo 2023

SILENZIO

Mi ostino, quando salute e circostanze lo consentono, a voler raccontare con la scrittura quanto osservo e quanto deduco dall’osservazione. Sento però crescere da diverso tempo e con un’urgenza sempre più intensa la tentazione di tacere. Tacere con la voce, tacere con la scrittura. Mi avvicino alla pagina, cartacea o digitale che sia, la mia penna si blocca sul foglio, le mie dita esitano sulla tastiera.

L’anima si rifiuta di rincorrere e riproporre parole già dette, pensieri da molti ben prima e meglio di me espressi. Parole che si ripetono nel vuoto e non portano a nulla se non alla frustrante conferma della loro inefficacia, né sa trovare l’anima parole adeguate che possano sostituire parole consumate e moribonde, trovare parole vitali e forti da affiancare a sostegno di quelle ferite. Tacere e forse anche non ascoltare. Come se il silenzio fosse divenuto una necessità fisiologica. Un bisogno di silenzio che diventa desiderio di silenzio. Volontà di silenzio. 

Sfuggire alla cacofonia del mondo, imbavagliare una buona volta il linguaggio della menzogna, i deliri delle parole urlate, parole insolenti che offendono e sovrastano senza pietà chi non ha o non ha più strumenti di difesa. È forse una resa, questo bisogno di tacere, questa fame di silenzio, proprio quando le parole, e per mezzo di esse il pensiero, sembrano più urgenti che mai? Una resa di fronte alla sconfitta dell’intelletto e dello spirito critico questo decidere di tacere perché tutto è ormai solo profondamente insensato? Forse. Forse sì. Quando lo scoramento ci cavalca fino a sfiancarci. Ma tacere può anche essere un muro, una palizzata, uno sbarramento, una linea di confine invalicabile, l’unico confine che abbia un senso, quello da ergere contro l’imbecillità, l’ipocrisia, l’arroganza, lo stupro, la violenza, l’indifferenza, la superficialità. Ma dev’essere un tacere compatto, un tacere in piedi, un tacere a testa alta. Quindi no, non è una resa ma la disperata speranza di arrivare a una vittoria potente spiazzando il nemico. Perché intanto le parole, anche le migliori, le più oneste, le più sagge, le vediamo, rimbalzano inesorabilmente indietro, derise da queste anime recalcitranti e indolenti, da queste anime annoiate e sorde. Parole sprecate. Da non pronunciarle più finché infine nel silenzio ritrovato anche solo sussurrate possano risuonare nuovamente vive. Perché un pensiero forte esiste, un pensiero che si fa sotterraneo per poter scorrere a dispetto degli ostacoli e poi tornare alla luce. Perché ciò accada quindi è veramente giunto il momento di tacere? Inizio a credere di sì.

Tacere il più a lungo possibile senza essere trascinati nella bagarre del dover urlare più forte. Tacere per creare un silenzio così vigoroso e imponente da permettere alle parole di aprirsi un varco, una minima fessura con qualche briciola di terra in cui mettere radici e ricreare daccapo un linguaggio comune degno di tal nome.

Silenzio perché il tempo rallenti il suo ritmo e tutti si possa tornare a contemplare lo scorrere lento di giorni senza rumore. Per riabituare l’udito all’ascolto del reale.

Silenzio che è spazio per la mente. Spazio anche per tutto il dolore che dilaga, per la crudeltà che ci appartiene, per il senso di impotenza che isola e annienta. Silenzio e spazio per riconoscersi come non unici nel dolore, nella crudeltà sofferta o inflitta, nel senso d’impotenza. Sottrarsi alle parole che gridano, che rimbombano e stordiscono, parole che confondono e impediscono il confronto e appunto scarnificano il linguaggio e rendono i significati lettera morta.

A volte credo che esistano parole non ancora dette, o una formula speciale per pronunciare o scrivere le parole in un ordine preciso e perfetto che le renda miracolosamente potenti, persuasive, risolutive. Taumaturgiche. Nel corso della storia qualcuno le ha scovate formule potenti e persuasive. Ma non erano quelle giuste. Narrazioni e ripetizioni per fini utilitaristici e di supremazia che hanno fatto scuola e oggi sono il linguaggio che assoggetta. Per cui daccapo, chi ancora ne è in grado, ricostruirle le parole. Di nuovo. E di nuovo. E ancora e ancora, come una fatica di Sisifo, finché sarà necessario farlo. Io però voglio per ora solo concentrarmi su questo luce sbieca di sole che taglia in obliquo la scrivania.



Nel romanzo che ho terminato di scrivere quasi due anni fa, ambientato tra il 1923 e il 1943, uno dei personaggi riflette sul destino delle parole.

...Tonia ha adottato la regola di dar nomi nuovi a significati vecchi, perché le pare che i nomi vecchi quei significati li abbiano traditi. Creare parole nuove per esprimere ciò che non ha più parole per essere espresso. Travestirli i significati, travestire le idee, camuffarle, come disgraziati senza documenti per fargli passare un confine. Ogni volta che le sembra il caso, arricchisce il proprio personale vocabolario spostando le parole, come dice lei, aggiungendo o sottraendo significati ad esse, quand'anche i sinonimi non siano più sufficienti. È l'unico modo per salvarli i significati, per sottrarli al commercio che se ne sta facendo. Bisogna cambiargli abito così non possono servirsene, non possono rubarli tutti, rapirli, confinarli. Lo fanno con le persone, almeno salvare le parole, riprendersele, quelle che si riesce, ché di sicuro serviranno un giorno ai sopravvissuti a quest'epoca infame.

Ottobre 2022



Ottobre 2022

mercoledì 19 settembre 2018

IL MOLO DAGLI SCOGLI MORBIDI


È interessante osservare come nascono convenzioni e narrazioni nei gruppi sociali. È sufficiente dare un'area circoscritta frequentata e vissuta da un certo numero di individui per constatare, dopo un certo lasso di tempo, la nascita di codici comportamentali propri ed esclusivi di quella data area. Non importa che tali codici siano comprensibili all'esterno, che venga pregiudicata la comunicazione, conta solo che consentano il mutuo riconoscimento all'interno del gruppo costituitosi.

I linguaggi sono il risultato dell'incrocio delle esperienze e delle indoli individuali ma sono in gran misura veicolati dai luoghi, luoghi che fungono da mezzo di comunicazione anche tra parlanti privi di conoscenza reciproca e di idioma comune. Dai luoghi nascono idee ed emozioni. Dai luoghi nascono parole. E nascono intenzioni e azioni.

Ed è di un luogo che voglio raccontare: un molo di Borgo Prino a Imperia frequentato da villeggianti ferragostani, più o meno gli stessi di anno in anno, e da autoctoni. Ognuno si fa i fatti propri, ci si scambia un segno di saluto e un sorriso per l'abitudine a incrociarsi e talvolta un paio di battute su clima e mare. Nessuno insozza o lascia rifiuti. Ci si sta bene e tutti fanno in modo che ci si continui a star bene. A me piace andarvi al mattino molto presto e ho un mio scoglio preferito che, tra me e me, ho sempre considerato uno scoglio morbido perché comunque mi ci sdrai sto sempre comoda. Capita che arrivi in ritardo e trovi il molo deserto a parte qualcuno che ha già occupato il “mio” scoglio. Evidentemente, penso, non sono l'unica a trovarlo morbido, e dirotto su uno degli altri scogli che, nel tempo, ho appurato sufficientemente comodi. Ho sempre notato che i frequentatori del molo hanno, ognuno, una zona preferita ma, alla terza occasione in cui, percorrendo il molo per andar via, ho sentito dire da qualcuno rivolto a chi era in sua compagnia, mi metto qui perché questo è uno scoglio morbido, ho avuto conferma della forza che hanno i luoghi nel creare il linguaggio. Di farlo sgorgare nell'animo delle persone in modo indipendente le une dalle altre. Mi ha messo di buon umore scoprire che degli scogli abbiano comunicato l'idea della morbidezza a più persone senza che queste ne abbiano parlato tra loro.

Penso a quante persone vivono in luoghi inospitali. Che siano baraccopoli, terreni minati, terra crepata priva di acqua, periferie degradate, abitazioni malsane, o qualunque altra condizione analoga. Quali linguaggi possono nascere da tali luoghi? Quali pensieri e azioni? E noi, esseri umani, continuiamo a imbruttire ciò che resta. Salvo proporre a caro prezzo, e per pochi, un surrogato di bellezza con opere di gentrificazione e con la creazione di ricche enclavi circondate da alti muri.

Sul molo del Prino, ognuno ha trovato il proprio scoglio morbido, quello che meglio si adatta alle proprie ossa, ma ci si scambia il giaciglio di buon grado perché si è appurato che si sta bene ovunque ci si metta e che tutti hanno rispetto del luogo e lo tengono bene. E ci si scambiano sguardi cordiali, soddisfatti del comune benessere.

È la bellezza che educa il cuore. Senza di essa l'intelligenza non avrà peso sufficiente.

Resto dell'idea che di questa terra si debba fare un unico luogo comune, bello, sano e accogliente, da condividere. Ed è ancora possibile farlo*.


Settembre 2017


* Non ne sono più così convinta (2024)


mercoledì 21 febbraio 2018

IL TESTO DI DONATELLA DI CESARE

Sono stufa di chi pretende ragione esprimendosi per frasi fatte, per slogan, per luoghi comuni. Di chi grida a voce o in maiuscolo la propria opinione senza una cognizione di causa che vada oltre il proprio tornaconto. Rinuncio al dialogo con costoro. 
Una buona volta abbiate la decenza di studiare, di leggere qualche libro, impegnatevi a superare il limite d'attenzione che vi porta a non riuscire ad affrontare più che poche righe, e per lo più sui social, e smettetela di tacciare di intellettualismo chi si applica con impegno per giungere a una comprensione onesta dei fatti. 
Deridere con sufficienza, denigrare, accusare è facile. Mettersi in discussione, rivedere le proprie posizioni, ritrovare l'umiltà necessaria all'intelligenza un po' più arduo, ma a questo siamo chiamati per dirci uomini.

L'ottimo testo di Donatella di Cesare è uno tra i libri la cui lettura dovrebbe essere obbligatoria per poter esercitare coscientemente il proprio diritto di voto e di opinione. Non dico che debba esserci condivisione ma almeno doveroso, paziente, e onesto confronto.


N:B: Filosofia: amore per la verità (o perlomeno volontà di ricercarla).

giovedì 20 aprile 2017

TRUMP, ERDOGAN, KIM JONG-UN E IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE

Erdogan ha ottenuto quello che voleva, gli altri due si son messi a tirare bombe più grosse degli altri. 
Giusto pescando tra le ultime notizie.
Le persone un po' dappertutto continuano a morire malamente, gli errori vengono ripetuti con ostinazione caparbia, empatia e intelligenza latitano.
Non vedo cos'altro poter aggiungere.
Mi appello al cosiddetto diritto alla disconnessione. Ma non solo per la domenica. Tutti i santi giorni. Almeno per un po'. Mi prendo una pausa: userò il tempo così recuperato per studiare e scrivere. I personaggi del libro che dovrei decidermi a iniziare mi perseguitano come magnifiche presenze.
Direi che, se tutto va bene, mi farò viva verso fine maggio.
Nel frattempo cercate di godervi la primavera.

TELEFONI 2

Ho voglia di silenzio. Vorrei fare una vacanza. Anche qui a casa. Tanto son tempi di magra. Una decina di giorni. Staccare il telefono. Disconnettermi. Senza persone che si offendano, senza persone che si preoccupino. Soprattutto senza perdere il lavoro o occasioni di lavoro, senza compromettere nulla. Amici e conoscenti si possono avvisare. Subito ti guardano strano, poi se ne fanno una ragione. Ma è il mondo intero che ti vuole reperibile. In qualsiasi ambito professionale e lavorativo ci si ritrovi, non ci si può esimere. Se si è precari, disoccupati, flessibili, mobili, la faccenda è la medesima. Ci si è messi in vendita sulla rete e non ci si può concedere il lusso di rispondere a una mail o a un Whatsapp in differita di qualche ora o, sia mai, di un paio di giorni. Prendersi una pausa diventa una scelta radicale. È assurdo, è sbagliato, è offensivo. Tutta questa faccenda della comunicazione, per come ce la stanno passando, è un insulto all’intelligenza. Non perché non sia utile trasmettere informazioni e dati in tempo reale ma perché l’impegno necessario per stare al passo è inaccettabile. 

2017 

sabato 23 luglio 2016

PASSEGGIATA A VENTIMIGLIA

Passeggiavo sul lungomare di Ventimiglia oggi pomeriggio per raggiungere il luogo di un appuntamento. Pochi passi davanti a me due giovani uomini italiani, massimo trentenni, si lamentavano della situazione generale.

“A me mi girano i coglioni lavorare per mille euro. Come cazzo si fa a vivere con mille euro?”

“Io se non avessi i miei che mi hanno dato l’appartamento e si pagano pure tutte le spese…”

“E questi cazzo di neri che arrivano e ci fottono il lavoro… fanno bene dove mettono il filo spinato.”

“Non basta il filo spinato…”

“Meno male che ogni tanto annegano… (fa il gesto con il pollice in giù)”

“Bisognerebbe fare qualcosa così tutti capiscono che ce li dobbiamo levare di torno una volta per tutte!”

“Ma cosa? Che se t’incazzi con quelli non sei politicamente corretto.”

“Guarda tutta ‘sta gente alla spiaggia… Con i loro bei lettini, gli ombrelloni, le ferie. Non gliene fotte niente. Si lamentano ma poi non fanno nulla, non si fanno sentire.”

“Sono zombie. Non sanno neanche da che parte stanno girati.”

“Gente così, se vivono o muoiono non fa differenza…”

“Cosa vuoi dire?”

“Che bisognerebbe farli saltare in aria, spararli tutti. Lì, così, in mezzo ala spiaggia, alla sera quando vanno a prendersi il gelatino… seminare il terrore (risata)”

“E poi? Cosa risolvi?”

“Poi si dà la colpa ai neri, a questi cazzo di terroristi islamici di merda, così li rispediscono tutti a calci in culo da dove sono venuti”

“Sarebbe da fare veramente.”

“Non è così difficile, sai quanto ce n’è come noi che non vedono l’ora?”


Sarei dovuta intervenire. Avrei dovuto chiamare le forze dell’ordine. Fargli una foto a questi due. Qualcosa insomma. Invece ho continuato a camminare con un unico pensiero: ci siamo, il nemico è dentro di noi.

Ci vuole una grande forza interiore, una grande volontà di capire, di non accontentarsi di ciò che appare, la determinazione di andare a vedere come stanno realmente le cose ma ciò è un lusso, ormai divenuti appendici dei nostri devices, privi di una cultura degna di tal nome, privati del tempo e dell’opportunità di poter essere uomini.


6 luglio 2016

lunedì 11 aprile 2016

UN GRAN BEL REGALO

Fatevi un regalo e fatelo soprattutto ai vostri cari, in particolare a figli e nipoti, vostri e magari anche a quelli degli altri.

Prendetevi un paio d'ore e guardate il documentario "Al capolinea - The end of the line" per ora non si trova su Youtube, almeno io non l'ho trovato, ed è edito da Feltrinelli.

Guardatelo fino alla fine e seguite con estrema attenzione ogni parola, facendo buon viso ai sottotitoli. E, soprattutto, dopo i primi 5 minuti non pensate, ecco il solito allarmismo estremo, le solite notizie negative, ho già abbastanza problemi per aggiungermene altri.

Mettetevi comodi e nella disposizione d'animo dell'apertura e dell'ascolto. Dell'entusiasmo e della possibilità. Della gioia di imparare e di sapere di avere in mano la reale e concreta possibilità di poter fare qualcosa di utile e bello nella vita.

Il documentario è di qualche anno fa, ma il fenomeno che descrive è in atto, noi ne siamo testimoni e basterebbe un decennio di serietà e rigore seguito da una futura gestione intelligente per far rientrare in gran misura il problema.

Non farlo significherebbe essere totalmente e irrimediabilmente folli.

2015

venerdì 8 aprile 2016

LAVATRICE PER SBADATI

È da quando ero ragazzina che mi chiedo: ma perché non inventano una lavatrice con uno sportello in alto per aggiungere, a lavaggio iniziato, quel capo che immancabilmente si dimentica di mettere dentro?
Ci hanno messo una vita ma alla fine gli è venuto in mente.
A parte i contro evidenziati dai test di Altroconsumo, l'idea è buona, fermo restando che sarebbe meglio che i nostri cervelli riuscissero a procedere senza perdere pezzi per strada.

martedì 16 febbraio 2016

PASSATEMPO DEL TURISTA


Un bastone è stato lanciato tra le scimmie.

Ha rotto il collo a una piccola scimmia.

La scimmia ora vive

                                con il suo piccolo collo rotto.

Questo da una parte della strada.


Dall'altra.

La gente cammina.

Lungo vie polverose di buganvillee.






                    ( da Appunti africani - '94 )

lunedì 11 gennaio 2016

FUGA DALL'ISIS


Dedico, tra i tanti, questo filmato a tutti gli arroganti presuntuosi che a volte capitano al tavolo cui si è seduti e ti gridano sulla faccia che i musulmani sono tutte merde e devono morire in blocco. E ridono sguaiati, fanno smorfie sarcastiche e dicono: aspettate che vi mettano tutti sotto e vedrete. Alla stregua del peggior Klu Klux Klan.

Sono stufa di provare a comunicare con chi non sa di che parla e non ha la minima intenzione di conoscere, studiare, capire.

Ribadisco: l’unica divisione ammissibile è tra buoni e cattivi (e non dovrebbe essere così complicato distinguerli indipendentemente da dove sono nati)


http://video.sky.it/news/mondo/fuga_dallisis_reportage_sulle_donne_fuggite_dal_califfato/v267121.vid

lunedì 23 novembre 2015

DUE FUTURI POSSIBILI


A fine estate avevo scritto la seguente riflessione. La feci leggere a un paio di amici che mi dissero che ero paranoica, che oggi nessuno avrebbe permesso di scivolare in una catastrofe e che la diplomazia avrebbe in un modo o nell'altro sempre fornito una soluzione.


Considerata la situazione geopolitica mondiale, considerati gli interessi economici internazionali, considerato il fenomeno dei flussi migratori, in tutte le diverse espressioni e modalità in cui si manifesta, consideratene le cause e le implicazioni, ritengo che si prospettino due scenari possibili.

Il primo: un’illuminazione collettiva che porti a un’assunzione di responsabilità sia individuale sia degli Stati sovrani verso un’intelligente, umana, equa e lungimirante risoluzione del problema.

Il secondo: lasciare campo libero agli estremismi e permettere a essi di portare sempre più vicino paura e terrore, in modo che tutti vorranno una soluzione qualunque essa sia pur di sentirsi protetti e al sicuro. Con buona pace di giustizia, intelligenza, onestà.

Quando le persone sono frustrate, arrabbiate, impaurite, vogliono soluzioni rapide e, visto che chi ci governa* quando non è in malafede o controllato, è inetto (altre opzioni non sono date), meglio di così cosa ci potrebbe essere? Se il terrorismo arriverà a casa nostra sarà una manna. Sarà sufficiente abolire Schengen, innalzare barriere dove ancora non ci sono, alimentare i nazionalismi.**

Donald Trump insegna.


*Quando mi riferisco a chi governa intendo sempre a livello internazionale. Diversamente lo specifico.

2 settembre 2015



** E anche in questo caso, a distanza di dieci anni, debbo rivedere qualcosa. Non tanto il senso di quanto scritto e che confermo, quanto il rendermi conto che riguardo a Schengen, Europa, nazionalismi, le cose sono cambiate in un modo, per certi versi impercettibile, da rendere necessario approfondire la questione. Non appena riuscirò a terminare la revisione di tutto quanto mi dedicherò agli approfondimenti/aggiornamenti.



lunedì 19 ottobre 2015

I SOLDI CHE CI DANNO GLI #IMMIGRATI

Giusto per chi considera solo il portafogli.

Negli ultimi anni il rapporto tra spese per gli immigrati regolarizzati e le entrate procurate all'Italia dagli stessi, è sempre stato in attivo a nostro favore. Nell'ordine dei miliardi di euro. Dati statistici governativi sull'immigrazione.

Poi ci sono tutti i resoconti a firma #Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, ecc.

Per cui si tratta di imparare a gestire un fenomeno crescente e irreversibile con i maggiori benefici possibili per tutti. E i cittadini devono pretendere dai propri governi che ciò avvenga. Con intelligenza e lungimiranza. Umanamente, socialmente, economicamente.


E teniamo sempre a mente che tutti rimangono volentieri a casa propria se le condizioni lo permettono.


ottobre 2015




ottobre 2015

venerdì 16 ottobre 2015

GOVERNI, MERCATO, CITTADINI


Alla fine i governi delegano. Noi deleghiamo loro ed essi fanno altrettanto.
E a chi delegano?
Ai mercati e a noi.
Questa la ricetta per risolvere i problemi del pianeta. Geniale.
Da una parte qualcuno il cui fine è il profitto, per cui tutto il resto viene dopo, se viene, dall'altra una moltitudine di consumatori quasi del tutto rimbecilliti dalle pubblicità, dalle bugie delle aziende, da bisogni superflui indotti, dall'assenza di vera informazione, che però dovrebbe, non si sa grazie a quale misteriosa alchimia, aver intatta la capacità di discernere e decidere cosa mangiare, cosa usare, cosa sfruttare, cosa prendere e cosa lasciare a chi verrà dopo.
Siamo in una botte di ferro. Noi e le generazioni a venire. Però chiusi dentro ben bene e scaricati sui fondali come i peggio rifiuti tossici e in loro compagnia.


Luglio 2015

giovedì 15 ottobre 2015

#ACQUA su #MARTE

Ne ho già scritto in passato in diverse occasioni, dell’uomo che offende l’intelligenza che si vanta di avere, ma questa notizia dell’acqua su Marte mi costringe a ripetere ovvietà.


Meraviglia! Acqua… su Marte c’è acqua.

Potrebbero esserci altre forme di vita…

Oh sì, meraviglia delle meraviglie… che emozione…


Perdonate, ma un linguaggio triviale s’impone.

Cosa ce ne frega dell’acqua su Marte?

I casi sono due:

o vogliamo fottere anche quella o siamo del tutto rincretiniti

Probabilmente le due cose insieme.


Quella che abbiamo qui sulla terra ci schifa? Sembra da come la trattiamo. E forse bisogna proprio farla pagare, e cara, molto cara, ma non quella che resta, quella di prima, quella che è stata immerdata in ogni modo, e deve pagare chi l’ha immerdata. Ma pagarla così tanto da poter risolvere i problemi idrici di tutto il pianeta.


Quella che resta, invece, trattarla con riguardo e riconoscenza, permettere a chiunque di accedervi, equamente, senza sprechi, senza volerne trarre profitto.

Centellinarla nel mentre che si cambia rotta e concederle il tempo di rinnovarsi e tornare per quel che sarà possibile, viva e piena di vita, in un processo di resilienza che sarebbe la nostra unica possibilità di salvezza.

In alternativa, come ho visto in una bella vignetta, pomperemo quella da Marte.


5 ottobre 2015


P.S. Ne scriverò altrove ma tutti questi movimenti neo green che blaterano di auto elettriche, di bioplastiche, di biocarburanti, di cappotti termici, di pale eoliche, eccetera eccetera eccetera, inizio a non sopportarli più. Ce ne fosse uno, dico uno, che mettesse al centro della faccenda l’acqua. L’acqua è una. Come il sangue che ci scorre dentro. Se ci pigliamo il tetano da un minuscolo taglietto in un dito alla fine crepiamo. Se immettiamo, ad esempio, un inquinante persistente, un POP*, in un corso d’acqua in un punto qui, possiamo stare certi che poi lo troveremo lì, e poi là, e poi laggiù, e poi ancora in luoghi così distanti, a volte apparentemente incontaminati, che non penseremmo nemmeno a collegare i fenomeni e stenteremmo a credere a chi ci dimostrasse la provenienza dal punto di partenza dato. Diremmo semplicemente: ma guarda un po’, sto veleno c’è pure qui, chi l’avrebbe mai detto, chissà come mai, qui non c’è manco una fabbrica, non c’è nulla che ne spieghi la presenza. Si tratta di un problema complesso e immenso con implicazioni di carattere economico abnormi. Per questo nessuno lo inserisce nella lista delle cose buone da fare per essere green. Nella speranza che nessuno si accorga dell’assenza.

*Persistent Organic Pollutants - Inquinanti organici persistenti

mercoledì 14 ottobre 2015

BIO-PLASTICHE

Articolo interessante e semplice. 
Tralascia però di sottolineare come, diversamente dall'alternativa che qui si propone, l'industria tradizionale del biocompatibile, dagli imballaggi ai carburanti, implica coltivazioni intensive che danneggiano i territori parimenti delle altre.

http://camilladallabona.novagrant.ilsole24ore.com/2015/10/10/bio-plastiche-quando-lo-scarto-non-e-da-buttare/

venerdì 9 ottobre 2015

CONVERSIONE PRODUTTIVA

Pensare che i ricchi, per quanto sempre più ricchi e ricchissimi, possano far fuori (leggi consumare) tutto quanto è necessario produrre per tenere in piedi il sistema attuale di produzione (inteso diffusamente ed erroneamente come sinonimo di crescita e progresso), è perlomeno da incompetenti.

Se proprio bisogna concedere che tale sistema sia il meglio che possiamo avere, propongo una ricetta a due ingredienti: riduzione delle disuguaglianze e conversione produttiva, intendendo per quest’ultima un cambiamento rivoluzionario e lungimirante dei beni da prodursi.


aprile 2015

PROFUGHI 2

Nigeria, Niger, Ciad, Yemen, Eritrea, Sudan, Etiopia, Burkina Faso, Messico, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina, Birmania, Bangladesh… in ordine sparso i primi Paesi che mi vengono in mente dove, per un motivo o per l’altro, se non si muore, si vive di merda.


Umanità a parte.

Cosa c’entrano i nostri Paesi, i nostri governi, le nostre democrazie, le nostre imprese con i flussi migratori? Questa è la domanda.

Rendetevi conto.

Sono saltati l’equilibrio ambientale, l’equilibrio socio politico mondiale.

I muri verranno scavalcati.

Grandi riforme istituzionali internazionali sono necessarie.


Non si può impedire a esseri viventi che, per qualsiasi motivo, temono per la propria vita di trasferirsi in cerca di salvezza.


Gli Stati di Polonia, Slovacchia, Repubblica ceca, Ungheria, uniti nel no.

Non costa fatica dire no. Il sì comporta impegno, partecipazione, sacrificio, comprensione.

L’esercito ungherese schierato alle frontiere (04/09)

La Danimarca sospende collegamenti stradali e ferroviari con la Germania (09/09)

La versione online di uno dei giornali più letti in Russia, Komsomlskaya Pravda, ospita un blog in cui si asserisce che i migranti africani sono volutamente importati dall’omodittatura europea, perché, si sa, ai gay piacciono i neri!

La “giungla” di Calais.

Mattarella ha detto che l’Europa può assorbire senza traumi il flusso di profughi e che è necessario risolvere i problemi nei Paesi di provenienza visto che il fenomeno è solo destinato ad aumentare e considerarlo un fenomeno d’emergenza transitorio è da stolti.

A Ventimiglia hanno sradicato l’accampamento sulla scogliera.

Chilometri e chilometri di filo spinato e barriere.

Eccetera, eccetera, eccetera…


Certo, le migrazioni comportano contrasti culturali sgraditi, e talvolta minacce come il fondamentalismo islamico, ma è decisamente improbabile che coloro che fuggono guerra e  barbarie siano rappresentanti di tale fondamentalismo, della Jihad globale.

Sicuramente tanti, soprattutto giovani uomini, s’incattiviranno di fronte alla cruda realtà di essere stati presi in giro. Nessun dubbio, infatti, sull’esistenza di una strumentalizzazione politica ed economica da parte delle nazioni coinvolte, ma questa è una parte del discorso che non intendo affrontare in questa sede. Qui mi preme dire soltanto che se anche fossero tutti santi quelli che arrivano, non li si vorrebbe comunque. Eppure ci tocca. A tutti quanti sul pianeta. Certo, sarà difficile entrare nel nuovo millennio in così tanti con tutti i problemi che ci sono e che in gran parte non si vuole vengano risolti benché soluzioni esistano. Certo, non sarà facile ripensare la società globale per trasformarla in una società multietnica equa e rispettosa dei diritti di tutti ma questo è il compito, l’imperativo cui non ci si può sottrarre. Non farlo corrisponde a mettere la testa sotto la sabbia e la polvere sotto al tappeto. Da questo grande, prodigioso, evoluto Uomo ci si deve aspettare qualcosina in più, non credete?

Altrimenti alla domanda se questi altri, come li si chiama, siano meno umani di noi, dobbiamo metterci la faccia e rispondere di sì.


Settembre 2015


AL MARE (2015)

    
  • Sul molo ore 9.00, sento alla radio dell’esperimento finlandese che mostra come si viaggia nascosti in un container per 24 ore mentre leggo una frase in un articolo di un giornalista di Pechino:

“ Siamo dei morti viventi che camminano ogni giorno come fosse il primo.”

Alzo lo sguardo e osservo, in questo mare di bonaccia e cielo terso e fermo, i pochi bagnanti mattinieri passeggiare sulla battigia, muoversi tra i lettini, vagare lenti con il pensiero probabilmente rivolto all’autunno imminente, al rientro al lavoro, alle prossime ferie lontane. Osservo la teoria di case antiche e nuove al di sopra dell’Aurelia. Bolle di inconsapevolezza come oasi. Pezzi di mondo fuori dal mondo. Ma come poter anche solo sospettare che la bellezza di questa luce netta su intonaci liguri sia ciò che di più lontano può esserci dalla realtà?


  • A un pranzo di compleanno in uno stabilimento balneare una bimba di 14 mesi frigna senza sosta in braccio alla madre. Perché? chiedo. Vuole vedere il cartone sul tablet anziché sullo smartphone, risponde la genitrice mentre impone al fratello più grande di cedere il tablet alla sorellina.


  • Sempre sul molo, una donna al telefono, frammenti di conversazione portati dal vento: “… entro 3 trioparsec, ricordi, abbiamo avuto 3000 particelle… certo che se proiettato in tutte e 6 le dimensioni, in uno spazio di appoggio… infatti con la simulazione di … abbiamo visto variazioni di accrescimento…”

  • Ed eccomi in un attimo là dove nessun uomo è mai giunto prima.


  • A passeggio sulla battigia una coppia sui trentacinque, lui occhiali, lei giuliva.

Lui:” …poi si fa un buco profondo profondo e si inietta un bel po’ di carbonio 14 così si capisce cos’è successo cento, mille, un milione di anni fa…”

Lei:”Ma dai?”.


  • Tra gli scogli, due ragazzini, otto o nove anni. Il secondo con la erre moscia.

“Guarda, guarda, una carpa”

“Non la vedo di qui. Sei sicuvo che è pvopvio una cavpa?”

“No, forse è una murena”

“Cavpa, muvena, non me lo dive neanche cos’è. Vado a pvendeve gli attvezzi per ammazzavla. Me lo dici dopo cos’è.”


  • Sempre tra gli scogli, tre belle bambine sui dieci anni. In piedi una fianco all’altra, capelli lunghi al vento, lo sguardo verso l’orizzonte. Una mora, una castano chiara, una bionda. Francesca, Elisa e Raffaella (i nomi me li sono inventati).

Elisa: “ Ma tua nonna non doveva controllarci?”

Francesca: ” Figurati, quella sta sempre attaccata all’I Phone”

Elisa: “Meglio così siamo libere di andare avanti e indietro come ci piace.”

Raffaella: “ Sì, è terribilmente noioso star sempre vicino all’ombrellone, almeno dalla cima del molo il mare si vede bene.”

Francesca (mettendosi a urlare con espressione di disgusto): “ Mare, mare, mare, mi fai schifo, mi fai schifo, il mare fa schifo, fai schifo mare, bleah, non servi a niente, a che cazzo servi, fai solo schifo…”

Raffaella (quasi a bassa voce): “ Ma cosa dici? Il mare è bello”

Francesca: “ Ma cosa dici tu? Il mare fa schifooooo, avete capito? Serve solo per cagarci dentro. Hai capito mare? Fai schifoooooo”


  • Spiaggia di pietre, si avvicina il mio amico Outman e si accovaccia per una pausa sigaretta scaricando dalla spalla i teli che vende. Parliamo del suo quarto figlio, nato in primavera.

“ E così sei al quarto figlio. Gli altri quanti anni hanno?”

“ Ho un maschio di nove e due femmine una di sette e una di quattro. Ma questo è l’ultimo. Per mangiare si riesce a mangiare ma ci sono la scuola, i dottori. Più di quattro non ce la posso fare.”

“L’ultimo? Posso farti una domanda molto personale?”

“Certo”

“ E come pensi di fare?”

Sorride benevolo, un po’ stupito, sia dalla mia franchezza sia da quella che deve sembrargli un’ignoranza insolita per una donna europea: “ Ci sono delle pastiglie, non sai?”


  • Due donne sulla cinquantina e qualcosa conversano passeggiando avanti e indietro nell’acqua.

Donna 1: “ Allora, come procedono i lavori di ristrutturazione? Sei a buon punto?”

Donna 2: “ Finiti. Finalmente, non ce la facevo più a stare in mezzo a un cantiere…”

Donna 1: “ E cos’hai fatto fare? Solo l’esterno o anche gli interni?”

Donna 2: “ Tutto. Mi sono fatta fare tutto. E figurati che sono riuscita a farmi fare anche il muro esterno, sai quello lungo dietro la casa che era da rifare? Il muro e anche parecchie altre cosette fuori dal preventivo.”

Donna 1: “ E hai speso molto oltre al preventivo?”

Donna 2: “ Nulla, cosa credi? Quando gli ho prospettato la possibilità di fare anche gli interni, ho visto che il tipo era molto interessato e ne ho approfittato per infilarci ‘sti lavoretti gratis dicendoglielo all’ultimo così non si è osato a dir di no.”

Donna 1: “ Be’, ci avrà comunque guadagnato. Se li sarà fatti i suoi conti.”

Donna 2: “Questo non lo so, sono affari suoi. Non gli ho neanche dato il saldo del preventivo. Sai, erano ancora tremila euro ma ho saputo che in passato è stato in difficoltà e non ha pagato degli operai per cui non gode di buona fama, per cui la sua parola contro la mia… Dovrebbe prendere un avvocato per far valere i suoi diritti ma è un pezzente, non se lo può mica permettere l’avvocato, per cui sono in una botte di ferro. E l’unica persona che potrebbe testimoniare sui nostri accordi ho fatto in modo di far circolare brutte voci sul suo conto in modo da toglierle ogni credibilità. Sai, a questo mondo, non bisogna farsi scrupoli. C’è la crisi ed è meglio pensare a se stessi.”


  • Spiaggia libera, verso fine estate. Da lontano vedo un ragazzone nero che si avvicina a dei bagnanti per proporre la propria mercanzia. Si tratta di due coppie sui cinquanta. Vedo che uno degli uomini si alza, si mette a sbraitare e lo allontana in malo modo. Mi alzo e mi dirigo verso di loro per capire cosa sta accadendo quando una coppia seduta poco distante, che scopro poi essere tedesca, interviene in difesa del ragazzo. Con noncuranza vado a sdraiarmi poco distante per ascoltare cosa si dicono le due coppie di nuovo a sedere. Di base i soliti luoghi comuni contro ‘sti animali mussulmani che vengono a rubare a casa nostra, poi, quando le due consorti si alzano per un’abluzione rinfrescante, uno dei due fa all’altro:

“Questi ci vogliono fottere le donne, cosa credi, e ci sono delle troie che gli piacerebbe pure secondo me.”

Il compare tace meditabondo.

Dopo una mezz’ora il marcantonio nero ripassa facendo cautamente il giro largo. Lo osservo: un metro e novanta per due spalle da lottatore, maglietta attillata su petto e ventre niente male, viso da puma. Mi scappa un sorriso di ammirazione compiaciuta (e indiscutibilmente materna vista l’evidente tenera età della creatura) e godo veramente che il personaggio di cui sopra se ne accorga.

Perché, come rispondeva il giovane ucraino in “Ogni cosa è illuminata” all’appunto che si dovesse usare il termine nero e non negro: “Cos’hai contro negro? Negro è superiore.”, è indubbio che alcuni gruppi etnici africani manifestino la loro superiorità fisica ed estetica rispetto alla maggior parte delle altre etnie in modo prorompente. Nel disprezzo spesso ci sta anche un po’ di invidia.


  • Sulla riva, due donne. Generose.

Donna 1: “ Ma come mi sta questo costume? Non riuscivo a decidermi stamattina se prendere questo o usare quello dell’anno scorso, sai quello azzurro… te lo ricordi?”

Donna 2: “ Bene, bene, ti sta bene. ”

Donna 1: “ Ma tutta ‘sta cellulite, guarda che roba, si vede di più con questo qui. Vero che si vede di più? Perché mi schiaccia lì e vedi che buco che mi fa proprio sulla natica. Bisogna mettersi a dieta e fare dei massaggi come si deve… altro che costume.”

Donna 2. “ Dieta? Ma che dieta? Vai bene così. Ah, io mangio quanto voglio. E lo vedi tutto questo ben di Dio? Carlo ci va pazzo. M’ammazza se perdo le tette. Quando sono al dunque, secondo te stanno a guardare la cellulite?”


  • Lungo la passeggiata a mare una coppia cammina e chiacchiera gesticolando.

Lei: “ … e tu cosa ne pensi?”

Lui: “ Secondo me il polsino della camicia deve arrivare fin qui, poi quando allunghi il braccio così in avanti allora può spuntare dalla manica della giacca.”


  • Una donna armata di guanti e sacchi neri perlustra la scogliera e raccoglie la spazzatura che trova. Si avvicina anche ai bagnanti, sorridente e gentile, per pulire ovunque. Una signora le rivolge la parola: “Mi scusi, ma questo dovrebbe farlo il servizio di nettezza urbana…”

“Qui è demanio, non credo sia di loro competenza, in ogni caso è tutta roba che stiamo lasciando noi… un mare di plastica soprattutto…”

Un’altra donna interviene: “ Vabbe’, ma infilata lì tra gli scogli che fastidio le dà?”


  • Una donna anziana, piuttosto corpulenta, scossa dai tremori continui e con evidenti difficoltà di movimento sta seduta sulla sdraio sotto un ombrellone. Il marito, un ometto minuto, va e viene dalla sdraio accanto.

Li osservo dal molo di tanto in tanto. Lui ogni dieci minuti va a rinfrescarsi nell’acqua bassa, poi torna e si rimette a leggere un libro. Si premura sempre di chiedere alla moglie se ha bisogno di qualcosa, lo si capisce dai gesti e dai modi, e, in caso affermativo, o va a prenderle qualcosa al bar dello stabilimento o, se si lamenta del caldo, le porta un secchiello d’acqua di mare e la bagna un po’ dappertutto con gran contentezza di lei.

Due ragazzoni, età da liceali, che da un paio d’ore ascoltano musica tremenda disturbando la mia lettura, si alzano e si dirigono alla base del molo. Per inerzia seguo il loro tragitto. Li vedo fermarsi davanti alla coppia che stavo guardando e scambiare qualche frase con l’uomo e la donna. Da dove sono riesco a sentire un’esclamazione di approvazione da parte di lei. Poi vedo i due ragazzoni aiutarla ad alzarsi e condurla, seguiti dal marito, in acqua. La sorreggono fino alle boe bianche, dove la profondità è di circa un metro e mezzo e le fanno fare un bagno. Praticamente davanti a me. Lei ride contenta, anzi felice, e ripete: grazie, grazie, grazie, ringraziate anche i vostri genitori, siete proprio due bravi ragazzi.

estate 2015


Tutti i diritti riservati

#iostoconerri

La procura di Torino ha chiesto otto mesi per Erri De Luca, accusato di istigare al sabotaggio della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.

Nel periodo storico in cui si cerca di far passare il concetto di diritto alla mobilità umana, si mette in discussione la mobilità della parola. La si vuole imbrigliare e trattenere anch’essa. Con l’acquisizione ormai prossima di Rcs da parte di Mondadori che così deterrà un terzo dell’editoria nazionale, e tutto ciò che ne consegue, con la scarsa diffusione del giornalismo d’inchiesta, con i telegiornali che diffondono paure, tutto mira al controllo. Ma la parola sfugge e si trasmette comunque. La parola resta. Sopravvive a chi l’ha pronunciata o scritta.

Resta sacrosanta l’assunzione di responsabilità del pronunciarle e diffonderle le parole. Perché ci sono quelle inutili, autoreferenziali, quelle che portano al contrasto e non al dialogo, che consolidano le diversità e le separazioni in senso sterile e deleterio anziché condurre a una sana crisi. Crisi che significa separazione della pula dal chicco e quindi valutazione e discernimento, presupposti necessari per un miglioramento e una rinascita. Penso a Charlie Hebdo, di cui già scrissi, penso al terrorismo quotidiano perpetrato con l’uso improprio della parola, penso all’esaltazione acritica e distruttiva che l’incitazione verbale alla violenza produce, penso alle parole violentate, a cui viene infilato a forza dentro un significato che non appartiene loro, nel tentativo di stravolgerne il dna.


Anni fa, ritornando al buon Erri, una quindicina più meno, passai da Ceva, tornando da Torino verso Imperia e mi trattenni ad ascoltare un comizio di Borghezio, che se non ricordo male anche quest’anno ha presenziato un corteo contro la nascita di un centro islamico in questa roccaforte leghista. Ecco, ripensando alle parole che udii, se volessimo adottare stesso peso e stessa misura, per comminare a lui, e a chiunque altro di tal fatta, un’adeguata e proporzionale condanna dovremmo importare la sedia elettrica dagli Stati Uniti.

Ottobre 2015



venerdì 14 agosto 2015

DATI #IMMIGRAZIONE


Nelle mie ricerche di approfondimento riguardo al tema dei profughi e dell’immigrazione in Italia, ho trovato, da fonti a mio avviso attendibili, una serie di dati e informazioni che, per quanto uno li voglia ben soppesare e non prendere come precisi al millimetro, danno di che riflettere.

Premesso che il fenomeno delle migrazioni è un evento di portata mondiale irreversibile che sarà la sfida del nuovo millennio, con tutte le problematiche già esistenti che diverranno via via più complesse, e che, contrariamente a quanto, almeno da noi, i media comunicano, non riguarda solo la nostra nazione o solo l’Europa ma la maggior parte delle nazioni del mondo, vorrei condividerne alcuni con voi in ordine sparso e per quanto possibile senza alcun commento.


- Nel 2014 sono sbarcati in Italia circa 140.000 profughi, esuli, migranti economici o comunque li si voglia etichettare, ma più di 100.000 se ne sono già andati. L'obiettivo di restare nel nostro Paese vale per pochissimi.

- Da quando è iniziato il nuovo fenomeno dei flussi al 2013 le persone che nel mondo hanno lasciato il proprio Paese erano 213 milioni, a cui aggiungendo un 15% di coloro il cui spostamento non risulta, si arriva al 4% della popolazione mondiale.

- In alcuni paesi gli immigrati residenti superano il 30% della popolazione locale (Golfo Persico, Guyana, Brunei), in altri superano il 20% (Canada, Australia, Stati Uniti, Arabia saudita, Libia) L’Italia ha un 8% circa.

- L’INPS, parlando di noi, non è giunto al tracollo ma ha in questi anni in parte risanato il bilancio grazie ai contributi a fondo perduto di molti stranieri.

- Quasi il 9% del Pil italiano l’anno scorso è stato prodotto da stranieri. Il saldo attivo annuo relativo alla loro presenza è pari per lo Stato italiano a circa 3 miliardi di euro.

- In 5 anni in Italia gli stranieri hanno aperto imprese regolarmente registrate, con un aumento del 21% a fronte di un calo di quelle italiane del 7% (su questo punto varrebbe la pena aprire un dibattito a parte, in quanto evoca numerosi perché).

- Dal 1988 a oggi sono morte nel Mediterraneo circa 25.000 persone (morti accertate).

- Secondo dati Onu in Africa gli immigrati sono poco meno di 20 milioni, in Asia 70 milioni, in America Latina 9 milioni. Un 100 milioni di persone che si spostano su un asse sud-sud o all'interno di una vasta area continentale (Asia). In Europa circa 70 milioni, negli USA 53 milioni.

- I Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati: al primo posto il Pakistan 1,6 milioni, Iran 870mila, Germania 660mila, Kenya 570mila, Siria 480mila, …

- I nostri Cda, Cei, Cara, rispettivamente centri accoglienza, centri di accoglienza richiedenti asilo, centri di identificazione ed espulsione, in cui vengono smistati coloro che vengono soccorsi dai Cpsa, centri di primo soccorso e accoglienza, in situazioni di urgenza vengono potenziati con una rete di centri e strutture minori sparsi per il territorio nazionale, senza che vi sia un coordinamento generale, standard equivalenti, normative comuni. Per tutto ciò si spendono centinaia di milioni di euro ogni anno senza che uno solo venga speso per concrete attività di integrazione (insegnamento dell’italiano, avvicinamento ai meccanismi burocratici e alle norme, approccio al lavoro, ecc.)

- Negli ultimi 4 anni il numero di profughi siriani che ha fatto richiesta di asilo in Europa rappresenta il 6% del totale di coloro che sono fuggiti dal conflitto, circa 250.000. I restanti sono arrivati e rimasti soprattutto in Turchia, circa 2 milioni, e negli altri Paesi limitrofi, altrettanti. La popolazione europea è 7 volte maggiore di quella turca.

- In Europa in 15 anni hanno bussato alle porte circa 1 milione e 200.000 “irregolari” da diversi Paesi del mondo. Chiaramente non sono stati accolti tutti.

- Il Kurdistan (5 milioni di abitanti) ha accolto 1 milione e mezzo di rifugiati. Facendo la debita proporzione, è come se noi, in Italia, ne avessimo accolti 20 milioni.


Potrei proseguire, ma non posso evitare di lasciare un po’ di spazio ad alcune considerazioni che ritengo fondamentali:

- Le grandezze demografiche con cui ci siamo confrontati per decenni si sono evolute rapidamente, e di pari passo quindi conflitti, problemi legati al clima, alla desertificazione, alla difficoltà di accesso alimentare e idrico, al Land grabbing (ad esempio gli africani emigrano da una terra ricchissima che non è quasi più per nulla la loro), alla banale ricerca di lavoro. Da aggiungere lo spostamento, se pur minimo, di coloro che mirano a una formazione universitaria internazionale divenuta obbligatoria per la classe dirigente di molti Paesi in via di sviluppo

- Continuano a riferirsi alle ondate migratorie come a un fenomeno eccezionale che, ci rassicurano, rientrerà. E intanto per arginarlo, ai confini aggiungono muri. Invece non si tratta di qualcosa di transitorio; al contrario questi flussi aumenteranno e si protrarranno nel lungo periodo. Pertanto necessitiamo di intelligenza, lungimiranza e reale volontà di integrazione. Prepariamoci alla gestione di una società nuova che sarà inevitabilmente multietnica.

- Sicuramente rivedere il trattato di Dublino, che impone al rifugiato di restare nel Paese di arrivo che ha accolto la domanda di asilo (fatto questo che tra l’altro alimenta il far finta di non vedere e lasciar passare senza registrare), combattere le mafie che “fatturano” centinaia di milioni di dollari, rivestendo quasi il ruolo di una società di servizi, in quanto vanno a riempire un vuoto legislativo e organizzativo internazionale, rispondendo a una domanda crescente che non trova altri interlocutori, sono due imperativi cui non ci si può sottrarre. Farlo però significherebbe riconoscere la vera natura e la vastità del problema e perciò ammettere di fronte all'opinione pubblica che non rientrerà un bel nulla e che è giunta l’ora di tirarci tutti su le maniche e farci un po’ più stretti a tavola. Fermo restando che non sarebbe neanche necessario metaforicamente stringersi, visto che sul pianeta ci sono risorse sufficienti per tutti. Il solito problema dell’accaparramento e della distribuzione arbitraria. Poveri contro poveri perché ci fanno credere che non ce n’è a sufficienza.

- L’unica differenza tra noi e “loro”, come ho già scritto in altra occasione, è il colore del passaporto. I  profughi non nascono illegali. Siamo noi a renderli tali.

- Credo che un giorno si studierà a scuola il fenomeno delle migrazioni come il fatto più rilevante di questo secolo, fatto che ci richiama, aggiungendo urgenza all'urgenza, a una saggia e finalmente equa gestione delle risorse. Purtroppo oggi non c’è la minima consapevolezza della portata e del significato di quanto sta accadendo. Le variabili, in termini di provenienza, cultura, motivazioni, età, classi sociali, sono talmente tante che non riusciamo a far rientrare questo processo sociale mondiale in nessuna delle categorie con cui finora abbiamo gestito la storia. Mi auguro profondamente che umiltà, buon senso, e volontà di vedere e capire prendano il sopravvento in tempo utile. Se ci arrivano persone comuni evidentemente la maggior parte dei politici, degli analisti, dei giornalisti, e via dicendo non sono all'altezza del proprio compito e dovrebbero dedicarsi ad altro prima di fare ulteriori danni.



luglio 2015