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venerdì 3 marzo 2023

LA CIMINIERA DELLE FERRIERE

Ricordo quando nella primavera del 2000, se non ricordo male, tornando da un breve viaggio a Torino, sbucai dall’argine destro nel momento in cui venivano abbattuti gli stabilimenti delle Ex Ferriere. Frenai e accostai la macchina. Mi vennero le lacrime agli occhi, provai un senso di ingiustizia per quanto stava accadendo. Fu allora che decisi di trasformare quello che fino a quel momento era stato un diario personale sulla città in una testimonianza da rendere pubblica. La mia personale testimonianza, quindi parziale ed emotiva, ma comunque un contributo a che si conservasse nella memoria collettiva qualcosa che non era più e di cui in futuro non si sarebbero trovate tracce se non in archivio. Da tempo pensavo che Imperia fosse un museo a cielo aperto e che di tanta storia che fortemente definiva questa città pian piano le tracce scomparissero. In molti libri su Imperia di una parte del passato più lontano e anche del più recente, intendo quello del dopoguerra, non si racconta. Molte cose le ho scoperte appunto dai documenti d’archivio dove ho cercato verifica di racconti raccolti nel tempo. Nel corso di trent’anni ho visto l’aspetto di questa città continuare a mutare attraverso la cancellazione di quello che è stato come se tale modalità fosse prerogativa radicata nella mentalità di chi nel tempo ha amministrato Imperia. Quante volte, ancora oggi, parlando con visitatori e stranieri, raccontando loro alcune cose che normalmente non vengono raccontate, questi strabuzzano gli occhi stupiti che tanta ricchezza storica non sia motivo di orgoglio e valorizzazione. Non alludo alla storia dei palazzi illustri o delle personalità illustri di Porto Maurizio e Oneglia, storia che è stata ed è sempre portata agli onori, ma a quella urbanistica e industriale della città, a quella commerciale, altrettanto importanti. Di quando, ad esempio, dal porto di Borgo Foce partivano bastimenti carichi dell’olio della Giurisdizione degli ulivi alla volta di San Pietroburgo, o allo sventramento del Parasio per creare i boulevards, alla storia della collocazione della stazione, e via recuperando vicende che meglio possono spiegare la città di oggi.

Penso a Torino, che è la città che meglio conosco. Quando nel 2014 ho fatto ricerca e sopralluoghi per il mio libro ambientato tra Veneto e Piemonte nel ventennio 1923 - 1943, ho ritrovato i siti cui nel libro intendevo fare riferimento. A parte quanto distrutto dai bombardamenti, un paio di speculazioni edilizie, e la trasformazione di un’area industriale in un immenso centro commerciale, posso dire di avere trovato tutto quello che cercavo, almeno l’ottanta per cento. Villaggi operai, complessi industriali dismessi, e altri edifici di interesse storico per le vicende raccontate. Ho potuto camminare per ore tra vestigia pressoché intatte e deserte e calarmi nella quotidianità di chi le aveva vissute all’epoca.

A parte il mio libro, mi vengono in mente di Torino, altri luoghi del passato come le OGR, Officine grandi riparazioni, o l’intervento di riqualificazione urbana del Lingotto nella Torino post fordista. Intendo dire si può cambiare la destinazione d’uso di una struttura del passato mantenendo però la stessa a memoria di quello specifico passato. Certo non voglio fare del campanilismo e ammetto che mi si stringe il cuore ogni volta che entro nella stazione di Porta Nuova e conosco l’abbondanza di assenze presenti anche a Torino, come in ogni città. Per fortuna esistono persone che nel corso dei decenni hanno documentato tutto e portano avanti un progetto di diffusione pubblica del proprio lavoro.

Per questo vorrei rispondere brevemente alle seguenti dichiarazioni del sindaco:  

"Fa tristezza. Però d’altra parte bisogna sempre guardare avanti, mai piangere sul passato. Andare avanti e fare meglio. Molte volte le scelte che si fanno sono anche scelte difficili e che non si vorrebbero prendere.

Questo è il modo per cui troppo spesso non si fa nulla, perché non si vuole decidere. Quando ci sono delle cose che ti danno dispiacere, che ti danno anche un po’ di tristezza, cercati un pensiero bello. Cercando un pensiero bello, uno nasconde e cerca di dimenticare il pensiero brutto. Il pensiero bello sarà quello di andare a vedere quello che diventerà questa zona degradata. Perdiamo una ciminiera, avremmo preferito averne tre invece che due sole. Avremmo però una zona molto degradata e abbandonata, che unisce Porto Maurizio a Oneglia, che invece sarà una buona zona di sviluppo, con un parco grosso, con delle attività produttive, che daranno lavoro.

Guardiamo il positivo. D’altra parte nella vita, credo che si vada avanti soltanto se si guarda al positivo e ci si dimentica delle cose brutte. Altrimenti, con i tempi che viviamo correremo il rischio di andare indietro”.


Vede, signor Sindaco, l’iniziale accorato e poi ripetuto richiamo alla tristezza suona terribilmente come una banale e scontata captatio benevolentiae. Una moina per chiudere il discorso ed evitare di rispondere alle molte argomentazioni di chi non condivide determinate scelte urbanistiche. Non si tratta di piangere sul passato. Si tratta di non cancellarlo ma saperlo recuperare nell’ottica del miglioramento cui si ambisce. Ritengo non onesto proporre la dicotomia brutto, degradato, abbandonato versus bello, produttivo, foriero di lavoro. Al degrado e all’abbandono si può sempre porre rimedio se esiste la volontà di farlo ma in questo caso non lo si è fatto forti della motivazione che ormai la zona era proprietà del gruppo Colussi, discorso che vale anche per zone in cui non ci sono multinazionali di mezzo. Mi riferisco a quella funzione utilitaristica del degrado che consente di far accettare qualsiasi soluzione purché il fine dichiarato sia di togliere la bruttezza da sotto gli occhi. Bisogna vedere in cambio di cosa. Ammesso e non concesso che gli obiettivi dichiarati di beneficio per città e cittadinanza si realizzino, ciò sarà, nella migliore delle ipotesi, a costo di una perdita di identità storica collettiva. Sempre augurandoci che l’indotto occupazionale che dovrebbe derivarne sia un po’ più consistente di quello creato dal nuovo porto. Quindi concludo, con una buona dose di rassegnazione, ben vengano i cambiamenti, dalla riqualificazione della zona, al nuovo ponte che la unirà alla zona dell’Agnesi, dai lavori alla Galeazza e a quelli del Prino, e via elencando, ma prego le istituzioni rappresentate in questo momento dalla Sua persona, di provvedere almeno alla preservazione di quanto era prima attraverso la diffusione nei vari percorsi urbani di una documentazione fotografica ed esplicativa sull’esempio di quella importantissima se pur minima e discreta ad opera del Circolo Parasio affissa in via San Leonardo: la riproduzione di un dipinto che ricorda al viandante com’era via San Leonardo prima del terremoto e dei cosiddetti “sventramenti”. Iniziativa che spero proseguirà per tutto il borgo antico di Porto Maurizio, anzi per tutti i quartieri, ché ognuno di essi merita tale attenzione.

Distinti saluti

Barbara Panelli


Scritto d’un fiato il 3 marzo 2023

giovedì 27 febbraio 2020

CORONAVIRUS 3


In base alla rassegna stampa internazionale di questa mattina, alle dichiarazioni della WHO (OMS), alla lettura delle testate nazionali nostrane, lasciando perdere la cronaca locale riguardante i contagiati di Alassio, pare che l'allarme epidemia Coronavirus sia ampiamente rientrato. Bene.

Quindi da ieri a oggi il mondo è tornato a essere quello di sempre?

Se è così allora, mi chiedo, a tal punto le derive mediatiche possono avere il sopravvento sulla realtà?

Mi chiedo però anche, non sarà che, in questo momento storico in cui si sta diffondendo una coscienza ambientale di una certa consistenza, in cui la richiesta di rispetto dei diritti umani si è, come accade ciclicamente nella storia umana, rafforzata, si sono volute fare delle prove generali per verificare se la paura di un individuo per la propria sicurezza personale è ancora il deterrente più pratico ed efficace per tenere a bada le legittime rivendicazioni di giustizia sociale quand'esse iniziano a creare troppi problemi allo status quo?

27 FEBBRAIO 2020

mercoledì 26 febbraio 2020

CORONAVIRUS 2 Imperia

Imperia 24 febbraio 2020 ore 2.45

Un mio amico e suo figlio di due anni stanno dormendo di là. Sono circa le due di notte. Il silenzio, normale nel quartiere in cui vivo, questa notte suona irreale. Prelude a quello diurno che si sta vivendo in molti centri urbani nel mondo a causa delle misure restrittive adottate contro la diffusione del Coronavirus e che, probabilmente, da domani almeno in parte inizieremo a vivere anche qui a Imperia.

Ieri mattina ho provato l'inquietante stato d'animo di sentirmi una delle poche persone a sapere, da fonte ospedaliera fidata, dell'esistenza di casi di contagio in zona in anticipo rispetto alla divulgazione dell'ordinanza regionale, contenente le misure di tutela, da ormai diverse ore di dominio pubblico. Al supermercato verso le tredici per acquistare un paio di cose al banco del fresco osservavo le persone accanto a me ancora ignare di quanto a me noto. Mi sono chiesta che fare. Passare parola al prossimo? A che pro? Per buttare benzina sul fuoco? Adottare le normali cautele igieniche dovrebbe essere prassi comune in una situazione di prevenzione. Inutile creare ulteriore allarmismo.

Andando verso le casse ho sbirciato sugli scaffali di detersivi e disinfettanti. A parte l'amuchina gel, non mancava nulla. E nulla ho acquistato. Ho poi saputo che nelle ore successive il medesimo supermercato è stato preso d'assalto e presumo che presto anche molti generi alimentari saranno di difficile reperibilità.

Al momento sono preoccupata del fatto che, probabilmente, da domani avrò difficoltà ad assistere la zia anziana di un'amica di Milano, ricoverata per una frattura. Le indicazioni precauzionali impongono di utilizzare mascherine idonee e disinfezione costante a coloro vengano in contatto con persone debilitate che rischierebbero molto da un contagio. Dubito che troverò l'occorrente in farmacia. Non si tratta di tutela personale ma di non diventare vettore di contagio. Per quanto tutta la faccenda possa essere l'esito di un'esasperazione mediatica, sottostimare il rischio è stupido.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. A seguire le considerazioni che avevo iniziato a scrivere ieri all'alba.

A parte tutte le considerazioni sulle migliaia di morti per malattie curabili nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, sulle cifre di coloro che ogni anno muoiono per la “normale” influenza, sull'attenzione mediatica breve per i recenti casi di meningite in Toscana, e via discorrendo, vorrei concentrarmi sul fatto che forse l'idea che microrganismi la cui vita, per noi infinitesimale e quindi non computabile nei calcoli che facciamo per le nostre quotidiane scelte, possa penetrare in noi conducendoci alla morte, sia una benedizione. Che l'auspicato e auspicabile cambiamento di molte delle nostre abitudini giunga repentino, e perciò maggiormente sgradito, potrebbe rivelarsi una buona cosa. Rallentare un po' insomma. Abbandonare l'attitudine allo spostamento frenetico. Ne verrebbe fuori anche una mano all'ambiente.

Poi, se vogliamo metterci lì e considerare la situazione veramente grave come la propinano, allora, in termini di procedure d'arginamento del contagio, o si fa sul serio o non si fa niente. Parlando dell'Italia, che si decida di chiudere per una settimana, scuole, cinema, musei, in pratica i luoghi con alta concentrazione di persone, ma non si considerino negozi, bar, uffici, mezzi di trasporto, ecc. sottrarre credibilità alle indicazioni date dalle istituzioni preposte alla gestione dell'emergenza. O si fa profilassi a 360 gradi o non si fa. E si fa uguale in tutto il Paese, non a seconda delle amministrazioni regionali. Così si rischia di danneggiare alcune zone e alcuni settori senza la contropartita di un'efficace controllo del contagio. E poi che senso ha il coprifuoco dalle diciotto ma prima niente? Colazione al bar sì e aperitivo no? E tutti questi guanti e mascherine che dovremmo usare per giustamente non propagare un morbo che resta asintomatico a lungo, una volta usati in giro, che facciamo? Li infiliamo in borsa? Li gettiamo nel primo cestino che incontriamo? Ce li portiamo a casa? Ci vorrebbero raccoglitori di rifiuti speciali in ogni dove e azioni di disinfezione come fanno in Giappone, altrimenti sembra una buffonata. Insomma, o c'è un pericolo serio o non c'è. E gli abiti che indossiamo? L'elenco delle insensatezze sarebbe lungo, quindi mi fermo qui.

Bisognerebbe poi bloccare le merci, se è vero che gli oggetti sono veicoli di trasmissione, ma sarebbe un provvedimento che farebbe collassare il sistema pur per un periodo limitato nel tempo, perciò non si fa. Anche se grande distribuzione, aziende farmaceutiche e affini, un bell'incremento di fatturato al momento ce l'hanno, bloccando le vie di approvvigionamento, alla lunga sarebbe pesante per l'economia. Se aggiungiamo che le direttive sono diverse da Paese a Paese (sarebbe stata una gran prova di coesione per l'Europa*), otteniamo il risultato di un'approssimazione generale. Inoltre i kit diagnostici sono stati approntati in fretta e furia e hanno ovviamente un margine di falsi positivi da considerare. E in ogni caso andrebbero usati dappertutto su larga scala, altrimenti chiaro che vengono fuori luoghi senza infettati e altri dove il risultato è da quarantena nazionale. Insomma il quadro generale dice che o il rischio non è quale stanno dicendo o siamo degli inetti. Potrebbero essere entrambe le cose ma questo è un altro discorso.

Un'altra doverosa riflessione va al fenomeno degli untori, non quelli da caccia all'untore ma i sedicenti untori, quelli che intendono farsi vettori del contagio e propagarlo. Vero o falso sia il pericolo di una pandemia, ovunque si sentono persone dichiarare, per motivi diversi, l'intenzione a fare l'opposto di quanto consigliato. Per scaramanzia, per baldanza, per fatalismo, per rabbia, per stanchezza e sfiducia, per imbecillità. Le derive psicologiche sono altrettanto deleterie che quelle sanitarie. Così come lo sono le derive socio politiche. Pensando ad esempio al fatto che centinaia di migliaia di cinesi sono impiegati in Africa, che decine di migliaia di africani studiano in Cina, e che migliaia di voli all'anno collegano i due Paesi, considerando l'inadeguatezza del sistema sanitario africano in proporzione all'estensione e alla conformazione del territorio, all'assenza di kit per la diagnosi (efficaci o meno che siano), se dovessero aumentare i contagi dalle nostre parti, non mi stupirei di vedere schierare la Marina militare a presidiare il Mare nostrum e impedire qualsiasi accesso alla penisola. Dati gli scenari pregresso e attuale, tutto diventa possibile. Intanto però quelli a essere discriminati siamo noi. Una bella lezione.

Ora, mettendo tutto quanto detto sinora da una parte, credo che a mancarci, più che un vaccino, sia principalmente la cultura della morte. Il memento mori, il ricordati che devi morire, che appartiene solo più alle culture fortemente legate alle tradizioni e alla terra. È necessario ricostruirla questa cultura. A nessuno piace l'idea di terminare il proprio passaggio in questa vita o di perdere persone care ma la ricostruzione di una coscienza collettiva della finitudine umana è doverosa. Al pari degli altri animali, dei vegetali, di ogni forma di vita, dobbiamo morire per permettere alla vita di rinnovarsi. Non possiamo essere immortali e, considerata la nostra impronta ecologica, nemmeno troppo longevi, con buona pace di postumanisti e di tutti i ricconi ibernati. È fisica. Termodinamica. Non c'è alternativa. Funziona così. Ed è una meraviglia.

Oggi però in città lo sconforto ha preso il sopravvento. Come previsto nelle farmacie non ci sono più mascherine né disinfettanti. Fuori dalla ferramenta del centro una coda bella lunga. Entro perché ho bisogno di mascherine per recarmi in casa di cura. Non trovando quelle chirurgiche che servono per proteggere il prossimo, prenderò quelle da cantiere, con il filtro antipolvere. Mi scoccia un po' perché sembrerò una di quelle persone che vuole quelle con il filtro per proteggere se stessa più che gli altri. Tanto non servono. Un placebo. Vaglielo a spiegare. Vabbe'. Infatti la signora prima di me ne compra un centinaio, per sicurezza, dice, non si sa mai. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro brontolano. Il negoziante però tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3. Vanno a nove l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le buone siano le FP3 ed M3 sia la marca ma, si sa, la confusione regna. Essendo costretta mi rassegno al salasso e ne compro quattro contando che la disinfezione con alcol serva a qualcosa, visto che in clinica ci devo andare ogni giorno.

Quando entro nella stanza della zia della mia amica, questa mi guarda interrogativa e mi domanda se sta succedendo qualcosa di strano. Le rispondo: nulla di strano, solo il genere umano che sta impazzendo. Per fortuna sto solo bofonchiando dentro la maschera e lei non sente. Le faccio cenno di aspettare. Nel corridoio tiro giù la maschera, stavo soffocando lì dentro, e agguanto gentilmente un'infermiera pregandola di procurarmi qualche mascherina normale. Rientro dalla zia. Le dico che ho un po' di tosse e non vorrei contagiarla. Poi apro la finestra, ché negli ospedali da decenni ormai si sono dimenticati che il cambio dell'aria è prassi fondamentale, e mi siedo accanto al letto. Mi lavi un po', per favore, anche la dentiera, ché qui fan finta di niente? Mi chiede. Certo, rispondo. Non ho la tosse, né altro. Abbasso la mascherina, le prendo le mani tra le mie. Sorridiamo. E questo è quanto.

Rientrando a casa osservo l'andirivieni per le strade. Apparentemente tutto normale. Bene. A parte i carrelli della spesa stracarichi, non siamo ancora a livello di psicosi di massa.

Ho interrotto di scrivere perché mi hanno chiamato dalla clinica dicendo che non sarà più possibile fare visite ai degenti. Sono tornata comunque e all'ingresso mi hanno fatto compilare un questionario con i miei dati e la domanda se fossi stata in Cina di recente (!), poi ho parlato con il medico di turno per conoscere i tempi e i dettagli del provvedimento. Dopodiché l'ho pregato di far avere alla zia della mia amica una confezione di grissini, una rivista, una camicia da notte. Ha preso tutto e l'ha consegnato a destinazione. Qualcosa mi sfugge. Perché i grissini sono potuti entrare in reparto e io no? Se vi avessi starnutito sopra poco prima? Tutto molto approssimativo. Se veramente la situazione dovesse rivelarsi seria non ci sarebbero speranze di sfangarla.

Intanto ho deciso di restituire in ferramenta le inutili e costose mascherine, visto che per ora non posso andare in clinica e comunque ne ho recuperate un paio chirurgiche monouso. Qualcuno mi suggerisce di rivenderle a quindici. La tentazione di speculare sull'ignoranza c'è, visto che si tratta di un'ignoranza che trasuda egoismo, non quella bella e sana del so di non sapere, ma è tutta la vita che lotto contro chi lo fa, per cui le regalo.

*p.s.2023 La coesione dell’Europa meglio lasciarla perdere visto come si manifesta: una politica che in ogni decisione dimostra l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere l’attenzione e la cura dei propri cittadini.

Cittadini che nei fatti vengono considerati alla stregua di sudditi. .


giovedì 7 novembre 2019

GLOBICEFALI E PERPLESSITÀ SUL GIORNALISMO

Oggi pomeriggio vengo a sapere del ritrovamento stamane di un globicefalo morto a Imperia in zona Galeazza. Una femmina. Leggo che è stata portata via per accertamenti sulla causa della morte non essendo presenti ferite o altri segni evidenti che la possano spiegare. Un paio d'ore dopo sento dire che ieri è stato ritrovato un altro globicefalo spiaggiato a Diano Marina. 
Sono competente riguardo ai cetacei e nutro nei loro confronti un sentimento in sintonia con quello di Paul Watson. Immediatamente mi inquieto. 
Dopo un tardivo e inutile sopralluogo alla Galeazza, giunta a casa faccio una ricerca su internet e trovo un articolo sul sito di Liguria Nautica che fa riferimento all'esemplare trovato ieri a Diano Marina, 





poi trovo sui siti di Imperia Tv e su Liguria Oggi, riferimenti a un esemplare, anch'esso femmina, rinvenuto sempre stamane a Imperia, località Galeazza, per il quale è stata ugualmente predisposta l'autopsia. 











Leggo i vari articoli, guardo le foto e i video, finché un dubbio mi coglie. Che si tratti del medesimo globicefalo? Potrebbero non aver prelevato l'esemplare di Diano, potrebbe essere stato riportato in mare dalla mareggiata e finito poi, oltre Capoberta, a spiaggiarsi una seconda volta nel territorio di Imperia. In alternativa, potrebbe non essersi mai mosso da dov'era, fino all'odierna rimozione a fini igienici e autoptici, e le due notizie derivare o dal considerare la zona della Galeazza appartenente al Comune di Diano Marina o dalla superficialità di indagine da parte di addetti all'informazione. Comunque sia, scorrendo le notizie su Google, vien da dedurre che i ritrovamenti siano stati due e non pare proprio sia così. Non è così grave ma un po' meno d'approssimazione di questi tempi gioverebbe. Visto infatti il risultato di sentir parlare in giro di due globicefali anziché di uno. E visto che, grazie a certo giornalismo raffazzonato o prezzolato che sia, di convinzioni errate in giro c'è già sovrabbondanza.

Vi invito a osservare con attenzione i fotogrammi che ho estratti dai video e suggerire la vostra opinione in merito.

domenica 17 marzo 2019

FRIDAYSFORFUTURE IMPERIA 15 MARZO 2019

- Oh, raga... io c'ho la boccia di vino!
- ... palle oggi venire a scuola senza macchina.
- Sai che figo se ne fanno una alla settimana di 'ste cose del clima?
- Ci stanno pure dei vecchi.
- Marina dov'é? Già con gli altri per l'ape?
- Ce ne andiamo al bar?
- Il prof ha detto che a lui non gli frega un cazzo.
- Hai visto il video che ha messo Marco? L'ha scaricato da...
- Non c'è manco figa
- Una mi ha detto di leggere un libro, non so cosa, ma fuori fuori, eh...
...........

Non è un dialogo, sono frasi colte vagando in Piazza Roma tra i ragazzi presenti alla scarna manifestazione di ieri a Imperia.

Non ne ho visto uno chinarsi a raccogliere una bottiglietta di plastica, una lattina, una cartaccia. Le ho raccolte io tra i loro piedi. Si sono scostati, nient'altro.

Non generalizzo ma è desolante.


I più piccini, delle elementari, avevano una luce diversa negli occhi. Tra convinzione e smarrimento. Come se pensassero. Noi l'abbiamo capito che è un problema grave, vogliamo veramente fare qualcosa per il pianeta ma siamo piccoli e non possiamo fare granché. Abbiamo fatto dei cartelli, ci siamo messi d'impegno, ma per fortuna ci saranno quelli più grandi che faranno di più, che ci indicheranno la via.

Addossati al muro dell'edificio scolastico con i loro manufatti in bella mostra, guardavano attorno con aria smarrita e un poco perplessa. Secondo me si aspettavano altro.

Se non si riesce a mettere un seme nel loro cuore e nel loro cervello entro il decimo anno d'età, o poco oltre, non ci sono speranze. Ma chi deve metterlo? Genitori distratti e insegnanti privi di vocazione? Anche qui non generalizzo ma la conta dei buoni e dei cattivi non è a favore.

Incrocio lo sguardo di un ragazzino biondo con un cartello, mi sorride e tira su il pollice. Scatto una foto. Ne scatto altre, seguendo il corteo dei più grandi, poi le cancello.

Ritorno verso casa triste. Lungo il percorso ritrovo su una panchina la coppietta che avevo visto arrivare mentre andavo verso la manifestazione. Avevo pensato: approfittano della mattinata senza scuola per stare un po' insieme. Ritrovandoli ancora intenti a parlare all'ombra degli alberi, un po' di tristezza si scioglie. E scatto un'altra foto.











  




mercoledì 19 settembre 2018

IL MOLO DAGLI SCOGLI MORBIDI


È interessante osservare come nascono convenzioni e narrazioni nei gruppi sociali. È sufficiente dare un'area circoscritta frequentata e vissuta da un certo numero di individui per constatare, dopo un certo lasso di tempo, la nascita di codici comportamentali propri ed esclusivi di quella data area. Non importa che tali codici siano comprensibili all'esterno, che venga pregiudicata la comunicazione, conta solo che consentano il mutuo riconoscimento all'interno del gruppo costituitosi.

I linguaggi sono il risultato dell'incrocio delle esperienze e delle indoli individuali ma sono in gran misura veicolati dai luoghi, luoghi che fungono da mezzo di comunicazione anche tra parlanti privi di conoscenza reciproca e di idioma comune. Dai luoghi nascono idee ed emozioni. Dai luoghi nascono parole. E nascono intenzioni e azioni.

Ed è di un luogo che voglio raccontare: un molo di Borgo Prino a Imperia frequentato da villeggianti ferragostani, più o meno gli stessi di anno in anno, e da autoctoni. Ognuno si fa i fatti propri, ci si scambia un segno di saluto e un sorriso per l'abitudine a incrociarsi e talvolta un paio di battute su clima e mare. Nessuno insozza o lascia rifiuti. Ci si sta bene e tutti fanno in modo che ci si continui a star bene. A me piace andarvi al mattino molto presto e ho un mio scoglio preferito che, tra me e me, ho sempre considerato uno scoglio morbido perché comunque mi ci sdrai sto sempre comoda. Capita che arrivi in ritardo e trovi il molo deserto a parte qualcuno che ha già occupato il “mio” scoglio. Evidentemente, penso, non sono l'unica a trovarlo morbido, e dirotto su uno degli altri scogli che, nel tempo, ho appurato sufficientemente comodi. Ho sempre notato che i frequentatori del molo hanno, ognuno, una zona preferita ma, alla terza occasione in cui, percorrendo il molo per andar via, ho sentito dire da qualcuno rivolto a chi era in sua compagnia, mi metto qui perché questo è uno scoglio morbido, ho avuto conferma della forza che hanno i luoghi nel creare il linguaggio. Di farlo sgorgare nell'animo delle persone in modo indipendente le une dalle altre. Mi ha messo di buon umore scoprire che degli scogli abbiano comunicato l'idea della morbidezza a più persone senza che queste ne abbiano parlato tra loro.

Penso a quante persone vivono in luoghi inospitali. Che siano baraccopoli, terreni minati, terra crepata priva di acqua, periferie degradate, abitazioni malsane, o qualunque altra condizione analoga. Quali linguaggi possono nascere da tali luoghi? Quali pensieri e azioni? E noi, esseri umani, continuiamo a imbruttire ciò che resta. Salvo proporre a caro prezzo, e per pochi, un surrogato di bellezza con opere di gentrificazione e con la creazione di ricche enclavi circondate da alti muri.

Sul molo del Prino, ognuno ha trovato il proprio scoglio morbido, quello che meglio si adatta alle proprie ossa, ma ci si scambia il giaciglio di buon grado perché si è appurato che si sta bene ovunque ci si metta e che tutti hanno rispetto del luogo e lo tengono bene. E ci si scambiano sguardi cordiali, soddisfatti del comune benessere.

È la bellezza che educa il cuore. Senza di essa l'intelligenza non avrà peso sufficiente.

Resto dell'idea che di questa terra si debba fare un unico luogo comune, bello, sano e accogliente, da condividere. Ed è ancora possibile farlo*.


Settembre 2017


* Non ne sono più così convinta (2024)


domenica 5 agosto 2018

CODICE STRADALE

Nella speranza che, per qualche fortuito caso, legga il presente post, al signore in scooter, in compagnia della moglie, che stamane a Imperia, al termine dell'argine sinistro, mi ha suonato, affiancato, e pesantemente insultato per aver curvato verso destra l'auto allo stop senza mettere la freccia, vorrei far notare che:

- è vietato superare a destra (Perché è pericoloso ! Se volete farvi del male trovate un altro sistema senza mandare in galera il prossimo.).

- nel punto del nostro "incontro" c'è obbligo, orizzontale e verticale, di svolta a destra.



5/07/18



lunedì 12 febbraio 2018

CASA POUND A IMPERIA

Sono uscita poco prima di cena per andare da un’amica. Avevo completamente scordato l’imminente comizio di Simone Di Stefano presso la nuova sede di Casa Pound a Imperia, zona Parasio dove abito. Non è di questo evento però che voglio scrivere ora ma dello stupore nel vedere il quartiere sotto assedio militare. Furgoni blindati e camionette di polizia e carabinieri. Gruppi di poliziotti in giubbotto antiproiettile e mitra in ogni via. Sì che la Questura si trova nel quartiere e capita ogni tanto un po’ di movimento di divise ma trovarmi sei uomini armati subito fuori dal portone, e altrettanti venti metri dopo e così via fino al centro città, mi ha fatto pensare veloce. Il primo pensiero è stato che tutto può cambiare molto rapidamente, anche nel giro di poche ore, e dunque nulla nella nostra vita è scontato e certo. Il secondo pensiero è stato di solidarietà ancora più consapevole verso tutti coloro nel mondo che, nelle proprie semplici vite quotidiane, ogni giorno da tempo se non da sempre a loro memoria, trovano uomini armati subito fuori la porta di casa.



2 febbraio






domenica 16 luglio 2017

LE STRADE DEL PARASIO

Vivo in una città il cui manto stradale nulla ha da invidiare a quello di molti Paesi in via di sviluppo o, semplicemente, con scarsi fondi per le infrastrutture.



Nel mio quartiere la Telecom ha portato la fibra. Una ventina di giorni appresso hanno rifatto l'asfalto e la segnaletica orizzontale nei punti dove sono intervenuti per la posa dei cavi. Ciò ovviamente con la benedizione dell'amministrazione comunale che si è premurata di chiedere di spianare con il bitume eventualmente avanzato alcune buche e avvallamenti importanti.

Il risultato è stato il seguente:












Approfittarne? Aggiungere una quota complementare per ottenere un buon risultato?

Non ci sono le risorse è una risposta non contemplata tra quelle accettabili.

Ma non c'è problema. Continuiamo così. Con il cervello a compartimenti stagno, senza nemmeno provarci a fare qualcosa che abbia un senso.












domenica 26 marzo 2017

L’UOMO NERO

«Se fai la cattiva ti do all’uomo nero!»

L’uomo nero nell’armadio

L’uomo nero sotto al letto

L’uomo nero nella grotta

L’uomo nero nella notte


M’infilo soprappensiero nel breve sottopasso ferroviario di Borgo San Moro e urto un corpo non visto. Appiattiti alla parete per il passaggio di un furgone, mimetizzati contro il cemento annerito dallo smog, nella semi oscurità non uno ma ben quattro uomini neri.

Un soprassalto e poi un non trattenibile ridere di me, condiviso subito dai quattro uomini che hanno colto al volo tutto quello che mi è passato per la testa in un secondo.


Uomini neri sotto al ponte

Uomini neri tutti in fila

Uomini neri che ridono di me

Uomini neri che ridono con me

2016


p.s. So che in molti commenteranno con un, Ti è andata bene, e non replico perché ben consapevole delle difficili e complesse dinamiche di convivenza soprattutto nelle grandi metropoli, tensioni che sfociano talvolta in tragedie, ma ci tenevo a raccontare che succede anche altro.

(So anche che altri, sulla base della cloaca maxima che sono diventati i social, ci andranno giù pesanti, insinuando che avrei preferito andasse ‘male’, ma guardo e passo e di loro non mi curo)

martedì 14 marzo 2017

ACCANTO A ME ABITA UN POETA

Scoprire un poeta nel tipo alto che di tanto in tanto qui sotto casa incrocio insieme alla moglie, una giovane donna che conosco, è stato una bella sorpresa. Mi vergogno anche ad ammettere che non sapevo avesse ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il premio di poesia “Parasio”, il borgo in cui vivo. Per una persona amante della poesia è piuttosto riprovevole.  Prendo ad alibi il mio carattere schivo ma inizio a pensare che forse lo sia eccessivamente. Una lezione di vita.
Ho letto la silloge “Artigianato sentimentale” di Gabriele Borgna tre volte. La prima d’un fiato, le seguenti ad alta voce. Non ho avuto dubbi: c’è il respiro della poesia.  In fondo si canta sempre l’amore ma questi versi sono intrisi di energia, passione e rinnovato uso delle parole. C’è aria fresca, come si dice. E, non ultimo, fanno entrare in risonanza.
La prossima volta che lo incontrerò, lo avvicinerò per dirgli che penso lui sia un poeta.

Trascrivo qui di seguito una sua poesia e vi invito alla lettura della sua opera prima edita da  Puntoacapo  Collezione Letteraria.

Non come il torrente confusionario
e sprecone nella ripida giovinezza
o il fiume nella sua sola possibile
meta che per uscire deve far male.
Nemmeno come il lago
troppo dipendente
da intriganti emissari.
Non come lo stagno torbido dall’acqua
tersa in superficie
dove basta un tocco di libellula
a svelarne la natura melmosa.
Io per te sarò un oceano, un eterno
flusso senza fine, dall’onda lunga…

                                                                                                                                  2017

martedì 7 marzo 2017

GENTILONI E LA RIQUALIFICAZIONE DELLE PERIFERIE URBANE

Ho sentito ieri della firma, tra Gentiloni e i sindaci di ventitré città italiane, del patto per la riqualificazione delle periferie. Con stanziamenti successivi che dovrebbero raggiungere i 4 miliardi di euro, tra denaro pubblico e denaro privato. Si parla progetti di qualità tanto elevata da convincere la presidenza del Consiglio dei Ministri al finanziamento integrale, al di là della soglia inizialmente definita dal bando stesso.

Mi è parsa un’ottima notizia ma, sulla base di quanto constatato in giro e nella città in cui vivo, Imperia, mi domando cosa s’intenda per qualità. Quando si tratta di edilizia e infrastrutture mi tremano le gambe: troppo denaro in ballo. Mi chiedo: saranno le solite opere di restyling fotocopia? Verranno applicate le regole di urbanistica dissuasiva? Avremo delle Masdar city?  




Marzo 2017

venerdì 16 dicembre 2016

OSPEDALE DI IMPERIA

A parte tutte le legittime considerazioni su reparti che spariscono, progetti di ospedali unici, personale carente, con tutte le problematiche annesse, quindi quell'insieme di faccende imputabili ai livelli amministrativo, politico, imprenditoriale, vorrei scrivere giusto due righe a favore dell’ospedale di Imperia.

È molto facile infatti partire da taluni disservizi per denigrare in toto una realtà professionale al servizio del cittadino. Personalmente, in trent'anni, a parte alcune estenuanti attese in pronto soccorso, non posso che parlare bene dell’ospedale di Imperia. Operatori sanitari, infermieri, medici, addetti agli sportelli, tutti inclusi. Certo c’è chi un mattino si alza con il piedi sbagliato e non riesce a lasciare fuori dal reparto il proprio malumore, ma siamo umani, cerchiamo di comprenderci l’un l’altro. Chi sta male fa più fatica senz'altro ad accettare uno sgarbo o un modo sbrigativo, ma chissà che c’è in quel momento nella vita della persona da cui riteniamo di essere stati maltrattati.

Diamo spazio e luce a quello che va, che funziona, che c’è di buono.

Giusto l’altro ieri ho avuto a che fare con una dottoressa del reparto di radiologia (senologia). A fine visita le ho stretto la mano dicendole che era stato un piacere, augurando a lei e all'infermiera buona giornata e buon lavoro.

Ma quando mai si esce da una visita medica dicendo che è stato un piacere? Se è accaduto vuol dire che concretamente queste persone si sono rapportate nel migliore dei modi.


Succede, succede spesso. In tanti ambiti della nostra quotidianità. Forse però siamo talmente chiusi in noi stessi da non accorgercene o, peggio, da non permettere al prossimo di dare il meglio di sé.


Dicembre 2016

lunedì 17 ottobre 2016

APPUNTI SU IMPERIA

Devo trovare il tempo per passeggiare di nuovo un po' per la città. Scattare qualche fotografia a Imperia, giusto per avere un minimo di archivio personale sulle fasi del cambiamento che prosegue.
Ho sospeso per qualche anno ed è il momento di riprendere.
Inoltre, passando in scooter, vedo nuovi abitanti che camminano lungo le vie. Non voglio restare ai margini di questo nuovo cosmopolitismo giunto anche qui. Voglio farne parte. Anche se sognavo che sarebbe sorto da altre cause.


16 ottobre 2016

giovedì 28 luglio 2016

GABBIANI AL PARASIO

Sui tetti che vedo dall’appartamento in cui abito, ogni anno ho modo di assistere al rito del primo volo di una nuova generazione di gabbiani. La paura del primo lancio, lo sbattere inesperto delle ali, gli atterraggi rovinosi. Lo strillo sgraziato e ripetuto a oltranza che ad alcuni suggerisce acquisti di fionde. Già grossi ma ancora grigi pennuti che mendicano dal becco di genitori di eguale misura bocconi di cibo rigurgitato. E quegli stessi che sventrano i sacchi di spazzatura, attaccano i piccioni, portano via carogne di gatti morti, eccoli a esaudire le richieste di una prole già ben in carne con devozione genitoriale.

Johnny, il gabbiano gigante che bazzica i dintorni con fare spavaldo, sta rivelando un’indole gentile che non avrei sospettato.

lunedì 8 febbraio 2016

SPESA DOMENICALE


Ieri mattina, domenica, pioveva e, stranamente, l’ho avuta vinta sulla mia pigrizia invernale e alle nove sono uscita per una camminata di un paio d’ore. Sono partita dal Parasio e sono andata all'edicola della stazione a ritirare un paio di numeri di Internazionale, poi dalla Marina ho camminato lungo mare fino alla torre saracena e ritorno. Cielo grigio, poche persone in giro, odore di mare e di pioggia. Mi si è aperto il respiro.

Al ritorno, in prossimità dell’incrocio tra via Aurelia e via Cascione, ho deciso di risalire tutta la via e tornare al Parasio da via San Maurizio. Non avevo intenzione di comprare nulla, infatti ero uscita senza portafogli, ma trovando i negozi arabi aperti mi sono fermata in una macelleria alimentari per fare un po’ di spesa per il pranzo senza pensare al fatto di essere senza denaro. Me ne sono ricordata una volta entrata, l’ho detto e il proprietario, pur avendomi vista raramente nel proprio negozio, mi ha detto di non preoccuparmi. Intanto mangia poi me li porti la prossima volta, mi ha detto, e mi ha servito. Totale 5,50 euro. Ho ringraziato ripetutamente promettendo che sarei ripassata l’indomani. Davanti un altro negozio mi sono soffermata a guardare una cassetta di carciofi. Il negoziante mi ha domandato se ne volevo. Prontamente ho risposto di essere uscita senza soldi ma lui subito mi ha detto che costavano poco, due carciofi cinquanta centesimi. Imbarazzata gli ho detto che al momento non avevo neanche quelli. Non importa, me li porterai, è stata la sua risposta. E non mi aveva mai vista.

Oggi sono andata a estinguere i miei debiti e ho comprato dell’altro. Abili mercanti? Può darsi ma grazie a loro sono tornata a casa con il cuore aperto. Con buona pace di chi teme di avventurarsi in via Cascione bassa.


8 febbraio 2016

lunedì 13 luglio 2015

GLI ANIMALI DEL CIRCO

Una decina di giorni fa, alle due del pomeriggio, con una temperatura percepita di 40 gradi, sono andata a guardare gli animali del circo vicino al Parco urbano di Imperia.
Ho chiesto il permesso al responsabile e sono andata sul retro del tendone, tra roulotte, gabbie e recinti.
Ho chiacchierato con i lavoranti, quasi tutti di origine indiana o stati limitrofi, persone che stanno anni senza vedere i loro cari e considerano ciò normalità.
C’erano quattro dromedari, due struzzi, un asino, tre pony, un paio di bufali e altrettanti lama, una zebra, una giraffa, una tigre, due leoni e sei leonesse.
Perché andare a vederli? Si sa che fa male all'anima o, almeno, dovrebbe. Mi sono semplicemente detta vengo a soffrire un po’ visto che voi soffrite sempre. Serve a poco ma sottrarsi significa facilitare rimozione e oblio.

Non c’è spazio per voi, non c’è spazio per tutti gli altri animali che ancora godono di qualcosa di simile alla libertà, e non c’è soluzione a questo. Perché non c'è più spazio per l’animale uomo (non che abbia meriti particolari per averne maggior diritto) e quel che resta lo si accaparra in pochi, perché, checché ne dicano, si sa bene che per quanto sembri ancora molto, in realtà è meglio accantonarne per i tempi magri a venire.
Per cui me ne sono stata in piedi sotto la canicola polverosa a guardarvi negli occhi. E nei vostri occhi chiaro e lampante il nostro destino.





















2 luglio 2015