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giovedì 14 maggio 2020

CORONAVIRUS - SCENE



SCENA 1 - Interno negozio - Dal ferramenta - 14 febbraio (prodromi)
Fuori dalla ferramenta del centro c'è la coda. Mi servono delle viti a stella. Aspetto il mio turno. Entro. La signora prima di me ha comprato un centinaio di mascherine ffp2, per sicurezza, dice, non si sa mai come si metteranno le cose. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro di me brontolano. La signora esce. Il negoziante a questo punto tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3, dice. Vanno a nove euro l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le “buone” siano le ffp3 ed M3 sia una marca ma, si sa, la confusione regna. Compro le viti, pago, esco. Alle mia spalle, dall'interno del negozio sento un accavallarsi di voci che mi ricorda quei venditori ambulanti di rimedi infallibili circondati da una folla di creduloni.

SCENA 2 – Esterno, supermercato - La coda - 24 febbraio (prodromi)
Umanità in coda. Ci sono una decina di carrelli in attesa davanti al mio. Al primo carrello un uomo anziano, alto, in abiti da campagna, i capelli grigi arruffati. Con una striscia di elastico da sartoria passato dietro la testa tiene a coprire naso e bocca un ritaglio irregolare di naylon spesso e opaco che ondeggia a ogni respiro. Al secondo carrello un uomo di mezza età che da dietro una mascherina chirurgica rende partecipe l'uditorio di un sopruso subito. Carabinieri che passavano lungo la strada gli hanno fatto una multa di 300 euro mentre badava all'orto di casa insieme al figlio, entrambi privi di mascherina. Al terzo carrello una donna tra i quaranta e i cinquanta, dall'aria imperturbabile, vestita in modo sobrio ma molto elegante, sfoggia una mascherina moderna e impeccabile, con valvola, elastici e tessuto in tre nuances verde acqua. Probabilmente griffata. Al quarto carrello una donna dall'aspetto affaticato indossa una mascherina chirurgica piuttosto logora. Sta appoggiata al carrello con aria rassegnata. Al quinto carrello un uomo giovane, mascherina e guanti, parla al telefono senza prendere fiato. Si sta lamentando del tempo sprecato in coda. Gesticola. Tocca il carrello, il telefono, la mascherina, la abbassa, si gratta, cerca qualcosa in tasca, sfila un guanto, lo infila nuovamente, tocca il carrello, riposiziona la mascherina. Senza smettere di parlare. Al sesto, settimo e ottavo carrello una coppia. Lei un carrello, lui due. A distanza come da regola. Lei a gesti e gridando sottovoce intima al marito di non dimenticare nulla. Al nono carrello una donna si volta e inveisce contro quella che la precede, dicendo che non si può andare in due a fare la spesa. Le viene risposto che a loro, la coppia, non importa, che non intendono rischiare di restare senza scorte di cibo. Al decimo carrello, il primo della fila, una donna molto anziana, in cappotto grigio e scarpe basse, mascherina chirurgica ben sistemata e una sporta di stoffa appesa al braccio. Ha l'aria di chi con fare dimesso ma risoluto è pronto ad affrontare l'ennesima tragedia.

SCENA 3 - Esterno, balcone - Uomo solo 1 - metà marzo
Tardo pomeriggio. Un uomo appoggiato alla ringhiera, lo sguardo sul panorama del condominio di fronte. Alle sue spalle, all'interno, nessuna luce. Sta fumando una sigaretta. Sbircia qua e là sui balconi altrui con aria distratta. Accanto a lui i mastelli della raccolta differenziata. Tre su cinque straripano. Quello della plastica con il coperchio tenuto giù dal peso di due sacchetti che lasciano intravvedere bottiglie e contenitori di cibo, quello della carta aperto da cui sbucano diversi cartoni di pizza piegati in due, quello del vetro pieno oltre misura e circondato da innumerevoli bottiglie di birra e di vino. L'uomo finisce la sigaretta e getta il mozzicone di sotto.

SCENA 4 - Interno, bagno - Uomo solo 2 - metà marzo
L'uomo rientra a casa, sfila le scarpe, poggia la borsa della spesa all'ingresso. Ha acquistato tra le altre cose dei surgelati. Deve sbrigarsi a disinfettare tutto prima di riporre il cibo in dispensa e nel frigo. Va in bagno. Toglie la mascherina e la getta in un contenitore apposito che apre con un pedale. Apre il rubinetto dell'acqua calda, si lava le mani per mezzo minuto, chiude il rubinetto, se le asciuga. Si toglie il giubbotto. Lo va a stendere fuori dalla finestra. Nel mentre gli appare alla mente l'immagine del rubinetto del bagno. Per aprire l'acqua l'ha toccato con le mani contaminate e per chiuderlo dopo essersi lavato si è quindi nuovamente contaminato. Quindi ha contaminato anche l'asciugamani. Va a prenderlo e lo getta in lavatrice. Prende da sotto il lavandino un detersivo disinfettante spray. Lo utilizza sulla maniglia dell'anta sotto al lavandino, su quella dello sportello della lavatrice, va in camera a prendere un asciugamano pulito. Torna in bagno. Lo appende. Con lo spray disinfetta il rubinetto. Ripete l'operazione di lavaggio delle mani. Si asciuga soddisfatto della propria attenzione ai dettagli. Sta per uscire dal bagno. Osserva l'asciugamani. Quando è andato in camera a prenderlo aveva ancora le mani contaminate, per cui ha contaminato la maniglia dell'armadio e l'asciugamani stesso. Lo prende e getta anche quello nella lavatrice. Prende lo spray. Disinfetta la maniglia dello sportello della lavatrice per la seconda volta. Va in camera disinfetta la maniglia dell'armadio, prende un terzo asciugamani. Torna in bagno, lo appende. Sta per uscire, si ferma di colpo. Le ultime operazioni le ha effettuate con le mani contaminate dall'asciugatura del secondo asciugamani. L'uomo si porta le mani al viso e inizia a piangere in preda allo sconforto. Poi, in preda al panico, prende lo spray e se lo vaporizza in faccia. Quindi ricomincia daccapo la cerimonia del lavaggio delle mani e della disinfezione delle superfici. Sul pavimento del corridoio intanto, alla base del sacchetto della spesa, si sta formando un rivolo d'acqua.

SCENA 5 - Interno, bagno - Donna sola 1- fine marzo
In bagno una gatta è acciambellata in cima alla cesta del bucato. Una donna si sta specchiando. Indossa occhiali da vista. La ricrescita è a tre centimetri. Prende lo spray ritocco, divide i capelli man mano lungo la scriminatura e vaporizza il colore. I capelli sono diventati appiccicosi e opachi. Li raccoglie con una pinza. Le sopracciglia sono oscene. Si avvicina a un piccolo specchio rotondo a ingrandimento. Prende la pinzetta e inizia a strappare il superfluo. Sbaglia una presa e si forma un buco. Per rimediare è costretta ad assottigliare le sopracciglia di almeno tre millimetri. Il risultato le cambia la fisionomia. In peggio. Torna davanti allo specchio sopra il lavandino. Una fine peluria ricopre il volto. Se n'è accorta in macchina, guardandosi in uno specchietto retrovisore alla luce del sole. Prende una crema depilatoria rosa. La stende sulla parte inferiore del volto. La posa deve durare circa tre minuti. Mentre aspetta nota alcuni punti neri sul naso. Si avvicina allo specchio e li schiaccia con decisione visto che i pori della pelle si ostinano a trattenere lo sporco. Il naso è arrossato. Le si rompe un capillare e si allarga in una macchia rossa nella pelle. Sente bruciare. Non è il capillare. Sono trascorsi dieci minuti. Con una spatola rimuove velocemente la crema depilatoria. Si lava e deterge con cura. La pelle del volto è congesta e infiammata. La donna prende una crema idratante nella speranza di un sollievo. Avvicinando il viso allo specchio nota sulle guance due nuove rughe verticali piuttosto marcate. Indossa gli occhiali. Va allo specchio rotondo per osservarle meglio. Scopre che, in realtà, un reticolo fitto di nuove piccole rughe si è formato agli angoli delle labbra. Le sale lo sconforto. Si cosparge di crema idratante perché il bruciore non molla. Scioglie i capelli. Esce dal bagno. Va verso la porta d'ingresso. La apre per prendere un cestello d'acqua dimenticato accanto allo zerbino. Mentre è china si apre una delle quattro porte affacciate al pianerottolo. La sua vicina che fa la segretaria dall'avvocato. In successione la donna vede decolletès con tacchi, gambe lisce e appena brunite, una gonna attillata. Ritornando in posizione eretta, incontra lo sguardo della vicina. Le sta sorridendo. Denti bianchissimi, labbra con un velo di rossetto, pelle e incarnato perfetti, taglio fresco e colore impeccabile. Un rigurgito d'odio le sale dallo stomaco.

SCENA 6 - Esterno, portone - Donna sola 2 - inizio aprile
Una donna appoggia un mastello giallo accanto ad altri mastelli gialli sul marciapiedi. Saranno circa le dieci di sera. La luce giallo arancio dei lampioni inonda la via, le facciate, le palme. La donna ritorna sui propri passi verso un portone. L'aria è insolitamente tiepida. Spira una brezza piacevole che fa fremere le foglie delle palme. La donna appoggia la schiena a uno stipite del portone e guarda dinanzi a sé, verso il mare. Alcuni gabbiani volteggiano tra i tetti. La donna tira fuori dalla tasca una busta in pelle. Si arrotola una sigaretta, la accende. Inspira. Abbandona le braccia lungo il corpo, trattenendo la sigaretta tra le dita. Chiude gli occhi. Annusa l'aria. Li riapre. Sorride. Nessuno in giro. Da una qualche finestra lì vicino arriva la voce di una televisione.

SCENA 7 - Esterno, vicolo - Due pusher - fine marzo
Vicoletto nei pressi di un piazzale a parcheggio. Una donna con un sacchetto della farmacia. Due uomini confabulano appoggiati a un muretto. Li oltrepassa. Si sente il click di un accendino. Un istante dopo un aroma di hashish. La donna si volta e li guarda. I due uomini la guardano a loro volta, con aria interrogativa. Non cogliendo segni di sorta da parte sua tornano alle loro cose. Si sente uno dei due dire, Buono fumare in questo periodo, meglio di psicofarmaci.

SCENA 8 - Esterno, via pedonale - Donna con mascherina - metà aprile
Passa una donna, non molto alta, cappotto rosso, foulard, capelli corvini cotonati. La mascherina è tirata su al centro della testa a guisa di cappellino. Un peccato non poterla fotografare. Ha sbaragliato qualsiasi altro tentativo di trasformare un presidio sanitario in accessorio fashion.

SCENA 9 - Esterno, strada - Stesa di mascherine e lenzuola dipinte - fine aprile
Il via vai delle automobili è ricominciato. Non il traffico consueto ma un movimento che risulta strano dopo tanto silenzio e assenza di movimento. Hanno allentato le restrizioni. Le persone hanno voglia di uscire se pure con cautela. Inventarsi un motivo di necessità per prendere l'auto e circolare senza entrare in contatto con il prossimo è comunque liberatorio. Lo sguardo va alle facciate delle case, alle finestre, ai balconi. Sui fili della stesa, al posto delle bandiere della pace, delle magliette rosse, del tricolore, degli striscioni verità per Giulio Regeni, mascherine chirurgiche accanto alla biancheria, e lenzuola con hastag Io resto a casa, hastag Andrà tutto bene, hastag Ce la faremo.

SCENA 10 - Esterno, marciapiedi - Coda ufficio postale . inizio aprile
All'esterno dell'ufficio postale si è formata una coda. Quattro persone. Tutti con la mascherina. Due donne indossano anche guanti in lattice. Le due donne si conoscono e stanno chiacchierando a distanza di sicurezza.
A: …infatti non capisco chi si ostina a non indossare guanti e mascherina.
B: Sono egoisti. C'è chi rispetta le regole e chi no. Mi fanno una rabbia. Non è giusto. Eppure l'hanno detto in tutte le lingue che mascherina e guanti servono per combattere il coronavirus.
A: Hai ragione. Anch'io non li sopporto. Comunque affari loro se si ammalano. Non vogliono capire. Io, che vivo da sola, mascherina e guanti li tengo anche in casa.
B: E fai bene. Lo faccio anche io. Se servono bisogna tenerli su il più possibile.
Bisognerebbe intervenire, dir loro qualcosa. Ma cosa?

SCENA 11 - Esterno, parcheggio - Incontro clandestino - fine marzo
Quartiere residenziale a basso scorrimento di traffico. Sono seduta in auto sotto casa. Arriva una donna in auto e parcheggia. Sulla quarantina. Non si accorge di me. Dopo pochi minuti arriva un'altra auto. Alla guida un'altra donna. Sui settanta. Parcheggia. La prima donna apre la portiera, scende, e, da dietro la mascherina, saluta la seconda donna che è scesa anche lei dall'auto. Ciao mamma.
Carla, ciao, come stai? Risponde la madre sorridendo con gli occhi. Rimane però a qualche metro di distanza. Figlia, Sto bene, e tu? Bene, bene, non ti preoccupare.
Tacciono, si guardano impacciate. Poi la figlia dice, Togliamoci la mascherina, da poterci vedere per bene in viso. E se la tolgono, anche se la madre, Sei sicura? Certo che sono sicura. Poi la figlia le va incontro, la abbraccia, le accarezza la testa, la bacia sulla fronte. La madre è felice.

SCENA 12 - Interno, camera - Telefonata dalla Questura – fine aprile
La donna è seduta sul letto quando squilla il telefono.
A: Buongiorno, lei è la signora Rossi?
B: Sì, sono io.
A: Lei è venuta due giorni fa in questura per una denuncia?
B: Sì.
A: Lo sa che non poteva?
B: In che senso, scusi?
A: Si tratta di un furto d'identità online. La competenza è della polizia postale.
B: Sì, certo, infatti ho chiamato la postale ma essendo loro distanti dal mio domicilio e aperti solo il mercoledì e abitando io a duecento metri dalla questura, mi hanno detto di scrivere tutto quanto e portare la denuncia in questura da dove sarebbe stata loro inoltrata.
A: Hanno sbagliato. E comunque lei ha infranto la legge venendo in questura.
B: Infranto la legge?
A: C'è l'obbligo di quarantena. Le devo fare una multa.
B: Una multa?? Perdoni, ma io prima di venire, ho telefonato in questura, spiegando tutto e mi è stato detto di venire per depositare la denuncia. Sono venuta in portineria e lì ho atteso un suo collega che mi ha condotto in un ufficio. Ha preso la denuncia, ha apposto un timbro, mi ha fatto firmare e mi ha detto che il tutto sarebbe stato inoltrato alla postale.
A: Lei comunque non poteva venire in questura. È vietato muoversi dal proprio domicilio se non per cause di comprovata necessità.
B: Perdoni ma, a parte il fatto che io risiedo a duecento metri dalla questura e pertanto a una distanza attualmente concessa per lo sgambamento quotidiano, lei mi sta dicendo che posso andare fino in centro a comprare le sigarette ma non posso venire a sporgere denuncia per furto di identità, tanto più che stanno chiedendo a tutti i miei contatti soldi a mio nome? Non è una necessità il voler tutelare me stessa e gli altri dalle conseguenze di un'azione criminosa? E perciò mi farete una multa?
A: È appunto quello che le sto dicendo.
B: Mi scusi, ma io ho fatto quello che mi è stato detto di fare dalla polizia postale e da un qualche suo collega in questura. In base a ciò che lei asserisce, avrei dovuto mettere in dubbio affermazioni fatte da rappresentanti delle istituzioni?
Silenzio
B: È ancora in linea?
A: Sì
B: Quindi?
A: Hanno sbagliato alla polizia postale e ha sbagliato anche il mio collega. Però lei non doveva venire lo stesso perché le disposizioni sulla quarantena sono di dominio pubblico.
B: Abbia pazienza, senza voler mancare di rispetto, secondo me dovreste chiarirvi le idee tra di voi. Io non ho fatto nulla di sbagliato nel momento in cui mi sono attenuta alle vostre indicazioni.
A: Sarebbe dovuta andare alla postale.
B: Eh, no, in base a quello che ha detto sinora, nemmeno lì sarei dovuta andare...
A: Appunto. Ci vada la prossima settimana, dopo il 5 maggio. E per questa volta la multa non gliela facciamo. Buongiorno
B: Ok, mi arrendo. Buongiorno
La donna resta seduta sul letto a meditare sul senso dell'esistenza.

SCENA 13 - Esterno - Via pedonale – Umanità - inizio maggio
Un uomo e una donna stanno chiacchierando sul marciapiede davanti a un fruttivendolo. Non si incontrano da un po' di tempo. L'uomo le sta chiedendo come sta, come vanno le cose. La donna risponde che ha ormai esaurito i suoi pochi risparmi, che non ha pagato l'affitto del mese in corso, che non sarà in grado di pagare le prossime bollette, che se prima aveva difficoltà a trovare un lavoro, ora sarà più difficile, vista la situazione generale. Non sa per quanto tempo ancora potrà fare la spesa. Un secondo uomo, in fila fuori da un negozio, ascolta la conversazione e interviene educatamente, chiedendo alla donna se sa di potersi recare in municipio per un aiuto economico. La donna ringrazia e risponde che sì, lo sa e l'ha già chiesto, ma l'aiuto va solo a chi ha perso il lavoro a partire da gennaio dell'anno in corso. L'uomo esprime il suo rincrescimento e ritorna in disparte. Dopo qualche istante si avvicina di nuovo, discretamente e in punta di piedi, e chiede alla donna se può permettersi di offrirle la spesa. La convince gentilmente ad accettare i soldi che le mette in mano. Lei riesce solo a dire grazie. Anche se il viso è nascosto dalla mascherina e dagli occhiali, è chiaro che sta piangendo. La donna solleva gli occhiali per guardare l'uomo negli occhi. Continua a guardarlo e a ringraziarlo con lo sguardo mentre lui si allontana con la stessa discrezione con cui si è avvicinato a lei. Non gli ha chiesto il suo nome. Non gli ha nemmeno detto il suo. Le resta solo un volto da ricordare. Il volto di un Uomo.

SCENA 14 - Esterno - Passeggiata - metà aprile
Dopo oltre un mese di reclusione la prima breve passeggiata entro duecento metri da casa. Una donna seduta sui gradini del sagrato della chiesa a godere del sole tiepido del pomeriggio.
Sembrerà una bestemmia, ma tutto pare perfetto.
L'autostrada e la via Aurelia silenziose, il mare libero, il cielo anche.

SCENA 15 - Esterno, città -Vento
Piena quarantena. Pieno panico. Le strade sono deserte. Le finestre chiuse. Un vento deciso spazza le strade, s'infila nei vicoli, s'attorciglia negli angoli. Mulinelli di foglie e cartacce, di guanti e mascherine chirurgiche.


lunedì 6 gennaio 2020

UN CONFORTEVOLE PRIVATO

Vorrei che fosse ben chiaro a tutti coloro che mi conoscono, e a coloro che ancora forse mi conosceranno, che nella mia vita, nel mio mondo, nella realtà che io contemplo, sono benvenute tutte le persone di buona volontà o, per meglio dire, le persone animate dal voler far bene. Non m'importa la provenienza geografica, l'orientamento sessuale, l'eventuale credo religioso, la formazione culturale, l'aspetto esteriore. Sono tutti benvenuti. Io divido l'umanità tra onesti e disonesti, tra chi almeno ci prova e chi no, tra persone per bene e stronzi. Tra buoni e cattivi, insomma. I principi etici su cui ho fondato la mia esistenza, per quanto non ne sia stata sempre all'altezza, sono imprescindibili. Nessun legame, parentale, sentimentale, amicale può avere la precedenza sui valori che ritengo fondanti in un essere umano.

Se un'amica, un fratello, un amante dovessero prendere posizione in contrasto a ciò in cui credo fortemente, bene, io mi schiererò dalla parte di quella che ritengo essere la giustizia. Nessuna forma di discriminazione, di generalizzazione, di giudizio sommario sarà accettato. Alcun disprezzo o violenza. E se qualcuno mi dovesse dire ma, allora, non mi vuoi bene veramente, se dovesse mettersi in competizione e pretendere da me una scelta, sappia che non avrò dubbi. Come non li ho avuti quando la scelta è stata tra ciò che ritengo giusto e corretto e un lavoro, una convenienza economica, o altro che avrebbe potuto agevolarmi nella vita. La difesa del debole, di chi è ingiustamente trattato, di quanto va difeso e protetto, verrà sempre prima. Né rinuncerò al confronto, al desiderio di conoscere l'altro, quand'anche l'altro fosse sgradito a chi, in un modo o nell’altro, fa parte della mia vita.

Non cederò mai a un confortevole privato.

2015

martedì 3 dicembre 2019

È SCOPPIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE

È scoppiata da un pezzo la terza guerra mondiale e in pochi se ne sono accorti. Forse nemmeno quelli che la stanno vivendo sulla propria pelle sono consapevoli dell'ecumenicità del fenomeno. Bisognerà attendere i libri di storia dei nostri nipoti perché il capitolo che narrerà i fatti che stanno accadendo ora porti il titolo: “Il Terzo conflitto mondiale”.

Proteste scoppiano ovunque, senza soluzione di continuità da parecchio tempo a questa parte, e sono destinate a diventare immanenti. È perlomeno plausibile che siano collegate.

Come scrivevo tempo fa, in ogni zona della terra i popoli sono in rivolta. Con dinamiche più o meno drammatiche e in contesti diversi, ovunque, laddove non si cede a preoccupanti sbandamenti nazional populisti, ci si oppone all'autorità costituita. Che siano regimi autoritari, democrazie neoliberiste, istituzioni inefficienti e/o colluse. In sintesi ci si ribella a chi accumula potere e ricchezza a discapito della maggior parte delle persone. Ovunque si invoca il recupero di un vivere degno ed equo e si denunciano diseguaglianze sociali crescenti, esito dell'operare cieco e avido di una casta ormai al di sopra di qualsivoglia controllo.

Che il detonatore di questa rabbia diffusa, prima ancora che rivendicazione di valori di umanità e saggezza, possa dunque essere la crisi economica che da un decennio prosegue con sempre più gravi ricadute sulla società?

Una crisi economica incentivata dall'ostinazione del sistema capitalistico a voler sopravvivere senza trasformarsi. Un'ostinazione aggressiva che sta trascinando il mondo verso l'abisso e capace solo di proporre soluzioni di austerità e riforme strutturali che penalizzano le fasce più deboli.

Un'iperproduzione industriale che aggrava le condizioni ambientali, quindi quelle sociali, quindi quelle politiche. Paesi che oggi in un anno producono quanto è stato prodotto in un secolo. Paesi che ambiscono a fare altrettanto il prima possibile. Paesi che svendono le proprie risorse a sostegno di tale malata iperproduzione in cambio di un'elemosina di sopravvivenza che si traduce in una condizione debitoria perenne. Cittadini dei Paesi sviluppati che ipotecano la vita per possedere il superfluo. Cittadini dei Paesi in via di sviluppo che li invidiano e soverchiano propri concittadini che non hanno di che vivere, in una competizione spasmodica che non lascia intravvedere un lieto fine.

È un fatto che il dominio concesso al mercato e alla finanza abbia creato disparità tali da rendere vano ogni tentativo di ricostituire una protezione sociale universale. Ed è un fatto che abbia determinato e sostenuto condizioni favorevoli a una crescente interdipendenza tra poteri politici e poteri economici operanti ormai a circuito chiuso.

Oggi però vediamo, grazie all'attuale sistema di comunicazione, come la natura della crisi del cosiddetto neoliberismo non sia un'astrazione per addetti ai lavori ma qualcosa di molto concreto, come sia di natura ambientale e sociale, e grave al punto da compromettere la democrazia che, per quanto difettosa, dovrebbe essere ancora la soluzione politica migliore. Ma mai dal potere politico la crisi viene presenta in tali termini; al contrario ci si ostina a proporre una visione frammentaria della situazione, proprio per rallentare, per soffocare quella presa di coscienza generale che potrebbe offrire lo slancio definitivo nella direzione di un futuro degno di tal nome. La solita faccenda di considerare i problemi a compartimenti stagno, al punto che anche chi strumentalizza tale prospettiva resta convinto sia quella corretta. Ma un denominatore comune c'è ed è sotto agli occhi di chi vuole vedere, quindi perdersi dietro a spiegazioni sul perché in quel tal luogo sia successa quella determinata cosa è sì interessante e doveroso ma pure pleonastico.

Bisogna cambiare le cose. Qual è la parola? Rivoluzione. Una parola grossa, che spaventa. I più timorosi di perdere ciò che hanno paventano per il ribollire sociale e sono pronti a chiamare pericolosi rivoluzionari, addirittura terroristi anche coloro che reclamano giustizia. Secondo me non si tratta di rivoluzione. Forse si tratta solo della seconda fase di un processo iniziato nell'ultimo ventennio del secolo scorso, se pur con radici già profonde. Forse l'opposizione alle derive del pensiero neoliberista non è che la fase successiva necessaria al compimento della transizione verso un mondo realmente globalizzato. Fase che i fautori dello stesso non avevano considerato né preventivato, accecati com'erano, e malauguratamente sono ancora, dal miraggio di un tutto subito e per sempre a qualsiasi costo.

Ma se verrà impedito di portare a termine il perfezionamento di questo sistema globale allora questa guerra non ancora riconosciuta come tale esploderà cruenta con tutta la furia che porta in seno. E, senza soluzione di continuità, di metamorfosi in metamorfosi, ci accompagnerà per sempre.


Dicembre 2019



venerdì 25 ottobre 2019

RIFLESSIONI SERALI SULLA FILANTROPIA


Crediamo che progredire significhi avere più dei nostri predecessori. Non riusciamo ad affrancarci da questa convinzione. Di fronte alle evidenti e dilaganti ingiustizie e sofferenze, tutt'al più tacitiamo la nostra coscienza al pensiero di quel po' di filantropia nel mondo che mette una pezza qua e là. Ma la filantropia è siffatta per lasciare le cose come stanno: da una parte chi dà e dall'altra chi riceve. Nulla nella filantropia ha mai portato né porterà a un cambio di paradigma. Forse perché non abbiamo ben chiaro cosa significhi benessere degli altri, cosa sia il benessere degli altri. Per come ci muoviamo, continueranno a esistere gruppi di persone che daranno sostegno ad altre senza che venga messa in atto una strategia per far sì che diminuisca il numero di coloro cui è necessario dare. Lo stesso dicasi per la carità che esaurisce la propria funzione nel momento in cui viene esercitata. È il momento di dire basta. Il punto è che dal momento in cui nasciamo abbiamo dei debiti intrinseci l'uno con l'altro. Ognuno di noi è responsabile per ogni bambino morto per disidratazione, fame, annegato, saltato in aria. Ognuno di noi lo è per ogni conflitto in atto. Siamo responsabili in solidum per tutto quanto. Ma il massimo che riusciamo a fare è donare il corrispettivo di un paio di colazioni al bar. Dovremmo invece indignarci per ogni spot in cui ci chiedono due euro, raccontandoci la favola che due euro sono pochi per il singolo ma tanti singoli insieme possono fare la differenza. La differenza la farebbe insultare e mettere alle strette chi ci prende per i fondelli e dilapida milioni di euro per sovvenzioni a settori mortiferi. Chi incentiva il razzismo o le diversità quali che siano per dividere chi è sfruttato. Chi rende illegale rispondere alla propria coscienza aiutando chi chiede aiuto, riparo, cibo. Ovunque nel mondo proliferano leggi per impedire qualsiasi atto privato di solidarietà. L'unica identità che ci viene riconosciuta è quella in cui noi accettiamo di esistere per produrre, vendere e comprare. E trasformarci a nostra volta, come è, in prodotti. La povertà è la vergogna, è il tabù di questo millennio storto e malato. Su queste basi la storia dell'umanità è finita.

lunedì 18 marzo 2019

A CHE SERVE?


A cosa serve che io continui a studiare? A cosa serve ciò che imparo? A cosa servono questi decenni trascorsi con l'intento di lasciare qualcosa di buono per chi verrà? Come instillare la voglia di comprendere al di là delle apparenze? Come trasmettere l'attenzione di una vita? Come far nascere in chi a essa si affaccia il desiderio di dare un senso propositivo e lungimirante alla propria esistenza? A cosa è servito il credere fortemente nell'essere umano, se oggi tutto va in malora e l'ignoranza, arrogante o ridanciana che sia, dilaga? Se l'involuzione mentale è direttamente proporzionale all'innovazione tecnologica?

A cosa serve sapere del destino degli altri? A cosa serve portare il carico dell'altrui sofferenza e ogni giorno restare sepolti da notizie che in luoghi diversi e con dinamiche diverse raccontano la medesima storia?

Sapere ad esempio di villaggi avvelenati da sversamenti criminali. O della vita che aspetta i keniani che tornano al loro Paese dopo aver fatto parte del gruppo Al Shabaab somalo. O della morte dei bambini filippini per una profilassi sbagliata voluta dal loro governo. O degli intrallazzi di questo o quel governo.

Dell'assassinio sistematico di chi denuncia corruzione e abusi. Della disperazione di chi non avrà mai giustizia. Dello strazio di chi è stato mutilato nel corpo e nell'anima. A cosa serve cogliere lo sguardo smarrito di chi vaga tra rovine di incendi, bombe, frane, alluvioni, terremoti? Di chi è lacerato dalla solitudine. Di chi, magari a distanza di pianerottolo, fatica a mettere in tavola un pasto. A cosa serve riconoscere la stanchezza di chi cede? Il vuoto d'espressione di chi è stato derubato della fanciullezza? Di chi è stato trasformato in merce. Di quest'umanità in sovrannumero che vaga senza meta.

Questi volti che escono dalla carta stampata, per ognuno dei quali migliaia restano nel limbo di una distanza inenarrabile. Corpi, persone che esistono, sconosciute, dolenti, che vivono vite remote. Donne, ragazze, bambine, uomini, ragazzi, bambini. Lineamenti e occhi. Massa infinita d'anime che si estingue senza sfiorare la vita.








mercoledì 13 febbraio 2019

IL DESTINO DELLA PUTTANA



All'angolo del Vico dell'amor perfetto, su piazza delle Vigne a Genova, riconosco Carmela. Va per gli ottanta, prostituta da tutta una vita. A neanche un metro un crocicchio di africani. Dall'accento capisco che non sono senegalesi. L'ultima volta che sono stata da queste parti erano senegalesi. Mi avvicino e la chiamo per nome. Si volta e leggo nello sguardo il classico, ti ho già vista ma non so chi sei. Sono un amica di Maurizio, - le dico - mi ha pregato, se ti avessi incontrata, di portarti i suoi saluti. Lei esita qualche secondo poi fa mente locale e mi chiede come sta. Le racconto che sta abbastanza bene e che ha trovato un po' di lavoro dalle parti di Imperia. Tempo addietro aveva lavorato per qualche mese in via San Luca e aveva stretto amicizia con alcune signorine, come le chiama lui. Al mattino faceva colazione in un bar e comprava la colazione per tutte loro. La sera, a termine giornata, passava a salutarle e a scambiare quattro chiacchiere. Carmela sorride e dice che è contenta per lui. Poi mi racconta che la vita è sempre più difficile nei vicoli. Questi - mi confida – sono più pericolosi. Se ho decifrato correttamente il suo racconto in un italiano straniero e biascicato, la maggior parte sono ex bambini soldato. Insensibili e incattiviti. Li guardo. Un paio sono pieni fino agli occhi di droga. Alcuni si fanno i fatti loro, un altro paio ci tiene d'occhio. Mi si stringe il cuore. Non vedo uomini pericolosi. Vedo i figli che quest'umanità imperfetta ha partorito. Tutti gli errori commessi presentano il conto. Se si costruiscono inferni, prima o poi si rischia di trovarcisi impantanati. Sono così vicini e così lontani questi giovani uomini. Con quale linguaggio avvicinarsi? Detesto il tradimento di ciò cui ho creduto per tutta la vita. Il senso di fallimento che provo. La rabbia verso chi è più forte della giustizia. Non quella legale ma quella che determina la giustezza del vivere. Sono io a essere lontana da loro.

Con tutte le difficoltà e la precarietà della mia vita so di essere una privilegiata.

Cosa posso dire a questa donna? Cosa posso raccontarle?

Le prendo la mano tra le mie, la saluto, le auguro di star bene.

Mi allontano e raggiungo l'amica con cui sono con un pensiero che si ripete nella testa. Le scelte, il merito, certo c'entrano ma è solo per caso, solo per l'aver avuto più fortuna nella vita, che non sono come lei in piedi tra i vicoli in attesa.





La mia amica mi fa una foto fuori dal bar delle Vigne nei pressi del Vico dell'amor perfetto.

lunedì 12 marzo 2018

A PROPOSITO DELL’ESITO ELETTORALE


Queste elezioni si sono giocate principalmente sul tema dell’immigrazione nel nostro Paese. Quindi salto tutti gli altri punti su cui sarebbe peraltro interessante dibattere e arrivo alla questione principale.

Sono venuti allo scoperto i cosiddetti cripto razzisti, coloro che fino a ieri, per pudore o vergogna, hanno mantenuto un profilo basso e ora si sentono finalmente parte di un pensiero condiviso e pubblico. Scoprire che esiste un fronte comune diffuso contro quella che viene passata come un’illegittima invasione ha fornito impulso e alibi. Un senso di riconoscimento e di appartenenza che manleva dal farsi portavoce in prima persona di istanze scomode e altrimenti eticamente discutibili. È così che accade. Seguire la corrente per sottrarsi all'onere di porsi domande e cercare risposte, delegando al gruppo la scelta della direzione da intraprendere.

Prendere atto di ciò mi regala una buona dose di libertà. Libertà di non prendere più sul serio chi circoscrive il proprio dispiacere riguardo alle brutture del mondo al fremito emotivo suscitato da un singolo fatto, da una singola immagine, rimanendo però avvinghiato alla propria vita di sempre considerandola non negoziabile.

Innanzitutto sono stanca e stufa di tutti quelli che intasano il web di emoticon piangenti per ogni foto commovente di bimbo, che sia Aylan riverso sulla battigia, che sia la bimba che tappa gli occhi alla bambola per risparmiargli la vista della guerra; stufa di chi si commuove e s’indigna a singhiozzo e se ne fotte delle centinaia di bambini che muoiono ogni giorno, annegati, affamati, bombardati, e che nessuno scatto ha immortalato.

Sono stufa di chi dice, Non sono razzista ma questa è casa nostra. Queste sono le nostre cose. Il nostro lavoro. La nostra nazione. La nostra terra. Nostro è un aggettivo possessivo plurale che si richiama al pronome ‘noi’ che, non per forza a parer mio, deve considerarsi in opposizione al pronome ‘’voi, e tantomeno al pronome ‘essi/loro’. Invece, nei fatti, ‘noi’ sempre più indica chiusura ed esclusione.

Sono stanca di tacere per quieto vivere. Di non trovare le parole con cui rispondere alla dissimulata ferocia, all'insolenza educata, all'inespugnabile assurdo blaterare. Sono stanca della banalità del male. Dell'ignoranza sbandierata, dell’indolenza intellettiva.

Andare a vedere. Toccarla, annusarla, provarla la vita. Poi aprir bocca.

Voglio avvicinarmi alla signora per bene che in coda alla cassa qualche giorno fa, squadrando due donne maghrebine che stavano scegliendo uno smalto per unghie, osservava che la soluzione finale di Hitler resta ancora la migliore. Voglio dirle in modo gentile e pacato, Son le persone come lei ad essere inutili, dannose e superflue.

Io divido in buoni e cattivi. Come a scuola sulla lavagna. A questo punto sì. Una bella riga in mezzo e via. Per il resto siamo uguali e con questo per me il discorso è chiuso.

A coloro che ribattono, Tu fai della filosofia e vai a indagare le cose perché evidentemente te lo puoi permettere, hai il tempo che ti avanza, Ti preoccupi degli altri perché te la passi bene, ce l’hai grassa, e avanti così senza sapere di cosa stanno parlando, fornirò copia dei miei redditi e li inviterò dove abito per un caffè.

Non ce la faccio proprio a pensare che se la mia vita è difficile e piena di problemi, la colpa è di altre persone con una vita difficile e piena di problemi. Non mi riesce proprio. Il mio cervello s’inceppa nel tentativo di elaborare un pensiero tanto assurdo. Se non trovo lavoro è colpa tua perché lo stai cercando anche tu. Suvvia.

Non riesco a dividere lo spazio in fuori e dentro, soprattutto se i requisiti per stare dentro si riferiscono a un arbitrario diritto di proprietà sancito dall’essere nati nel territorio del dentro, dal parlare un idioma comune e vestirsi in un certo modo.

Eppure a tutto ciò diamo il nome di diritto acquisito, di difesa della democrazia.

Una democrazia che trae la propria legittimazione dalla Nazione di appartenenza a partire da una base etnica, linguistica, culturale, e ne legittima l’esistenza e la rafforza.

Una Nazione fondata sul territorio, sul possesso del territorio e in cui i cittadini si sentono naturalmente proprietari dei luoghi in cui sono nati e vivono. Una democrazia che vale solo per loro.

Una democrazia le cui idee universali non varcano i confini, non ne hanno la forza, e smettono di essere valide al di là di essi, diventando inapplicabili all'altro. Ecco la colpa prima dei migranti: portare in evidenza la falla del sistema. Muoversi e portare alla luce il fallimento di una democrazia che mostra tutta la propria debolezza nel momento in cui si riferisce al mondo “esterno”. Un’inclusione che vale solo per l’interno e diviene esclusione quando rivolta all’esterno. Il paradosso, il cortocircuito delle fondamenta stesse della democrazia nel momento in cui mette alla prova la sua universalità. Chi migra ha per questo l’onere di affrancarsi da una colpa attribuita d’ufficio. Non importa chi è, non importano le sue idee, le sue vicissitudini, i suoi ideali. Non importa la sua storia, quella della sua famiglia, quella del Paese di provenienza. Alla pari, livellati in un’unica massa informe che nulla ha a che vedere con noi. Una massa indistinta che risveglia paure ancestrali, l’orror vacui in cui ogni essere umano potrebbe precipitare.

Chi si sposta viene a trovarsi in un luogo dove non dovrebbe essere, in un luogo altrui e che quindi non gli spetta. Ma quale arbitraria investitura abbia stabilito la legittimità della precedente occupazione sarebbe da stabilirsi.

Come fare senza mezzi? Come fare se non ce n’è neanche per noi? Come integrare chi è tanto diverso culturalmente? Abbiamo sviluppato un buon senso immunitario. Un rifiuto verso chi arriva come premurosa sollecitudine nei suoi confronti

Ma, ogni volta che affermiamo che ognuno deve vivere nel proprio Paese, stiamo emettendo una condanna. Il non possiamo accogliere implica l’impronunciabile lasciamoli morire. Implica l’attribuzione di una minor quota di umanità all'altro fino all'estrema conclusione che i migranti non sono umani. Almeno non quanto noi.

Proviamo a immaginare di essere improvvisamente colpiti da amnesia e di non ricordare il luogo in cui siamo nati, di non ricordare nulla delle nostre origini, e di iniziare a muoverci sulla terra alla ricerca di un posto dove stare e in cui riconoscerci. Ecco, allora scopriremmo improvvisamente l’assurdità e l’iniquità delle regole che oggi stabiliscono chi ha diritti e chi no. Pretenderemmo che la libertà di movimento divenisse diritto fondamentale. Vedremmo la cittadinanza come privilegio feudale.

L’immigrazione selvaggia e incontrollata va regolamentata, si afferma a gran voce. Il punto è che è obsoleto parlare di emigrazione ed immigrazione. Si tratta semplicemente di migrazione. Il territorio è unico e finito. O si trova il modo di condividerlo equamente o non voglio più sentire parlare di etica e diritti umani. Certo, i passi si fanno uno alla volta. Iniziando dall'Europa. È necessario rivedere il Trattato di Dublino, esigere una politica europea degna di questo nome che responsabilizzi ogni stato membro, creare dei corridoi aperti, ma non si possono perdere di vista i valori che rendono un essere umano degno di definirsi tale e, ognuno nella propria individualità, deve muoversi per la creazione di un futuro cosmopolita. Schiere di filosofi hanno affrontato l’argomento e spesso sono giunti a un impasse ma ciò non è sufficiente per arrendersi, a meno di non rinunciare appunto a quell'humanitas cui tanto volentieri ci riferiamo.

Altrimenti il mondo sarà per alcuni e alcuni altri avanzeranno fuori dalla conta.

E cosa facciamo di quelli che restano, di quelli che avanzano? Gli apolidi, i senza patria, i rifugiati. Esseri contaminati principalmente dalla povertà. Infatti non è lo straniero di per sé, non è il migrante in quanto tale che rifiutiamo. Se il suo portafogli gli permette di non intaccare i nostri privilegi siamo disposti a chiudere un occhio sulle tanto esecrate diversità culturali. È che oggi esiste uno straniero più straniero di altri: il povero che abbiamo creato e che ora bussa alla porta.

Esseri contagiosi, indesiderabili, scomodi, per cui alcun posto è previsto nell'ordine mondiale così come oggi è pensato. Ed è proprio a partire dalle categorie di pensiero che bisogna agire, dal significato dei termini che usiamo e come li usiamo. Dal nostro rifiuto non solo di trovare ma proprio di cercare le cause prime degli eventi. Di assumerci ognuno la nostra propria quota di responsabilità. Smettere di comportarci come se la povertà fosse una catastrofe naturale inevitabile di cui nessuno è responsabile. Invece, in questo mondo diasporizzato in cui sono saltati confini geopolitici e concettuali, ci si ostina a decontestualizzare gli accadimenti anziché vedere gli obblighi conseguenti alle sempre più strette interdipendenze e connessioni planetarie. Siamo di fronte a una frammentazione delle responsabilità per la quale l’essere inconsapevoli, il non vedere gli effetti negativi delle proprie singole azioni, non rende innocenti. Non ci si può più esimere. Non è più il tempo di accampare giustificazioni.

E poi basta con questa pretestuosa distinzione tra profughi e migranti, come se la guerra civile mondiale in corso si facesse solo con le bombe.

La cittadinanza dev'essere giuridica e avulsa dall'origo. Perché, domando, una comunità deve essere retta da una discendenza genetico territoriale? E non, invece, dalla partecipazione politica di cittadini che esercitano i propri diritti e ottemperano ai propri doveri all'interno di una compagine sociale cosmopolita?

È il momento per un autentico nuovo ordine mondiale, per nuove forme politiche ancora inimmaginabili ai più. L’ottenimento dello Jus migrandi richiederà una lotta simile a quella combattuta per l’abolizione della schiavitù (che peraltro sussiste) e sarà il punto di partenza per un cambiamento socio politico dovuto, tanto inevitabile quanto auspicabile, in cui saranno giustamente preservate le identità culturali e linguistiche, ma nel quale per i grandi temi, la salute, la preservazione dell’ambiente, il lavoro, la giustizia, la tassazione e il welfare, dovrà esistere una governance planetaria del tutto indipendente dal potere finanziario e da interessi particolari.

10 marzo 2018





domenica 7 maggio 2017

SULLA PRESUNZIONE UMANA

“Muri, calotte, ogni cosa immobile! Per duemil'anni l'umanità ha creduto che il sole e tutte le costellazioni celesti le girassero attorno. Papa, cardinali, principi, scienziati, condottieri, mercanti, pescivendole e scolaretti: tutti erano convinti di starsene immobili dentro questa calotta di cristallo. Ma ora ne stiamo uscendo fuori, Andrea: e ci attende un grande viaggio: Perché l'evo antico è finito e siamo nella nuova era. Da cent'anni è come se l'umanità si stia aspettando qualche cosa. Le città sono piccole, le teste altrettanto: piene di superstizioni e di pestilenze. Ma ora noi diciamo: visto che così è, così non deve rimanere. Perché ogni cosa si muove, amico mio. Io ho in mente che tutto sia incominciato dalle navi. Sempre, a memoria d'uomo, le navi avevano strisciato lungo le coste: ad un tratto se ne allontanarono e si slanciarono fuori, attraversando il mare. Sul nostro vecchio continente allora si sparse una voce: esistono nuovi continenti! E da quando le nostre navi vi approdano, i continenti ridendo dicono: il grande e temuto mare non è che un po' d'acqua. E c'è una gran voglia d'investigare le cause prime di tutto: per quale ragione un sasso, lasciato andare, cade, e gettato in alto, sale. Ogni giorno si trova qualcosa di nuovo. Perfino i centenari si fanno gridare all'orecchio dai giovani le ultime scoperte. Molto è già stato trovato, ma quello che è ancora da trovare, è di più. E questo significa altro lavoro per le nuove generazioni. A Siena, quand'ero giovane, una Volta vidi alcuni muratori discutere per pochi minuti intorno al modo di spostare dei blocchi di granito: dopodiché, abbandonarono un metodo vecchio di mille anni per adottare una nuova disposizione di funi, più semplice. In quel momento capii che l'evo antico era finito e cominciava la nuova era. Presto l'umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste che costituisce la sua dimora. Non le basta più quello che è scritto negli antichi libri. Sì, perché, dove per mille anni aveva dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: d'accordo, sta scritto nei libri, ma lasciate un po' che vediamo noi stessi. È come se la gente si avvicinasse alle verità più solenni e battesse loro sulla spalla; quello di cui non si era mai dubitato, oggi è posto in dubbio. E il gran risucchio d'aria che s'è levato da tutto questo, non rispetta neppure le vesti trapunte d'oro dei principi e dei prelati; e mette in mostra gambe grasse e gambe magre, gambe uguali alle nostre, insomma. È risultato che i cieli sono vuoti: e a questa constatazione è scoppiata una gran risata d'allegria. Ma l'acqua della terra fa girare le nuove conocchie, e nei cantieri, nelle fabbriche di sartie e di vele, cinquecento mani si muovono insieme, secondo un nuovo sistema di lavoro. Io prevedo che noi non saremo ancora morti, quando anche sulle piazze dei mercati si discuterà di astronomia. Anche i figli delle pescivendole andranno a scuola. E gli abitanti delle nostre città, assetati di cose nuove, prenderanno gusto a una nuova astronomia che faccia muovere un po' anche la terra. S'è sempre detto che le costellazioni sono fissate a una volta di cristallo, in modo che non possano cadere. Ma adesso abbiamo preso coraggio e lasciamo che si librino da sole, senza aggancio; e son tutte impegnate in lunghi percorsi, come le nostre navi: disancorate e in viaggio. E la terra allegramente ruota intorno al sole, e insieme a lei ruotano pescivendole, mercanti, principi e cardinali e perfino il Papa. Ma l'universo nel giro di una notte ha perduto il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un'infinità. Da un momento all'altro, guarda quanto posto c'è.”


Vita di Galileo – B.Brechit

mercoledì 26 ottobre 2016

CONSIGLIO DI LETTURA: "Responsabilità e speranza" di Eugenio Borgna

"Noi siamo in relazione ininterrotta con gli altri, e dovremmo riflettere senza fine sul problema delle correlazione fra identità e alterità. Non si giunge alla conoscenza di una persona altra da noi, divorata dal dolore e dalla sofferenza, se non siamo capaci di avvicinarla senza pregiudizi: accogliendola e rispettandola nella sua alterità, nella sua diversa forma di vita, e nella sua ardente comune umanità, ferita dal dolore, e nondimeno animata dalle attese ideali e dalle speranze che sono in noi: benché non identiche alle nostre, e non di rado più autentiche delle nostre."

Il testo dello psichiatra e docente Eugenio Borgna, edito per Einaudi, collana Vele, s'intitola "Responsabilità e speranza" ed è nato come relazione sul tema della responsabilità per una serie di seminari organizzati dalla Vidas, associazione che opera assistenza gratuita ai malati terminali.

Un'agevole e ottima lettura e un buon vademecum universale per ognuno di noi.

giovedì 25 agosto 2016

SUL MOLO

Uno braghette gialle, fisìco spesso

l'altro magro tatuato

entrambi cinquanta suonati

una donna di poco più giovane

una biondina sotto i trenta

il figlio bambino del tipo tatuato


Man bassa di ricci. Almeno li mangiano. A decine, con ostentazione. Noi sì che siamo uomini veri che sanno sopravvivere nella natura.

Il tipo in braghette ha tono e modi che manco Mussolini.

Dice che nell'entroterra i paesi son tutti Cottolenghi. Si incociano tra loro, dice, basta vedere sull'elenco del telefono. Gli stessi cognomi. Han facce strette e brutte, dice.

Arriva sulla riva una famiglia con sedie pieghevoli e armamentario completo da ricreare un salotto.

Guarda che spastici, dice.

Arriva un'indiano che vende cocco. Non è simpatico e il cocco lo mette a due euro al pezzo.

Il tatuato, Dammi quattro pezzi, dice. Sarebbero otto euro. L'indiano gliene chiede sei e aggiunge un ulteriore pezzo in omaggio per il bambino che si sta divorando il primo.

Il tatuato gli allunga tre euro e, in soldoni, gli intima di camminare. Al venditore non sta bene e chiede il dovuto. Gli viene risposto che deve ringraziare di prenderne tre. Allora l'indiano si riprende dal bambino il pezzo dato in omaggio.

Il tatuato gli urla ladro, lo minaccia, ti getto in mare, e gli va contro con fare aggressivo. Quello retrocede. Se il tatuato lo spinge quello si fracassa sugli scogli.

Il molo è affollato. Nessuno interviene, tanto meno io. Per incredulità. Per stanchezza.

Me ne vergogno.

L'indiano se ne va. Una signora lo trattiene e gli dà due euro come mia nonna mi infilava complice qualche moneta in tasca per i dolciumi.

Bella figura di merda, esordisco.

Il tatuato si volta con l'espressione di chi ha trovato sostegno. Lo deludo. Non alludevo all'indiano.

Spero che almeno gli venga un solenne mal di pancia con tutti quei ricci.


Una mezz'ora dopo, una donna sui quaranta e un bambino sui sette, otto anni, arrivano in cima al molo. Sono tedeschi. Il figlio trova una bottiglia di plastica tra gli scogli e la getta in mare.

La madre lo riprende e gli intima di recuperarla, al punto da calarlo in mare. Il bambino frigna, allora lei lo tira fuori e con un legno, recuperato anch'esso tra gli scogli, riesce ad avvicinare la bottiglia e prenderla.

Si sa, i tedeschi sono avanti in queste cose, penso. Solo che la donna getta la bottiglia esattamente nel punto in cui il figlio l'aveva trovata.

Mi alzo con flemma ieratica, passo sui piedi alla donna, mi chino, allungo il braccio, raccolgo la bottiglia, la accartoccio, torno al mio posto e la infilo nella borsa. Senza una parola.

Ma come stai girata? Cosa ti dice il cervello? La capisci la gravità, le capisci le implicazioni di questo tuo apparentemente banale e insulso gesto del cazzo?


Considerato che non ho il potere di farli sparire, l'unica opzione che resta è che dobbiamo schiattare. Tutti. Con buona pace delle anime pure.


E no, non sono tollerante.



21.08.2016

ESSERI INUTILI E DANNOSI

Lo ribadisco.
Esseri inutili e dannosi. Superflui. Abbondano.
Stamane sul molo ho provato quel desiderio che da un po' mi monta di fronte all'idiozia quando questa si fa arroganza e prepotenza. Un desiderio di eliminazione selettiva,
Non mi vergogno a dirlo e non intendo sentirmi in colpa. La mia coscienza, e la mia anima eventualmente, ne risponderanno.
Anche la mia abnorme comprensione delle ragioni del prossimo ha un limite. Quando nel prossimo non ci sono ragioni. 
Chi sono per dirlo? Chi sono per giudicare? 
Basta con l'ipocrisia. Ognuno di noi giudica. In ogni piccolo gesto, in ogni minima scelta quotidiana.
Si associa il giudizio al disprezzo e alla superbia. No. Il giudizio è esercizio di responsabilità individuale. Avere il coraggio di prendere posizione in nome di quei valori di umanità che siamo sempre pronti a sbandierare. Senza esso non esiste crescita. Non esiste società. Essere sempre politicamente corretti non paga.
Mi faccio carico dei miei sbagli e delle mie colpe ma questo non mi impedisce, né mi esenta dal dovere, di vedere. 
Di fronte alla tracotanza arrogante e aggressiva, con tutte le attenuanti che si possono addurre, credo sia legittimo un no fermo. 
Esseri inutili, superflui, dannosi. Brutti. Brutta umanità.
Di troppo.


21.08.2016

sabato 23 luglio 2016

CASSANDRA


L’altra sera si parlava di lavoro con un’amica. Anni di precarietà a far le pulizie, si presenta l’occasione di vendere impianti a led. A buttarcisi dieci ore al giorno c’è da tirare su uno stipendio degno. Perché non lo fai? È la domanda della mia amica. Mentre le rispondo man mano metto a fuoco qualcosa che ho sempre saputo.

Non sono una venditrice.

Non mi interessa un lavoro che occupi tutto il mio tempo vitale.

Non mi interessa fare carriera. Non mi è mai interessato.

Ora meno che mai.

Siamo a un punto della storia in cui a breve verremo chiamati a schierarci e tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità sarà da perdere. Da una parte i valori e i principi di umanità per cui è lecito dire no. Anzi è imperativo morale. Dall'altra il mondo di chi vuole solo stare tranquillo.

Ci sarà un dentro e un fuori.

Ci sarà un gran bisogno di persone che riescano mantenere aperte le falle di un sistema che altrimenti dividerà l’umanità in due gruppi: pochi privilegiati dentro e tutti gli altri a scannarsi vicendevolmente non riuscendo ad accedere ai luoghi di un dignitoso vivere.

Non intendo andare per il mondo a fare rivoluzioni ma so che se domani per strada vedrò un’ingiustizia lampante e mi sarà chiesto di far finta di niente o, peggio, di essere complice, accetterò prigionia o morte come occasione di rivendicare con forza i valori senza i quali non possiamo chiamarci uomini.

Ho citato Cassandra nel titolo, richiamandomi ai sogni che facevo da bambina, di cui ho già scritto, e che definivo sogni di resistenza. I tempi sono più che maturi. Oggi e qui i miei timori di allora si sono fatti sostanza e non posso voltarmi altrove.


2 luglio 2016



LA STORIA DELL'UMANITÁ

Donne, giovani, meno giovani, rassegnate alla solitudine, alziamo lo sguardo da terra e volgiamolo attorno a noi. Quanti uomini, giovani, meno giovani, semplici, istruiti, molto istruiti che sia, da ogni parte del mondo stanno giungendo? Alcuni con famiglia, altri separati da essa, molti però soli, con il desiderio di costruirsi una vita migliore, di conoscere, di dare, di incontrare.
Gioiamo di questa inattesa possibilità.

E accogliamo e amiamo, noi donne sterili, senza utero, donne cui non è capitata l’occasione o l’incontro per procreare, donne che abbiamo avuto paura quando era l’età giusta, donne che abbiamo curato genitori e parenti ritrovandoci ormai troppo vecchie, qualunque sia la nostra storia, accogliamo e amiamo questa moltitudine di bambini che arrivano ritrovandosi da soli.

Uniamoci, mescoliamoci.


Questa è la storia dell’umanità.




domenica 31 gennaio 2016

Libertà di stampa


Il link rimanda a una lettera aperta di Can Dündar nella quale il giornalista turco denuncia la censura e le intimidazioni contro chi fa informazione non allineata al potere, ad opera del presidente turco Recep Tayyip Erdogan

http://www.articolo21.org/2016/01/can-dundar-lettere-dal-carcere-il-giornalista-turco-scrive-dalla-prigione-di-silivri/


cui fa seguito la lettera inviata a Matteo Renzi

Turchia: lettera dal carcere "Non svendete la libertà in nome della lotta all'Isis"

di Can Dündar - direttore del quotidiano Cumhuriyet, detenuto nella prigione di Silivri - 
Rispettabile Presidente del Consiglio Matteo Renzi, Le scrissi una lettera quando venni incarcerato a fine novembre per un articolo che avevo pubblicato come direttore del quotidiano Cumhuriyet. In quei giorni era in programma un suo incontro con il primo ministro turco sulla situazione dei rifugiati siriani. Era in corso la trattativa perché la Turchia non inviasse i rifugiati in Europa e li ospitasse sul suo territorio in cambio di un aiuto di tre miliardi di euro. Nella mia lettera la pregavo di non dimenticare i valori fondativi dell'Europa in nome dell'accordo.
Quei valori, che anche noi da anni difendiamo con determinazione, erano libertà, diritti umani e democrazia. Ideali da lungo tempo calpestati dal regime del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ci auguravamo che l'avvicinamento tra l'Unione Europea e la Turchia legato alla crisi dei migranti facesse da freno a questo comportamento, ci auguravamo che avrebbe avvicinato la Turchia alla democrazia.
Lo scorso novembre, ai giornalisti presenti a Bruxelles al vertice Ue-Turchia, lei disse: "Come gli altri miei colleghi, anche io ho con me la lettera di due giornalisti turchi arrestati". E sottolineò: "Nel dialogo con la Turchia, per l'Italia hanno grande importanza i diritti umani, la democrazia e il primato della legge". Può immaginare quanto paradossale suoni questa dichiarazione dalla cella dove siamo stati gettati.
Se i cittadini turchi sostengono il processo di avvicinamento alla Ue è perché considerano i valori europei un'àncora per una Repubblica laica, democratica e moderna le cui fondamenta vennero gettate da Mustafa Kemal Atatürk. Siamo consapevoli che questi ideali sono così preziosi da non poter essere sacrificati in nome di un negoziato. Se oggi siamo tenuti in isolamento da oltre 40 giorni in Turchia, considerata dai media internazionali "la più grande prigione al mondo per i giornalisti", è perché, con quella consapevolezza, ci siamo schierati contro la deriva del Paese verso un regime autoritario. Siamo in carcere perché abbiamo provato che tir dell'intelligence turca portavano armi ai gruppi jihadisti in Siria.
All'origine della crisi dei rifugiati c'è anche la guerra civile in Siria alimentata pure con l'appoggio dell'Occidente. Ora seguiamo con interesse il tentativo di placare l'incendio da parte di coloro che si sono travestiti da pompieri dopo averlo appiccato. Purtroppo, dato che Erdogan ha assunto il controllo di gran parte dei media, è sempre più difficile darne notizia. Chi ha il coraggio di farlo è vittima di attacchi, aggressioni, minacce, processi e carcere.
Anche se gli interessi attuali dell'Europa rendono necessario ignorare temporaneamente le violazioni dei diritti umani, noi continueremo a chiedere il loro rispetto a qualsiasi prezzo. Se rinunciamo all'umanità davanti alla scelta "rifugiati o libertà", perderemo infatti tutti e tre quei valori.  Can Dundar
La Repubblica, 14 gennaio 2016


lunedì 18 gennaio 2016

PASSEGGIANDO

Qualcosa di buono ci deve essere per forza in noi, visto che tutti continuano a fotografare tramonti.
O è solo più per vedere chi ha il device con più pixel?


lunedì 23 novembre 2015

LETTERA A LILIANE

Ho deciso di rendere pubblica una lettera privata che ho scritto un paio di giorni fa a un'amica in Francia. Una meravigliosa donna di settant'anni che vive con il marito in campagna.
Ho deciso perché questo momento storico mi ricorda che esiste un dovere etico di manifestazione del pensiero quando esso è rivolto a un fine di comprensione reciproca e di contrasto ai conflitti in qualsiasi forma si manifestino. Una sola parola, una frase minima sono, saranno testimonianza anch'esse di chi dice sì alla comune appartenenza umana opponendosi a quanti e a quanto intendono e provano a schiacciarla.
La rabbia l'ho voluta, per coerenza, tacere.


Chère Liliane,

ta lettre du 11 Novembre m'a fait grand plaisir: elle était lumineuse.  Je les imagine sans difficulté mes deux «garçons» au galop avec les crinieres et les queues dans le vent, je sent l'odeur de la maison et du jardin, et j’ai à l'esprit la lumière qui accueille dans l'après-midi lorsque on revient à la maison. Sensations si vives que, en souriant,  je me deplace. Je pense à votre maison comme à une des mes maison (même si en réalité j'en n'ai aucune), car elle est une maison pour mon esprit. Et je pense que tout le monde puisse et doive en avoir beaucoup de cettes maisons. En effet chaque endroit devrait l'être pour nous, tous les êtres vivants, qui partageons cette boule de terre merveilleuse lancée dans l'espace.
Dans ces jours- là, j’etais très occupée et je renvoyé la réponse. Ici aussi, ils étaient beaux et chauds jours, si bien que je fait plusieurs  baignades (on dit pareil?). Après, la tragedie de Paris est arrivé. Une grande tristesse m’a enveloppé, je passé quelques jours dans un silence absolu, tournée à l'intérieur de moi-même. Pendant toute ma vie j’ai eu dans mon cœur le sort du monde et voir, toujours et encore,  l'incapacité de l'homme de trouver une solution et, plus grave, la volonté de nombreaux de ne pas le faire, a confirmé mes préoccupations pour ce qui se passera sur la planète dans les décennies à venir. L'histoire de mon amie musulmane qui a été attaqué à Turin va me dire une seule chose: que l'ignorance dans laquelle on veut nous garder nous mènera à une douleur immense, tous ensemble sans discrimination.
La seule chance sera donné par la capacité et la force individuelles que nous aurons de maintenir intacte notre humanité.
Je t’embrasse et j’embrasse Marc.
Essayons de vivre avec sérénité.
Dis bonjour aux «garçons» de ma part.
20 novembre 2015