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sabato 28 febbraio 2026

MASCHILE GRAMMATICALE

    È mai possibile, ogni volta che inizio a scrivere un pezzo, esser presa dall’ansia? Dal timore che la maggior parte dei possibili lettori si potrebbe fermare all’utilizzo del maschile omnicomprensivo e non procedere oltre nella lettura?

Primo: il genere grammaticale non ha nulla a che fare con quello naturale. Nessuna identità individuale viene messa in discussione. Stiamo sereni.

Secondo: il genere grammaticale maschile è un genere non marcato: Franca e Giovanni sono usciti. Mia sorella ha tre figli – se non specifico maschi vuol dire che possono essere maschi e femmine, se dico che ha tre figlie è chiaro che ci sono solo femmine  ( le rispettive identità/inclinazioni sessuali sono completamente su un altro piano comunicativo) - Vado a cena da amici - se non specifico amici maschi, intendo amici uomini e amiche donne - se scrivo a cena da amiche, intendo che ci saranno solo donne. Potrei scrivere Vado a cena da amici e amiche ma non andrebbe bene comunque. Le alternative sarebbero: Vado a cena da amic* (e, perdonate, non ce la posso fare), Vado a cena da amicə oppure Vado a cena da amici, amiche, bisex, fluidi, gay, ...  o, per far (prima) Vado a cena da amici e amiche e, forse, lgbtqia+, così da non far torto a nessuno.

A parte le implicazioni informatiche per * e quello fonetiche per ə, se anche uno si adattasse all’uso scrivendo, poi come cavolo le si pronuncia parlando? Qualcuno ha proposto la U ma non va bene nemmeno quella. Resta solo la soluzione di troncare le parole.

Mi viene in mente un’altra cosa: come ci si rivolge a qualcuno che non si riconosce in nessuna categoria di genere? Con il loro?

“Che piacere vedere loro (vederli non si può dire)! È un sacco di tempo… Loro stanno bene? Loro quando sono arrivati? - anzi, no - Loro quando sono arrivat?” Il problema subentra con frasi più complesse e quindi con la necessità di usare articoli, aggettivi, participi passati. E stiamo riflettendo sul fatto di rivolgerci a una persona sola. Ma se sono in due o tre?

Qui non sto né mancando di rispetto né prendendo in giro alcuno. Mi limito a sottolineare alcuni aspetti che vanno dall’oggettiva difficoltà comunicativa alla discriminazione di chi vuole scrivere un racconto in santa pace.

Le inclinazioni sessuali di ognuno sono un affare principalmente privato, sicuramente da rispettare e non giudicare (un paio di eccezioni, personalmente, io ce le metto), ma non devono trasformarsi in tagliole per la lingua. Prima stavo scrivendo di essermi trovata in una riunione con persone di entrambi i sessi e mi sono bloccata. Ho smesso di scrivere perché entrambi i sessi non si può più dire. Sfiancante.

Di esempi sull’assurdità di questa abbruttente chirurgia estetica della grammatica e della lingua ce ne sono a iosa.

(es. la sentinella - attività militare prevalentemente maschile - dovremmo trasformarla in il sentinello? Poi, per coerenza, dovremmo anche rivedere l'uso del lei? Frasi come: "Avvocato (avvocato uomo), Lei non crede che sarebbe meglio fermarci qui? Glielo chiedo perché ieri in tribunale non l'ho vista convinto." non si potranno più usare?)

Ecco, appunto, cerchiamo di evitare il ridicolo.

Direi che il dirigismo linguistico politicamente corretto potremmo lasciarlo all’ambito burocratico anagrafico, ai social e ai messaggini ed esonerare la prosa nelle sue varie declinazioni.

 

martedì 7 gennaio 2020

FINE ANNO

Volevo fare un resoconto dell'anno appena terminato. Un bel po' di argomenti su cui avrei voluto soffermarmi e riflettere scrivendone. Uno sguardo sintetico sul mondo, che è poi lo spirito da cui è nato questo blog. Raccontare anche cos'è accaduto nella mia vita, però solo nella misura in cui potrebbe essere utile a parlare della vita stessa. Nominare e raccontare di alcune persone che mi hanno fatto provare una grande gioia interiore. Di altre che hanno messo a dura prova la mia fiducia nel potere del dialogo e del confronto, nonché la mia indole pacifica. Avrei voluto poi dedicare tempo e parole a due amici che hanno deciso di anticipare la propria dipartita lasciando una voragine all'altezza dell'addome. Infine mettere giù un elenco di buoni propositi e riuscire a scrivere finalmente una sorta di manifesto umano, un'esortazione, un testamento ideale, qualcosa che possa suscitare un dubbio, un fremito, una folgorazione. Magari un desiderio improvviso e irrefrenabile di fare qualcosa di buono per chi verrà e non solo essere venuti al mondo così, come per caso.

Ho creduto fosse la mole di intenzioni a impedirmi di scrivere. Poi, più concretamente, ho pensato fosse la difficile situazione che sto vivendo in questo periodo ad aver occupato tutte le mie risorse mentali e fisiche. Di fatto non ho scritto nulla.

Poi la sera del 31, in barba alla febbre, ho deciso di fare due passi qui nel borgo antico e siamo andati con il mio compagno a sederci sugli scalini del sagrato di San Pietro, da cui si vede un tratto di Aurelia. Alle 23.50 le strade vuote, nessun'automobile in circolazione. Silenzio. La luce arancione dei lampioni. Alle 00.05 il traffico aveva già ripreso la consistenza abituale.

È stato in quel preciso momento che ho capito. Probabilmente un qualche organo nel mio corpo, una ghiandola di cui non sono a conoscenza, aveva già da tempo metabolizzato questa cosa che né la mente né il cuore, o quella cosa che ne dovrebbe essere la sintesi, avevano ancora compreso. L'inutilità. Dello sforzo di dire. Di mostrare ciò che è evidente. E che è stato già ripetutamente, sapientemente ed esaurientemente dispiegato e spiegato da pensatori ben più capaci di me. La gente non si ferma. Non mi piace dire gente, ma in questo caso è il termine corretto. La gente non si ferma. Questo è il punto. La compressione del tempo. La ricerca compulsiva di gratificazioni immediate. A bordo di quelle automobili, a parte quelli che andavano o tornavano dal lavoro, a parte quelli che si spostavano per una qualche emergenza, tutti gli altri erano persone incapaci di stare dov'erano, bisognose di andare altrove, persone che avevano pianificato di spostarsi, di non restare troppo a lungo in un luogo ma di farsi vedere in più posti possibili. No, la gente non si ferma. Non ne ha nessuna intenzione. E se non ci si ferma non si vede, se non si vede non si pensa, e se non si pensa be' allora quella sensazione di inutilità che mi opprime e m'impedisce di scrivere ha una sua ragione d'essere.


3 gennaio ore 2.45