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martedì 15 settembre 2020

PERMESSO DI USCITA


SONO ONORATA E GRATA DI AVER RICEVUTO PER QUESTO ARTICOLO UN RICONOSCIMENTO PRESTIGIOSO: IL TERZO PREMIO NELLA SEZIONE GIORNALISMO E CRITICA DEL CONCORSO MARIO SOLDATI 2020 INDETTO DAL CENTRO STUDI E RICERCHE "MARIO PANNUNZIO" DI TORINO


Mi è stato proposto di scrivere un pezzo sulla fine del confinamento cui siamo stati costretti per arginare il contagio, sulle prime impressioni provate a rientrare nel mondo. Sul tanto atteso permesso di uscita.

Le prime frasi che ho scritto si sono tradotte in una lunga serie di domande.

Permesso di uscire. Uscire da dove? Uscire verso dove? Uscire perché?

Uscire dalla propria abitazione come se si trattasse di una prigione e non del luogo deputato al calore domestico, al raccoglimento famigliare, alla pace e al riposo. Quanta ansia, quanto dolore, quanta violenza si annidano tra le pareti di casa? Quanti silenzi e incomprensioni? Quante attese deluse e piccole quotidiane meticolose vendette? Dover riconoscere la consistenza ponderale delle proprie scelte sbagliate, dei compromessi per interesse o per timore dell'ignoto, del non aver saputo chiedere aiuto per tempo ed essere rimasti intrappolati in relazioni distruttive. O, più banalmente, scoprire di aver riempito gli spazi di cose e null'altro. Non tollerare il silenzio, lo stare con i propri pensieri, non conoscere i benefici dell'otium e aggrapparsi alla rete, ovviamente superveloce, come unica scialuppa disponibile per non sentirsi trascinare a fondo dall'angoscia dell'esistere. Un'umanità che riesce a sopravvivere solo nella bagarre del movimento continuo, dello spostamento, del rumore bianco di un vociare promiscuo e confuso, solo nell'avere un'ininterrotta serie di impegni, appuntamenti, incontri, cui tenere dietro a ritmo serrato.

E uscire perché? Per andare dove? Per vedere cosa?

A me è mancato il poter approfittare di un mondo vuoto. Respirare lungo la costa l'aria intrisa di salsedine e l'odore di sottobosco in questa regione che intreccia il mare ai monti. È mancato camminare per le strade deserte, osservare la città vuota, ascoltare i rumori del silenzio. Non avevo alcuna voglia di tornare al mondo di prima.

Fermarsi, al di là dell'aspetto tragico di una pandemia che ha annientato e annienterà soprattutto i più deboli in senso lato, al di là di ogni deriva sociale ed economica, di cui per ovvie ragioni rifiutiamo di vedere la portata travolgente, è stato come riprendere a respirare dopo una lunga apnea.

Ci hanno detto e ci siamo illusi che il dopo sarebbe stato meglio del prima, che noi stessi saremmo stati persone migliori. Che quanto accaduto, alla stregua di un'illuminazione ci avrebbe condotti in una nuova fase umana. Maggior consapevolezza, lungimiranza, rispetto. La commozione che ha caratterizzato alcuni momenti del confinamento e ci ha fatto sentire inaspettatamente vicini al prossimo, le lunghe liste di buoni propositi, tutto si è incenerito nel momento preciso in cui abbiamo aperto la porta di casa. Nello stesso modo in cui il coronavirus è entrato nei nostri corpi, ha amplificato patologie esistenti, ne ha scatenate di nuove, è entrato negli Stati e nella società amplificandone infermità e patologie strutturali. Ha amplificato ingiustizie, settarismo, razzismo, ha evidenziato inettitudini e disorganizzazione, ha rinvigorito prevaricazioni e frodi, e ha determinato quindi, e soprattutto, disuguaglianza. Ha anche amplificato le nostre paure compromettendo le relazioni umane in una misura che pensavamo impossibile. Ha corrotto gli slanci, ha alimentato malversazioni e abusi. Ha nutrito la falsa certezza che, alla fine, visto che per ora siamo sopravvissuti, quello che conta è andare avanti a pagare le rate.

Tutti ovunque ormai concentrati sul tempo da recuperare. Come se ci fosse del senso in tale affermazione. Come se il tempo fosse fatto di una materia plasmabile a nostro piacimento. L'imperativo categorico del rimettersi in pari. Neanche abbiamo raggiunto la pubblica via che già la logica di quel poco che avevamo, se non capito, almeno intuito è stata capovolta, spazzata via. Quei valori improvvisamente sacri nel momento della paura sono divenuti in un batter di ciglia debolezze. Uno sbandamento dell'anima impaurita, qualcosa di cui non necessariamente vergognarsi ma da mettere velocemente da parte per non essere rallentati da dubbi o remore nella corsa collettiva verso un benessere, quale che sia per ognuno di noi, da riconquistare.

Nei cantieri la parola d'ordine è stata accelerare e le morti bianche sono raddoppiate in un fiat. Gli sversamenti illegali di sostanze inquinanti da smaltire sono aumentati per abbattere i costi di produzione e recuperare le entrate perse durante il confinamento. In gran parte della produzione intensiva zooagricola si sono accantonate le poche minime norme di buona condotta ottenute in anni di lotte per immettere sul mercato prodotti a costi sempre più bassi e andare incontro all'acquirente medio cui, più che mai ora, preme il borsellino e se gli parli di costi indiretti ed esternalizzazioni ti guarda con le palle degli occhi fuori dalle orbite come se gli si stesse parlando in marziano. Le condizioni dei lavoratori di quasi tutte le categorie, e particolarmente nelle filiere produttive, sono peggiorate. Le aziende sanitarie, proprio in quanto aziende e non più unità sanitarie, hanno messo e mettono allo stremo il personale addetto alla salute pubblica, personale precedentemente ridotto nelle varie operazioni di ristrutturazione aziendale. Vagonate di lavoratori che accettano di essere sfruttati di fronte all'evidente e dilagante fame di lavoro. È peggio di prima, non meglio. Quel poco che finalmente iniziavamo a capire, quel barlume di coscienza che stava animando le nostre anime letargiche, quel sussulto di consapevolezza di abitare una palla di terra dalla superficie finita, quel rigurgito di humanitas che per un attimo ci ha fatto sentire responsabili nei confronti delle generazioni future, niente, tutto svanito, rimandato a data da definirsi, come nel migliore dei summit sul clima. Sono altre le priorità ed è ora che tutti se lo mettano bene in testa. Al bando i sentimentalismi da fricchettoni, da gente che non ha il senso della realtà. Dobbiamo rimettere il pianeta in piedi, far ripartire l'economia a qualsiasi costo altrimenti... Altrimenti cosa? Spiegatemelo per bene, per favore.

La necessità indiscutibile di una rapida ripresa delle attività produttive dopo il lockdown vista come la grande occasione per sbarazzarsi dei pochi controlli e delle deboli norme ambientali e sanitarie esistenti. La tutela sanitaria degli individui appaltata dogmaticamente a società farmaceutiche. Il governo della società ridotto a mantenimento dell'ordine pubblico. Lo stato sociale demandato all'iniziativa e alla buona volontà dei singoli.

Quindi uscire perché?

Fiumi di insolenti carrette intasano nuovamente le strade, guanti e mascherine svolazzano ai bordi dei marciapiedi, prima di divenire, calpestate, appesantite dalla pioggia e dallo smog, grumi di materia indissolubile, ennesimo rifiuto alla cui vista assuefarsi. Negli asili i nostri figli vengono sepolti da bicchieri in plastica monouso* in barba alle buone intenzioni di appena un anno fa. Ovunque l’usa e getta si prende la rivincita sul buon senso.

Forse l'ambiente in cui viviamo è vero che ci determina ma noi, a nostra volta, lo determiniamo. Forse, mi viene da pensare, il degrado che ci circonda ha radici remote dentro di noi e da lì si propaga contagiando tutto per poi tornarci addosso e affossare definitivamente il nostro animo così che esso non possa dare altro che un ulteriore impulso verso il peggio in una spirale perversa verso il basso.

Uscire quindi per incrociare vacanzieri feroci che affermano la propria libertà riconquistata disseminando bottiglie, sacchetti, mozziconi di sigarette, come se appunto non ci fosse un domani? Bagnanti che insozzano le coste e strappano alle scogliere qualsiasi forma di vita ancora le abiti? Adolescenti che dalle finestre lanciano lattine sui tetti antistanti in un tiro a segno contro gabbiani e piccioni? Ragazzine che si vantano di avere accerchiato una loro coetanea araba e averla linciata, perché la malattia doveva tenersela al suo Paese?

Gente che infetta l'ambiente delle proprie ferie con tale noncuranza da chiedersi come viva a casa propria o se, a tal punto alienata, da trovar beneficio interiore nell'insozzare ciò che non può possedere, che non può avere se non in un'unica e stremante settimana di ferie. Lo ammetto: non accetto più l'inutilità e la nocività di taluni esseri umani. Alle volte allo sconforto si alterna un giudizio inappellabile di condanna. Un'assoluta assenza di tolleranza.

Uscire poi per constatare l'inutilità dell'agire dei giusti? La sofferenza intollerabile di creature innocenti? Per essere spettatore impotente di ingiustizie terribili e crimini feroci? Per assistere allo stupro metodico della bellezza? All'offesa sistematica della vita?

Per ammirare il deambulare di corpi la cui vacuità è esito indotto e necessario alla sopravvivenza in una società ribaltata in nome dell'interesse di alcuni? Per constatare l'irreversibile intorpidimento di individui iperconnessi ma di fatto svincolati, esenti, illesi, immuni a disastri e dolori, nella vana pretesa di non contaminarsi, di non essere raggiunti dai mali che toccano gli altri? Individui per i quali vige l'equivoco della morte anonima, quella per cui si muore a migliaia ma è come se nessuno morisse. Una società chiusa, ripiegata su se stessa, composta da schiere di solitudini chiassose.

Noi, i primi a dover imparare daccapo a credere nella morte senza riuscirci. Ad aver rimosso il senso della ciclicità della vita. E, soprattutto, i primi a dover prendere sul serio in considerazione il fatto di essere forse inesorabilmente gli ultimi. E cosa facciamo? Usciamo nel mondo che ci è stato brevemente precluso e ricominciamo daccapo a usarlo come una cloaca a cielo aperto in cui riversare i nostri rifiuti domestici e mentali.

Ci comportiamo come se il futuro fosse un posto vuoto. E cos'è un posto vuoto se non un luogo in cui non vive nessuno e che si può quindi utilizzare come discarica?

Ma qual è il problema? Forse semplicemente viviamo in un tempo inabitabile. I minuti incombono e dileguano. In un mondo lanciato ad alta velocità su un tapis roulant che man mano aumenta la pendenza, il baratro alle spalle. Un mondo capovolto in cui ben poco avviene secondo logica ed etica, in cui l'empatia è debolezza da essere derisa, debolezza che lascia sfiancati coloro che la provano, a molti dei quali resta soltanto il pensiero del ramo d'un albero e di un nodo scorsoio come ultima ratio per non soccombere all'assurdo che circonda. Siamo dunque solo più questo? Esseri inetti del tutto incapaci di riprendere in mano le redini del nostro destino di Uomini?

Ma come fare? La vecchia sindrome di Tina (There is not alternative) si propaga più rapidamente del Covid19 e una volta intaccati i tessuti del cuore e del cervello non lascia scampo, non esiste cura. Così come (l'esempio più vicino che mi viene in mente) per le morti dirette e indirette dell'Ilva di Taranto, dove da sempre si vive in una situazione di confinamento e, a seconda della direzione da cui arriva il vento, si serrano le finestre, anche per la sindrome di Tina non esistono tamponi e statistiche. I morti sul campo non si contano perché è come non esistessero. Tutt'al più si potrebbero considerare vittime collaterali. Depressi che non si sono voluti curare nonostante i consigli di medici e conoscenti. Un po' di Xanax, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.

Siamo di fronte a uno, neanche più tanto graduale, smantellamento istituzionale. È in atto uno strisciante e sotterraneo slittamento di sovranità. La popolazione mondiale pare più che altro un ammasso di cavie per i laboratori sperimentali delle aziende, senza nemmeno il tentativo di una reale supervisione da parte di coloro che eleggiamo ad amministrare e tutelare noi e il bene comune. Il contratto sociale viene cambiato e stravolto nella sua essenza mentre ci consoliamo con una buona bevuta. Solitaria o tra pochi intimi, i rassegnati e i cinici, collettiva tutti gli altri.

Ogni Paese del pianeta ha ormai al proprio interno un terzo mondo, come si usava dire un tempo, così come in ogni Paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più. Non si vede altro nel panorama davanti ai nostri occhi. Siamo all'assurdo che i migliori servitori dello Stato, coloro che credono nella responsabilità del compito assegnatogli, sono trattati come i peggiori, perché tanto meglio governano, tanto più s'impegnano e restano al potere, tanto più sono pericolosi. Infatti dai tempi di Falcone e Borsellino, di tal tempra se n'è visti pochi e poi non se n'è visti più, almeno qui da noi. Alcune anime oneste si aggirano, certo, ma del tutto prive di mezzi e tenute all'angolo. Quando non, in giro per il pianeta, destinate a prigioni, torture, rapimenti, a vani scioperi della fame. Nella migliore delle ipotesi a una breve e inutile eco mediatica.

Il governo dei peggiori. Kakistocrazia si chiama. Questo paga.

Una società in cui l'alternanza politica nei governi avviene se non disturba. Biden potrà anche vincere perché non intende cambiare nulla, e chi, invece, magari ha buone intenzioni, arrivato a un certo livello, sarà costretto a rimangiarsele. Le proteste, come quelle recenti a Hong-Kong o contro Lukashenko in Bielorussia, per quanto intense siano, sono tutte già sul nascere in odore di fallimento. Manifestare, protestare, arrabbiarsi, sperare. Inutile. Superato il punto di non ritorno. Perché le rivoluzioni non si attuano in virtù della loro moralità e legittimità. A essere determinanti sono i rapporti di forza su cui fa affidamento il potere per agevolarle o affossarle. Triste ma è l'evidenza degli esiti a confermarlo.

Viviamo in una società nella quale, senza voler scendere nell'abominio della compravendita di bambini da “ricreazione” e altri infami mercimonii e obbrobriose mercature, esiste un mercato in cui è possibile “comprare” il nome di una via in cui non si vive e un contratto di lavoro fasullo per poter essere riconosciuti come persone. Nella quale per compensare la compressione del tempo cui siamo costretti ci vengono offerte gratificazioni immediate, anch'esse, come elettrodomestici, a obsolescenza programmata. Nella quale novelli sofisti, maestri di retorica, manipolatori di significati, curvi e senza posa come galeotti ai remi, stuprano le parole, le schiantano, le trasformano, ed elaborano nuovi linguaggi per far apparire validi ragionamenti che non lo sono, buoni discorsi pessimi, e concedere spazio allo zoccolo duro dell'analfabetismo becero. Una società nella quale espelliamo con noncuranza criminale segmenti di biosfera dallo spazio vitale lasciando alle nostre spalle residui di terra morta e acque morte. Né possiamo più recuperarle. In cui nulla è più facile che screditare esperti onesti precipitandoli nel calderone ribollente dei complottisti. In cui le disuguaglianze sono condizione sine qua non del capitalismo globale mentre non lo è un'auspicabile cooperazione transnazionale di cui infatti non si vede traccia. Perché tra nazionalismi, balcanizzazioni, e aperture, tra coloro a favore del protezionismo e coloro che vogliono economie aperte in realtà non vi sono differenze. Perché malauguratamente i secondi non credono veramente all'internazionalismo ma cercano semplicemente di ottenere accordi più vantaggiosi o mercati che favoriscano vendite più facili.

Una società in cui la politica muore perché è diventata un gioco senza ragione e senza conoscenza, perché, incapacità e corruzione a parte, non è più sufficiente avere una coscienza di classe o sperare in un elettorato cosciente, ed è stupido rivaleggiare con differenti programmi di partito però tutti a breve e medio termine che non dicono granché e, alla resa dei conti, non portano a nulla. Una politica che abdica al proprio ruolo e delega ad agenzie per la sicurezza, a polizie statali e private, a forze militari, il controllo del territorio, perché consapevole che la situazione non potrà che peggiorare e perciò degenerare. Serve una coscienza di specie, come, tra molti altri, diceva già Maria Montessori, di cui a breve ricorrerà il 150esimo anniversario della nascita.

Continuo a pensare che dovremmo avere una visione cosmica della vita. Dovremmo riuscire, noi che ci vantiamo di essere superiori a ogni altro essere animale, a scorgere quella particella invisibile all'interno della quale, cominciata l'esplorazione, ci si accorge che non esistono confini di sorta e che si apre uno spazio infinito che porta oltre i limiti di ogni realtà visibile e verso una verità perlomeno intuibile. Dovremmo ambire a quella capacità di raggiungere la conoscenza di una realtà oggettiva proiettandoci mentalmente verso la realtà cosmica dell'esistenza umana. Come esseri sensibili quali siamo avremmo il dovere di interrogarci sulle nostre “origini” e difendere quella spiritualità che consente di rispettare ogni individuo vivente ed è portatrice del bene comune. Ma quanto siamo lontani da tale apertura mentale?

È vero che il nostro agire singolarmente non ha la forza di determinare un cambio di direzione, e comprendo la frustrazione di chi tenta di fare del bene e constata l'incremento del male su scala planetaria, ma non possiamo comunque chiamarci fuori e rinunciare all'esercizio della nostra responsabilità individuale. La frantumazione delle responsabilità, le difficoltà, l'assenza di risultati non possono essere un alibi. Tanto meno il cascare dal pero a ogni piè sospinto. Nell'anno del Signore 2020 l'ignorare lo stato delle cose non è accettabile, non è giustificabile, non è perdonabile. Altresì vero che vi sono dei “nemici” reali, potenti, in alcuni casi noti, che si spanciano di grasse e laide risate di fronte ai ridicoli tentativi di chi vorrebbe un mondo retto da onestà, equità, lungimiranza. Il gridar loro in faccia con rabbia, il chiedere conto e spiegazioni, il pretendere messe in stato d'accusa laddove necessario, non fa che accrescere la loro ilarità. Perché il meglio dell'esistenza umana è già finito, la guerra è già persa.

Come credere ancora?

Invocare un'etica socratica che regoli il pensiero e l'agire.

Far sì che ciascuno di noi viva, si comporti e consumi in modo che le sue scelte possano valere ed essere praticate da tutti i miliardi di donne e uomini che abitano il pianeta.

Stilare un piano di battaglia, pensando a una pianificazione gestionale del pianeta, con buona pace di chi, per pigrizia intellettuale, alla parola piano evoca spettri di dittature sinistre.

Stare sempre e comunque dalla parte delle vittime a prescindere dal campo di appartenenza, avere cura di chi è in difficoltà e battersi contro ogni forma di discriminazione.

Ma può una società smettere all'improvviso di fare qualcosa che ha sempre fatto? No, perché ci si accorge delle cose solo quando le si è capite. Ed è proprio contro la nostra capacità di comprendere e capire che da tempo metodicamente si opera una manomissione.

La tragedia è che, oltre a tutto questo, dobbiamo prepararci a una lunga serie di eventi pandemici come quello attuale. Abbiamo attribuito l'origine del virus a riprovevoli abitudini alimentari dei cinesi, ad attività illecite di qualche laboratorio criminale, a un complotto dei signori del male, abbiamo azzardato le più svariate ipotesi ma, se anche una di esse fosse vera oltre che verosimile, l'unica cosa certa è che il virus nasce da noi, dal nostro stile di vita intensivo in ogni sua manifestazione. Agricoltura, allevamenti, metropoli, fabbriche. Probabilmente se durante il confinamento abbiamo patito disturbi del sonno è stato perché una qualche parte dentro ognuno di noi sa di avere, chi più chi meno, la coscienza sporca.

Permesso di uscita.

Forse, dovremmo per prima cosa provare a uscire da noi stessi e tentare di guardarci dal di fuori. Chissà che di fronte alla triste immagine dei nostri corpi piegati a tutto, del nostro sguardo vuoto, del nostro sorriso da centro commerciale, un rigurgito d'orgoglio non ci spinga a spogliarci di queste vesti guaste che indossiamo da troppo tempo e che non ci fanno onore.


Barbara Panelli Imperia 1° settembre 2020


*da due a quattro bicchieri al giorno per bambino, classe di quindici bambini, una media di cinquanta bicchieri/die, uguale un migliaio di bicchieri al mese. In una sola classe.




giovedì 7 novembre 2019

GLOBICEFALI E PERPLESSITÀ SUL GIORNALISMO

Oggi pomeriggio vengo a sapere del ritrovamento stamane di un globicefalo morto a Imperia in zona Galeazza. Una femmina. Leggo che è stata portata via per accertamenti sulla causa della morte non essendo presenti ferite o altri segni evidenti che la possano spiegare. Un paio d'ore dopo sento dire che ieri è stato ritrovato un altro globicefalo spiaggiato a Diano Marina. 
Sono competente riguardo ai cetacei e nutro nei loro confronti un sentimento in sintonia con quello di Paul Watson. Immediatamente mi inquieto. 
Dopo un tardivo e inutile sopralluogo alla Galeazza, giunta a casa faccio una ricerca su internet e trovo un articolo sul sito di Liguria Nautica che fa riferimento all'esemplare trovato ieri a Diano Marina, 





poi trovo sui siti di Imperia Tv e su Liguria Oggi, riferimenti a un esemplare, anch'esso femmina, rinvenuto sempre stamane a Imperia, località Galeazza, per il quale è stata ugualmente predisposta l'autopsia. 











Leggo i vari articoli, guardo le foto e i video, finché un dubbio mi coglie. Che si tratti del medesimo globicefalo? Potrebbero non aver prelevato l'esemplare di Diano, potrebbe essere stato riportato in mare dalla mareggiata e finito poi, oltre Capoberta, a spiaggiarsi una seconda volta nel territorio di Imperia. In alternativa, potrebbe non essersi mai mosso da dov'era, fino all'odierna rimozione a fini igienici e autoptici, e le due notizie derivare o dal considerare la zona della Galeazza appartenente al Comune di Diano Marina o dalla superficialità di indagine da parte di addetti all'informazione. Comunque sia, scorrendo le notizie su Google, vien da dedurre che i ritrovamenti siano stati due e non pare proprio sia così. Non è così grave ma un po' meno d'approssimazione di questi tempi gioverebbe. Visto infatti il risultato di sentir parlare in giro di due globicefali anziché di uno. E visto che, grazie a certo giornalismo raffazzonato o prezzolato che sia, di convinzioni errate in giro c'è già sovrabbondanza.

Vi invito a osservare con attenzione i fotogrammi che ho estratti dai video e suggerire la vostra opinione in merito.

sabato 20 gennaio 2018

Risciò - Radio online su Spreaker


Bello, dopo aver appena postato un pezzo sulla desolazione del mondo giornalistico, scoprire l'esistenza di una realtà come quella di Radio Risciò dedicata alla Cina. Ascoltate i podcast ( https://www.spreaker.com/show/riscio ). Si può essere d'accordo o meno su contenuti e considerazioni ma è una gran bella finestra su un mondo da conoscere. 
La comunque amara considerazione è che l'ho scoperta perché sono costretta a letto dall'influenza e sto spulciando sul mio account twitter, altrimenti chissà...




sabato 1 ottobre 2016

OTHERING...

OTHERING, AREE DI SACRIFICIO, RAZZISMO AMBIENTALE, LINEA DI ARIDITÁ...

Sicuramente dobbiamo arricchire il nostro vocabolario

L’articolo apparso su Internazionale numero 1169 riporta un estratto dell’intervento di Naomi Klein in memoria di Edward Said, tenuto a Londra a maggio di quest’anno.

Vi propongo vivamente un’attenta lettura.

Amo il giornalismo che cerca comuni denominatori, che supera gli scollamenti tra gli avvenimenti per offrire un filo rosso che induca consapevolezza. Premessa necessaria per avere almeno qualche possibilità di trovare una reale soluzione, “soluzioni integrate” le definisce la scrittrice canadese, ai mali del mondo.








settembre 2016

venerdì 9 ottobre 2015

#iostoconerri

La procura di Torino ha chiesto otto mesi per Erri De Luca, accusato di istigare al sabotaggio della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.

Nel periodo storico in cui si cerca di far passare il concetto di diritto alla mobilità umana, si mette in discussione la mobilità della parola. La si vuole imbrigliare e trattenere anch’essa. Con l’acquisizione ormai prossima di Rcs da parte di Mondadori che così deterrà un terzo dell’editoria nazionale, e tutto ciò che ne consegue, con la scarsa diffusione del giornalismo d’inchiesta, con i telegiornali che diffondono paure, tutto mira al controllo. Ma la parola sfugge e si trasmette comunque. La parola resta. Sopravvive a chi l’ha pronunciata o scritta.

Resta sacrosanta l’assunzione di responsabilità del pronunciarle e diffonderle le parole. Perché ci sono quelle inutili, autoreferenziali, quelle che portano al contrasto e non al dialogo, che consolidano le diversità e le separazioni in senso sterile e deleterio anziché condurre a una sana crisi. Crisi che significa separazione della pula dal chicco e quindi valutazione e discernimento, presupposti necessari per un miglioramento e una rinascita. Penso a Charlie Hebdo, di cui già scrissi, penso al terrorismo quotidiano perpetrato con l’uso improprio della parola, penso all’esaltazione acritica e distruttiva che l’incitazione verbale alla violenza produce, penso alle parole violentate, a cui viene infilato a forza dentro un significato che non appartiene loro, nel tentativo di stravolgerne il dna.


Anni fa, ritornando al buon Erri, una quindicina più meno, passai da Ceva, tornando da Torino verso Imperia e mi trattenni ad ascoltare un comizio di Borghezio, che se non ricordo male anche quest’anno ha presenziato un corteo contro la nascita di un centro islamico in questa roccaforte leghista. Ecco, ripensando alle parole che udii, se volessimo adottare stesso peso e stessa misura, per comminare a lui, e a chiunque altro di tal fatta, un’adeguata e proporzionale condanna dovremmo importare la sedia elettrica dagli Stati Uniti.

Ottobre 2015



lunedì 24 novembre 2014

MAGAZZINO

Metto tutto nelle scatole. In bauli. Di più non ce la faccio.

Tutta questa morte che avanza e circonda, che sia guerra, fuga, sfruttamento, cataclisma. E’ un gioco, tutto solo un gioco. Di interessi e di dominio, le cui regole complesse e mascherate e gli intrecci restano fuori dalla portata di chi deve mandare avanti baracca e burattini un giorno appresso all’altro.

Un gioco al massacro. Di popoli, di terre, di generazioni a venire. Uno sterminio pianificato.

Cronaca economico politica e sociale internazionale, non posso, non ho la forza di sostenerne oltre il peso. Leggo, approfondisco, ritaglio, stampo e metto nelle scatole. Per i posteri.

Che abbiano del materiale per crearsi nella testa un cazzo di filo rosso.


giugno 2014




(tutti i diritti riservati)

INAUGURAZIONE DI BORGO FOCE

Questa sera sono scesa a Borgo Foce per un aperitivo con mia madre: è il suo compleanno e ha poche occasioni di distrazione.

C’erano molte persone, avventori, autorità locali e regionali, e rappresentanti dell’Imperia bene. Non ricordavo dell’inaugurazione del borgo rimesso a nuovo e reso zona pedonale: vista l’occasione avrei scelto un altro posto, più tranquillo e intimo.

A parte considerazioni sul risultato dei lavori compiuti, che evoca l’omologazione mentale con cui le amministrazioni si approcciano ai cosiddetti lavori di “restyling”, piazzette alla fine tutte uguali con uguali materiali ovunque, e quindi inesorabilmente prive di un legame con l’anima, la memoria storica, e il carattere dei luoghi, una persona con il benché minimo amore per il giornalismo, quale io dichiaro di essere, non si sarebbe lasciata sfuggire l’occasione e avrebbe penetrato la folla. Avrebbe interloquito, si sarebbe confrontata e relazionata e, una volta a casa, avrebbe scritto un pezzo. Invece, dopo che mia madre se n’è andata, ho attraversato il borgo in silenzio, aliena, guardandomi intorno: capannelli di persone qua e là, il muretto occupato, calici pieni, pacche di confidenza e intesa, saluti, strette di mano, commenti. Ho proseguito e ho raggiunto la base del molo. Ho guardato a lungo le onde oltrepassare il frangiflutti. Poi sono tornata indietro restando comunque ai margini dell’assembramento. Mi sono seduta sul bordo di un’aiuola e sono rimasta incantata a osservare il percorso di un piccolo coleottero sul selciato.


8 luglio 2014



(tutti i diritti riservati)

venerdì 2 maggio 2014

MONDIALI DI CALCIO IN BRASILE

Non ho appuntato la data perché intendevo scrivere due righe in giornata ma non ho avuto modo di farlo. Sarà trascorsa una decina di giorni. Ricordo che si trattava del TG5 delle 13.00.

L’annunciatrice dopo aver presentato con aria compita un servizio sugli scontri in Brasile per gli sfollamenti in vista dei Campionati mondiali di calcio, con estrema disinvoltura e un gran sorriso ammiccante è passata a introdurre un servizio sui dieci più bei calciatori di tutti i tempi.

Questa è professionalità.

Che non traspaia un’opinione, un pensiero, un disappunto, se mai ci sono.

Nessun coinvolgimento personale.

E complimenti a chi stabilisce la scaletta dei servizi.

Vorrei poter pensare che il contrasto così netto sia stato voluto per colpire l’attenzione e suscitare un dubbio, un’indignazione, ma so che non è così.


aprile 2014


Tutti i diritti riservati

domenica 3 novembre 2013

OCP e Secolo XIX

Ho deciso di pubblicare questo vecchio articolo, perché sono pentita non tanto di non aver fatto valere all’epoca i miei diritti, quanto di aver iniziato ad accettare che il giornalismo in cui avevo sempre creduto non fosse quel gran pilastro


NON È POSSIBILE


Non è possibile, ogni volta mi dico che non è possibile. Non mi capacito della situazione critica raggiunta dal giornalismo italiano: i quotidiani che accompagnano la nostra colazione mi lasciano spesso con la tazzina a mezz’aria. Se da un lato è confortante che notizie degne di attenzione giungano infine in prima pagina, dall’altra il ritardo di anni (!!) con cui ciò spesso avviene è allarmante. Alludo qui alla serie di articoli che il Secolo XIX sta in questi ultimi giorni dedicando alla vicenda dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados in Ecuador, spacciandoli, sono certa in buona fede, come scoop rivelatore del poco ortodosso comportamento tenuto dall’Agip per conquistare i diritti di sfruttamento petrolifero nel Paese sudamericano. Tanto è meritevole, nonostante lo scarso tempismo rispetto ai fatti, l’intento della citata testata giornalistica, quanto è inquietante che sia stata necessaria la lettura di tali articoli perché ci fosse un minimo di mobilitazione. Coscienze che subito si sono messe all’opera per fare chiarezza: politici, giuristi, europarlamentari, ambientalisti tutti incredibilmente sorpresi e pronti a sdegnate reazioni, interrogazioni, indagini e via discorrendo. Si sono dunque svegliati solo dopo il reportage in questione? Mai sentito parlare prima del fatto? Cosa leggono queste persone? Come passano il loro tempo? Com’è possibile che certe informazioni non giungano alle loro orecchie anche solo per caso? Come può esistere una tale disinformazione, un tale disinteresse? O, semplicemente, di fronte al fatto che una certa questione diventi di dominio pubblico, la si sfrutta demagogicamente?

A marzo del 2002, venuta a conoscenza dell’accordo OCP, mi documentai per quel che mi fu possibile e scrissi una lettera-articolo, inviandola ad alcuni giornali, tra cui il Secolo XIX. Presso la sede del Secolo XIX mi recai poi anche di persona per perorare la pubblicazione ma non ero giornalista e non avevo conoscenze. L'articolo non fu dunque pubblicato, e fin qui nulla di strano, ma tanto stupore e scalpore oggi possono significare solo due cose: o c’è una gran disattenzione da parte del personale delle varie redazioni o c’è, se non malafede, perlomeno censura, nel senso che le cose si sanno, ma si aspetta il momento “giusto” per permettere che vengano rese pubbliche.

Di seguito riporto la lettera cui mi riferisco sopra, lettera che qualcuno deve aver ritrovato da qualche parte e, verosimilmente, sfruttato.


14 marzo 2005

(la presente inviata in data 15 marzo 2005 alla redazione de Secolo XIX)


Marzo 2002

Nel giugno dello scorso anno, dopo anni di attesa, il Ministero dell’energia e delle miniere ha concesso il nulla osta ambientale al progetto di realizzazione dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados, in Ecuador. Questo nuovo oleodotto, la cui lunghezza complessiva sarà di circa 500.000 chilometri, affiancherà per buona parte del percorso il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano che la Texaco realizzò nel Paese più o meno trent’anni fa’. Dicono che potrà trasportare 450.000 barili di petrolio grezzo al giorno tra il terminale situato nell’Amazzonia Ecuadoriana orientale e il Terminale di Esmeraldas sulla costa dell’Ecuador.

L’importanza della costruzione dell’oleodotto è collegata, per il governo dell’Ecuador, al processo di dollarizzazione, ovvero alla scelta del dollaro come valuta nazionale, e richiede forti investimenti di capitale straniero.

L’accordo è stato sottoscritto in giugno tra il governo e un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui figura l’italiana Agip per una quota del 7,51%. Queste imprese trasporteranno petrolio per vent’anni, ammortizzando l’investimento, dopo di che l’Ocp diverrà proprietà dello Stato. Stato che si ritroverà tra le mani un impianto logoro perché alla sua regolare manutenzione difficilmente si sarà provveduto nel frattempo.

Nonostante esistano validi motivi per opporsi al progetto, i lavori hanno già preso il via nel mese di agosto. Innanzitutto non ci sarebbe un volume di greggio tale da poter utilizzare entrambi gli oleodotti a pieno ritmo, salvo procedere alla realizzazione di nuovi pozzi con stazioni di pompaggio e centinaia di chilometri di tubazioni per alimentare l’OCP. Questi ulteriori lavori non sono contemplati nel Piano di Gestione Ambientale dell’OCP, già ritenuto insufficiente per mitigare gli impatti negativi sull’ambiente e sulla popolazione che avrà il progetto base. Le stesse procedure della VIA (valutazione di impatto ambientale) si sono ridotte a un’analisi di pochi giorni su porzioni limitate di territorio (in parte già compromesso dal SOTE), per cui non hanno fornito le informazioni necessarie per una corretta valutazione dell’impatto stesso; non c’è stata una consultazione della società civile né hanno considerato i cosiddetti impatti cumulativi: in altre parole tutti gli eventi non pianificati causati dal progetto (insediamenti, disboscamento, incidenti, allontanamento coatto di indigeni dai propri territori, ecc.). Una simile carenza di analisi e l’aver tralasciato questioni chiave nella VIA, ha di certo determinato una sottostima della portata e dell’impatto complessivo di questo progetto. L’oleodotto attraverserà 11 aree protette, aree sorgive di fiumi, foreste primarie, zone agricole, zone geologicamente instabili, centri abitati. Molte organizzazioni internazionali hanno fatto pressioni affinché l’OCP non fosse finanziato, così come hanno richiesto a gran voce movimenti interni all’Ecuador: Accion Ecologica e Mujeres por la madre tierra, in prima linea, continuano infatti a opporsi con valide argomentazioni. Una tra le tante, i guadagni derivanti dalla messa in opera dell’OCP restano alle multinazionali straniere che pagano al governo delle royalty, le quali finiscono nel tritacarne del debito estero.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, l’Agip, in cambio della cessione dei diritti di sfruttamento petrolifero di una delle zone in questione, il bloque 10, ha dato un quintale di riso, uno di zucchero, burro e sale, ma solo una volta al mese e solo per i mesi di maggio, agosto e novembre 2001. A ciò si aggiungono una lavagna, due palloni, un fischietto, una bandiera dell’Ecuador, quindici piatti, quindici tazze, quindici cucchiai, una pentola, due secchi, un’aula scolastica, uno stipendio di 40 dollari mensili per sei insegnanti per sei mesi, corredi farmaceutici del valore di 200 dollari ciascuno, qualche migliaio di dollari per tubazioni per l’acqua potabile e via delirando. Stupefacente.

Questo progetto, che non avrebbe superato la fase di valutazione se non avesse ricevuto i finanziamenti per operare (nessuna compagnia rischia i propri fondi), ne ha ottenuti da un consorzio di banche il cui intermediario finanziario è l’italiana BNL (Banca Nazionale del Lavoro), che sinora non ha preteso, come sarebbe doveroso, da parte del consorzio bancario una valutazione indipendente da quella fatta dal Consorzio OCP. Inoltre è da tenere in considerazione il ruolo della SACE, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l’Estero, che si prende carico dei crediti commerciali andati insoluti, risarcendo le imprese italiane investitrici con denaro pubblico, aumentando quindi il debito verso il settore pubblico italiano, già ampiamente esposto verso l’Ecuador.

Come un tale accordo possa essere stato accettato dalla controparte è spiegabile con il ruolo ambiguo di alcuni rappresentanti delle comunità indigene, che, evidentemente, avranno avuto il loro tornaconto nella contrattazione, nonché con il fatto che lo sfruttamento petrolifero in Ecuador è stato dichiarato dal Governo priorità nazionale e come tale sottostà alla Legge di Sicurezza Nazionale che è al di sopra di tutte le altre leggi. Un escamotage contro l’incostituzionalità dello sfruttamento di zone protette, in quanto dalla Costituzione viene prevista per queste ultime l’inalienabilità.

Tra qualche anno qualcuno, di fronte all’evidenza dello scempio, griderà allo scandalo, ci saranno delle indagini e cadrà qualche testa, ma qualche mese dopo tutto sarà dimenticato. Nel frattempo altre vicende simili si propagheranno come un cancro sulla terra, per essere poi a loro volta esecrate e condannate, senza che una reale volontà d’analisi e prevenzione prenda forma.

marzo 2002

P.S. A fronte dello scoop del Secolo XIX, inviai una raccomandata alla redazione, facendo presente la loro scorrettezza: il pezzo era mio. Inviai in allegato copia originale. Non ottenni riscontro. Non avevo i mezzi per intentare una causa e rinunciai. Me ne pento ancora.


AGGIORNAMENTI (aprile 2013): L’OCP, operativo se pur inizialmente in misura ridotta dal 2003, sta per inaugurare il trasporto di greggio dalla Colombia


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