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martedì 27 ottobre 2015

#avorio e #monocolture

 Ho letto che viene massacrato un centinaio di elefanti ogni giorno e a questo ritmo si rischia l’estinzione dell’elefante africano in neanche vent’anni. Non è quella gran novità. Il punto è che ci si sta battendo per l’applicazione di una moratoria il cui punto di forza, oltre a un’intensificazione dei controlli, sarebbe la distruzione volontaria di tutte le riserve nazionali di avorio per mandare un chiaro messaggio: il traffico di avorio è inaccettabile. Dovrebbe servire a far ridurre la domanda e di conseguenza i traffici illeciti. A me sembra che così l’avorio acquisterà ancora più valore quindi farà più gola, per cui chi ha i soldi riuscirà comunque a procurarsene e sarà maggiormente spregiudicato nel farlo. Non passerà di sicuro il messaggio dell’inaccettabilità.

9/02/2014



In occasione del doveroso sdegno per gli ennesimi elefanti avvelenati con arance al cianuro in un parco nazionale dello Zimbabwe, una sessantina solo nell’ultimo mese, vorrei ricordare che in Malesia, dove decine di migliaia di ettari di foreste vengono abbattute per far posto alla monocoltura della palma da olio, che insieme al legname rappresenta il principale bene d’esportazione del Paese, vengono avvelenati con veleno per topi decine di elefanti pigmei per impedire che si nutrano con i frutti delle palme.



Ottobre 2015








venerdì 31 luglio 2015

#CECIL (il leone) E IL DENTISTA

Mi spiace per Cecil e anche per Walter James Palmer.

Nel primo caso per tutto ciò che la sua morte comporta, nel secondo perché, se anche non ne è consapevole, il signor Palmer è un essere superfluo.

Dichiara di aver seguito, come tutte le volte precedenti, le procedure e le norme per agire legalmente, ma, a parte la considerazione che le leggi non garantiscono necessariamente la giustizia delle cose e che alcune di esse sono veramente obsolete in questo nostro terzo millennio, un individuo che si giustifica dicendo di aver fatto come ha sempre fatto, senza porsi mai domande, senza mai un dubbio, è appunto un essere superfluo.

Come lo sono coloro che si difendono affermando di aver obbedito a un ordine. Ci sono ordini che non si eseguono, pena la perdita di dignità e humanitas. In genere si dice di aver eseguito un ordine quando ci si vergogna di ciò che si è compiuto. Altrimenti perché dirlo?

I cattivi non siedono solo nei cda di multinazionali e istituti finanziari, non sono solo i trafficanti, i mafiosi, i corrotti, i sofisticatori, e via elencando, ma persone comuni e finanche banali, come il nostro dentista imbarazzato e stupito, come tutte le Rebecca Francis, Sarah Palin e compagne, donne devote e prolifiche peraltro, nella miglior tradizione neocon, che mi fanno vergognare di essere donna. Ma gliel'hanno insegnato da bambine che non c'è niente di male, che è solo uno sport, e per rassicurarle hanno fatto foto di famiglia sorridente attorno a maestosi cadaveri. Anche ai bambini dello zoo di Copenaghen hanno voluto insegnare qualcosa. Di recente è stato mostrato loro l'abbattimento, il sezionamento, e la distribuzione delle parti di una carcassa ai leoni; carcassa di una giovane giraffa maschio che se fosse divenuto adulto, accoppiandosi, avrebbe determinato problemi da consanguineità. Tra l’altro hanno poi ammazzato pure quattro leoni. Cosa hanno voluto insegnargli non l'ho ancora capito. Il ciclo naturale di vita e morte? L'anima crudele della natura? La necessità di saper prendere decisioni difficili?

Infine, con buona pace di Cecil, cosa sarebbe successo se avessero ammazzato un leone più giovane, senza branco, meno maestoso e popolare?

Esattamente ciò che accade ogni fottuto giorno di nefandezze: nulla.


30 luglio 2015


(tutti i diritti riservati)


lunedì 13 luglio 2015

GLI ANIMALI DEL CIRCO

Una decina di giorni fa, alle due del pomeriggio, con una temperatura percepita di 40 gradi, sono andata a guardare gli animali del circo vicino al Parco urbano di Imperia.
Ho chiesto il permesso al responsabile e sono andata sul retro del tendone, tra roulotte, gabbie e recinti.
Ho chiacchierato con i lavoranti, quasi tutti di origine indiana o stati limitrofi, persone che stanno anni senza vedere i loro cari e considerano ciò normalità.
C’erano quattro dromedari, due struzzi, un asino, tre pony, un paio di bufali e altrettanti lama, una zebra, una giraffa, una tigre, due leoni e sei leonesse.
Perché andare a vederli? Si sa che fa male all'anima o, almeno, dovrebbe. Mi sono semplicemente detta vengo a soffrire un po’ visto che voi soffrite sempre. Serve a poco ma sottrarsi significa facilitare rimozione e oblio.

Non c’è spazio per voi, non c’è spazio per tutti gli altri animali che ancora godono di qualcosa di simile alla libertà, e non c’è soluzione a questo. Perché non c'è più spazio per l’animale uomo (non che abbia meriti particolari per averne maggior diritto) e quel che resta lo si accaparra in pochi, perché, checché ne dicano, si sa bene che per quanto sembri ancora molto, in realtà è meglio accantonarne per i tempi magri a venire.
Per cui me ne sono stata in piedi sotto la canicola polverosa a guardarvi negli occhi. E nei vostri occhi chiaro e lampante il nostro destino.





















2 luglio 2015

lunedì 16 febbraio 2015

COMUNICAZIONE ANIMALE

Non possiamo sapere ciò che provano gli altri animali, e se realmente provano qualcosa, perché non parlano e non sono in grado di comunicarcelo. Questa convinzione è diffusa e resiste, anche se siamo nel terzo millennio e abbiamo conoscenze sufficienti per mettere da parte un antropocentrismo ormai obsoleto.

Forse non possiamo sapere cosa esattamente sentono ma non possiamo dubitare che ciò accada, e con grande intensità. È così evidente, così chiaro che essi comunicano e siamo noi spesso a non essere in grado di comprenderli.

Perché poi non considerare che possano possedere sistemi di comunicazioni più evoluti del nostro? No, non sia mai.

Andiamo a caccia di forme aliene di vita intelligente. Abbiamo spedito nello spazio una sonda con formule matematiche, musica classica, disegni di Leonardo, versi di balene, e parecchia altra roba che dovrebbe indicare il nostro livello di evoluzione, ci siamo dichiarati pronti a un confronto e poi, di fronte allo sguardo di un essere di questa terra che non si presente antropomorfo, gridiamo la sua inferiorità.


Non ricordo il nome dello studioso che guardando negli occhi una giraffa disse:

È confortante sapere di non essere al centro del creato.


Giugno 2013

venerdì 6 febbraio 2015

MOLESKINE 9

Credo che, in misura sempre crescente, una delle maggiori opportunità quotidiane di vivere e sostenere o, al contrario, di tradire i valori di cui andiamo fieri, risieda proprio nel cibo che decidiamo di mettere nel piatto.


2015

venerdì 9 maggio 2014

LA DESTRA FRANCESE E LA CARNE DI MAIALE

Tra le tante proposte avanzate dagli undici sindaci francesi del Fronte nazionale di Marine Le Pen, c’è quella di uniformare le mense scolastiche a prescindere dalle esigenze religiose. In soldoni, carne di maiale per tutti, anche per musulmani ed ebrei.

Lasciando perdere considerazioni su come vengono nutriti e mantenuti in “salute” i maiali, la loro carne non bisognerebbe darla manco ai cristiani. Insieme a una marea di altri alimenti che vengono propinati regolarmente nelle mense.


7 maggio 2104


Tutti i diritti riservati

giovedì 1 maggio 2014

SUPERMERCATI COOP

“La sostenibilità dal punto di vista ecologico e sociale è parte integrante dell’attività commerciale di Coop e rappresenta una componente essenziale del successo nel tempo dell’azienda”


Questa la dichiarazione d’intenti.

E decine le iniziative in tal senso: dalla posizione prudente nei confronti delle coltivazioni ogm al sostegno di campagne per l’acqua bene comune, dal tonno pescato a canna (Yellowfin fiorfiore coop) ai prodotti da commercio equo e solidale, dalle bat box (case per pipistrelli) alle uova marchio coop di galline non allevate in gabbia, dal premio ricevuto da Compassion World Farming nel 2012 per il sostegno a politiche migliorative del benessere degli animali da reddito nella loro filiera alla tracciabilità dei prodotti.


Già su ognuno di questi punti si potrebbe dibattere per anni, ma, ad esempio, se il fine è educare alla consapevolezza, al limite mi vendi solo il tonno pescato a canna e non anche tutti gli altri ben disposti a scaffale, e inizi a togliere le confezioni di minestre in plastica dal reparto del fresco.

Quanto al premio di Compassion World Farming, l’han preso pure Amadori, McDonald’s, Unilever… e non credo sia necessario commentare. E in ogni caso, è proprio la parola compassione che non va. L’animalismo compassionevole. Certo, una dottrina cui va riconosciuto il merito di aver sottolineato l’esistenza di elementi comuni tra gli animali umani e i non umani, nello specifico la capacità di provare dolore, ma che non pone una base per il riconoscimento dei diritti degli animali non umani, anzi in qualche modo la ostacola, essendo appunto fondata sul principio antropocentrico della “compassione”. La simpatia o il sentir di dover essere pietosi rappresentano un’etica del dovere che è ben lungi da un’etica dei diritti.

Si sono scomodati parecchi a discutere della questione di questi diritti: da Cartesio a Voltaire, da Hume a Kant, da Schopenauer a Singer, per citarne alcuni..

L’umano compassionevole è colui che inorridisce per la crudeltà sugli animali da affezione, vuole che la sperimentazione sia fatta con l’anestesia e non più tagliando le corde vocali agli animali (prassi usata regolarmente fino all’altro ieri per non disturbare orecchie e coscienze con i versi di dolore degli animali da laboratorio), e che le uova che mangia siano di galline allevate a terra. Gli è sufficiente la scritta rassicurante sulla confezione del prodotto, il verde del praticello sul cartone che avvolge le uova, e lo sguardo ammirato di chi in coda alla cassa osserva il contenuto del suo carrello zeppo di confezioni certificate etiche, biologiche e non crudeli. Un giretto in un allevamento gli sarebbe utile, e senza andare sul pesante, anche solo di un capannone di ovaiole senza gabbie. “A terra” dovrebbe significare un’altra cosa.

La compassione non basta e può essere controproducente.

Ma non voglio allontanarmi da ciò di cui volevo scrivere inizialmente.

Leggo in una delle pagine web di Coop:

Coop lavora in modo mirato alla gestione di rifiuti secondo il principio: evitare – riciclare – smaltire. Nella categoria dell’evitare rientra, tra l’altro, la riduzione dei materiali da imballaggio… eccetera, eccetera, eccetera.

La mia domanda è molto semplice: Perché metà del reparto salumi e formaggi, cui normalmente si fa la coda con il proprio numerino, è stato adibito ad imballaggio?

Mi spiego: nei tre centri Coop che ho visto è stato acquistato un macchinario che sforna porzioni da un etto o poco più di affettati e formaggi in vaschette di plastica. Una solerte commessa ci si dedica alacremente, rimpinzando il marchingegno con salami, mortadella, prosciutti, qualità varie di formaggi, e appunto vaschette di plastica, poi riempie a raffica un espositore con le decine e decine di confezioni che ne fuoriescono. Se al banco si chiede del prosciutto, la sua collega indica con lo sguardo verso il suddetto espositore, come a dire, guardi che lì son già pronti, perché viene a chiederlo a me?


Ecco, la filosofia del già pronto. Del rapido e pratico. Delle quattro fette che pesano quanto la plastica che le contiene. Scusate, ma me ne frego se è riciclata. Ah, non lo è plastica riciclata… Me l’ha spiegato la commessa. È bioplastica. Bene. Avrei voluto che forse è pure peggio quanto a consumo del territorio, con tutto che ciò comporta, ma stava lavorando a ritmo serrato e non mi ha fatto nulla di male. Non ho voluto complicarle la vita. Però quando, dopo aver incartato la ricotta, ha fatto per infilarla in una vaschetta di plastica, l’ho pregata di evitare, sarebbe stato superfluo. Mi ha risposto che è stato detto loro di fare così ma mi ha assecondato dopo aver controllato che nessuno la vedesse. Un altro bell’affare quello della bioplastica. D’altronde, si obietterà, non si può aver la botte piena e la moglie ubriaca. O, come si dice qui, sciuscià e sciorbî no se peu.


È questa l’etica? È questa la sensibilizzazione del consumatore?

È questa la strada che intendiamo percorrere?


marzo 2014



Tutti i diritti riservati

lunedì 10 febbraio 2014

AVORIO E MALE MINORE

Ho letto che viene massacrato un centinaio di elefanti ogni giorno e a questo ritmo si rischia l’estinzione dell’elefante africano in neanche vent’anni. Non è quella gran novità. Il punto è che ci si sta battendo per l’applicazione di una moratoria il cui punto di forza, oltre a un’intensificazione dei controlli, sarebbe la distruzione volontaria di tutte le riserve nazionali di avorio per mandare un chiaro messaggio: il traffico di avorio è inaccettabile. Dovrebbe servire a far ridurre la domanda e di conseguenza il commercio e i traffici illeciti. A me sembra che così l’avorio acquisterà ancora più valore quindi farà più gola, per cui chi ha i soldi riuscirà comunque a procurarsene e sarà maggiormente spregiudicato nel farlo. Non passerà il messaggio dell’inaccettabilità; diciamo che si sceglie il male minore. Visto che diminuiranno coloro che potranno permettersi di acquistare avorio si ammazzeranno meno elefanti. 
E che fare? Accontentiamoci.

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giovedì 21 febbraio 2013

UNA PROPOSTA INDECENTE

Parafrasando Swift, ecco una proposta per supplire all’inefficacia delle moratorie a salvaguardia dei cetacei, promosse dall’IWC (International Whaling Commission), inefficacia dovuta non solo all’inosservanza criminale delle moratorie stesse da parte di alcuni Paesi, ma soprattutto all’inadeguatezza del sistema interno di voto, che permette, attraverso modalità di veto che disimpegnano agevolmente chi non voglia adeguarsi, di potersi sottrarre legalmente alle decisioni prese. Senza contare che gli Stati non membri della Commissione. non sono in alcun modo vincolati.

Mi rivolgo pertanto a Greenpeace, alla Sea Sheperd e a tutte le altre associazioni che si battono per la tutela delle balene e propongo una soluzione che potrebbe apparire estrema ma che sortirebbe il primo risultato veramente utile dai tempi d’oro di Paul Watson and company. 

Si potrebbe selezionare una decina di esemplari all’anno (anche se dubito che sarebbe necessario ripetere l’operazione e ciò giustificherebbe maggiormente la validità della proposta, grazie all’ottenimento del massimo risultato con il minimo sforzo/sacrificio) e imbottirli di esplosivo, con un sistema di detonazione che si attiverebbe solo ed esclusivamente, in un qualche modo da definire, una volta tirato il corpo a bordo per la lavorazione. Chiaramente l’iniziativa dovrebbe essere diffusa dai mezzi d’informazione. Semplice ed efficace. Anzi, forse, ancora più semplice, sarebbe diffondere la notizia senza realmente trafficare con l’esplosivo. Nel dubbio, molti lascerebbero perdere. 

Indecente, forse, ma più ragionevole senz’altro della famosa idea di Bush di segare i boschi per proteggerli dagli incendi! 

novembre 2003



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