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martedì 15 settembre 2020

PERMESSO DI USCITA


SONO ONORATA E GRATA DI AVER RICEVUTO PER QUESTO ARTICOLO UN RICONOSCIMENTO PRESTIGIOSO: IL TERZO PREMIO NELLA SEZIONE GIORNALISMO E CRITICA DEL CONCORSO MARIO SOLDATI 2020 INDETTO DAL CENTRO STUDI E RICERCHE "MARIO PANNUNZIO" DI TORINO


Mi è stato proposto di scrivere un pezzo sulla fine del confinamento cui siamo stati costretti per arginare il contagio, sulle prime impressioni provate a rientrare nel mondo. Sul tanto atteso permesso di uscita.

Le prime frasi che ho scritto si sono tradotte in una lunga serie di domande.

Permesso di uscire. Uscire da dove? Uscire verso dove? Uscire perché?

Uscire dalla propria abitazione come se si trattasse di una prigione e non del luogo deputato al calore domestico, al raccoglimento famigliare, alla pace e al riposo. Quanta ansia, quanto dolore, quanta violenza si annidano tra le pareti di casa? Quanti silenzi e incomprensioni? Quante attese deluse e piccole quotidiane meticolose vendette? Dover riconoscere la consistenza ponderale delle proprie scelte sbagliate, dei compromessi per interesse o per timore dell'ignoto, del non aver saputo chiedere aiuto per tempo ed essere rimasti intrappolati in relazioni distruttive. O, più banalmente, scoprire di aver riempito gli spazi di cose e null'altro. Non tollerare il silenzio, lo stare con i propri pensieri, non conoscere i benefici dell'otium e aggrapparsi alla rete, ovviamente superveloce, come unica scialuppa disponibile per non sentirsi trascinare a fondo dall'angoscia dell'esistere. Un'umanità che riesce a sopravvivere solo nella bagarre del movimento continuo, dello spostamento, del rumore bianco di un vociare promiscuo e confuso, solo nell'avere un'ininterrotta serie di impegni, appuntamenti, incontri, cui tenere dietro a ritmo serrato.

E uscire perché? Per andare dove? Per vedere cosa?

A me è mancato il poter approfittare di un mondo vuoto. Respirare lungo la costa l'aria intrisa di salsedine e l'odore di sottobosco in questa regione che intreccia il mare ai monti. È mancato camminare per le strade deserte, osservare la città vuota, ascoltare i rumori del silenzio. Non avevo alcuna voglia di tornare al mondo di prima.

Fermarsi, al di là dell'aspetto tragico di una pandemia che ha annientato e annienterà soprattutto i più deboli in senso lato, al di là di ogni deriva sociale ed economica, di cui per ovvie ragioni rifiutiamo di vedere la portata travolgente, è stato come riprendere a respirare dopo una lunga apnea.

Ci hanno detto e ci siamo illusi che il dopo sarebbe stato meglio del prima, che noi stessi saremmo stati persone migliori. Che quanto accaduto, alla stregua di un'illuminazione ci avrebbe condotti in una nuova fase umana. Maggior consapevolezza, lungimiranza, rispetto. La commozione che ha caratterizzato alcuni momenti del confinamento e ci ha fatto sentire inaspettatamente vicini al prossimo, le lunghe liste di buoni propositi, tutto si è incenerito nel momento preciso in cui abbiamo aperto la porta di casa. Nello stesso modo in cui il coronavirus è entrato nei nostri corpi, ha amplificato patologie esistenti, ne ha scatenate di nuove, è entrato negli Stati e nella società amplificandone infermità e patologie strutturali. Ha amplificato ingiustizie, settarismo, razzismo, ha evidenziato inettitudini e disorganizzazione, ha rinvigorito prevaricazioni e frodi, e ha determinato quindi, e soprattutto, disuguaglianza. Ha anche amplificato le nostre paure compromettendo le relazioni umane in una misura che pensavamo impossibile. Ha corrotto gli slanci, ha alimentato malversazioni e abusi. Ha nutrito la falsa certezza che, alla fine, visto che per ora siamo sopravvissuti, quello che conta è andare avanti a pagare le rate.

Tutti ovunque ormai concentrati sul tempo da recuperare. Come se ci fosse del senso in tale affermazione. Come se il tempo fosse fatto di una materia plasmabile a nostro piacimento. L'imperativo categorico del rimettersi in pari. Neanche abbiamo raggiunto la pubblica via che già la logica di quel poco che avevamo, se non capito, almeno intuito è stata capovolta, spazzata via. Quei valori improvvisamente sacri nel momento della paura sono divenuti in un batter di ciglia debolezze. Uno sbandamento dell'anima impaurita, qualcosa di cui non necessariamente vergognarsi ma da mettere velocemente da parte per non essere rallentati da dubbi o remore nella corsa collettiva verso un benessere, quale che sia per ognuno di noi, da riconquistare.

Nei cantieri la parola d'ordine è stata accelerare e le morti bianche sono raddoppiate in un fiat. Gli sversamenti illegali di sostanze inquinanti da smaltire sono aumentati per abbattere i costi di produzione e recuperare le entrate perse durante il confinamento. In gran parte della produzione intensiva zooagricola si sono accantonate le poche minime norme di buona condotta ottenute in anni di lotte per immettere sul mercato prodotti a costi sempre più bassi e andare incontro all'acquirente medio cui, più che mai ora, preme il borsellino e se gli parli di costi indiretti ed esternalizzazioni ti guarda con le palle degli occhi fuori dalle orbite come se gli si stesse parlando in marziano. Le condizioni dei lavoratori di quasi tutte le categorie, e particolarmente nelle filiere produttive, sono peggiorate. Le aziende sanitarie, proprio in quanto aziende e non più unità sanitarie, hanno messo e mettono allo stremo il personale addetto alla salute pubblica, personale precedentemente ridotto nelle varie operazioni di ristrutturazione aziendale. Vagonate di lavoratori che accettano di essere sfruttati di fronte all'evidente e dilagante fame di lavoro. È peggio di prima, non meglio. Quel poco che finalmente iniziavamo a capire, quel barlume di coscienza che stava animando le nostre anime letargiche, quel sussulto di consapevolezza di abitare una palla di terra dalla superficie finita, quel rigurgito di humanitas che per un attimo ci ha fatto sentire responsabili nei confronti delle generazioni future, niente, tutto svanito, rimandato a data da definirsi, come nel migliore dei summit sul clima. Sono altre le priorità ed è ora che tutti se lo mettano bene in testa. Al bando i sentimentalismi da fricchettoni, da gente che non ha il senso della realtà. Dobbiamo rimettere il pianeta in piedi, far ripartire l'economia a qualsiasi costo altrimenti... Altrimenti cosa? Spiegatemelo per bene, per favore.

La necessità indiscutibile di una rapida ripresa delle attività produttive dopo il lockdown vista come la grande occasione per sbarazzarsi dei pochi controlli e delle deboli norme ambientali e sanitarie esistenti. La tutela sanitaria degli individui appaltata dogmaticamente a società farmaceutiche. Il governo della società ridotto a mantenimento dell'ordine pubblico. Lo stato sociale demandato all'iniziativa e alla buona volontà dei singoli.

Quindi uscire perché?

Fiumi di insolenti carrette intasano nuovamente le strade, guanti e mascherine svolazzano ai bordi dei marciapiedi, prima di divenire, calpestate, appesantite dalla pioggia e dallo smog, grumi di materia indissolubile, ennesimo rifiuto alla cui vista assuefarsi. Negli asili i nostri figli vengono sepolti da bicchieri in plastica monouso* in barba alle buone intenzioni di appena un anno fa. Ovunque l’usa e getta si prende la rivincita sul buon senso.

Forse l'ambiente in cui viviamo è vero che ci determina ma noi, a nostra volta, lo determiniamo. Forse, mi viene da pensare, il degrado che ci circonda ha radici remote dentro di noi e da lì si propaga contagiando tutto per poi tornarci addosso e affossare definitivamente il nostro animo così che esso non possa dare altro che un ulteriore impulso verso il peggio in una spirale perversa verso il basso.

Uscire quindi per incrociare vacanzieri feroci che affermano la propria libertà riconquistata disseminando bottiglie, sacchetti, mozziconi di sigarette, come se appunto non ci fosse un domani? Bagnanti che insozzano le coste e strappano alle scogliere qualsiasi forma di vita ancora le abiti? Adolescenti che dalle finestre lanciano lattine sui tetti antistanti in un tiro a segno contro gabbiani e piccioni? Ragazzine che si vantano di avere accerchiato una loro coetanea araba e averla linciata, perché la malattia doveva tenersela al suo Paese?

Gente che infetta l'ambiente delle proprie ferie con tale noncuranza da chiedersi come viva a casa propria o se, a tal punto alienata, da trovar beneficio interiore nell'insozzare ciò che non può possedere, che non può avere se non in un'unica e stremante settimana di ferie. Lo ammetto: non accetto più l'inutilità e la nocività di taluni esseri umani. Alle volte allo sconforto si alterna un giudizio inappellabile di condanna. Un'assoluta assenza di tolleranza.

Uscire poi per constatare l'inutilità dell'agire dei giusti? La sofferenza intollerabile di creature innocenti? Per essere spettatore impotente di ingiustizie terribili e crimini feroci? Per assistere allo stupro metodico della bellezza? All'offesa sistematica della vita?

Per ammirare il deambulare di corpi la cui vacuità è esito indotto e necessario alla sopravvivenza in una società ribaltata in nome dell'interesse di alcuni? Per constatare l'irreversibile intorpidimento di individui iperconnessi ma di fatto svincolati, esenti, illesi, immuni a disastri e dolori, nella vana pretesa di non contaminarsi, di non essere raggiunti dai mali che toccano gli altri? Individui per i quali vige l'equivoco della morte anonima, quella per cui si muore a migliaia ma è come se nessuno morisse. Una società chiusa, ripiegata su se stessa, composta da schiere di solitudini chiassose.

Noi, i primi a dover imparare daccapo a credere nella morte senza riuscirci. Ad aver rimosso il senso della ciclicità della vita. E, soprattutto, i primi a dover prendere sul serio in considerazione il fatto di essere forse inesorabilmente gli ultimi. E cosa facciamo? Usciamo nel mondo che ci è stato brevemente precluso e ricominciamo daccapo a usarlo come una cloaca a cielo aperto in cui riversare i nostri rifiuti domestici e mentali.

Ci comportiamo come se il futuro fosse un posto vuoto. E cos'è un posto vuoto se non un luogo in cui non vive nessuno e che si può quindi utilizzare come discarica?

Ma qual è il problema? Forse semplicemente viviamo in un tempo inabitabile. I minuti incombono e dileguano. In un mondo lanciato ad alta velocità su un tapis roulant che man mano aumenta la pendenza, il baratro alle spalle. Un mondo capovolto in cui ben poco avviene secondo logica ed etica, in cui l'empatia è debolezza da essere derisa, debolezza che lascia sfiancati coloro che la provano, a molti dei quali resta soltanto il pensiero del ramo d'un albero e di un nodo scorsoio come ultima ratio per non soccombere all'assurdo che circonda. Siamo dunque solo più questo? Esseri inetti del tutto incapaci di riprendere in mano le redini del nostro destino di Uomini?

Ma come fare? La vecchia sindrome di Tina (There is not alternative) si propaga più rapidamente del Covid19 e una volta intaccati i tessuti del cuore e del cervello non lascia scampo, non esiste cura. Così come (l'esempio più vicino che mi viene in mente) per le morti dirette e indirette dell'Ilva di Taranto, dove da sempre si vive in una situazione di confinamento e, a seconda della direzione da cui arriva il vento, si serrano le finestre, anche per la sindrome di Tina non esistono tamponi e statistiche. I morti sul campo non si contano perché è come non esistessero. Tutt'al più si potrebbero considerare vittime collaterali. Depressi che non si sono voluti curare nonostante i consigli di medici e conoscenti. Un po' di Xanax, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.

Siamo di fronte a uno, neanche più tanto graduale, smantellamento istituzionale. È in atto uno strisciante e sotterraneo slittamento di sovranità. La popolazione mondiale pare più che altro un ammasso di cavie per i laboratori sperimentali delle aziende, senza nemmeno il tentativo di una reale supervisione da parte di coloro che eleggiamo ad amministrare e tutelare noi e il bene comune. Il contratto sociale viene cambiato e stravolto nella sua essenza mentre ci consoliamo con una buona bevuta. Solitaria o tra pochi intimi, i rassegnati e i cinici, collettiva tutti gli altri.

Ogni Paese del pianeta ha ormai al proprio interno un terzo mondo, come si usava dire un tempo, così come in ogni Paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più. Non si vede altro nel panorama davanti ai nostri occhi. Siamo all'assurdo che i migliori servitori dello Stato, coloro che credono nella responsabilità del compito assegnatogli, sono trattati come i peggiori, perché tanto meglio governano, tanto più s'impegnano e restano al potere, tanto più sono pericolosi. Infatti dai tempi di Falcone e Borsellino, di tal tempra se n'è visti pochi e poi non se n'è visti più, almeno qui da noi. Alcune anime oneste si aggirano, certo, ma del tutto prive di mezzi e tenute all'angolo. Quando non, in giro per il pianeta, destinate a prigioni, torture, rapimenti, a vani scioperi della fame. Nella migliore delle ipotesi a una breve e inutile eco mediatica.

Il governo dei peggiori. Kakistocrazia si chiama. Questo paga.

Una società in cui l'alternanza politica nei governi avviene se non disturba. Biden potrà anche vincere perché non intende cambiare nulla, e chi, invece, magari ha buone intenzioni, arrivato a un certo livello, sarà costretto a rimangiarsele. Le proteste, come quelle recenti a Hong-Kong o contro Lukashenko in Bielorussia, per quanto intense siano, sono tutte già sul nascere in odore di fallimento. Manifestare, protestare, arrabbiarsi, sperare. Inutile. Superato il punto di non ritorno. Perché le rivoluzioni non si attuano in virtù della loro moralità e legittimità. A essere determinanti sono i rapporti di forza su cui fa affidamento il potere per agevolarle o affossarle. Triste ma è l'evidenza degli esiti a confermarlo.

Viviamo in una società nella quale, senza voler scendere nell'abominio della compravendita di bambini da “ricreazione” e altri infami mercimonii e obbrobriose mercature, esiste un mercato in cui è possibile “comprare” il nome di una via in cui non si vive e un contratto di lavoro fasullo per poter essere riconosciuti come persone. Nella quale per compensare la compressione del tempo cui siamo costretti ci vengono offerte gratificazioni immediate, anch'esse, come elettrodomestici, a obsolescenza programmata. Nella quale novelli sofisti, maestri di retorica, manipolatori di significati, curvi e senza posa come galeotti ai remi, stuprano le parole, le schiantano, le trasformano, ed elaborano nuovi linguaggi per far apparire validi ragionamenti che non lo sono, buoni discorsi pessimi, e concedere spazio allo zoccolo duro dell'analfabetismo becero. Una società nella quale espelliamo con noncuranza criminale segmenti di biosfera dallo spazio vitale lasciando alle nostre spalle residui di terra morta e acque morte. Né possiamo più recuperarle. In cui nulla è più facile che screditare esperti onesti precipitandoli nel calderone ribollente dei complottisti. In cui le disuguaglianze sono condizione sine qua non del capitalismo globale mentre non lo è un'auspicabile cooperazione transnazionale di cui infatti non si vede traccia. Perché tra nazionalismi, balcanizzazioni, e aperture, tra coloro a favore del protezionismo e coloro che vogliono economie aperte in realtà non vi sono differenze. Perché malauguratamente i secondi non credono veramente all'internazionalismo ma cercano semplicemente di ottenere accordi più vantaggiosi o mercati che favoriscano vendite più facili.

Una società in cui la politica muore perché è diventata un gioco senza ragione e senza conoscenza, perché, incapacità e corruzione a parte, non è più sufficiente avere una coscienza di classe o sperare in un elettorato cosciente, ed è stupido rivaleggiare con differenti programmi di partito però tutti a breve e medio termine che non dicono granché e, alla resa dei conti, non portano a nulla. Una politica che abdica al proprio ruolo e delega ad agenzie per la sicurezza, a polizie statali e private, a forze militari, il controllo del territorio, perché consapevole che la situazione non potrà che peggiorare e perciò degenerare. Serve una coscienza di specie, come, tra molti altri, diceva già Maria Montessori, di cui a breve ricorrerà il 150esimo anniversario della nascita.

Continuo a pensare che dovremmo avere una visione cosmica della vita. Dovremmo riuscire, noi che ci vantiamo di essere superiori a ogni altro essere animale, a scorgere quella particella invisibile all'interno della quale, cominciata l'esplorazione, ci si accorge che non esistono confini di sorta e che si apre uno spazio infinito che porta oltre i limiti di ogni realtà visibile e verso una verità perlomeno intuibile. Dovremmo ambire a quella capacità di raggiungere la conoscenza di una realtà oggettiva proiettandoci mentalmente verso la realtà cosmica dell'esistenza umana. Come esseri sensibili quali siamo avremmo il dovere di interrogarci sulle nostre “origini” e difendere quella spiritualità che consente di rispettare ogni individuo vivente ed è portatrice del bene comune. Ma quanto siamo lontani da tale apertura mentale?

È vero che il nostro agire singolarmente non ha la forza di determinare un cambio di direzione, e comprendo la frustrazione di chi tenta di fare del bene e constata l'incremento del male su scala planetaria, ma non possiamo comunque chiamarci fuori e rinunciare all'esercizio della nostra responsabilità individuale. La frantumazione delle responsabilità, le difficoltà, l'assenza di risultati non possono essere un alibi. Tanto meno il cascare dal pero a ogni piè sospinto. Nell'anno del Signore 2020 l'ignorare lo stato delle cose non è accettabile, non è giustificabile, non è perdonabile. Altresì vero che vi sono dei “nemici” reali, potenti, in alcuni casi noti, che si spanciano di grasse e laide risate di fronte ai ridicoli tentativi di chi vorrebbe un mondo retto da onestà, equità, lungimiranza. Il gridar loro in faccia con rabbia, il chiedere conto e spiegazioni, il pretendere messe in stato d'accusa laddove necessario, non fa che accrescere la loro ilarità. Perché il meglio dell'esistenza umana è già finito, la guerra è già persa.

Come credere ancora?

Invocare un'etica socratica che regoli il pensiero e l'agire.

Far sì che ciascuno di noi viva, si comporti e consumi in modo che le sue scelte possano valere ed essere praticate da tutti i miliardi di donne e uomini che abitano il pianeta.

Stilare un piano di battaglia, pensando a una pianificazione gestionale del pianeta, con buona pace di chi, per pigrizia intellettuale, alla parola piano evoca spettri di dittature sinistre.

Stare sempre e comunque dalla parte delle vittime a prescindere dal campo di appartenenza, avere cura di chi è in difficoltà e battersi contro ogni forma di discriminazione.

Ma può una società smettere all'improvviso di fare qualcosa che ha sempre fatto? No, perché ci si accorge delle cose solo quando le si è capite. Ed è proprio contro la nostra capacità di comprendere e capire che da tempo metodicamente si opera una manomissione.

La tragedia è che, oltre a tutto questo, dobbiamo prepararci a una lunga serie di eventi pandemici come quello attuale. Abbiamo attribuito l'origine del virus a riprovevoli abitudini alimentari dei cinesi, ad attività illecite di qualche laboratorio criminale, a un complotto dei signori del male, abbiamo azzardato le più svariate ipotesi ma, se anche una di esse fosse vera oltre che verosimile, l'unica cosa certa è che il virus nasce da noi, dal nostro stile di vita intensivo in ogni sua manifestazione. Agricoltura, allevamenti, metropoli, fabbriche. Probabilmente se durante il confinamento abbiamo patito disturbi del sonno è stato perché una qualche parte dentro ognuno di noi sa di avere, chi più chi meno, la coscienza sporca.

Permesso di uscita.

Forse, dovremmo per prima cosa provare a uscire da noi stessi e tentare di guardarci dal di fuori. Chissà che di fronte alla triste immagine dei nostri corpi piegati a tutto, del nostro sguardo vuoto, del nostro sorriso da centro commerciale, un rigurgito d'orgoglio non ci spinga a spogliarci di queste vesti guaste che indossiamo da troppo tempo e che non ci fanno onore.


Barbara Panelli Imperia 1° settembre 2020


*da due a quattro bicchieri al giorno per bambino, classe di quindici bambini, una media di cinquanta bicchieri/die, uguale un migliaio di bicchieri al mese. In una sola classe.




martedì 5 marzo 2019

Letter to @GretaThunberg and to the young people of the #FridaysForFuture JUST A COPY MACHINE


I'm writing these lines to tell you a story and to ask you to always have confidence in yourselves.

(I apologize but I don't know English and I translated my letter with the help of an online translator. I could have asked someone to correct the translation, but I wrote it instinctively and wanted to send it right away. I think you'll understand the meaning. Thank you for everything you do.)


My name is Barbara and I write poetry. In the early '70s, I was in primary school. In a difficult historical period in which the bourgeois respectability dominated, I was lucky to have a very good teacher who followed the Montessori method and who strongly believed in the ability of children to understand and process problems. She thought it was wrong to treat them like incapables and keep them in the dark. She always said that if a child asks a question, it's because he can understand the answer. Most adults believe the opposite. Adults avoid certain questions, or give sweetened and stupid answers, justifying themselves with the excuse that children and young people are too young and naive to understand. Some themes are considered too complex or too hard, so it is better to avoid them to protect innocence and serenity. My teacher said that the reasons for this reticence are different. Often adults have no answers worthy of the name or, if they had them, they have lost them in the course of their lives. Other times, however, they are embarrassed, because they have answers that they are ashamed of and that they would not know how to motivate in the face of the rigorous and stringent logic of a child.

Why are there people starving to death? Because there's not enough food for everyone.

But in the supermarket where we do our shopping there is a lot of food...They don't have the money to buy it.

And why don't they have the money? Because they don't work.

Why don't they work? Because there's no work for everyone.

But if you don't eat you die, it's not right that someone can buy food and someone can't. It's complicated, you'll understand when you grow up.

This is the only sentence that adults can get the better of in comparison. Really sad. I wonder if at least they feel small and mean.

My teacher, instead, talked to us, children of seven, eight, nine, ten years, about hunger, thirst, war, torture, injustice, animal testing, and, ahead of time, about hoarding of resources, access to resources, environment, pollution, oil, biodiversity, food sophistication, and about all those negative aspects that stood alongside the myth, very strong at that time, of an imminent technological progress that would bring well-being to an ever-growing number of people, until the moment when there would no longer be poverty, hunger, disease or injustice. A future in which wisdom would prevail, in which there would be factories that did not pollute and the rivers would return clear and rich in life. He put us face to face with the problems to offer us, minds not yet contaminated by compromise, resignation, and habit, the mental disposition to elaborate intelligent, forward-looking and ethical ways and strategies. It is not possible, she claimed, to find valid solutions to problems starting from the same mental form that those problems created. I later found out that she was quoting Einstein. She was a pioneer deeply convinced of the importance of teaching: she considered it a mission and did not fear the complaints of our parents. She wanted to make people aware. He wanted to provide tools. She repeated: you must always ask yourself the reason of everything, you must doubt, you must go and see with your own eyes, you must seek the truth, find the connections, the connections between things, you must find the lowest common denominator, the hidden red thread. You always have to ask yourself Cui prodest? Who gets the most out of it?

You don't have to be content with what they say, especially if you feel that something is not right. They will tell you that you must take sides, right or left, above or below, it doesn't matter where, but take sides. It's called Manichaeism. Reason does not lie on one side alone. Almost never.

You must use your brain and put your heart into it, without ever being afraid. Because life is too short to be afraid.

We children, all with a few exceptions, were infected by so much passion and we were obviously and rightly convinced that, in addition to the greed, to the profit, to the desire to have power, all aspects of the human soul of which we had already made a clear idea despite our tender age, the main cause of all problems was the ignorance, not knowing things. It would have been enough to eliminate it. We would have helped to spread awareness, we would have done information, we would have talked to all the people we would have met. We would reveal the causes of all evil as we identified them.

A small group of us, coordinated by me, Luca, and Andrea, took action in this direction. We, too, dropped out of school to make our voices heard. We started in primary school and continued in secondary school until we were thirteen, when our common schooling ceased. Then everyone went their own way. Many over the years have allowed themselves to be corrupted or, simply, have surrendered to the dominant current, the one educated on the basis of the cult of progress and of infinite development, a generation convinced that the next ones would automatically be better than theirs. Some of the most tenacious have managed to do something, others with less luck and means have paid dearly for their integrity.

So we went, little children, through the streets of the city with hundreds of leaflets anytime dedicated to a different theme, we stopped people and tried to sensitize them in the hope that they, the adults, who had the means and the opportunity to act, would also and especially act in our name, in the name of the children. At our disposal, I repeat, were the early '70s, we had only one copy machine. That's the thing. Our ideals, our desire to fight for them, our commitment, had as only tool available a copy machine. I think, with pain and frustration, that if then, we of that school and many others that we did not know but that certainly were in the world, we had had the tools that you have today, maybe today you would not find on your shoulders a problem so big and complex. The ideal of progress has been betrayed. Greed and dishonesty have prevailed and the problems have become bigger and more complicated by interfacing with each other. And everything is progressing on this negative slope with exponential acceleration. I apologize for us not being able to do more. All we had was paper, pen and heart. In high school and college, no computers, no internet. The world of connection has come when we were already in our adult years. We've been fighting battles with letters and stamps. Now that I am old I look to you with emotion and I would like to be able to pass on my experiences, my thoughts, my readings, to facilitate you, to give you time. Because it's time you need and time is running out.

Today you have a unique tool that is allowing you to join, so use it and be grateful for this but do not rely on it alone. Do not trust the sense of closeness that it brings you. It is and remains only a tool, although certainly more effective than a copy machine. Your true weapon are your convictions. Study, read, learn from as many sources as possible, take over the policy. Don't let yourself be seduced or satisfied by the beautiful emotion of finding yourself in the streets and squares together. It's not enough. Time is running fast. It only takes a moment to harness and control the impetus and the energy that now animat you. You must be faster than that moment. It takes a method and a determination individual in addiction to the collective ones. It takes the strength of your ideas, which are not questionable. They are right ideas, objective, absolute. Never let yourself be persuaded otherwise. Stop the falsification that repeats that our way of life corresponds to modernity, to progress, and it is the only possible one. That our way of life is non-negotiable. Destroy the infamous mechanism that makes your life a means to other people's ends. A unique and unrepeatable life that once lost will be so for eternity.

You must fight for a global and inclusive policy, one that is above the quarrels of the sovereign States, above the differences of the parties, and that does not allow anyone the possibility of vetoing the important decisions that concern the res publica, namely the ball of earth, water and air on which we are. We must stop acting in watertight compartments: we need a single, global strategy. No State is able to do this on its own and, in any case, no ruler seems serious about making a far-sighted commitment. Thinking and implementing an effective strategy for the protection of the planet is necessarily the first step. It would automatically reduce poverty, disease, injustice and abuse. It's an unequal battle: you're just kids against strong powers that would scare anyone but the many bad people are starting to be very old, old, or almost old and will finally die while you're young and have your life ahead, your generation will replace them. If you increase in number, if you take this challenge seriously and honestly, if you stand firm, you will prevail and prevent them from passing the baton.

To those who snub you, who look at you sufficiently, to those who mock you, who deny the evidence, to those who tell you that all is useless, to those who flatter you by assuring you that things have always been resolved by themselves and will be resolved again this time, to those who will try to corrupt you, to those interested only in status symbols, to all of them you just have to say that nothing matters, that they are not men, that they are not people, that you are not interested in dealing with mediocrity, blindness, and superficility. To women of such a fact you say that they are unworthy of possessing the ability to give life and that evidently they reproduce on whim and selfishness, to men you say that they lack virility. Nothing else. Those who do not understand obvious things must be helped, but those who persist in denying the evidence must know your judgment, because a man to be able to call himself such must feel responsible and committed. Even if he doesn't see the result of his actions. There is an intergenerational responsibility. Those who escape from it are mediocre and useless. Tell them they're ridiculous and not at all credible. Tell this to ordinary people and to summit organizers, with their postponing for decades actions that should have been in place long ago. We see how they behave and we hear what they say when problems occur that are difficult to deal with: they call them emergencies. But they're not emergencies. These are the very predictable consequences of what has not been addressed in due course. In order for problems not to manifest themselves in the future, they must be solved in the present.

For the first time in human history, the choices we make will determine the destiny of all living beings. Talking about civilization and ethics at this point only makes sense by honestly and pragmatically considering the protection of the environment. We need to rethink this all over again. Industry, agriculture, animal husbandry, trade, resource management, construction, urban planning, communications, mobility of people and goods,... There's no sector left out. A huge commitment awaits you but if you do not lose your determination and lucidity, if you do not give up after the initial enthusiasm, then perhaps you will succeed and in the history books of the future, you will be talked about as those who have saved the world.


P.S. 2024. Dear young people, I am appalled. They have taken your momentum and run with it. The New Green Deal is a solemn joke. They are harnessing and manipulating you. Environmentalism is something else entirely (read the books, all by Raquel Carson, and read her biography). And, as if that weren't enough, they are filling you with a woke culture that they call inclusive but, in reality, only further fragments society. And this is coming from a staunch individualist. Because society cannot exist unless it is made up of individuals who are aware and know how to take responsibility for themselves, regardless of their membership in a group or movement.
 2019


SOLO UNA FOTOCOPIATRICE

Ragazzi del #FridaysForFuture, vi scrivo queste righe per raccontarvi una storia e per pregarvi di non perdere mai la fiducia in voi stessi.

Mi chiamo Barbara e scrivo poesie. Nei primi anni '70 frequentavo le scuole elementari. In un periodo storico non facile e in cui dominava il perbenismo, ho avuto la fortuna di avere una maestra bravissima che seguiva il metodo Montessori e che credeva fortemente nella capacità dei bambini di comprendere ed elaborare i problemi. Riteneva sbagliato trattarli come incapaci e tenerli all'oscuro delle cose. Diceva sempre che se un bambino fa una domanda è perché è in grado di comprenderne la risposta. Invece la maggior parte degli adulti è convinta del contrario. Gli adulti evitano certe domande, o danno risposte edulcorate e stupide, giustificandosi con la scusa che bambini e ragazzi sono troppo piccoli e ingenui per capire. Alcuni temi vengono considerati troppo complessi o troppo duri, quindi meglio evitarli per proteggere innocenza e serenità. La mia maestra sosteneva che i motivi di tale reticenza sono altri. Spesso gli adulti non ce le hanno le risposte o, se le avevano, le hanno smarrite nel corso della vita. Altre volte, invece, sono in imbarazzo, perché hanno risposte di cui si vergognano e che non saprebbero motivare di fronte alla logica rigorosa e stringente di un bambino. Perché ci sono persone che muoiono di fame? Perché non c'è abbastanza cibo per tutti. Ma nel supermercato dove facciamo la spesa c'è un sacco di cibo... Non hanno i soldi per comprarlo. E perché non hanno i soldi? Perché non lavorano. E perché non lavorano? Perché non c'è lavoro per tutti. Ma se non si mangia si muore, non è giusto che qualcuno può comprarsi da mangiare e qualcuno no. È complicato, lo capirai quando sarai grande. Questa è l'unica frase con cui gli adulti riescono ad avere la meglio nel confronto. Veramente triste. Mi chiedo se, nel loro intimo, sentano la mediocrità cui si sono arresi.

La mia maestra, invece, parlava, a noi bambinetti di sette, otto, nove, dieci anni, di fame, di sete, di guerre, di torture, di ingiustizie, di sperimentazione animale, e, in anticipo sui tempi, di accaparramento delle risorse, di accesso alle risorse, di ambiente, di inquinamento, di petrolio, di biodiversità, di sofisticazione alimentare, e di tutti quegli aspetti negativi che stavano a fianco del mito, all'epoca fortissimo, di un imminente progresso tecnologico che avrebbe portato il benessere a un numero sempre crescente di persone, fino al momento in cui non sarebbero più esistiti né povertà, né fame, né malattie, né ingiustizie. Un futuro in cui la saggezza avrebbe prevalso, in cui ci sarebbero state fabbriche che non inquinavano e i fiumi sarebbero tornati limpidi e ricchi di vita. Ci metteva faccia a faccia con i problemi per offrire a noi, menti non ancora contaminate dal compromesso, dalla rassegnazione, e dall'abitudine, la disposizione mentale per imparare a elaborare modi e strategie intelligenti, lungimiranti, ed etiche. Non è possibile, sosteneva, trovare valide soluzioni ai problemi partendo dalla stessa forma mentale che quei problemi ha creato. Ho scoperto in seguito che stava citando Einstein. Era una pioniera profondamente convinta dell'importanza dell'insegnamento: lo considerava una missione e non temeva le lamentele dei genitori. Voleva formare delle persone consapevoli. Voleva fornire strumenti. Ripeteva: dovete sempre chiedervi il perché di tutto, dovete dubitare, dovete andare a vedere con i vostri occhi, dovete cercare la verità, trovare i collegamenti, le connessioni tra le cose, trovare il minimo comun denominatore, il filo rosso nascosto. Dovete sempre chiedervi Cui prodest? Non dovete accontentarvi di quello che vi dicono, soprattutto se percepite che qualcosa non quadra. Vi diranno che dovrete schierarvi, a destra o a sinistra, sopra o sotto, non importa dove ma schierarvi. Si chiama manicheismo. La ragione non sta da una parte sola. Quasi mai. Dovete usare il cervello e metterci il cuore, senza avere mai paura. Perché la vita è troppo breve per avere paura.

Noi bambini, tutti a parte poche eccezioni, eravamo contagiati da tanta passione ed eravamo ovviamente e giustamente convinti che, oltre all'avidità, al lucro, al desiderio di potere, tutti aspetti dell'animo umano di cui ci eravamo già fatti una chiara idea nonostante la nostra tenera età, la principale causa di tutti i problemi fosse l'ignoranza, il non sapere le cose. Sarebbe bastato rimediare ad essa. Noi avremmo contribuito a diffondere la consapevolezza, avremmo fatto informazione, avremmo parlato con tutte le persone che avremmo incontrato. Avremmo rivelato le cause di ogni male man mano che le avessimo individuate.

Un gruppetto di noi alunni, coordinati da me, Luca, e Andrea, si attivò in tal senso. Anche noi marinammo la scuola per far sentire la nostra voce. Iniziammo alle elementari e proseguimmo nelle medie, fino ai tredici anni, quando il nostro comune percorso scolare cessò. Poi ognuno andò per la propria strada. Molti negli anni si sono lasciati corrompere o, semplicemente, si sono arresi alla corrente dominante, al culto del progresso e dello sviluppo infinito, una generazione convinta che quelle successive sarebbero state automaticamente meglio della loro. Tra i più tenaci alcuni sono riusciti a fare qualcosa, altri con meno fortuna e mezzi hanno pagato caro per la propria integrità.

Andavamo dunque, bambinetti, per le strade della città con centinaia di volantini dedicati di volta in volta a un tema diverso, fermavamo le persone e cercavamo di sensibilizzarle nella speranza che loro, gli adulti, che avevano i mezzi e la possibilità di agire, avrebbero agito anche e sopratutto in nostro nome, nel nome dei figli. A nostra disposizione, lo ripeto, erano i primi anni '70, avevamo solo una fotocopiatrice. Questo è il punto. I nostri ideali, il nostro desiderio di combattere per essi, il nostro impegno, avevano come unico strumento a disposizione una fotocopiatrice. Penso, con dolore e frustrazione, che se allora, noi di quella scuola e tanti altri che non abbiamo conosciuto ma che di sicuro c'erano nel mondo, avessimo avuto gli strumenti che voi avete oggi, forse oggi voi non vi trovereste sulle spalle un problema così grande e complesso. L'ideale del progresso è stato tradito. L'avidità e la disonestà hanno avuto la meglio e i problemi si sono ingigantiti e sono diventati più complicati interfacciandosi l'un l'altro. E tutto procede su questa china negativa con un'accelerazione esponenziale. Vi chiedo scusa per non essere noi riusciti a fare di più. Avevamo solo carta, penna e cuore. Ai tempi del liceo e dell'università niente computer, niente internet. Il mondo della connessione è arrivato in età adulta. Abbiamo combattuto battaglie con lettere e francobolli. Ora che sono vecchia guardo a voi con emozione e vorrei potervi trasmettere le mie esperienze, i miei pensieri, le mie letture, per agevolarvi, per regalarvi del tempo. Perché è di tempo che avete bisogno e il tempo stringe.

Voi oggi avete uno strumento unico che vi sta permettendo di unirvi, usatelo dunque e siate grati per questo ma non affidatevi solo ad esso. Non fidatevi del senso di vicinanza che vi procura. Esso è e rimane solo uno strumento, anche se certo più efficace di una fotocopiatrice. La vostra vera arma sono le vostre convinzioni. Studiate, leggete, documentatevi da più fonti possibili, appropriatevi della politica. Non lasciatevi sedurre o appagare dall'emozione bellissima di ritrovarvi per le strade e per le piazze insieme. Non basta, non è sufficiente. Il tempo scorre veloce. Lo slancio e l'energia che ora vi animano ci vuole un attimo a imbrigliarle e controllarle. Voi dovete essere più veloci di quell'attimo. Ci vogliono metodo e determinazione individuali. Ci vuole la forza delle vostre idee, che non sono opinabili. Sono idee giuste, oggettive, assolute. Non lasciatevi mai persuadere del contrario. Smantellate la falsificazione che ripete che il nostro modo di vivere corrisponde alla modernità, al progresso, ed è l'unico possibile. Che il nostro stile di vita non è negoziabile. Distruggete l'infame meccanismo che rende la vostra vita un mezzo per fini altrui. Una vita unica e irripetibile che una volta perduta lo sarà per l'eternità.

Dovete lottare per una politica mondiale e inclusiva, che sia al disopra delle beghe degli Stati sovrani, sopra le divergenze dei partiti, e che non conceda a nessuno la possibilità di veto sulle decisioni importanti che riguardano la res publica, e cioè la palla di terra, acqua e aria su cui siamo. Bisogna smettere di agire a compartimenti stagno: è necessaria una strategia unica e globale. Nessuno Stato è in grado di fare ciò autonomamente e, in ogni caso, nessun governante pare seriamente intenzionato a impegnarsi con lungimiranza. Pensare e realizzare un'efficace strategia per la salvaguardia del pianeta è obbligatoriamente il primo passo. Si ridurrebbero automaticamente povertà, malattie, ingiustizie, abusi. Si tratta di una battaglia impari: siete solo dei ragazzini contro dei poteri forti che spaventerebbero chiunque ma i cattivi iniziano a essere molto vecchi, vecchi, o quasi vecchi e una buona volta moriranno mentre voi siete giovani e avete la vita davanti, la vostra generazione sostituirà la loro. Se aumenterete di numero, se affronterete con serietà e onestà questa sfida, se terrete duro avrete la meglio e impedirete loro di passare il testimone.

A quelli che vi snobbano, che vi guardano con sufficienza, a quelli che vi deridono, che negano l'evidenza, a quelli che vi dicono che tanto è inutile, a quelli che vi blandiscono assicurandovi che le cose si sono sempre risolte da sole e si risolveranno anche questa volta, a quelli che cercheranno di corrompervi, a quelli interessati solo agli status symbol, a tutti costoro dovete solo dire che non contano nulla, che non sono uomini, che non sono persone, che non vi interessa rapportarvi con la mediocrità, con la cecità, e con il pressapochismo. Alle donne di tal fatta dite che sono indegne di possedere la capacità di dare la vita e che evidentemente si riproducono per capriccio e per egoismo, agli uomini dite che mancano di virilità. Niente altro. Chi non capisce cose ovvie va aiutato, ma chi si ostina a negare l'evidenza deve conoscere il vostro giudizio, perché un uomo per potersi definire tale deve sentirsi responsabile e impegnarsi. Anche se non vedrà il risultato del proprio agire. Esiste una responsabilità intergenerazionale. Chi si sottrae ad essa è mediocre e inutile. Dite a costoro che sono ridicoli e poco credibili. Ditelo alle persone comuni e agli organizzatori di summit, con il loro posticipare di decenni azioni che avrebbero già dovuto essere in atto da un pezzo. Lo vediamo come si comportano e sentiamo cosa dicono quando si verificano dei problemi difficili da affrontare: li chiamano emergenze. Ma non sono emergenze. Sono le conseguenze prevedibilissime di ciò che non si è affrontato a tempo debito. Perché i problemi non si manifestino nel futuro vanno risolti nel presente.

Per la prima volta nella storia dell'umanità dalle scelte che faremo dipenderà il destino di tutti gli esseri viventi. Parlare di civiltà e di etica a questo punto ha senso solo prendendo in considerazione onestamente e pragmaticamente la salvaguardia dell'ambiente. Bisogna ripensare tutto quanto daccapo. L'industria, l'agricoltura, gli allevamenti, il commercio, la gestione delle risorse, l'edilizia, l'urbanistica, le vie di comunicazione, la mobilità di persone e merci... Non c'è un settore che resti fuori. Un impegno immane vi aspetta ma se non perderete la grinta e la lucidità, se non mollerete dopo gli entusiasmi iniziali, allora forse ce la farete e nei libri di storia del futuro, si parlerà di voi come di coloro che avranno salvato il mondo.

2019


p.s. 2024. Cari ragazzi, sono costernata. Hanno preso il vostro slancio e lo hanno cavalcato. Il new green deal è una solenne presa per i fondelli. Vi stanno imbrigliando e manipolando. L’ambientalismo è un altra cosa (leggete i libri, tutti di Raquel Carson e leggete la sua biografia). E, come se non bastasse, vi stanno infarcendo di una cultura woke che chiamano inclusiva ma, in realtà, non fa altro che frammentare ulteriormente la società. E ve lo dice un’individualista convinta. Perché la società non sussiste se non è composta di individui che siano consapevoli e sappiano assumersi ognuno le proprie responsabilità a prescindere dall’appartenenza a un gruppo o a una corrente.