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giovedì 9 maggio 2019

CENTINAIA DI NEONATI ABBANDONATI


Orrore in Italia. Abbandonati nei campi, lungo le strade o nei cumuli di spazzatura, continua il ritrovamento di neonati. Ormai sono centinaia. Per la maggior parte di essi ormai è troppo tardi. Le immagini strazianti dei piccoli corpi senza vita danno la misura della tragedia che si sta consumando.”


Cose che succedono.

Come sarebbe a dire, cose che succedono?

Certo, succedono. Cose così e altre simili o peggiori. Quotidianamente. Qual è il problema?

Ma è inaudito! Non è possibile permettere un abominio simile.

Tanto, cosa possiamo farci?

Muoverci tutti insieme, pretendere l'intervento delle istituzioni, coinvolgere le nazioni unite, insomma, qualsiasi cosa pur di mettere fine a questa strage di innocenti.

Bene. Avete ragione. Ora però sostituite Italia con Iraq.

Iraq? Stai parlando dell'Iraq? Ma mi hai fatto venire un colpo. Perché hai detto Italia? Sei proprio stronza.


Iraq dove alle donne fuggite dalle zone roccaforte dell'Isis, violentate prima dai combattenti dello Stato Islamico, poi dai militari della parte avversa, e ora nei campi profughi dalle guardie che dovrebbero tutelarne l'incolumità, allo stremo delle forze non resta che tentare di abortire da sé o abbandonare i neonati, cui solo un futuro di vendetta è garantito.

Senza contare i circa quindicimila bambini che muoiono ogni giorno di fame, quelli costretti a imbracciare le armi, quelli venduti e comprati per vari utilizzi. Quelli storditi dalle droghe, quelli costretti a vivere tra i rifiuti, o nelle fogne per ripararsi dalle intemperie.

Eccetera, eccetera, eccetera.

Ognuno di essi ha un volto e uno sguardo. Ognuno di essi ha emozioni e prova dolore.

Solo che sono lontani, non sono qui. Non sono i nostri bambini.


Lo so, è difficile portare il peso del dolore del mondo. Passa la voglia di vivere. Perché se scomponiamo i milioni in unità e concediamo a ognuno identità e storia, allora comprendiamo l'entità del nostro fallimento di esseri umani. Io mi sento così. Sento di avere fallito.

La provocazione qui sopra è solo un penoso tentativo di colmare l'incomprensibile divario tra chi sente troppo e chi non sente nulla. E forse non nasce più dalla speranza di riuscire a fare qualcosa, dalla speranza che il sapere sia sprone sufficiente. Forse è solo per l'invidia nei confronti di chi riesce a farsi scivolare tutto di dosso.

Maggio 2019


giovedì 16 giugno 2016

VENTIMIGLIA giugno 2016

L’altra sera una giovane anarco-insurrezionalista illustrava due proposte per sensibilizzare le persone riguardo a quanto sta accadendo ai profughi bloccati a Ventimiglia e, in particolare, al fatto che vengano condotti presso i CIE (centri di identificazione ed espulsione) presenti nel nostro Paese con autobus della Riviera Trasporti e con aerei delle Poste Italiane, per essere presumibilmente rimpatriati, per lo più in Africa, grazie ad accordi con i governanti locali che accettano di riprenderseli in cambio di commesse e investimenti (che non andrebbero a vantaggio della popolazione).

Suggeriva, la giovane, di bloccare gli autobus presso le fermate con l’organizzazione di attraversamenti continui della strada, per permettere ad alcuni attivisti saliti sul mezzo di distribuire volantini. Secondo lo stesso principio intasare le code agli sportelli postali, facendo man bassa di numeri per la fila, quindi, dopo un po’, volantinare anche lì.

Così si ottiene l’effetto opposto. Creare disagio all'uomo comune, come si dice, non funziona più. Si accentua la percezione di un nemico là dove non dovrebbe essere. Sarebbe sufficiente che ognuno sedendo su un autobus si rivolgesse al vicino dicendo: «Certo che sapere che proprio su questi sedili la notte siedono dei disperati per essere rispediti alla disperazione da cui sono fuggiti, è triste.» Una cosa così. In quel momento chi si trova accanto percepirebbe un suo pari, uno che va a lavorare o a fare la spesa con un mezzo pubblico, diverrebbe degno di ascolto, non sarebbe più visto come un disturbatore di esistenze già sufficientemente complicate e precarie. L’empatia dobbiamo cercare. Non abbiamo sufficiente tempo per pretendere che una provocazione, in qualsiasi forma, possa tramutarsi in ascolto, riflessione, comprensione. Tutto sarebbe ridotto a ritardo, disagio, fastidio. Aumenterebbero l’insofferenza, l’intolleranza, la frustrazione.

Una volta gli scioperi, i boicottaggi, le vetrine spaccate delle banche, il danneggiamento dei beni di chi era considerato nemico del bene sociale, potevano forse anche avere un senso perché si colpiva un potere reale. Oggi il potere reale non è più nelle cose, se non esteriormente, per cui si danneggiano semplicemente delle persone. Restano solo rabbia, sconforto, disorientamento. È vero che se non si entra con un po’ di decisione nella quotidianità di un individuo ignaro dei problemi reali perché troppo preso da quelli propri contingenti, non si può sperare che si risvegli una coscienza civile ma oggi è necessario più che mai un linguaggio diverso.

È un problema di narrazione. Chi narra deve tenere conto del contesto e di coloro che ricevono la narrazione, altrimenti il suo racconto diviene sterile, inascoltato, per quanto onesto e veritiero possa essere.

Ognuno singolarmente può diventare narratore della realtà se lo fa con coerenza e onestà. Non c’è bisogno di far parte di un gruppo o di una qualche associazione. È sufficiente appartenere al consorzio umano per essere legittimati a fare qualcosa.

Altrimenti continueranno a esserci mamme a manifestare davanti al Palasport di Ventimiglia. Continueranno a manifestare nella piena convinzione di avere ragione, forti delle loro reali ragioni, senza comprendere veramente cosa sta accadendo nel mondo, cioè qui e ora. Quando un fenomeno di cui abbiamo tanto sentito parlare, ma sempre come di un qualcosa di distante da noi, qualcosa che riguardava luoghi del mondo ma dall'altra parte non si sa bene dove, si manifesta accanto a noi e ci tocca, vuol dire che difficilmente è reversibile. Credere alle promesse di politicanti populisti e in malafede che assicurano di poterlo arrestare il fenomeno, di poter arginare l’emergenza, è fondamentalmente stupido. Perché la faccenda non sarà reversibile ma è (ancora) risolvibile.

Alla riunione qualcuno è intervenuto affermando che la gente sa, come ai tempi di altre deportazioni, ma fa finta di non sapere. In parte credo sia vero. Meno impegnativo girarsi dall'altra parte, salvo poi stupirsi e indignarsi se l’etichetta dovesse mai richiederlo. Però sono convinta che la maggior parte delle persone ignorino. Esistono sintomi sotto agli occhi di tutti, barconi e filo spinato, ma delle cause della malattia pochi saprebbero dire. Quanto poi alla violenza inevitabile, alle brutalità, alle soluzioni provvisorie (in prospettiva di una finale?) legate al fermo, alla detenzione, al respingimento di masse umane, credo che, come già accaduto, l’animo umano fino all'ultimo si rifiuti di crederle possibili.

Penso al testo teatrale “Ausmerzen” * di Marco Paolini: un’analisi attenta e illuminante, una spiegazione di come si possa arrivare ad avere forni crematori in giardino senza capire da dove sono saltati fuori.



* ”Ausmerzen” Einaudi editore. Lettura vivamente consigliata.

ITALIA SENZ'ACQUA

Cosa pensereste se, nel giro di un anno, tutta l’Italia fosse senza’acqua? Non solo quella che esce dal rubinetto ma tutta l’acqua: fiumi, torrenti, laghi… Se non ci fosse modo di ovviare a ciò e si fosse costretti a conviverci. Credo che la maggior parte delle persone cercherebbe di andarsene. Diverremmo profughi ambientali e quindi economici (che non ho ancora bene capito perché si faccia questa distinzione tra diverse categorie di profughi, ambientali, economici, da conflitto, visto che le cause degli esodi sono interconnesse). Direte: ma è un’esagerazione, sessanta milioni di persone improvvisamente senz’acqua, uno scenario da apocalittica fiction. Invece è realtà, invece accade. Ad esempio, prendendo a caso, ai sessanta milioni di persone che vivono lungo il basso corso del Mekong, in Cambogia. Ci sono sei dighe prime, altre undici in progettazione, altre in costruzione, e se l’acqua non arriva più al mare, il mare risale, la concentrazione salina aumenta, eccetera, eccetera. Una regione grande come il nostro bel paese all’asciutto.



Letture consigliate:

La grande cecità di Amitav Ghosh

Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia

Giugno 2016



martedì 2 febbraio 2016

CONFISCA DI BENI E DENARO

A proposito di giornate della memoria, leggere che in diversi Paesi s’intende confiscare ai profughi denaro e beni che eccedono di poco i mille euro fa scorrere un brivido lungo la schiena.

Certo, solo a titolo di cauzione, con rilascio di ricevuta, come in Svizzera, dove da anni si applica tale procedura anche per eventuali spese di rimpatrio qualora la domanda d’asilo venga respinta. Per le medesime ragioni viene trattenuto per dieci anni il 10% dello stipendio dello straniero che trova impiego, quale rimborso delle spese di apertura procedure d’asilo e spese di sostentamento.

In Danimarca, per accedere alla disoccupazione, non è possibile avere beni oltre i 1350 euro, quindi la recente decisione di confiscare ai rifugiati di beni e valori eccedenti tale cifra sarebbe un ovvio adeguamento a quelle che sono le condizioni dei propri cittadini.

È giusto contribuire alle spese di uno stato che assicura un welfare, è giusto restituire prestiti per lo studio una volta ottenuto un lavoro, è giusto partecipare alle spese di accoglienza se si è nelle condizioni di poterlo fare; a patto che il welfare sia reale ed equo, che le detrazioni dallo stipendio permettano di mantenere un livello di vita decoroso, che l’accoglienza sia tale e porti a una reale integrazione.

Ed è giusto non adagiarsi nell'assistenzialismo. Perché porta alla depressione e va a discapito della comunità.

Fatte queste considerazioni, resta il brivido. Perché a fianco di quello che viene definito un legittimo contributo economico si erigono muri e barriere di ogni sorta.

Sto pensando ad Ausmerzen, il libro resoconto di Marco Paolini sulle dinamiche sociali che hanno reso possibile arrivare alla soluzione finale nei più assoluti silenzio e noncuranza.

Un passo alla volta, come se tutto fosse normale.


p.s. leggetelo!


venerdì 13 novembre 2015

LA TURCHIA E LE NUOVE CITTÀ

La Turchia dichiara di voler costruire nuove città per i rifugiati. Dotate di scuole, ospedali, e fabbriche. Verrebbero introdotte delle forme di autogoverno in un progetto a lungo termine. Se anche la guerra finisse domani occorreranno anni prima che i siriani possano tornare in Siria, si preoccupano i turchi, e, a oggi, i profughi sono più di 2 milioni, un numero destinato a crescere. Al momento vivono in accampamenti sparsi lungo il confine turco-siriano e molti si disperdono nelle grandi città. Questo non va bene, non è gestibile.

Il governo turco dice che la Turchia non diventerà un immenso campo di concentramento a cielo aperto, né tollererà una diffusione capillare e incontrollabile sul proprio territorio, quindi necessario creare delle riserve. Di quello si tratta. Rivisitati bantustan di sudafricana memoria che non porteranno a niente di buono. Perché è scontato che non sarà rispettata la libertà di movimento ed è assai probabile che tutti i migranti saranno invitati con sollecitudine ad andare e rimanere in queste nuove città fino a nuovo ordine.


Con un capo di stato, recentemente rieletto, che con una mano prenderà dall’Europa una barcata di denaro, 3 miliardi di euro, per gestire l’emergenza profughi e con l’altra fa fuori i curdi, definiti a qualunque fazione appartengano, terroristi al pari dei militanti Isis, che la maggior parte dei curdi invece contrastano e combattono.


Novembre 2015



mercoledì 11 novembre 2015

WILL HUTTON E IL TERZO ATTO DELLA CRISI DEL DEBITO

“La crisi dei profughi sembra la dimostrazione che l’ordine politico mondiale sta crollando. Ma per quanto sia meno evidente, il crollo dell’ordine economico è ancora più preoccupante: centinaia di miliardi di dollari stanno abbandonando le economie emergenti, dal Brasile alla Cina. La fuga di capitali e l’esposizione delle banche sono i segni di squilibri dell’economia globale che minacciano le nostre società democratiche almeno quanto alcune reazioni all’immigrazione. Il Fondo monetario internazionale è molto preoccupato. All’incontro annuale del 7 ottobre si è parlato di tremila miliardi di dollari di credito in eccesso a livello globale e della flessione della crescita economica mondiale. Il Fondo sa che serve una risposta internazionale coordinata, ma è probabile che non ci sarà niente di simile. L’influenza che il pensiero liberista e antistatale ha ancora negli Stati Uniti e nel Regno Unito rende un simile intervento altrettanto improbabile della pace in Medio Oriente. Il sistema finanziario globale è ormai fuori controllo. Oggi le grandi banche realizzano gran parte dei profitti facendo affari tra loro, e il risultato è che la loro capacità di creare denaro dal nulla ha raggiunto livelli mai visti. Il fatto che le banche creino liquidità con i prestiti non è una novità, ma con l’emergere di un sistema bancario globale, le banche centrali hanno molte più difficoltà a controllare la situazione. E dato che ormai ci sono pochi limiti alla circolazione dei capitali, questo denaro può essere dato in prestito in

Paesi dove le prospettive economiche sono apparentemente buone. Le bolle speculative che ne conseguono sembrano giustificare i prestiti. Il prezzo degli immobili sale. Le aziende e le famiglie diventano eccessivamente ottimiste e si indebitano sempre di più. I tassi di crescita aumentano vertiginosamente e tutto sembra andare bene finché qualcosa, come un crollo dei prezzi degli immobili o delle materie prime, manda tutto a rotoli e il denaro se ne va con la stessa facilità con cui era arrivato. Secondo Andy Haldane, economista capo della Banca d’Inghilterra, quella che stiamo vivendo è una crisi in tre atti. Il primo ha avuto luogo negli Stati Uniti e nel Regno Unito tra il 2007 e il 2008. Dopo l’entusiasmo del decennio precedente, in cui un esagerato afflusso di credito aveva generato boom illusori, i due paesi si sono accorti all’improvviso che le loro banche avevano concesso troppi prestiti. Le garanzie a fronte dei nuovi prodotti derivati non avevano alcun valore. Il denaro ha cominciato a scorrere via, il sistema bancario britannico si è trovato in bancarotta e per salvarlo ci sono voluti più di mille miliardi di sterline di denaro pubblico. Il secondo atto si è svolto in Europa tra il 2011 e il 2012, quando ci si è resi conto che le banche avevano prestato soldi basandosi sull’errata supposizione che tutti i paesi dell’eurozona fossero uguali. Ancora una volta il credito si è spostato altrove e l’Europa è stata salvata solo grazie all’emissione straordinaria di denaro da parte della Banca centrale europea (guidata da Mario Draghi) e all’austerità nei paesi più indebitati come il Portogallo, la Grecia e l’Irlanda. Il terzo atto sta cominciando ora, e stavolta il fenomeno interessa Paesi che non hanno gli strumenti per fermare il contagio finanziario e le cui banche sono meno solide. Dopo gli Stati Uniti e l’Europa la finanza globale ha inondato di denaro le cosiddette economie emergenti, come Turchia, Brasile, Malesia e Cina: tutti paesi che approfittavano dell’impennata dei prezzi delle materie prime dovuta al boom cinese, a sua volta sostenuto da prestiti incontrollati. La Cina ha prodotto più cemento tra il 2010 e il 2013 che gli Stati Uniti in tutto il novecento. Non poteva durare, e oggi ne abbiamo la prova. Le banche cinesi sono di fatto insolventi: solo una piccola parte degli enormi prestiti che hanno erogato potrà mai essere rimborsata. Per questo non possono prestare denaro al tasso che sarebbe necessario per sostenere la crescita del Paese. Oggi il tasso di crescita reale della Cina è inferiore a quello degli anni di Mao, e i prezzi delle materie prime sono già crollati. Il denaro scorre via dalle economie emergenti, lasciandosi alle spalle aziende e famiglie indebitate e banche al collasso. Questi Paesi non hanno istituzioni come la Federal Reserve o la Banca centrale europea che possano intervenire con misure di salvataggio, ma rappresentano ormai più di metà del pil globale. Non stupisce che il Fondo monetario internazionale sia preoccupato. Il mondo ha bisogno di risposte creative, di un Fmi allargato che rifletta i nuovi equilibri mondiali e aiuti le economie emergenti, e di un adeguato controllo della finanza globale. Ha bisogno che i governi occidentali lancino importanti piani di rilancio economico, basati su investimenti infrastrutturali. Ha bisogno di politiche monetarie intelligenti che permettano tassi d’interesse negativi. Niente di tutto ciò è all’orizzonte: la destra si oppone a queste misure e la sinistra non le sostiene abbastanza. Se la volontà politica di trovare un accordo collettivo sulla crisi dei profughi è insufficiente, quella di riordinare l’economia globale lo è ancora di più”

(Will Hutton, da Il terzo atto della crisi del debito, Internazionale n. 1124 del 16 ott. 2015).


p.s. 2025 - Interessante, con il senno di poi, rileggere questo articolo. Nel bene e nel male.

venerdì 14 agosto 2015

DATI #IMMIGRAZIONE


Nelle mie ricerche di approfondimento riguardo al tema dei profughi e dell’immigrazione in Italia, ho trovato, da fonti a mio avviso attendibili, una serie di dati e informazioni che, per quanto uno li voglia ben soppesare e non prendere come precisi al millimetro, danno di che riflettere.

Premesso che il fenomeno delle migrazioni è un evento di portata mondiale irreversibile che sarà la sfida del nuovo millennio, con tutte le problematiche già esistenti che diverranno via via più complesse, e che, contrariamente a quanto, almeno da noi, i media comunicano, non riguarda solo la nostra nazione o solo l’Europa ma la maggior parte delle nazioni del mondo, vorrei condividerne alcuni con voi in ordine sparso e per quanto possibile senza alcun commento.


- Nel 2014 sono sbarcati in Italia circa 140.000 profughi, esuli, migranti economici o comunque li si voglia etichettare, ma più di 100.000 se ne sono già andati. L'obiettivo di restare nel nostro Paese vale per pochissimi.

- Da quando è iniziato il nuovo fenomeno dei flussi al 2013 le persone che nel mondo hanno lasciato il proprio Paese erano 213 milioni, a cui aggiungendo un 15% di coloro il cui spostamento non risulta, si arriva al 4% della popolazione mondiale.

- In alcuni paesi gli immigrati residenti superano il 30% della popolazione locale (Golfo Persico, Guyana, Brunei), in altri superano il 20% (Canada, Australia, Stati Uniti, Arabia saudita, Libia) L’Italia ha un 8% circa.

- L’INPS, parlando di noi, non è giunto al tracollo ma ha in questi anni in parte risanato il bilancio grazie ai contributi a fondo perduto di molti stranieri.

- Quasi il 9% del Pil italiano l’anno scorso è stato prodotto da stranieri. Il saldo attivo annuo relativo alla loro presenza è pari per lo Stato italiano a circa 3 miliardi di euro.

- In 5 anni in Italia gli stranieri hanno aperto imprese regolarmente registrate, con un aumento del 21% a fronte di un calo di quelle italiane del 7% (su questo punto varrebbe la pena aprire un dibattito a parte, in quanto evoca numerosi perché).

- Dal 1988 a oggi sono morte nel Mediterraneo circa 25.000 persone (morti accertate).

- Secondo dati Onu in Africa gli immigrati sono poco meno di 20 milioni, in Asia 70 milioni, in America Latina 9 milioni. Un 100 milioni di persone che si spostano su un asse sud-sud o all'interno di una vasta area continentale (Asia). In Europa circa 70 milioni, negli USA 53 milioni.

- I Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati: al primo posto il Pakistan 1,6 milioni, Iran 870mila, Germania 660mila, Kenya 570mila, Siria 480mila, …

- I nostri Cda, Cei, Cara, rispettivamente centri accoglienza, centri di accoglienza richiedenti asilo, centri di identificazione ed espulsione, in cui vengono smistati coloro che vengono soccorsi dai Cpsa, centri di primo soccorso e accoglienza, in situazioni di urgenza vengono potenziati con una rete di centri e strutture minori sparsi per il territorio nazionale, senza che vi sia un coordinamento generale, standard equivalenti, normative comuni. Per tutto ciò si spendono centinaia di milioni di euro ogni anno senza che uno solo venga speso per concrete attività di integrazione (insegnamento dell’italiano, avvicinamento ai meccanismi burocratici e alle norme, approccio al lavoro, ecc.)

- Negli ultimi 4 anni il numero di profughi siriani che ha fatto richiesta di asilo in Europa rappresenta il 6% del totale di coloro che sono fuggiti dal conflitto, circa 250.000. I restanti sono arrivati e rimasti soprattutto in Turchia, circa 2 milioni, e negli altri Paesi limitrofi, altrettanti. La popolazione europea è 7 volte maggiore di quella turca.

- In Europa in 15 anni hanno bussato alle porte circa 1 milione e 200.000 “irregolari” da diversi Paesi del mondo. Chiaramente non sono stati accolti tutti.

- Il Kurdistan (5 milioni di abitanti) ha accolto 1 milione e mezzo di rifugiati. Facendo la debita proporzione, è come se noi, in Italia, ne avessimo accolti 20 milioni.


Potrei proseguire, ma non posso evitare di lasciare un po’ di spazio ad alcune considerazioni che ritengo fondamentali:

- Le grandezze demografiche con cui ci siamo confrontati per decenni si sono evolute rapidamente, e di pari passo quindi conflitti, problemi legati al clima, alla desertificazione, alla difficoltà di accesso alimentare e idrico, al Land grabbing (ad esempio gli africani emigrano da una terra ricchissima che non è quasi più per nulla la loro), alla banale ricerca di lavoro. Da aggiungere lo spostamento, se pur minimo, di coloro che mirano a una formazione universitaria internazionale divenuta obbligatoria per la classe dirigente di molti Paesi in via di sviluppo

- Continuano a riferirsi alle ondate migratorie come a un fenomeno eccezionale che, ci rassicurano, rientrerà. E intanto per arginarlo, ai confini aggiungono muri. Invece non si tratta di qualcosa di transitorio; al contrario questi flussi aumenteranno e si protrarranno nel lungo periodo. Pertanto necessitiamo di intelligenza, lungimiranza e reale volontà di integrazione. Prepariamoci alla gestione di una società nuova che sarà inevitabilmente multietnica.

- Sicuramente rivedere il trattato di Dublino, che impone al rifugiato di restare nel Paese di arrivo che ha accolto la domanda di asilo (fatto questo che tra l’altro alimenta il far finta di non vedere e lasciar passare senza registrare), combattere le mafie che “fatturano” centinaia di milioni di dollari, rivestendo quasi il ruolo di una società di servizi, in quanto vanno a riempire un vuoto legislativo e organizzativo internazionale, rispondendo a una domanda crescente che non trova altri interlocutori, sono due imperativi cui non ci si può sottrarre. Farlo però significherebbe riconoscere la vera natura e la vastità del problema e perciò ammettere di fronte all'opinione pubblica che non rientrerà un bel nulla e che è giunta l’ora di tirarci tutti su le maniche e farci un po’ più stretti a tavola. Fermo restando che non sarebbe neanche necessario metaforicamente stringersi, visto che sul pianeta ci sono risorse sufficienti per tutti. Il solito problema dell’accaparramento e della distribuzione arbitraria. Poveri contro poveri perché ci fanno credere che non ce n’è a sufficienza.

- L’unica differenza tra noi e “loro”, come ho già scritto in altra occasione, è il colore del passaporto. I  profughi non nascono illegali. Siamo noi a renderli tali.

- Credo che un giorno si studierà a scuola il fenomeno delle migrazioni come il fatto più rilevante di questo secolo, fatto che ci richiama, aggiungendo urgenza all'urgenza, a una saggia e finalmente equa gestione delle risorse. Purtroppo oggi non c’è la minima consapevolezza della portata e del significato di quanto sta accadendo. Le variabili, in termini di provenienza, cultura, motivazioni, età, classi sociali, sono talmente tante che non riusciamo a far rientrare questo processo sociale mondiale in nessuna delle categorie con cui finora abbiamo gestito la storia. Mi auguro profondamente che umiltà, buon senso, e volontà di vedere e capire prendano il sopravvento in tempo utile. Se ci arrivano persone comuni evidentemente la maggior parte dei politici, degli analisti, dei giornalisti, e via dicendo non sono all'altezza del proprio compito e dovrebbero dedicarsi ad altro prima di fare ulteriori danni.



luglio 2015




venerdì 12 giugno 2015

BARCONI 2

E va bene. Facciamoli fuori tutti. Questi umani disperati. Ma prima salviamo le apparenze. Affondiamo i barconi in porto, quando son vuoti. (e mentre ci siamo anche sulla costa turca, da cui arrivano migliaia di profughi afghani e siriani e insomma un po’ dappertutto dove serve). Con che criterio? A caso. Tanto son pescherecci di un’economia ittica in ginocchio. Anzi affondiamoli tutti indiscriminatamente. Perché altrimenti questi cosiddetti trafficanti senza scrupoli troveranno sempre qualche pescatore alla canna del gas pronto a cedere il proprio mezzo. E se non basterà dovremo avere il coraggio di farle colare a picco queste bagnarole quando son gravide di vite che come unico bagaglio portano problemi.

Di quest’umanità che galleggia alla deriva fottiamocene. L’ho già detto e scritto. Non c’è alternativa. Consideriamola un’eutanasia collettiva triste ma necessaria. Eviteremo loro di approdare a una realtà di disinganno e ulteriore umiliazione e preserveremo noi dalla frustrazione di trovarceli a casa nostra, di non poter far, volendolo, nulla per loro, e di accrescere le difficoltà conseguenti all’accoglienza.

Al bando il moralismo e l’ipocrita pudore. Ci sono scelte drastiche che vanno fatte anche se sgradevoli. E se le metteremo in pratica lontano da noi ovvieremo almeno al fastidio di vederne dettagli

Dobbiamo mettere in piedi una task force militare dedicata senza star a far troppa pubblicità sui media, senza tutti dibattiti e speculazioni che ci fanno solo perdere tempo. Agire. E cercare di chiudere la faccenda il più in fretta possibile. Poi a far accettare la cosa ai refrattari ci si penserà a cose fatte. La storia umana insegna: non è così difficile ottenere l’approvazione del popolo quando la si vuole ottenere. Di spiegazioni e giustificazioni atte a rendere lecita e accettabile qualsiasi azione, anche la più atroce, ne abbiamo a iosa. Esistono think thanks ultra sovvenzionati che non fanno altro che produrne. E’ come andare al supermercato. Si trova sempre il prodotto che serve. Per cui non c’è motivo di preoccuparsi di chi disapprova. Saranno sempre in minoranza.

Perché se non faremo così, se non saremo decisi e determinati nell'arrenderci alla disumanità dei più, bisognerà allora risolverla diversamente la faccenda, e alla cena conviviale tra amici, a coloro che dicono che questi animali mussulmani o quello che sono, puzzano, rubano, violentano, che a queste donne incinta e a questi bambini di pochi anni che sicuramente diventeranno terroristi bisogna farli fuori, perché altrimenti ci domineranno e distruggeranno le libertà che abbiamo conquistato, ecco a queste bestie prive di cultura, che non sanno di storia, popoli, economia, geografia, che non sanno niente di sé, che non sanno un cazzo di niente, che non sono in grado di concepire che dietro a uno dei numeri unitari che compongono quelli a tanti zeri che tanto ci spaventano perché arrivano a frotte, ci sono storie personali uguali a quelle della loro madre, di una sorella, di un figlio, di un amico, a queste bestie impegnate a parlare di figa e I phone, e cui vorrei mettere un’arma in mano e vederli  quanto son capaci di ammazzare una persona guardandola negli occhi, ecco non ci resterebbe che sparargli in bocca a costoro per far sì che smettano di dire cazzate con la presunzione di padreterni e vedere la loro faccia crollare a spiaccicarsi e lordarsi nel piatto colmo di trenette ben condite.

Maggio 2015


p.s. Non c’è nemmeno più bisogno di farle di nascosto le cose e farle digerire dopo. Tranquillamente sotto agli occhi. Si decide. Si fa. Punto.


P.S. 2025 Una breve considerazione anche sul conflitto mondo occidentale vs mondo islamico, considerato il Conflitto per eccellenza. Che la faccenda sia complessa non si discute ma non è male riflettere sui nuovi Conflitti. A parte il noto Tutti contro Putin, e i due conflitti attualmente agli onori della cronaca, Russia vs Ucraina, Israele vs Palestinesi, ci sarebbero:

Usa vs Cina per microprocessori/semiconduttori coreani (cfr Chips and Scienze Act di Biden dell’estate 2022 e sue implicazioni https://www.nsf.gov/chips )

Agenda 2025 https://static.heritage.org/project2025/2025_MandateForLeadership_FULL.pdf e Great Reset vs UE

……………………………………………

Questo post scriptum è più che altro un promemoria per me per scrivere un altro pezzo


Green Deal europeo

Stato dell'Unione 2025

Horizon Europe:

Europa Digitale

Programma per la sicurezza interna

Programma LIFE

venerdì 19 aprile 2013

PERPLESSITA'

In base a come siamo e come cambiamo noi stessi modifichiamo l’ambiente che ci circonda.

È un principio filosofico, religioso, e scientifico.


Io ho sempre vissuto in funzione di principi che ritengo indiscutibili, quali i diritti inalienabili degli individui. Mi sono impegnata per diffonderli e difenderli. Per comprendere io per prima le dinamiche sociali, politiche e, non ultimo, economiche che portano a calpestare tali diritti e per cercare di spiegarle.

Eppure, tra le persone che conosco, incontro, frequento, c’è ancora chi proclama che agli immigrati bisognerebbe sparargli in bocca, ché ci tolgono il lavoro, chi dice che bisognerebbe gasarli perché troppo complicato e costoso distinguere tra profughi legittimi e terroristi, che la tolleranza zero è l’unica soluzione.


Raccoglieremo tempesta.


Aprile 2013


Tuttti i diritti riservati