mercoledì 21 febbraio 2018
IL TESTO DI DONATELLA DI CESARE
sabato 21 ottobre 2017
IPERTROFIA UMANA
venerdì 25 agosto 2017
Moleskine 11
giovedì 20 aprile 2017
TELEFONI 2
Ho voglia di silenzio. Vorrei fare una vacanza. Anche qui a casa. Tanto son tempi di magra. Una decina di giorni. Staccare il telefono. Disconnettermi. Senza persone che si offendano, senza persone che si preoccupino. Soprattutto senza perdere il lavoro o occasioni di lavoro, senza compromettere nulla. Amici e conoscenti si possono avvisare. Subito ti guardano strano, poi se ne fanno una ragione. Ma è il mondo intero che ti vuole reperibile. In qualsiasi ambito professionale e lavorativo ci si ritrovi, non ci si può esimere. Se si è precari, disoccupati, flessibili, mobili, la faccenda è la medesima. Ci si è messi in vendita sulla rete e non ci si può concedere il lusso di rispondere a una mail o a un Whatsapp in differita di qualche ora o, sia mai, di un paio di giorni. Prendersi una pausa diventa una scelta radicale. È assurdo, è sbagliato, è offensivo. Tutta questa faccenda della comunicazione, per come ce la stanno passando, è un insulto all’intelligenza. Non perché non sia utile trasmettere informazioni e dati in tempo reale ma perché l’impegno necessario per stare al passo è inaccettabile.
2017
giovedì 25 agosto 2016
ESSERI INUTILI E DANNOSI
domenica 26 ottobre 2014
IL MONDO COME IO LO VEDO - A. Einstein
"A me basta il mistero dell'eternità della vita e la vaga idea della meravigliosa struttura della realtà, insieme allo sforzo individuale per comprendere un frammento, anche il più piccino, della ragione che si manifesta nella natura."
Albert Einstein
Ecco, queste sono le parole precise e perfette che non ho mai saputo trovare.
martedì 25 giugno 2013
PAROLE CHIAVE 2
venerdì 15 febbraio 2013
COLEI CHE HA TANTE COSE DA DIRE
Colei che ha tante cose da dire. Se mi avessero battezzato con un nome pellerossa, questa sarebbe stata la traduzione del mio nome.
Perché quando vedi qualcosa di importante e ti pare che a chi ti è accanto, alle altre persone, invece sfugga, non puoi tacere o fare a meno di indicare con il dito.
E mi piego, ciò nonostante, alla trafila del devi passare di qui, del devi usare queste parole e non queste altre. Rinnego il mio sapere, sconfesso il mio sentire. Faccio abiura e chiedo beneplaciti e conferme. Non so affermarmi come animo pensante ma anch’io, maledetta, credo nella necessità di un nulla osta dall’alto. Di un deus ex machina che dichiari: Sì, anche lei è degna.
No! Io lo grido a gran voce: sono degna. Non c’è errore che possa commettere per il quale potrei non essere perdonata. Perché è l’anima che io metto. Sia altare o banchetto.
Oh, ma a starsene in disparte, divora il dubbio d’aver smarrito la ragione.
Smarrito il senso, buttato all’aria ogni cosa per ritrovarlo, non resta altra spiegazione che la follia.
Individuo stanziale, che non va a vedere, che relega l’esperienza diretta al ruolo di ancella prepotente e fastidiosa, che fruisce del riverbero con il sopracciglio inarcato. Dove il pathos? Dove l’emozione e l’adrenalina che fanno fluire pensieri, parole, atti? Dove il coraggio e l’umiltà di andare al confronto e constatare che non è come si credeva, sconfessare il proprio credo o piuttosto avere conferma e maggiormente rinsaldarsi nei propri propositi?
Ma non è necessario. Tutto non è che ripetizione. Il moto perpetuo. Di grandezze e meschinità. Nulla di nuovo, se non nella forma.
Ecco dunque, far vivere il mondo ai propri occhi, interpretarlo nelle minime sfumature, rifletterlo, raccontarlo, standone lontani. Non solo immaginare, ma vedere con precisione da postazione fissa.
La presunzione! Legittima della ragione. Col tempo però soltanto stampella e poi ferro morto. L’autunno degli intelletti. Cervelli disidratati. Che si accartocciano. Acquiescenza, narcosi, marcescenza. Abdicazione al disincanto.
Ma io scrivo lo stesso. Scrivo per fare spazio. Convinta. Dal piccolo tinello, celletta d’alveare tellurico, con pazienza certosina, costruisco atomi.
Come per l’assassino di Roth, è la dimensione privata che sovrasta e conduce. E mangia. Mi mangia. E le parole muoiono una volta scritte.
