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giovedì 22 giugno 2017

CARNE E MIGRANTI

Ad esempio…

… se riducessimo il nostro consumo di carne, ci sarebbe meno bisogno di farine di pesci utilizzate come mangimi per polli e maiali, i cinesi ridurrebbero giocoforza la pesca intensiva lungo le coste africane occidentali, un gran numero di africani potrebbe continuare a vivere di pesca sostenibile e, molto probabilmente, rinuncerebbe a migrare.

Questo per dire che l’elenco delle cause che obbligano le persone ad abbandonare la propria terra è molto lungo e vario.

Ogni nostra azione ha un peso e comporta una responsabilità.



venerdì 11 marzo 2016

DAKAR, RIFIUTI E SOGNI

Immaginando di poter un giorno tornare in Africa, da diverso tempo, penso al Senegal. Mi attrae per diversi motivi, non ultimo il fatto che si parli francese. Un anno fa vidi un bel documentario su Rai 5 che parlava di un biologo francese che si è stabilito a sud di Dakar per dedicarsi alla divulgazione di metodi di pesca sostenibile tra la popolazione e ha messo su una squadra di sub per ripulire i fondali dalle reti rotte e abbandonate, facendo di questo programma la propria missione. Ecco un'altra persona in gamba, ho pensato. Un mio conoscente, poi, ci si è trasferito per aprire un'azienda di imballaggi alimentari da materiali riciclati. Inoltre il clima sarebbe idoneo per la mia salute. Insomma, una cosa dietro l'altra, sono arrivata a pensare che, vista la mia precarietà qui, mi ci sarei potuta trasferire dopo una visita preventiva, anzi, più correttamente, sarei potuta emigrare. Ad oggi, però, le mie finanze consentirebbero a malapena un viaggio di andata. Sarebbe veramente emigrare incrociando le dita. Di fatto l'idea è accantonata.
Ieri però, quando sono andata a perfezionare le pratiche di demolizione del mio scooter antico e distrutto da un incidente, ho letto che sarebbe finito a Dakar. Il concessionario mi ha spiegato che spedendo laggiù le moto spende un centinaio di euro in meno di rottamazione. Si sa che i nostri rifiuti più fastidiosi finiscono in Paesi in via di sviluppo, in Africa in particolare, con tutte le considerazioni del caso che qui tralascio, e che da alcuni di essi gli Africani tirano fuori ancora qualcosa di utile, come nel caso del mio scooter da cui trarranno pezzi di ricambio, ma ciò che mi ha colpito è stato pensare che proprio a Dakar è finito qualcosa di collegato a me mentre io resto qui.

Marzo 2016

venerdì 29 gennaio 2016

KINDER PANE CIOC


La prima volta che ho sentito utilizzare il termine “appetizzante” è stato da un veterinario, a proposito di mangimi animali. Sostanze aggiunte agli alimenti per renderli particolarmente appetibili fino a determinare una forte dipendenza a un prodotto.

Non amo i dolci, salvo quelli al cucchiaio fatti in casa con amore e in modo tradizionale, però ieri alla cassa di un discount ho ceduto alla tentazione di acchiappare una confezione in offerta di Kinder Pane Cioc cacao. Di sicuro è stata la parola cacao a sedurmi, alimento che amo e che non può certo essere definito dolce.

Un'ora prima di cena, riordinando in cucina ho dato un morso a una delle merendine e ho risposto i due terzi avanzati in una scatola. Il tempo di andare nell'altra stanza per dedicarmi ad altro e sono dovuta tornare indietro per riaprire la scatola e ingurgitare con altri due morsi il resto della merendina. Agghiacciante. Appetibile è un termine riduttivo. La dipendenza è immediata. Si chiama sofisticazione alimentare. E la faccenda degli appetizzanti è solo la punta dell’iceberg.

Da un ventennio mi interesso di cibo (agricoltura, pesca, allevamenti, processi industriali, sofisticazione alimentare) quindi nessuna sorpresa ma mentre ingoiavo avidamente l'ultimo boccone mi sono ricordata di un libro.


(…) il semaforo segnò verde. Ma le auto in corsa verso la spiaggia di Pula non si mossero di un millimetro. Né la mia né la sua. La strada era intasata, come ogni sabato mattina. Nessuno osò neppure sfogarsi con il clacson, un gesto inutile. Il rosso si riposizionò sulle nostre teste, e il bambino iniziò a scartare una merendina. Gli sorrisi.
«Mangia, bimbo bello, mangia», pensai.
Avevo riconosciuto la confezione. Il produttore era un mio cliente. Ogni mese lo rifornivo di alcuni quintali di ovoprodotto. Proveniva da una ditta di riciclaggio di rifiuti del torinese che, invece di smaltire uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona della putrescina e della cadaverina e le trasformava in una poltiglia confezionata in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie. E non doveva essere cattiva dato il gusto con cui il bambino ora addentava la merendina con un'avidità da adulto, senza lasciare che neppure una briciola cadesse fra i sedili. Il proprietario della ditta non aveva mai fatto domande sulla qualità del prodotto ma il prezzo e l'assenza di etichette sui contenitori spiegavano già tutto.
© 2007, Giulio Einaudi editore

Francesco Abate, Massimo Carlotto – Mi fido di te
Gennaio 2016

mercoledì 6 marzo 2013

MARE

Ho depositato presso le segreterie scolastiche di Imperia un progetto di laboratorio destinato agli alunni delle elementari del secondo ciclo. Un laboratorio sul mare. Abitando in una città di mare…

Ho preparato una bella scaletta. Il mare come accesso. Sociale, culturale, commerciale. Il mare come riserva alimentare e come discarica. Il mare come ecosistema. Il mare nella storia. Le scoperte, le esplorazioni, la letteratura. Il mare dei barconi. Il mare delle balene. Il mare della pesca. Il mare delle ferie.

Partendo dal mare si può parlare di tutto. E senza il mare non si può vivere.

L’intenzione è di farmi guidare dai bambini: offrire loro una base e lasciare che sia la loro curiosità a condurre il discorso. Non ho dubbi che funzioni. Ho avuto una sola esperienza simile ed è stato soddisfacente e illuminante. I bambini sono attenti e saggi e sanno porre le domande fondamentali. Sono certa che a qualcuno resterà qualcosa nel cuore che lo porterà nella vita a cercare di fare sempre la cosa giusta.

Intendo anche raccontare loro di una giovane donna che ha perso la vita perché voleva raccontare una storia.

Una storia di navi, di veleni e di armi.

Una storia che parla delle coste calabre sullo Ionio, della Somalia e del porto di La Spezia.

Una storia che bisogna continuare a raccontare in barba al segreto di Stato.

ottobre 2012

Aggiornamento: ho tentato per due anni di seguito ma non ho gli “agganci” giusti. Il mio progetto non è stato considerato nemmeno degno di risposte.




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