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domenica 25 settembre 2016

BIG BANG

Ricordo mio padre, frequentavo le medie, in una discussione sulla nascita dell’universo. Diceva che non può esistere un punto di inizio assoluto, in quanto presupporrebbe un “prima” in cui l’essere ancora non è e ciò è una contraddizione. Accomunava l’idea scientifica di un momento in cui un tutto che prima non c’era, per concentrazione estrema e calore, si sarebbe violentemente espanso, all’idea altrettanto poco plausibile della creazione. Prima ci dovrebbe essere il nulla, diceva, il non essere, ma il non essere appunto in quanto tale non è. All’epoca ritenni che il ragionamento filasse e ne sono profondamente e consapevolmente ancora persuasa.

Oggi leggo su Pagina99 un articolo che riprende la questione sulla scia di un dibattito nato negli ultimi anni in ambito accademico scientifico. Iniziano a essere parecchi i detrattori del modello Big Bang, detto anche “singolarità iniziale”, definizione di per sé eloquente. Alcuni cercano di mediare tra le attuali conoscenze sicuramente perfettibili, teoria delle stringhe, fisica quantistica, gravità, e via discorrendo, ma certo è che la strada è lunga e il percorso complesso.

Resto dell’idea che la logica abbia già fornito una risposta. Restano da definire termini e modalità.



Settembre 2016


p.s. Affascinante l’ipotesi di un big bang continuo. Se non ricordo male si tratta della teoria ciclica conforme con tutte le sue varianti. 

domenica 21 febbraio 2016

UNA MISERA EUROPA

In questi ultimi giorni ho scritto sul mio notes alcuni post, poi ho letto su Pagina99 quest'articolo di Helena Janeczek che ben amalgama e comunica in modo chiaro e sintetico le riflessioni che io avevo espresso in tre diversi articoli. Per cui, onore al buon giornalismo, ve lo propongo.



Profughi | Non solo le confische dei beni ai rifugiati
e una politica da spilorci. La pezza è il principio
guida della visione europea, drammatica e grottesca
ai confini
dell’Europa
i pezzenti siamo noi
HELENA JANECZEK
Due donne chiacchierano di fronte al mare di un’isoletta greca. «Ci daranno il Nobel per la pace», dice una. «Perché?» domanda l’altra. «Perché salviamo i profughi, ma poi ci espellono da Schengen». — «Perché?» — «Non li lasciamo affogare». L’iperbole satirica di questa vignetta sintetizza l’aria che tira in Europa. Lo scaricabarile, il mercanteggiamento con qualche sbrocco degno del ragionier Fantozzi e qualche compromesso, tanto per mettere una pezza. La pezza è il principio-guida della politica europea, cosa drammatica e grottesca. Di fronte ai profughi e migranti, noi che viviamo meglio e siamo a casa nostra, stiamo facendo una figura da pezzenti. Prendiamo Danimarca, Svizzera, Baviera e Baden-Württemberg che hanno deciso la confisca dei beni dei rifugiati per sostenere l’onere di mantenerli. Che esempio danno quelle regioni dove il benessere e il lavoro rimangono diffusi sopra la media, al resto del continente che sta peggio? Cosa devono pensare amministratori e abitanti delle isole egee quando il Landtag della terra nativa di Wolfgang Schäuble vara una simile misura?
Devono concludere che sono più vicini a coloro che ripescano dal mare, vicini in tutti sensi, di quanto siano considerati da un'Europa più ispirata allo sceriffo di Nottingham che ai padri del Manifesto di Ventotene? E gli ungheresi o gli slovacchi portati a giustificazione che una linea più conciliante con la Grecia sarebbe stata insostenibile dinanzi ai membri ancora più poveri, perché dovrebbero avere cedimenti sui ponti levatoi alzati e l’accoglienza zero? La questione delle grandi migrazioni non sarebbe la probabile botta finale al progetto costruito a partire dal dopoguerra se non si stesse abbattendo su un’Europa così fragile. Lacerata e infragilita a partire dalle politiche che hanno trasformato la culla della socialdemocrazia nell'interprete più inerte del socialismo dei banchieri. Più degli Stati Uniti sotto la guida di Obama, ma forse persino un governo repubblicano avrebbe preso misure superiori per uscire dalla crisi rispetto a Bruxelles: le leve concesse tardi e obtorto collo a
Draghi e poi nient’altro che tasse, tagli e pareggi di bilancio. Come può l’Europa dominata da una visione così stretta pensare di dimostrarsi all'altezza di una sfida enorme che la raggiunge dall'esterno? Eppure quella sfida, se affrontata con successo, confermerebbe il ruolo di primo attore che pure l’Europa vorrebbe avere. Vorrebbe, ma non può, come sta dimostrando: reagisce giorno dopo giorno, cambia idea in balia del cambiamento degli umori, si barcamena come uno dei gommoni stracarichi che fluttua tra le onde, nella speranza che non saltino le pezze appiccicate sopra, almeno per oggi. Le posture dei vari attori sono complementari, tutte da struzzo. C’è lo struzzo conservatore che vorrebbe venire a capo del problema senza toccare lo status quo, c’è lo struzzo reazionario convinto che la risposta alla feroce globalizzazione sia tornare piena- mente padroni a casa nostra, c’è lo struzzo aggrappato all'idea debole di un multiculturalismo carino come una cena al ristorante etnico. Vince lo struzzo reazionario, l’unico energico e aggressivo nella reazione di difesa, lo struzzo buonista è malconcio dopo i fatti di Colonia. Vigono in ogni caso tabù e negazione. Perché puoi anche riempire di denaro gli amici alla Erdogan, o chiudere le frontiere, ripristinare la sovranità, adottare protezionismi, ma non puoi più impedire alle parti più disastrate del mondo di essere connesse in mille modi a quelle dove si sta meglio. Quindi non puoi fermare quella gente se non davvero con le armi con cui oltretutto finisci facilmente per sparare sul paese confinante. Puoi però gestire il flusso nel modo più deciso e razionale oltreché consono a quelli che sarebbero i tuoi principi. Sviluppare un piano comunitario, deliberare un finanziamento della Bce per incentivare i paesi membri più in difficoltà a farne parte. Allestire strutture nei campi oltremare per individuare chi richiede un aiuto prioritario (le famiglie), farsi carico del trasporto tagliando fuori le organizzazioni criminali, creare alloggi, scuole e tutto quanto è necessario, competenze (mediatori, interpreti, psicologi ecc.) sì, lavoro. L’urgenza del problema sarebbe un’o c c a s i one per spingere l’Europa a investire in se stessa. Ma se investire significa indebitarsi e condividere quel debito siamo nel regno dell’inconcepibile. L’Europa soffre di una mancanza di fiducia e generosità verso se medesima, prima ancora che verso gli altri, che sembra destinarla a crepare d’avarizia. È una cosa che fa male perché sul lungo periodo sarebbe capace di trasformare quei nuovi arrivati in cittadini. L’Europa unita ha prodotto ragazzi aperti e preparati, resi più aperti e consapevoli dalla necessità di andare altrove per percorrere la propria strada, ragazzi come quelli massacrati al Bataclan tra cui Valeria Solesin, e come Giulio Regeni torturato a morte da un regime cui affidiamo interessi di stabilità e scambio commerciale. Il giovane accademico non si sentiva diverso dai giovani attivisti egiziani che frequentava per le sue ricerche, salvo per il privilegio di un’origine. La vedevano così anche coloro che, infischiandosi del suo passaporto, gli hanno riservato lo stesso trattamento.




Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca e vive in Italia da oltre trent’anni. Ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di
Lezioni di tenebra (Guanda), Cibo (Mondadori), Le rondini di Montecassino (Guanda). Ha co-fondato il blog collettivo Nazione Indiana, collaborato con Nuovi Argomenti, Alfabeta2, Lo Straniero e scritto per giornali come La Repubblica, L’Unità, Il Sole 24 Ore
e altri.

sabato 16 gennaio 2016

Abbonamento a Pagina99We

Amo il rituale della domenica mattina, quando passeggio fino all'edicola della stazione per ritirare i due settimanali che mi tengono da parte. Marito e moglie sono molto gentili e scambiamo sempre due parole.
Dalla prossima settimana acquisterò solo più un settimanale e un po' mi dispiace, rimedierò di tanto in tanto con qualche acquisto fuori programma, ma non posso negare di aver provato un'emozione nostalgica rientrando a casa e trovando nella cassetta delle lettere l'ultimo numero di Pagina99 avvolto nel cellophane con l'etichetta bianca riportante il mio nome e l'indirizzo.
Mi ha ricordato quando da bambina rientravo nell'androne del palazzo in cui abitavo a Torino. Mentre aspettavo l'ascensore (che non avrei potuto prendere da sola ma dieci piani son dieci piani), mi avvicinavo alla lunga fila di buche delle lettere e curiosavo all'interno di ognuna attraverso il vetro opaco. Da alcune a volte sbucava per metà un quotidiano o una rivista troppo lunghi per entrarci del tutto. Spesso non c'era involucro protettivo ma l'etichetta direttamente incollata sulla prima pagina. Ne approfittavo per sfilare il giornale prescelto dalla feritoia e dare una sbirciata veloce al contenuto, rimettendolo a posto non appena sentivo aprirsi la porta dell'ascensore.
Questa fatto di ricevere il giornale direttamente a casa mi sembrava un gran privilegio, una cosa veramente da grandi, e pregustavo il giorno in cui anche io, adulta e soddisfatta dalla realizzazione di tutti i miei nobili progetti, avrei trovato nella buca delle lettere il mio giornale.
Trovarlo stamattina è stato come un, ecco ora lo sei grande, e dunque?

 Gennaio 2016

lunedì 7 dicembre 2015

TORNA #PAGINA99

Vorrei segnalare con grande gioia la ricomparsa in edicola di #Pagina99 .

In particolare rimando alla lettura dell’editoriale che dalla prima pagina prosegue a pagina 12 del numero del 21-27 novembre: una dichiarazione d’intenti che mi ha intimamente commosso perché è ciò che ho nel cuore sin da quando ero bambina. Ne riporto la parte conclusiva perché ritengo sia il manifesto programmatico ideale per chiunque voglia dedicarsi alla vera informazione assumendosi una responsabilità personale nei confronti del mondo che è e che sarà.


“…

Il compito per noi giornalisti è resistere alla pressione di raccontare una realtà tagliata con l’accetta in ghetti comunitari e ideologici. La nostra è una società complessa, meticcia, scossa da continue contaminazioni. Ed è questa complessità che sarà oggetto dell’indagine di Pagina99, senza le autocensure di chi per quieto vivere (o per una malintesa accezione del rispetto per l’altro) finisce col mozzare pensieri e parole.

La nostra bussola indica una rotta precisa: non ci rassegniamo al declino culturale, economico e sociale del Paese, non accettiamo le vecchie ricette sbagliate, non tolleriamo il peso crescente delle nuove disuguaglianze. Andremo quindi in ricerca dei vecchi e nuovi nodi da sciogliere e dei segnali di innovazione da coltivare, dentro e oltre le nostre frontiere. Siamo internazionalisti per necessità, oltre che per vocazione. I tragici fatti di questi giorni [attentati di Parigi ndr] confermano che l’indagine giornalistica deve superare l’anacronistica distinzione tra interni ed esteri per capire i fenomeni. Non vogliamo né possiamo interpretare l’Italia [o qualsiasi altro Paese ndr] come un universo autarchico.

Racconteremo la realtà usando il filtro dell’economia. E cercheremo nelle pulsioni culturali il possibile acceleratore dei processi di cambiamento. Non ci occuperemo di politica come ininterrotto chiacchiericcio attorno al potere, ma di politiche. Spingeremo la nostra curiosità nella zona grigia tra potere economico e potere politico, per monitorare le dinamiche reali che la governano: per questo ci è parso necessario mettere subito sotto la lente, tanto più dopo l’attacco a Parigi, l’opaca galassia di quei sovrani d’Oriente che scorrazzano nei mercati. Indagheremo su lobby e privilegi, e in generale su tutti quei fattori che premiano l’economia della rendita, bloccano la mobilità sociale, e fanno dell’Italia [e del mondo ndr ] un Paese sempre più asfittico.

Ma un giornale, com’è noto, non si racconta: si fa. Cominciamo da questo numero, provando nel nostro piccolo a contribuire al domani. Con l’ambizione di fare il giornale che ci vuole.”

Luigi Spinola – Roberta Carlini


Non avrei saputo dirlo meglio. Ho sottolineato le affermazioni che mi appartengono in quanto in esse da sempre mi riconosco.

Grazie a tutti coloro che danno vita a Pagina99.


1 dicembre 2015

lunedì 26 gennaio 2015

#Pagina 99 non è più in edicola.

Apparso da appena un anno di questo quotidiano del weekend, come viene definito, perché esce il sabato ed è un settimanale, non c’è più traccia. Un vero peccato. A parte alcuni refusi tipografici, un’ottima lettura. Varietà di contenuti, approfondimento soddisfacente anche per i più esigenti, buono per la divulgazione, impaginazione efficace. Resiste online, questo sì, ed è un bel sito, immediato, fatto bene, anche se manca una pagina sulla redazione, ma, in ogni caso, non è accettabile stare sempre e comunque, ogni ora del giorno, davanti a un maledetto video o monitor, o quello che è. La presenza in edicola per questo resta un valore. La carta stampata la si maneggia, ci si ritorna. Si sottolinea, si ritaglia, si passa a un amico. E con tutta la mediocrità che gode del privilegio dell’inchiostro, non dobbiamo permettere che questo giornale sparisca. E non mi si venga a parlare di disboscamenti e inquinamento. Come se lo spazio virtuale fosse un’alternativa pulita. I mega Data Center non sono esattamente a zero impatto ambientale. Il problema ecologico c’è, è serio e va affrontato in entrambi i casi, ma qui si parla di altro. Del diritto a essere presenti in una realtà divulgativa, diffusa, e il cui peso è più che rilevante, la realtà della carta stampata, al cui interno serietà e impegno sono merce tanto preziosa quanto sempre più rara.
Sul sito di #Pagina 99 scrivono che si stanno impegnando per riprendere con l’edizione cartacea accanto a quella web: le due vie si completano e fanno parte di un progetto editoriale legato al sogno di cercare di capire le cose e di voler condividere questo intento con il maggior numero di persone. E questi sono sogni da difendere e sostenere.

"Aiutateci a non farci dimenticare troppo presto. E a tenerci vivi." - See more at: http://www.pagina99.it/news/partecipa/7827/Non-perdiamoci-di-vista.html#sthash.RkeirI5x.dpuf



gennaio 2015


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