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mercoledì 9 ottobre 2019

MARGA MEDIAVILLA VERSUS JOHN GRAY

Ho letto, entrambi sull'ultimo numero di luglio di Internazionale, l'articolo di John Gray sulle illusioni degli ambientalisti e quello di Marga Mediavilla in risposta a John Gray. Le posizioni sono opposte. Mentre leggevo il primo, ignara di quello successivo, avevo segnato a margine alcune considerazioni alcune delle quali ho poi in parte ritrovato, ben argomentate, nell'articolo di risposta. Allo stesso modo nell'articolo di Mediavilla ho trovato passaggi su cui discutere. Ritengo che entrambi dicano cose vere ma le loro visioni restano parziali. A mio parere i loro diversi punti di vista vanno considerati unitamente e possono essere complementari.

Con una buona dose di ragione Gray sottolinea l'illusorietà dell'efficacia delle misure, apparentemente drastiche, per la riduzione delle emissioni o l'azzeramento delle stesse entro il 2050 come proposto da alcuni Paesi dell'Unione sull'onda dei movimenti Fridays for Future e Extinction Rebellion. Inefficaci come come tutti i provvedimenti urgenti che puntualmente, come usanza ai summit, vengono differiti ai decenni successivi. Misure e provvedimenti che non tengono conto, ad esempio, di meccanismi, quali quelli di retroazione che possono amplificare (retroazione positiva o feedback positivo) o diminuire (retroazione negativa o feedback negativo) gli effetti di un cambiamento e che rispondono solo a dinamiche di convenienza elettorale.

Gli stravolgimenti ormai sono insiti nel sistema. Né cortei di protesta né summit alla mercé delle lobbies potranno mai determinare una soluzione degna di tal nome. Ciò non significa che possiamo allora fregarcene ma non possiamo nemmeno illuderci. Nostro malgrado, sit in, manifesti, raccolte di firme, in buona parte procurano solo autocompiacimento e non posseggono, per un'intrinseca debolezza dei movimenti di massa, la forza per scalzare il potere offrendo una meditata e concreta alternativa. Laddove la determinazione individuale si indebolisce nell'illusione di una maggiore forza collettiva, al venir meno dell'impeto trascinante di questa, essa rivela la propria debolezza. Abbracciati o nascosti dal fiume in piena, nel lasciarsi trascinare dalla corrente si rilassa il tono muscolare e si dimezza il potenziale d'impatto dei singoli, che se tale rimanesse, nel sommarsi determinerebbe una potenza finale nettamente superiore a quella normalmente riscontrabile nei movimenti di massa. La percezione di una distribuzione del pericolo e della responsabilità su tanti, fa sì che singolarmente si allenti l'impegno. Nella perdita d'identità si lascia spazio al nemico, quale che sia, ed è sufficiente una preda buttata nel mezzo della piazza per generare scompiglio, incertezza, disgregazione.

Il confine tra la forza derivante dalla condivisione di un obiettivo e la perdita della determinazione individuale necessaria a raggiungerlo, proprio a causa dell'affidarsi a un'entità più grande ma, di fatto, acefala e pertanto inesistente, è molto sottile.

Insomma, non c'è scampo? Dobbiamo dunque arrenderci a un futuro in cui pochi, nelle proprie ipertecnologiche torri protese verso il cielo o sepolte sotto terra, godranno di uno stile di vita degno e si compiaceranno di ammirare i resti della biodiversità in asettiche oasi e riserve, mentre il resto dell'umanità lotterà per la sopravvivenza? O possiamo e dobbiamo ambire a qualcosa di meglio?

D'altro canto attribuire però una sorta di pensiero magico agli ambientalisti, tacciandoli di scarso realismo, è eccessivo e offende chi tanto seriamente si dedica a cercare di risolvere le cose ed è doveroso difendere l'operato di chi tenta con i mezzi a disposizione di dare un impulso di movimento in direzione contraria alla tendenza dominante.

Ugualmente Gray ha ragione quando sottolinea che parlare di ambiente senza tener conto della situazione geopolitica mondiale è naïf. L'eccellente saggio di Leif Wenar affronta la questione in modo molto chiaro ed efficace. Ma Gray sbaglia, invece, quando afferma che l'abbandono dei combustibili fossili creerebbe solo disordini sociali su larga scala. Gli esempi che porta sono validi e certamente sarebbe necessario attraversare un periodo di assestamenti anche drammatici ma ciò non è prova che la transizione a un nuovo assetto energetico e sociale sia impossibile.

Inoltre l'utilizzo della tecnologia per migliorare la qualità della vita anziché per incentivare la produzione, nell'ottica di un'economia da stato stazionario, non ha senso solo per i miopi. A ciò si aggiunge il problema demografico: Mill diceva bene quando si augurava che i posteri accettassero di essere stazionari prima di essere costretti a diventarlo per necessità. Eppure, nella nostra vecchia Europa, mentre esecriamo che altrove si prolifichi a spron battuto perché consapevoli del danno inevitabile di una popolazione in crescita esponenziale, continuiamo a lamentarci della scarsa natalità nelle nostre nazioni e auspichiamo un'inversione di tendenza. Eppure una buona regola dovrebbe valere per tutti, a prescindere dall'origine geografico culturale. E, in ogni caso, come non mi stanco di affermare, le risorse sarebbero ancora sufficienti per tutti. Se però l'alternativa ai fossili implica automobili elettriche per la cui produzione serve il doppio dell'energia rispetto a una vettura convenzionale, estrazione di metalli rari per le batterie, o automobili a biofuel quindi monoculture per biocarburanti, e se per far crescere il Pil si incendia e deforesta per coltivare mangimi per le nostre amate bistecche, allora siamo punto e a capo. Va interdetto tutto ciò che si accompagna all'aggettivo intensivo. Colture ed allevamento intensivi in primis. Ma, a quanto pare, conta solo aumentare le esportazioni. L'unico dictat resta accumulare ricchezza. Ribaltare tale sistema, Gray non ha torto, scatenerebbe disordini e conflitti ma questi già ci sono e non potranno che aumentare di intensità e diffusione. Rinunciare all'idea di uno stravolgimento del nostro sistema socio economico non è quindi meno illusorio che prodigarsi perché esso avvenga. Il modello di economia che abbiamo eletto sovrano non può, per sua propria natura, accettare vincoli e limiti. Nulla è impossibile per esso, meno che mai la crescita infinita, con buona pace di entropia e termodinamica. Come credere dunque che proseguire su questa strada sia meglio che batterne una nuova?

La visione di un futuro con produzione sintetica di alimenti e concentrazione della popolazione in centri urbani ad altissima densità, abbandonando gli spazi naturali a se stessi in modo che si rigenerino mi attrae anche perché tiene conto con maggiore realismo del contesto in cui viviamo. Proposte come decrescita e agricoltura biodinamica purtroppo sono fuori tempo massimo. D'altro canto è una strada che va perseguita, perché è meglio, come dice Mediavilla, decrescere meglio che decrescere peggio, visto che nella decrescita* ci siamo fino al collo comunque.

Per secoli, nel nostro percorso verso la laicità, siamo stati incoraggiati a credere di avere sulla vita quel potere per secoli attribuito a dei inesistenti e oggi tale convinzione ci si ritorce contro perché ci ha resi incapaci di ritenerci parte di un unicum. Nonostante ciò perseveriamo in un delirio di onnipotenza alimentato dalla cupidigia di pochi individui molto determinati e dalla dabbenaggine, dalla disonestà, e dall'ignoranza arrogante di tanti amministratori della res publica. Come proclamò George Bush senior, il nostro stile di vita non è negoziabile. L'idolo è lì sul piedistallo. Noi siamo perfetti e in grado di fare ciò che vogliamo senza pagare dazio. Quindi chiunque pretenda un approccio realistico con problemi quali, ad esempio, il cambiamento climatico, da causa antropica o meno che sia, è ritenuto un disfattista.

Gray afferma che compito della scienza è determinare leggi universali indipendenti dalle convinzioni e dai valori umani. Concordo riguardo alle convinzioni. Riguardo ai valori invece sta a noi riuscire a mantenere vivi e forti principi etici e giustizia all'interno di un contesto dato per quanto difficile si presenti.

Mediavilla definisce le soluzioni di Gray rattoppi, la sua fiducia nelle invenzioni degli ingegneri illusoria. Soltanto chi è ancora convinto che le risorse siano illimitate, la più grande e deleteria utopia degli ultimi due secoli, può pensare che tacitare gli ecologisti e affidarsi alla sola innovazione tecnologica sia la soluzione. Ma credere di poterne farne a meno è altrettanto ingenuo che credere ciecamente in essa.

Mediavilla ritiene la critica di Gray nei confronti dei movimenti ecologisti puro disprezzo ma non è proprio così. Gray analizza i fatti. Se è innegabile infatti l'importanza di sostenere i gruppi ambientalisti d'altro canto è chiaro che il loro operato è insufficiente. Non hanno il potere necessario.

Giusta, in conclusione, e l'unica che abbia veramente un senso, l'affermazione finale di Mediavilla sul fatto che stiamo comunque già decrescendo e dobbiamo solo decidere se farlo bene o male. Proteggendo la biosfera e la società o alimentando le disuguaglianze. E tocca appunto a noi decidere.


* quanto ci raccontano di economia in crescita non si riferiscono alla realtà tangibile delle cose ma, in soldoni, alla crescita finanziaria determinata da scommesse sui futures, da dividendi, ristruttturazioni, delocalizzazioni, costo del lavoro al ribasso, esternalizzazione dei costi indiretti/passività che così vengono espunti dal conteggio, e via elencando ogni espediente per far quadrare i conti in positivo e dichiarare uno stato di salute inesistente.


Ottobre 2019


lunedì 15 luglio 2019

SISTEMA BIOSFERA

L'unica specie a concepire l'idea di futuro, pertanto in grado di guardare avanti, oltre le istintive necessità prossime, siamo noi. Gli unici capaci di riconoscere intellettualmente (e, badate, non ho scritto intellettivamente, ché ciò riesce a tutte le specie...) le opportunità utili alla sopravvivenza. Eppure i fatti sembrano provare il contrario. Forse perché siamo eccessivamente concentrati ognuno sulla propria singola sopravvivenza individuale. Sulla propria e su quella di pochi intimi e affini. Non riusciamo a pensare a noi stessi come parte di un biosistema. Il senso di unicità che ci contraddistingue, e che ha permesso ad alcuni individui di eccellere, ci illude di esserne al di fuori.

A un certo punto della storia umana è subentrato un qualche elemento che ha accelerato questo senso di estraniazione, l'illusione di essere separati dalla natura*, la convinzione alla base della nostra cultura di essere la forma di vita superiore sulla terra. Mentre, al contrario, il solo pensare ciò è da considerarsi un disturbo psichico vero e proprio, una forma di disadattamento, di scollamento dal reale, al pari di altri per i quali riteniamo doverosa una cura. Infatti la presunzione di tale superiorità non è supportata da alcuna verifica fattuale. Ciò che ci dice la scienza è che, per vari motivi, troppo lungo qui entrare nel merito, abbiamo goduto di un canale preferenziale nell'evoluzione e ci siamo evoluti fino a ottenere complesse e stupefacenti forme espressive non riscontrabili in altri animali (animali che, tuttavia, ne posseggono di diverse e altrettanto stupefacenti). Leggendo, se necessario più volte, la precedente frase dovrebbe essere evidente a tutti che utilizzare tale preconcetto come fondamenta della nostra superiorità di specie, non funziona. Non dice quella cosa lì. Ne dice un'altra, di cosa. Per spiegarmi. Una serie di semplici domande. Se io non riscontro una cosa, questa cosa non esiste? Il non riscontrare in un altro un livello di evoluzione pari al proprio nega che questi possa possederne uno superiore? In quale realtà logica l’evoluzione esprime un valore qualitativo? Forzatamente l'evoluzione di chi cerca riscontro è da considerarsi il metro di misura universale? Giusto così, per ragionarci sopra.

Dunque perché affermiamo con tanta convinzione di essere il risultato sommo dell'intera storia biologica? Per sentirci liberi? Svincolati da oneri etici e leggi fisiche? Quindi per paura della morte? Esposti al rischio delle contingenze, siamo a tal punto spauriti e fragili ?

Anziché ammirare la perfezione del sistema universo ce ne vogliamo affrancare nella vana ricerca di una salvezza che, invece, si rivelerà rovina. Umano, molto umano, forse troppo*. Difficile accettare che la nostra personale esistenza sia a tempo determinato. Ma così è e così deve essere, pena la fine della vita. Questione di entropia. Difficile accettare di dover, a un certo momento, terminare. Vorremmo non toccasse mai a noi ma l'unica cosa che possiamo fare è tentare di morire bene. Poter dire nell'ultima ora, sono felice, come suggeriva Solone. E per morire bene bisogna vivere bene. Non intendo senza problemi ma con dentro sempre chiaro e forte il significato dell'esistere. Purtroppo, però, pochi tra noi riescono in questo, e maggiormente coloro che sono a contatto stretto con la natura. La maggior parte delle persone però non ha questa fortuna. Crediamo dunque di sapere tutto ma non sappiamo nulla o ben poco. Tutta la nostra scienza, se commisurata alla realtà, è primitiva e infantile. Dovremmo, prima di ogni altra cosa, attendere alla comprensione della natura, tornare ad essa, ascoltandone le armonie anziché tentare di modificarla. Invece, i molti che vivono in stretto rapporto con un habitat naturale, oggi, subiscono principalmente le ricadute, spesso drammatiche, dei nostri abusi. La natura nemica. Se nell'antichità lo era per il proprio manifestarsi, a volte improvviso e violento, in forme e modi che l'uomo non poteva contrastare, ora giorno dopo giorno essa ci restituisce la morte che le abbiamo procurato. Terre morte, acque tossiche, aria contaminata, cibo infetto. Brontoliamo un po' ma non tentiamo un salto di qualità. Rinunciamo a priori a qualsiasi ipotesi di luce.

Esploriamo lo spazio ma nemmeno questo ha il minimo effetto su di noi in termini di comprensione e quindi di guarigione. Cerchiamo altre forme di vita altrove e ignoriamo quelle che ci circondano, di molte delle quali non sospettiamo neanche l'esistenza. Abbiamo identificato meno di 2 milioni di specie su un totale stimato tra 7 e 15 milioni (probabilmente sono molte di più). Una perdita del 10%, media calcolata nell'arco dei prossimi tre decenni, indica che assisteremo alla scomparsa di decine di migliaia di specie, molte delle quali non hanno un nome. Perfino per quelle che lo hanno, non saremo in grado di indicare il momento in cui si estingueranno. Sono come "morti viventi", specie destinate a morire perché i loro habitat sono diventati troppo piccoli. I tassi di estinzione attuali procedono a ritmi cento volte superiori a quelli naturali preistorici. E per il futuro, il tasso di estinzione subirà una probabile accelerazione di oltre mille volte maggiore rispetto a quella naturale preistorica, dal momento che la deforestazione delle aree tropicali distrugge anche gli ultimi rifugi di molte specie. Oltre all'estinzione, inoltre, esiste un fenomeno più nascosto che è quello della defaunizzazione e cioè della diminuizione del numero di individui, del peso quantitativo di una specie, della sua biomassa. Una sorta di annichilimento biologico che alla fin fine patirà in primis chi sta in cima alla catena alimentare. Noi. Anche perdere solo un 20, 30% di una specie può determinare la sparizione di altre, in un effetto domino non arrestabile che porterà al collasso del sistema.

Egoismo, politica, gestione economico finanziaria, ci illudono però che la vita consista solo degli elementi di cui l'abbiamo riempita. Nient'altro. Tutto il resto è accessorio. Ogni considerazione che riguardi quanto sentiamo estraneo a ciò che abbiamo deciso essere il mondo è opinabile quando non ignorabile. L'ambiente in cui viviamo e che abbiamo creato conferma l'illusione della non appartenenza al ciclo vitale.

Dopo la rivoluzione industriale abbiamo perso il precedente sistema di vita che era rigenerativo e siamo passati al dogma dell'inesauribilità. Prima tutto veniva dal sole che rappresentava la quantità massima di energia a nostra disposizione, sufficiente all'incirca per un miliardo di persone sul pianeta. I combustibili fossili e la rivoluzione agricola hanno accelerato i processi di produzione e l'incremento demografico, e ora non riusciamo più a fermarci. Dal 1800 al 1930 siamo passati da 1 miliardo di persone a 2 miliardi. Nei successivi 30 anni siamo passati a 3 miliardi. Nei vent'anni seguenti, dal 1960 al 1980 siamo raddoppiati e giunti a 6 miliardi. Dopodiché un leggero rallentamento ma siamo comunque alla soglia degli 8 miliardi e nel giro di una trentina d'anni arriveremo a 10 miliardi. Sarebbe a dire decuplicati in 150 anni con solo più un decimo della superficie terrestre libero dall'impatto dell'attività umana. E come ci siamo organizzati per questo condominio sovraffollato? Commerciamo emissioni, trasformiamo la gestione dei rifiuti in un allettante affare, li “esportiamo”, e ne ricicliamo meno del 10% a livello mondiale. Ricopriamo la terra ogni anno di tanto cemento da poterci fare una colata sull'Inghilterra intera e disboschiamo al ritmo di trenta campi di calcio al minuto. Basiamo la nostra esistenza su un'economia di rapina, sulla cultura del rinvio e dell'approssimazione. E per quello che non vogliamo vedere, residui mefitici e tossici del nostro operare, tutto in fondo al mare come sotto al tappeto. Fino a quando cercheremo di coltivare terre sterili, lontani da coste allagate, sottoposti a un clima ostile e finalmente capiremo di dover sopravvivere su quel che resterà del pianeta. Eppure.

Capi di Stato provano a eliminare ministeri dell'ambiente, vedi il tentativo di Bolsonaro, evangelici sostengono lobby delle armi, mafie si ripuliscono nel rinnovabile, governi regalano terre e risorse in cambio di sostegno militar elettorale,… Investiamo esclusivamente in attività intensive, agricoltura a monoculture e allevamenti, promettiamo transamazzoniche e vie della seta, prosciughiamo o avveleniamo falde acquifere, facciamo a gara per la diga più grossa e per la trivella più lunga, sottraiamo nutrimento alla terra, le fracassiamo l'ossatura, la scortichiamo.

Sbraniamo a testa bassa.

Oggettivamente come possiamo pensare di sfangarla? Vista e considerata la nostra scelleratezza. Hanno portato al tavolo un menu ricco di ogni ben di Dio e noi abbiamo ordinato tutto, alcuni han preso parecchi giri di portate e ora, dopo soli duecento anni di bagordi, il cameriere ha portato il conto e non c'è portafogli in grado di saldarlo.

E noi, commensali, che facciamo? Sorridiamo, forse appena imbarazzati, e al cameriere facciamo con le dita cenno, Segna, segna sul conto.

A volte penso che i nostri eccessi siano al contempo indice della nostra miseria e il nostro modo migliore per nasconderla a noi stessi. Credo anche che molti, probabilmente, siano in buona fede. Incapaci di vedere.

Siamo così piccoli che sovrastimiamo lo spazio. È l'unica spiegazione. Vittime di una sorta di fallace algoritmo dell'infinitezza. Così come, ad esempio, per la stragrande maggioranza dei brasiliani la foresta amazzonica è “distante”, una sorta di terra di nessuno, contenuto di documentari da divano, ugualmente tutti viviamo le gravi realtà che stanno sfinendo il pianeta e i suoi abitanti come qualcosa che non ci riguarda. Quel famoso senso di estraneità di cui dicevo all'inizio.

Ho letto, qualche tempo fa, la seguente frase: “Le condizioni entro le quali un popolo produce il proprio sostentamento sono quelle che regolano la sua selezione.” Ne ho intuito subito la forza ma ho dovuto leggerla e rileggerla per comprenderne la portata. Un circolo vizioso. Che fa sì che l'essere umano venga a manifestare esso stesso la contaminazione qualitativa di ciò che produce e di cui si nutre o si serve, e più si abbassa il livello qualitativo, gioco forza la successiva produzione sarà su parametri ancor più scadenti, possedendo sempre meno il cervello la capacità di elaborare progetti alti. Avranno più possibilità di sopravvivenza coloro che sapranno adattarsi con inerzia a questi standard sempre più bassi. L'ho sintetizzata così. Diventiamo quello cui ci aggrappiamo.

Si parla molto negli ultimi tempi di cambiamenti climatici, e c'è ancora chi perde tempo a discutere (Ci sono? Ci fanno? Chi lo sa?), mentre la comunità scientifica internazionale, quando non prezzolata, è d'accordo sui punti base della faccenda. Nonostante ciò temporeggiamo. O proponiamo false soluzioni: risibili interventi di facciata, sovvenzionati ad esempio dall’UE, che non sfiorano neanche idealmente le cause prime. E quando si metterà al peggio (e direi che ci siamo)? Finché avremo ancora per ognuno di noi di che continuare a vivere come siamo abituati ci sembrerà ragionevole credere che una soluzione verrà comunque trovata. Ma è proprio su questo verrà che bisogna ragionare. Verrà da chi? Verrà quando? Verrà come?

Abbiamo eletto l'avidità a sistema e abbiamo svenduto la vita nostra e quella della nostra discendenza. Non riusciremo mai a legiferare in maniera saggia e lungimirante perché abbiamo ceduto ogni autorità. Non ci interessa capire come funzionano le cose ma solo usarle e illuderci di possederle. Ci preoccupiamo, ad esempio, solo di imparare a sfruttare le potenzialità delle applicazioni dei nostri devices ma ci è del tutto indifferente comprendere come vengano realizzati, come funzionino, cosa comporti la realizzazione dei benefici di cui usufruiamo. Insomma non siamo curiosi di vedere cosa c'è dietro, cosa c'è “dentro”. L'approccio logico e analitico dei fatti ci pare sofisma da perditempo.

E poi ci rassicurano. Dicono, alcuni, che la fine dell'umanità è lontana. Mi piacciono queste verità che nascondono un inganno. È una sfida smascherarle. Probabilmente è vero che la fine dell'umanità, in quanto specie, è, relativamente, lontana. Si estinguerà infatti solo la gran parte di essa. Prima diminuirà, come accade per gli altri animali, la biomassa, cioè la quantità di individui, il peso ponderale della specie. Una parte riuscirà sicuramente a far fronte agli stravolgimenti incalzanti. Da chi sarà costituita questa parte?

È qui che ognuno di noi sarebbe tenuto a entrare in gioco. La ribellione allo status quo è stato sovente origine di progresso e rinascita sociale ma come portare persone non colpite direttamente da un problema a interessarsene? Come riuscire a far passare il concetto su ciò che è legittimo e ciò che non lo è, nel momento in cui l'effetto, apparentemente, non ci tocca?

Forse partendo dalle basi. Esiste un sistema dato A, la biosfera, che comprende anche noi, e un sottosistema B, che potremmo chiamare sinteticamente economia, all'interno di cui operiamo. Il sistema A è fisso, il sottosistema B è in espansione continua. Deduzioni e conclusione le lascio a voi.

In passato la natura ci forniva tutto gratuitamente, oggi per ottenere un risultato vagamente paragonabile dobbiamo spendere decine di trilioni di dollari all'anno. Per quanto evoluta e sofisticata, nessuna tecnologia è in grado di darci ciò che la natura può offrire in un contesto rigenerativo. Siamo indubbiamente troppi, però potremmo impegnarci maggiormente.

Finché però per ogni carico di prodotti ne corrispondono una trentina di rifiuti, finché si spendono centinaia di miliardi di dollari ogni anno in pubblicità o in sovvenzioni all'agricoltura intensiva, finché si spende in armamenti ogni anno l'equivalente di intere economie nazionali, o si persevera nell'iperproduzione di beni non durevoli, e in buona misura superflui, finché adoreremo l'idolo dell'All you can eat, non ne verremo fuori.

Serve un cambiamento culturale innanzitutto. Dobbiamo ricominciare ad apprendere per esperienza diretta, smettere di essere fruitori passivi di una realtà preconfezionata, risvegliarci.

Inebetiti abbiamo smarrito il senso della bellezza del mondo. Siamo alla continua ricerca di qualcosa che ci manca senza sapere più cosa abbiamo perso e che determina il senso di mancanza che proviamo. Dobbiamo renderci conto delle forze globali che influenziamo e che a loro volta gioco forza influenzeranno la nostra vita. Dobbiamo fare atto di umiltà e ammettere di dover rivedere tutta quanta la faccenda.

È stata globalizzata un'aspettativa di stile di vita senza prima misurarla, senza calcolarne l'impatto.

Se non è da psichiatria perseverare in questa direzione, cosa lo è?

Siamo certi di tante cose, abbiamo costruito su queste certezze tutto quanto ma esse, a parte quella della nostra fallibilità, sono quasi sempre un inganno. Le usiamo per consolarci, reduci da disastri. Per appoggiarci quando neghiamo un dubbio. Un'illusione cui indulgiamo e che induce l'uomo a ricadere periodicamente nell'oscurità.

Cosa potremmo fare dunque? Potremmo intanto provare a capovolgere la prospettiva e anziché giustificare la nostra inerzia con una fantomatica impossibilità a risolvere la questione, iniziare a dire: Che bello! Quale grande occasione di rendere questo periodo storico quello del grande cambiamento. Le tecnologie non possono risolvere tutto ma intanto potrebbero, se usate nel modo dovuto, ridurre il nostro impatto di un buon 60%. Poi potremmo rallentare un po', goderci di più la vita e cercare di essere più intelligenti.



* Per quanto non ne condivida i contenuti se non in alcuni passaggi, trovo stimolante la lettura de “Estetica postumanista” di R. Marchesini