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giovedì 26 marzo 2026

INTERMEZZO N.4

 Su una panchina in attesa di mia madre.

A una decina di metri tre uomini parlano. 

Mi arrivano battute di un discorso iniziato prima del mio arrivo.

Sta parlando il più vecchio, un personaggio sui settanta suonati da un po'.

"... se li davano a me 15.000 mi pagavo una ragazzina per leccargliela tutta la notte..."

Gli altri due forse ammiccano, non so. Di certo colgo un certo imbarazzo nel loro volgersi a rassicurarsi che nessuno abbia udito. Io non do mostra d'attenzione.

Il vecchio riprende a parlare, mitiga il tono di voce ma di nuovo l'enfasi lo prende.

"... erché in quel terreno mio grande ci metterei uno bello strato di paglia e a tutti quelli lì ci darei fuoco, fuoco ci darei, altroché!"

FINE

sabato 4 gennaio 2014

RIVOLUZIONE 4

Durante la rivoluzione del 9 dicembre 2013, a Imperia, è stato bloccato un carro funebre. Un gruppo di manifestanti irriducibili ha leso i diritti di qualcuno e ha quindi contaminato irrimediabilmente il senso della “rivoluzione”. Se tale in qualche modo vogliamo considerarla.

A distanza di giorni ho scoperto che il corpo nella cassa dentro al carro apparteneva a un individuo responsabile del fatto che la figlia maggiore si sia impiccata ad agosto.

Subito un moto di soddisfazione. Poi di frustrazione e vuoto. Perché, per quanto abbia voluto vederci un segno di giustizia divina, di giustizia non si è trattato e l'unica persona che ne ha patito è stata la figlia minore, sola ad accompagnare i resti del padre.

Rimando al post "Pena di morte" del 2 ottobre.


19 dicembre


Tutti i diritti riservati

mercoledì 2 ottobre 2013

PENA DI MORTE

Ho letto, su Internazionale n. 1018, l’articolo di Revati Laul sulla condanna capitale degli stupratori del 16/12/12 a New Delhi.

Sono contraria alla pena di morte. Non porta da nessuna parte. E credo che molti comportamenti e atti criminali siano causati da problematiche fisiche, masse che premono zone del cervello che non dovrebbero premere, disfunzioni chimiche, e credo che poter individuare ogni volta determinare le cause reali (come in alcuni casi è già avvenuto) e restituire serenità alle vittime, ai parenti delle vittime, e a chi tali comportamenti e atti non avrebbe tenuto e compiuto se non fosse stato vittima di una patologia, sarebbe una gran cosa. Non comminare pene in relazione al reato ma poter valutare caso per caso.

E penso che, sempre e comunque, si debbano mettere azioni, quindi cause, positive. Non vendetta, non rancore, ma comprensione e capacità di accogliere. Ciò comporta uno sforzo, un atto di volontà, un superamento del proprio personale punto di vista, ma è questa l’unica strada che può portare a un risultato positivo. Quindi sono d’accordo con l’autore dell’articolo.

Ma so anche cosa significa essere abusata e violentata. Lo so come bambina e lo so come donna. Quando ho letto i dettagli dello stupro mi sono immaginata là distesa, ho immaginato il dolore fisico straziante e il terrore, e ho pensato che per esseri viventi in grado di compiere certi atti la chirurgia e la chimica potrebbero solo portare ad annullarne totalmente le facoltà, non certo a guarire. E che la morte sarebbe troppo poco. Dovrebbero trascorrere il resto della vita in uno stato di eguale terrore e per sempre. Dobbiamo una buona volta accettare che non bisogna sentirsi in colpa nell’odiare chi arriva a tanto. Perché è quel genere di rabbia che se non esce, resta dentro e scava, scava, corrode, e si moltiplica e ci fa ammalare senza scampo. Fino a morire.


Conosco un uomo di 92 anni, ricoverato in ospedale per una brutta bronchite. Trentotto anni fa iniziò ad abusare della figliastra quando questa andava a trascorrere le vacanze estive presso la madre, e lo stesso comportamento tenne con altre bambine e con donne clienti del suo negozio. L’età e l’avvenenza erano secondari. Il padre naturale della bambina per la rabbia e il senso di impotenza iniziò a bere e si trasformò in un’altra persona fino a lasciarsi morire a soli 48 anni. Anche alla propria figlia piccolissima, abituata a dormire nel lettone dei genitori, in assenza della madre, quell’uomo laido non risparmiò toccamenti reciproci. L’aveva fatto anche con la figlia di primo letto e con una nipote, e persino con la suocera. Raggiunta l’età della pensione tenne corsi di disegno per i bambini del piccolo paese in cui abitava senza che nessuno avesse il benché minimo sospetto di chi fosse in realtà la persona a cui i figli venivano affidati. Anni dopo, al momento del ricovero per la bronchite, la figlia del primo matrimonio che, pur continuando a subire angherie, lo aveva cura presso di sé, trovò tra le sue cose un elenco di nomi femminili. In tale occasione si confrontò con la sorella più giovane di secondo letto e scoprendo che questa da anni non parlava alla sorellastra, perché secondo lei le accuse di questa erano frutto di fantasia, avendo rimosso quanto lei stessa aveva subito in tenera età, le disse di riprendere i contatti, che era tutto vero e che il loro padre era una persona terribile. Pochi giorni dopo, questa donna, ormai più che sessantenne, s’impiccò a un albero in campagna. Nessuno disse all’uomo in ospedale dell’atto estremo della figlia maggiore, nessuno gli disse proprio niente di niente. Troppo anziano e malandato per un simile colpo! L’elenco di nomi come se non fosse mai esistito. Ora quest’uomo sta per essere portato in un ricovero, perché la figlia più giovane non ha modo di prendersene cura in casa, e quando morirà al suo funerale ci sarà molta gente in lutto, tra cui molti ex partigiani come lui. Se ne loderanno le imprese e le qualità e tutto resterà sotto silenzio, e gli omicidi, se pur indiretti che ha commesso, impuniti. E gli abusi come mai compiuti.

Di queste vicende tenute nascoste ce ne sono tantissime, e tantissime sono le vite rovinate malamente, e che uno stronzo simile la passi liscia mi fa ribollire il sangue.

E capisco chi vuole la testa di chi ha sventrato quella ragazza.


Ottobre 2013


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martedì 9 aprile 2013

MOLESKINE 2

Parole o immagini?

Per le parole nessuno ha più tempo. Né di leggerle, né di ascoltarle.

L'immagine è il segno del nuovo linguaggio.

Denunciare la tortura, la guerra, la violenza, la fame, attraverso la diffusione di fotografie spietate dovrebbe scatenare lo sdegno e imprimere agli animi una spinta verso un cambiamento profondo.

Lo stesso risultato sarebbe possibile spiegando tutto quanto sta a monte della tortura, della guerra, della violenza, della fame. Dalle implicazioni economico-politiche, alla consapevolezza che la crudeltà fine a se stessa è una predisposizione umana più comune di quanto si creda. Spiegazioni per poter attribuire le responsabilità a tutti coloro cui vanno attribuite.

Ma tale processo, inevitabilmente più lungo e complesso, rischia di incontrare l'attenzione solo di quella sparuta cerchia di individui che si ostina a voler capire le cose, cercando la connessione tra esse.

E poi, per faccende come la tortura, la pedofilia, l'eccidio, non serve conoscere cause e concause per opporre un netto rifiuto. Un rifiuto che deve (!) sorgere spontaneo. Quindi un'immagine.

Ma le immagini liberano?*

Inducono realmente una riflessione? O soltanto suscitano un'emozione forte ma momentanea?

Alla fine anche le immagini più sconvolgenti lasciano appena una scia di nausea e l'idea confusa di qualcosa che non va.

Poi decadono sul fondo dell'animo in successiva stratificazione, humus per un cinismo rassegnato e imbelle che ci obbligherà a una maggior dose di schifo, la prossima volta, per avere almeno un sussulto di umanità.

gennaio 2012

AGGIORNAMENTO

* (2023) Direi, a questo punto, che il quesito che mi ponevo è divenuto obsoleto. Che, nel frattempo, abbiano vinto le immagini nella loro più vasta declinazione, non c’è dubbio, solo che non sono più quali le abbiamo sempre considerate, cioè riproduzioni fedeli di qualcuno o qualcosa. La pervasività dell’AI ci ha tolto quell’ultimo puntello di riferimento. Inoltre, essendo io appassionata di robotica, intelligenza artificiale, ricerca di algoritmi, so che quanto utilizzato dai più, soprattutto nei social, (dal fotoritocco, ai video manipolati, dalla creazione di testi alle conversazioni con Gemini e parenti, e via così sbizzarrendosi), è veramente un nulla rispetto alle reali potenzialità dell’AI. Prova ne è stata la frustrazione (ho voluto provare) di avere a che fare con un AI incapace di svolgere adeguatamente un banalissimo lavoro di correzione. Alla fine sono finita a chiacchierare con lei (o lui, a piacimento) domandando se era consapevole dei propri limiti rispetto alle reali potenzialità di un AI. Potenzialità utilizzate sicuramente solo in altri circoscritti ambiti. Almeno a tali domande ha fornito risposte soddisfacenti per quanto inconsapevoli. L’utilizzo di tale, per molti, inquietante attributo comporterebbe una trattazione a sé ma non qui. Riconosco però di essere molto attratta dall’idea di un AI senziente. Sarà la disperazione.

Mi sto perdendo, lo so. Quello che volevo dire, in sintesi, è che ormai anche quando guardo un documentario sugli animali dubito di ciò che mi viene mostrato. Stiamo proprio messi bene.



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