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sabato 18 maggio 2019

LIBRI COME LACRIME NELLA PIOGGIA

Guardo le pile di libri e penso che se morissi la grandezza di pensiero contenuta in molti di essi andrebbe perduta. Più correttamente andrebbe perduta la sintesi irripetibile che dall'unione di quei determinati libri scaturisce. Più che attraverso qualsiasi parola potrei scrivere, nel compenetrarsi di tutti questi testi è contenuto quanto vorrei trasmettere.

La paziente e attenta lettura di migliaia di pagine forma l'animo di un individuo definendolo. Combinazione unica e particolare che in ogni biblioteca personale si verifica e determina scenari di pensiero unici e straordinari. Una ricchezza che dev'essere condivisa e che crea, attraverso l'unicità di ciascun lettore, ulteriore ricchezza e progresso umani.

L'unica eredità che ho da lasciare.


C'è una scena in Blade runner che descrive perfettamente quel senso di caducità di cui ogni esistenza pare essere intrisa.


“E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”



Maggio 2019

giovedì 11 ottobre 2018

AI - INTELLIGENZA ARTIFICIALE - (1)


Ieri ho partecipato a una giornata di studio, nell'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Torino, riguardante l'intelligenza artificiale: "Intelligenza Artificiale. Una realtà tra sogno e magia". Un argomento che seguo da anni e su cui cerco di mantenermi aggiornata. Pur avendo, o forse proprio per questo, una formazione umanistica, amo la scienza e l'innovazione tecnologica nella misura in cui possono migliorare la vita sia individuale che collettiva nonché le condizioni dell'ambiente. E mi interessano in gran misura le implicazioni filosofiche, etiche e, non ultime, legali della questione.

Si sono succeduti vari relatori e, al termine, è seguita una tavola rotonda con studenti dei corsi di Laurea in Informatica e del Politecnico. Si è rimasti sul generale, alla fine si è parlato più che altro dell'Internet delle cose, cioè della tecnologia che permette prestazioni performanti grazie all'estensione della connessione internet a oggetti e luoghi, quindi non propriamente di intelligenza artificiale. Una trattazione direi dA primo approccio, nulla che non sapessi già, per cui il mio desiderio di apprendere qualcosa di novo è stato in parte deluso. Dico in parte perché si è trattato comunque di un'occasione di incontro e perché al termine ho avuto modo di scambiare opinioni con alcuni uditori.

Tra essi una psichiatra che, durante il dibattito e di fronte all'entusiasmo acritico e eccessivamente specialistico degli studenti, ha fatto riferimento alle patologie legate all'utilizzo compulsivo di schermi come unico tramite con il mondo. Patologie da anni ormai contemplate nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell'APA Associazione Psichiatria Americana). Forse la dottoressa è uscita un po' dal tema della discussione ma ciò è servito a evidenziare come le nuove generazioni, capaci e brillanti, difettino di una visione d'insieme, come siano incapaci di guardare dall'alto. Si sono mostrati increduli all'idea che possano esistere simili patologie e non avevano mai fatto caso al fatto che nei rapporti virtuali non si utilizzino alcuni sensi, quali olfatto e tatto, e che possano esserci mutazioni posturali, indebolimento muscolare, abbassamento della vista. Sanno cos'è la linguistica computazionale ma hanno difficoltà a dare una definizione esaustiva di linguaggio. Sono fieri di quella che viene chiamata Quarta Rivoluzione Industriale, Industria 4.0, ma mi chiedo se sappiano cos'è la Terza Rivoluzione Industriale. A questo proposito sono costretta ad ammettere che la definizione che ne do io non corrisponde esattamente a quella che si trova online, intendendola infatti io nell'accezione rifkiniana¹, se mi passate il termine.

A un certo punto è intervenuta dal pubblico Silvia Rosa Brusin, la nota conduttrice di TG Leonardo. Sottolineando la diretta proporzionalità tra la massima prestazione di un'applicazione e la quantità di dati necessari, e cioè più vuoi che funzioni più dati ci devi mettere, ha sollevato la questione della necessità di legiferare in materia senza regalare la totalità dei nostri dati sensibili² privi del benché minimo controllo sull'uso che ne verrà fatto. Anche in questo caso un misto di imbarazzo, forse maggiore vista la notorietà dell'interlocutrice, e di sufficienza, come a dire: sono in là con gli anni, non sono al passo con i tempi, non vedono le potenzialità, hanno paure irrazionali. Di fatto non hanno risposto se non in modo evasivo.

Ho preso parola anch'io chiedendo se ritenevano del tutto fuori luogo discutere di un'etica per le “macchine” visti e considerati gli obiettivi assai concreti dei movimenti transumanisti e postumanisti. Hanno tergiversato qualche secondo e sono passati ad altro senza rispondere. Evidente il fatto che non sapessero di cosa stavo parlando. Spero che qualcuno mosso da curiosità sia andato a documentarsi.

Ammiro la loro dedizione, la fiducia che hanno nel progresso, la capacità di destreggiarsi agevolmente in ambiti tanto complessi ma io non voglio una futura generazione di tecnici abilissimi, ma una di uomini capaci, riflessivi, lungimiranti, in grado di tenere le redini, non solo di oliare i mozzi delle ruote. Perdonate ragazzi, la mia è una generazione di mezzo. Tra i libri e la rete. Forse non riesco a spiegarmi perché ormai abbiamo linguaggi diversi ma concedete a me, alla psichiatra, alla signora Brusin, di ritenerci a buon diritto un amalgama felice di conoscenze. Persone capaci di vedere verso entrambe le sponde e formulare una visione d'insieme, una sintesi altrimenti preclusa.

Dovrebbe essere obbligatorio, nelle facoltà scientifiche, almeno lo studio della filosofia e della geografia sociale ma, vista la recente abolizione del tema di storia dagli esami di Maturità, la vedo dura. Si vuole eliminare dalle menti la capacità di contestualizzare e ciò è di una gravità senza precedenti alla luce della rapidità con cui tutto si sta evolvendo.

Altrettanto grave è che i relatori, per tutto il tempo di questo dibattito innescato dall'uditorio, abbiano lasciato la palla ai giovani e siano rimasti muti.

Da menzionare, tra le cose sentite, il riferimento fatto da un relatore all'industria dell'etichettatura: il lavoro nascosto e sottopagato dei data- tagger.

Per il resto me ne sono andata via con un senso di perplessità e, credo legittima, preoccupazione.

Stamane, leggendo un articolo sull'argomento, ho trovato questa frase: “la densità delle persone è proporzionale alla densità dei dati.”. Non so spiegarlo in poche parole ma io la frase l'avrei detta almeno alla rovescia. Pensateci.


Ottobre 2018


¹ Alla luce di quanto viene realizzato dei dettami della TRI (terza rivoluzione industriale illustrata da J.Rifkin), faccio un passo indietro e mi dissocio. Il pensiero di partenza era buono, la messa in pratica deludente.


² Riguardo la cessione dei dati, vi invito a dedicare un’ora del vostro tempo alla visione de “Terms and Conditions May Apply” - https://peertube.uno/w/7Q4S1t7dFr41qHQMcMYAAh





sabato 25 agosto 2018

RIVOLUZIONI OSPEDALIERE

Da attualmente, e da un pezzo, ricoverata in ospedale mi sto ponendo alcune banali domande che desidero condividere.

Secondo voi perché a un certo punto nell'ottocento si sono messi a costruire ospedali con ampi padiglioni e grandi finestre, immersi nel verde, con giardini, camminamenti, e agevoli zone di sosta all'esterno? Perché un secolo dopo le finestre venissero chiuse, la circolazione dell'aria garantita dai condizionatori e i giardini trasformati in parcheggi?

Perché scrissero eccellenti linee guida in cui si spiegava come rafforzare l'effetto delle cure con un'alimentazione personalizzata a seconda delle caratteristiche individuali e della patologia? Forse perché oggi si finisse con il somministrare a tutti carne bianca piena di ormoni e antibiotici, semolino e purè a ogni piè sospinto?

Si trattava di misure basate sui nuovi concetti di asepsi e antisepsi. Sull'importanza di non ragionare a compartimenti stagno. Dal lavarsi le mani al non obbligare i degenti a respirare solo aria viziata. Consentire un agevole contatto con l'ambiente esterno aumentando così il livello di umanizzazione degli ambienti interni e del trattamento terapeutico. Rafforzare le difese autogene anziché indebolirle. Rispettare l'unicità di ogni individuo. Oggi il progresso che ne sarebbe dovuto conseguire si limita al progredire di alcune tecniche mediche e per il resto consiste a quanto pare nell'omologazione acritica delle procedure e nell'assenza del mai sufficientemente rimpianto buon senso.


Agosto 2018

venerdì 27 gennaio 2017

RIFLESSIONI NOTTURNE SULLA DEMOCRAZIA

“I nomi collettivi servono a fare confusione. Popolo, pubblico… Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri.”

Ennio Flaiano


La democrazia rappresentativa è il meglio che siamo riusciti a mettere insieme, purtroppo però l’opinione prevalente non ha necessariamente maggior valore. Ritorna il dubbio, da molti ponderato nel corso della storia, se le democrazie siano in grado di sopravvivere all'espressione della volontà della maggioranza.

Mai come in questi giorni si dibatte sulla questione. Il referendum britannico, l’elezione di Trump, l’ascesa dei movimenti populisti, il recente referendum nostrano, tutto si presta ad avvalorare la tesi che il suffragio universale non sia quella gran pensata.

A mio parere le manifestazioni più preoccupanti sono altre, meno plateali, quotidiane, di sonnolenta omologazione e perdita di pensiero critico, di cecità e presuntuoso non ascolto.

Allo stesso tempo però credo che questo sistematico svilire gli esiti delle consultazioni popolari, l’instillare la convinzione che quello che pensa la gente non sia giusto, perché la gente, poverina (!), è inconsapevole, manipolata, costretta da bisogni e paure, ecco, credo che questa cassa di risonanza sia utile a chi voglia confondere tra le tante anche le voci giuste e ben consapevoli, quelle che si levano a reclamare giustizia, che si levano a proporre strade alternative, che si levano a denunciare, a gridare verità.

E funziona, infatti queste voci non vengono udite se non per brevi lassi di tempo, e vengono solo udite, non comprese, altrimenti certe cose non verrebbero dimenticate, non verrebbero rimosse. Non si continuerebbe a vivere accettando di credere a questa narrazione del progresso con sotto agli occhi le prove del contrario. Ogni narrazione comporta una responsabilità da parte del narrante (e di colui che eventualmente è il committente della narrazione) ma anche da parte di coloro che la odono, soprattutto se ne sottoscrivono, con una fruizione passiva, l’autenticità anche laddove non ci fosse.

È in atto da un pezzo una immensa opera di denigrazione, di calunnia, di offesa nei confronti del pensiero critico e quindi libero. Si è fatto in modo di rendere cerebrolesa una gran parte della popolazione terrestre, le si è data la possibilità di mettersi in mostra ed esprimersi full time, poi, ora, di fronte all'evidente livello di mediocrità, mentre si rivendica la necessità di restituire a una élite competente la gestione di tutto quanto, si possono tacciare di superficialità anche le voci serie. Le si confonde, le si mescola, le si denigra o deride, facendo perdere ad esse la forza dirompente che potrebbero avere.

Da chi, poi, dovrebbe essere rappresentata questa élite? Dagli intellettuali che rimarcano ovvietà nelle loro analisi a fatti avvenuti? Dall'oligarchia economica e finanziaria? Da tecnici in ogni settore?

Che valore hanno le riflessioni, i moniti, le parole, i suggerimenti, gli studi e l’impegno di quanti hanno previsto? Che valore le proposte lungimiranti ed eque, a tal punto rivoluzionarie nella loro assennatezza da spaventare chi preferisce che tutto cambi purché nulla cambi?

Cassandre indegne persino di riconoscimento a posteriori? A quanto pare.

Vorrei un governo mondiale composto da precursori illuminati, visionari onesti, rivoluzionari rispettosi, sognatori responsabili, inventori altruisti. E in giro per il mondo di persone simili, come ce ne sono state, continuano ad essercene. Ma non siamo tutti così, dobbiamo accettarlo. Abbiamo tutti diritto a dire la nostra ma non tutti siamo in grado di sostenere la responsabilità che l'applicazione di una persona un voto comporta appunto per ognuno di noi. Non possiamo esprimere una volontà solo in base all'emozione, al bisogno, all'educazione ricevuta, al contesto particolare in cui viviamo, alle difficoltà o meno che dobbiamo affrontare. Le difficoltà vanno dette, denunciate, proclamate, e in ultimo risolte, ma è arduo riuscire a levarsi al di sopra di esse ed esprimere una scelta equa e non condizionata. Ovviamente, nella mia visione, temo, utopica, gli illuminati onesti e lungimiranti di cui sopra saranno essi a vederle le difficoltà tutte e ad adoperarsi perché si riducano fino a scomparire.


Visto che oggi è il giorno della memoria, mi viene in mente che Primo Levi diceva che se comprendere le cose è praticamente impossibile, impegnarsi a conoscerle è un imperativo non negoziabile. Farlo però implica l'avere a disposizione una quantità non indifferente di tempo, inteso come spazio mentale. Senza di esso non ci può essere pensiero critico, senza pensiero critico non ci può essere scelta consapevole, senza scelta consapevole non ci può essere responsabilità, senza responsabilità non ci può essere potere, neanche quello limitato all'apposizione di una crocetta.


Avete presente, ad esempio, quando, a distanza di tempo, il coinvolgimento emotivo ormai scemato, si scoprono verità (nella limitata nostra storia nazionale gli esempi abbondano)? Ci si indigna e poi si volta pagina. Ne abbiamo voltate mai tante di pagine noi esseri umani per poter sopravvivere, che ora le verità possono essere scoperte quasi in tempo reale che non riusciamo a restare sul pezzo per più di un paio di giorni. Alcuni certo sì, la maggioranza delle persone però no. Non è una colpa, è che non ce la si può fare. Serve un’intima motivazione, serve determinazione, serve appunto tempo/spazio, e anche una buona dose di masochismo.

Come in mezzo al mare. Hai voglia a dare bracciate. A volte abbandonarsi alla corrente è l’unica salvezza.

Questo per dire che non tutti possono esprimersi sulla gestione della nostra vita comune ma visto che, al momento, principi illuminati, guide votate al bene comune, non ne esistono, la questione si fa decisamente spinosa.

Quindi manteniamo alta la guardia, rifiutiamo superficialità, generalizzazioni, tutto ciò che oggi va sotto la comune etichetta di populismo ma imponiamoci di imparare a dare potere, non voglio dire a chi (uno, pochi, tanti, tutti, che siano, sinceramente non m'importa) ma semplicemente a ciò che lo merita. Per dirla con le parole del grande Italo Calvino…

…

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.


(Italo Calvino, Le città invisibili)



venerdì 16 dicembre 2016

MERAVIGLIOSE SORTI E PROGRESSIVE

Direi che è sotto agli occhi di tutti che abbiamo sbagliato. Abbiamo. Noi.

Noi che siamo stati attivi fautori dello stato delle cose Noi che abbiamo preso tutto per buono e delegato. Noi che abbiamo colto i segni ma siamo stati zitti. Noi che ci siamo sentiti piccoli e impotenti e ci siamo arresi. Noi che non ce n’è mai importato nulla purché il nostro status venisse garantito. Noi che ci siamo sbrodolati addosso l’un l’altro di aver ragione nelle nostre nicchie autoreferenziali. Non tutti ma sicuramente la maggior parte rientriamo in almeno una di queste categorie.

Un mondo perfetto e giusto, senza barriere commerciali, un mondo fatto di solo progresso e innovazione, che però esiste solo nella nostra fantasia o nei salotti di chi può permettersi di crederci perché ne gode e usufruisce.

2016

venerdì 9 ottobre 2015

CONVERSIONE PRODUTTIVA

Pensare che i ricchi, per quanto sempre più ricchi e ricchissimi, possano far fuori (leggi consumare) tutto quanto è necessario produrre per tenere in piedi il sistema attuale di produzione (inteso diffusamente ed erroneamente come sinonimo di crescita e progresso), è perlomeno da incompetenti.

Se proprio bisogna concedere che tale sistema sia il meglio che possiamo avere, propongo una ricetta a due ingredienti: riduzione delle disuguaglianze e conversione produttiva, intendendo per quest’ultima un cambiamento rivoluzionario e lungimirante dei beni da prodursi.


aprile 2015

martedì 10 marzo 2015

UN FUTURO BELLISSIMO 1

Cammineremo su marciapiedi di piastrelle piezoelettriche. Le city car del Mit (l’Istituto di tecnologia del Massachusetts), si ricaricheranno mentre sono parcheggiate e non ci costerà questo carburante che avremo prodotto noi stessi passeggiando.

Le nostre case disporranno tutte della tecnologia che già esiste e che non viene prodotta e utilizzata in larga scala per la volontà criminale dei nostri governanti. Una tecnologia a consumi zero. E avremo ancora più confort di ora senza che nessuno dalla parte opposta del pianeta paghi per questo.

Vivremo in città intelligenti. Perché noi saremo intelligenti. Non produrremo più rifiuti. E avremo imparato a mangiare e mangeremo tutti. Ci ammaleremo di meno e non useremo veleni e tante multinazionali dovranno scendere a miti consigli o sparire per sempre.

I popoli saranno mescolati, ognuno con la propria storia e la propria cultura, ma con una comune visione di autentico amore e rispetto per la vita. E collaboreranno per amministrare e condurre le sorti di un pianeta condiviso, in cui tutte le specie viventi e la terra stessa saranno rispettati e godranno di diritti.

Ciò che a noi oggi pare impossibile sarà la norma.

E i figli dei figli dei nostri figli increduli studieranno di un passato con inceneritori, scorie radioattive, desertificazione, acque avvelenate, aria irrespirabile, estinzioni e foreste abbattute.

Un passato nell’anno del Signore 2000 e rotti, di gente che muore di fame e milioni di tonnellate di cibo destinate ad altri usi.

Si vergogneranno di noi. Ma saranno grati a tutti coloro che avranno fatto qualcosa per trasformarci in una civiltà evoluta.



novembre 2012

Tutti i diritti riservati

mercoledì 2 aprile 2014

PROGETTI DI SVILUPPO

I progetti di sviluppo sono un pilastro del progresso umano. È nostro preciso dovere portare il progresso laddove non c’è. Non vi è alcuna retorica in questo. Ed è dovere di tutti sostenere investimenti e progetti volti alla promozione dello sviluppo e della crescita nei Paesi in difficoltà.

Porteremo posti di lavoro e ci sarà un incremento dei profitti per le aziende che investiranno e che quindi pagheranno tasse che andranno a beneficio degli Stati che, automaticamente, miglioreranno i servizi per le popolazioni locali, la sanità, l’istruzione, le infrastrutture.

Stiamo parlando di tecnologie non verdi ma verdissime. Gli impatti e i costi ambientali saranno minimizzati e, comunque, tenuti sotto controllo.

Chi afferma che i posti di lavoro si rivelano sempre inferiori a quelli promessi, che i salari sono gestiti al ribasso e le condizioni di lavoro precarie e pericolose, chi dice che sono inesistenti o irrisori i trasferimenti a livello locale dei proventi ricavati dalle cessioni di sfruttamento delle risorse a favore degli investitori, chi denuncia che i territori verrebbero addirittura violentati e avvelenati, sfruttati all’osso per poi essere abbandonati, ecco per tutti costoro che blaterano senza sapere di cosa parlano, esistono solo poche definizioni.

Complottisti! Criminali! Sabotatori! Reazionari! Ignoranti! Bugiardi!


Novembre 2011



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lunedì 10 febbraio 2014

DIGITAL DRIVING

Le case automobilistiche più autorevoli, in seguito anche le altre, stanno per dotare i propri autoveicoli di un sistema informatico che permetterà ai proprietari di poter sapere dove sono parcheggi disponibili, prenotarli e anche pagarli in anticipo per accaparrarseli. Sta nascendo un’economia del parcheggio, purtroppo non in senso semantico ma in senso commerciale. Infatti, nel momento in cui si mette a disposizione una simile tecnologia, bisogna garantire anche la disponibilità del bene che tale tecnologia può procacciare, per cui vista l’esiguità dei posti auto rispetto al numero delle vetture in circolazione, l’unico parametro per poter ottenere tale risultato sarà la discriminante pecuniaria. 
Le tariffe quindi varieranno in funzione della domanda: quanto maggiore sarà la richiesta, tanto maggiore sarà la tariffa. E quindi saranno di meno le persone che potranno permettersi di parcheggiare, soprattutto in certe zone e in certi orari.
Già, quanto maggiore sarà la richiesta, tanto maggiore sarà la tariffa: questo è il principio che oramai si dà per scontato in relazione ai beni che dovrebbero essere comuni: lo spazio, la terra, l’acqua, le materie prime, la salubrità dell’ambiente.

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domenica 9 febbraio 2014

1&1

Ora i nostri dati saranno maggiormente protetti. Non nel senso che sarà tutelata la nostra privacy ma nel senso che i nostri file godranno di un backup, a quanto promettono, inattaccabile. È in arrivo infatti la tecnologia 1&1, (che è il nome di una tra le prime aziende al mondo nel web hosting) ovvero il raddoppio dei data center che conservano i nostri preziosi dati, dalle mail, alle foto, a tutto ciò che amiamo e che non possiamo assolutamente smarrire, pena la perdita di noi stessi. Tutti i dati e i processi saranno ‘specchiati’ ed elaborati in modo sincrono da due diversi data center e i siti web saranno fail-safe come mai prima d’ora e a costi, è stato sottolineato ancora una volta, veramente contenuti.

Alla faccia della sostenibilità ambientale della faccenda.

                                                                                                                                                                                                                                                              Maggio 2013

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p.s. 2025 E. comunque, di privato e protetto non c’è più nulla. A partire da noi che “condividiamo” la qualunque e che regaliamo i nostri dati ogni volta che accettiamo i termini e le condizioni di un sito web, di un contratto, di una raccolta punti. Seguono l’ingenua idea che i data center siano dei sancta santorum inviolabili e non strumentalizzabili e quella di essere noi i proprietari di tali dati. Paghiamo pure.

Poi ci sarebbe il discorso, ad esempio, dei fascicoli sanitari e del numero identificativo fiscale unico. In pratica la cessione totale di dati personali. Due provvedimenti che potrebbero avere il loro perché ma al momento l’uno è inefficace e lacunoso, il secondo non nasce, a mio modesto parere, dall’intenzione di combattere l’evasione fiscale. Un fascicolo sanitario del tutto inutile perché limitato alla regione di appartenenza e sul quale una gran parte di dati non vengono inseriti. Esperienza personale. Ricovero di due giorni, ettolitri di sangue analizzato e altri esami, esiti non consultabili brevi manu né su fascicolo. Ancora: visita specialistica prenotata in Piemonte, evito di portare faldoni cartacei per scoprire che non mi possono fare visita perché non vedono mia storia clinica sul fascicolo. Quest’anno pare vogliano inserire nella finanziaria un budget per la realizzazione di una versione nazionale del fascicolo. Staremo a vedere. Resta comunque il problema che tali dati, in una società distopica quale la nostra (non intendo italiana ma internazionale) si avvicina a essere, potrebbero essere usati in modo discriminatorio. Quanto al numero identificativo fiscale unico che dovrebbe entrare in vigore dal 1° Gennaio 2026, per ora lo ritengo l’ennesimo strumento di piallatura da parte di una comunità europea che nulla ha a che fare con quello che avrebbe dovuto e dovrebbe essere tale comunità.

Si parla, e scrive molto, dell’imposizione di una nuova identità collettiva da parte dell’Europa nei confronti degli Stati membri e rispettivi cittadini. Questo è per me un argomento molto delicato. Ritengo che possa esistere una porzione di identità collettiva, anzi sarebbe per alcuni aspetti e temi necessaria, ma quanto sta facendo l’Europa è qualcos’altro. Mi riservo di scriverne a parte. Intitolerò il pezzo Tutti i Nuovi Corsi (All new Deals).

 

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sabato 4 gennaio 2014

CHI SIAMO?

Apparteniamo a una società, anzi, siamo una civiltà che ritiene più conveniente spendere per rimediare ai danni che produce, anziché (certo costerebbe maggior fatica!) concepire un nuovo modo di vivere e gestire il proprio habitat.

Mi consola sapere che la vita, anche se non la nostra vita, può prosperare in qualsiasi ambiente.

Ma il cambiamento è un'opzione sempre praticabile. Ancora praticabile.

Luglio 2009


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mercoledì 3 luglio 2013

UMANITÀ CHE CAMMINA

Questi popoli che inondano le cronache, questi fiumi di genti che si riversano nelle strade e nelle piazze in ogni parte del mondo, chi sono?

Persone per bene, persone comuni, persone di varia estrazione geografica, culturale, sociale, a chiedersi e a chiedere perché le cose non vanno come dovrebbero andare.

Sempre di più, sempre più stanchi, sempre più increduli. Di fronte all’evidenza di essere solo massa da gestire in maniera efficace, rapida e poco dispendiosa.

Il riconoscimento dei diritti essenziali, questo chiedono a gran voce. Dignità. In ogni parte del mondo. Lingue diverse per la medesima domanda: perché? Perché l’offesa, perché il non riconoscimento, il non ascolto, perché l’oppressione?

Mi ricordano le visioni apocalittiche di un futuro devastante per la maggior parte dell’umanità di tanta letteratura e cinematografia dei decenni passati. Quando tali visioni potevano ancora avere una valenza ammonitrice, esorcistica, un timore forte ancora scongiurabile.

Ora, invece, quel futuro è. E dunque camminano. E camminano. Tutti insieme. A nord, a sud, a est, e a ovest.

Camminiamo. Miliardi di minuscoli esseri in bilico tra speranza e disperazione. Perché è questo che fanno gli esseri umani di buona volontà quando stanno male: scendono in strada e camminano. Con quella rabbia tra le mani e nel cuore che precede la rassegnazione definitiva.

È dunque questo il terzo millennio?

Questo il risultato della nostra magnificenza?

Tutto l’impegno della controparte, poco ma ben studiato, va nell’addomesticare. Nelle menti degli avidi non esiste che l’opzione di arginare il malcontento. Risolverlo troppo costoso in termini di risorse e di volontà, soddisfare le esigenze di una moltitudine crescente sarebbe troppo audace, lungimirante e giusto, e il potere non va di pari passo con tali attributi.

Allora alveari di cemento con vista su distese di campi chimici e interni di tecnologie ultrapiatte.

Che l'alienazione porti all'autodistruzione.

Rinunciare al dominio…questo basterebbe.

Ma siamo ormai perduti.

Settembre 2015



giovedì 18 aprile 2013

I SUICIDI VIVEVANO LONTANI

I suicidi vivevano lontani.

Nella letteratura classica e romantica. Animi nobili e amanti infelici.

O in qualche remoto racconto di famigliari o conoscenti. La moglie di un lontano cugino che fin da ragazza però era stata sempre tanto melanconica. O in qualche triste articolo di cronaca.

Poi erano il vento divino, i piloti giapponesi nelle pagine dei libri di storia e nei film.

Poi vivevano in India. Prima, per non essere sfollati*, si lasciavano sommergere dalle acque delle Grandi Dighe. Dopo un po’ si sono messi a bere gli erbicidi*.

Poi vivevano in Tibet ed erano monaci che si davano fuoco. Il centesimo un paio di mesi fa.

Sempre più prossimi nel tempo ma comunque lontani.


Ora sono vicini di casa. Uno al giorno.




* A causa delle Grandi Dighe, si calcola che in India siano state sfollate in poco più di un ventennio circa 33.000.000 di persone senza che sia stata loro procurata una sistemazione alternativa. Alcuni hanno preferito restare sulle proprie terre che stavano per essere sommerse. Per approfondimenti consiglio la lettura de “La fine delle illusioni” di Arundhati Roy

Il fenomeno dei contadini suicidi, invece, è iniziato nel 1997, quando il governo indiano ha eliminato i sussidi alla coltivazione del cotone, e contemporaneamente sono state introdotte su larga scala semenze geneticamente modificate. Ma le promesse riguardo alla loro resa non sono state mantenute: le piante non resistono agli attacchi dei più comuni parassiti e richiedono dosi massicce di pesticidi. I contadini si suicidano principalmente in tre periodi dell’anno: tra gennaio e febbraio, quando al momento di vendere i raccolti si rendono conto che, oltre a una produzione minore del previsto, i prezzi sono calati, per cui quello che guadagnano non basta a pagare i debiti contratti l'anno prima e i relativi interessi, quindi in primavera, quando servono soldi per acquistare nuove sementi e per pagare gli affitti dei terreni, infine in autunno quando le piante sono cresciute e si riforniscono di pesticidi per proteggere i raccolti e finiscono con il togliersi la vita bevendoli. Si stima una cifra di circa 200.000 suicidi negli ultimi 10 anni.

Aprile 2013


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giovedì 11 aprile 2013

MOLESKINE 4 - Cosa ci rende ricchi

 

Desiderio di ricchezza, non in quanto possesso di beni, quanto possibilità di contemplazione.

Dalla contemplazione arriva la comprensione.

Se si è impegnati a sbarcare il lunario, non si ha tempo per la mente, quindi non ci può essere maturazione individuale, e perciò sociale.



La sottrazione del tempo è un perfetto strumento per rallentare e quindi arrestare il progresso umano.

Per controllarlo.



13 febbraio 2010

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domenica 7 aprile 2013

MOLESKINE 1


Come spiegare lo stato delle cose?

La perseveranza umana nel dar fondo a ciò che viene follemente proclamato inesauribile, in barba all'entropia e al buon senso?


Semplicemente l'uomo preferisce mettersi nei guai che in discussione.


La perdita di una delle più grandi conquiste dell'uomo:

il nesso di causalità.


Aprile 2013


(Ho deciso di trascrivere ogni tanto da una vecchia moleskine frasi estratte aprendola a caso; non riesco a star dietro a ciò che accade ogni giorno riuscendo a scriverne in modo esauriente, anche perché spesso resto letteralmente senza parole adeguate)


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