“I
nomi collettivi servono a fare confusione. Popolo,
pubblico… Un bel giorno ti accorgi
che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri.”
Ennio
Flaiano
La
democrazia rappresentativa è il meglio che siamo riusciti a mettere
insieme, purtroppo però l’opinione prevalente non ha
necessariamente maggior valore. Ritorna il dubbio, da molti ponderato
nel corso della storia, se le democrazie siano in grado di
sopravvivere all'espressione della volontà della maggioranza.
Mai
come in questi giorni si dibatte sulla questione. Il referendum
britannico, l’elezione di Trump, l’ascesa dei movimenti
populisti, il recente referendum nostrano, tutto si presta ad
avvalorare la tesi che il suffragio universale non sia quella gran
pensata.
A
mio parere le manifestazioni più preoccupanti sono altre, meno
plateali, quotidiane, di sonnolenta omologazione e perdita di
pensiero critico, di cecità e presuntuoso non ascolto.
Allo
stesso tempo però credo che questo sistematico svilire gli esiti
delle consultazioni popolari, l’instillare la convinzione che
quello che pensa la gente non sia giusto, perché la gente, poverina
(!), è inconsapevole, manipolata, costretta da bisogni e paure,
ecco, credo che questa cassa di risonanza sia utile a chi voglia
confondere tra le tante anche le voci giuste e ben consapevoli,
quelle che si levano a reclamare giustizia, che si levano a proporre
strade alternative, che si levano a denunciare, a gridare verità.
E
funziona, infatti queste voci non vengono udite se non per brevi
lassi di tempo, e vengono
solo udite, non
comprese, altrimenti certe cose non
verrebbero dimenticate, non verrebbero rimosse. Non si continuerebbe
a vivere accettando di credere a questa narrazione del progresso con
sotto agli occhi le prove del contrario. Ogni narrazione comporta una
responsabilità da parte del narrante (e di colui che eventualmente è
il committente della narrazione) ma anche da parte di coloro che la
odono, soprattutto se ne sottoscrivono, con una fruizione passiva,
l’autenticità anche laddove non ci fosse.
È
in atto da un pezzo una immensa opera di denigrazione, di calunnia,
di offesa nei confronti del pensiero critico e quindi libero. Si è
fatto in modo di rendere cerebrolesa una gran parte della popolazione
terrestre, le si è data la possibilità di mettersi in mostra ed
esprimersi full time, poi, ora, di fronte all'evidente livello di
mediocrità, mentre si rivendica la necessità di restituire a una
élite competente la gestione di tutto quanto, si possono tacciare di
superficialità anche le voci serie. Le si confonde, le si mescola,
le si denigra o deride, facendo perdere ad esse la forza dirompente
che potrebbero avere.
Da
chi, poi, dovrebbe essere rappresentata questa élite? Dagli
intellettuali che rimarcano ovvietà nelle loro analisi a fatti
avvenuti? Dall'oligarchia economica e finanziaria? Da tecnici in ogni
settore?
Che
valore hanno le riflessioni, i moniti, le parole, i suggerimenti, gli
studi e l’impegno di quanti hanno previsto? Che valore le proposte
lungimiranti ed eque, a tal punto rivoluzionarie nella loro
assennatezza da spaventare chi preferisce che tutto cambi purché
nulla cambi?
Cassandre
indegne persino di riconoscimento a posteriori? A quanto pare.
Vorrei
un governo mondiale composto da precursori illuminati, visionari
onesti, rivoluzionari rispettosi, sognatori responsabili, inventori
altruisti. E in giro per il mondo di persone simili, come ce ne sono
state, continuano ad essercene. Ma non siamo tutti così, dobbiamo
accettarlo. Abbiamo tutti diritto a dire la nostra ma non tutti siamo
in grado di sostenere la responsabilità che l'applicazione di una
persona un voto comporta appunto per
ognuno di noi. Non possiamo esprimere una volontà solo in base
all'emozione, al bisogno, all'educazione ricevuta, al contesto
particolare in cui viviamo, alle difficoltà o meno che dobbiamo
affrontare.
Le difficoltà vanno
dette, denunciate, proclamate, e in
ultimo risolte, ma è arduo riuscire a levarsi al di sopra di esse ed
esprimere una scelta equa e non condizionata. Ovviamente,
nella mia visione, temo, utopica, gli illuminati onesti e
lungimiranti di cui sopra saranno essi a vederle le difficoltà tutte
e ad adoperarsi perché si riducano fino a scomparire.
Visto
che oggi è il giorno della memoria, mi viene in mente che Primo Levi
diceva che se comprendere le cose è praticamente impossibile,
impegnarsi a conoscerle è un imperativo non negoziabile. Farlo però
implica l'avere a disposizione una quantità non indifferente di
tempo, inteso come spazio mentale. Senza di esso non ci può essere
pensiero critico, senza pensiero critico non ci può essere scelta
consapevole, senza scelta consapevole non ci può essere
responsabilità, senza responsabilità non ci può essere potere,
neanche quello limitato all'apposizione di una crocetta.
Avete
presente, ad esempio, quando, a distanza di tempo, il coinvolgimento
emotivo ormai scemato, si scoprono verità (nella limitata nostra
storia nazionale gli esempi abbondano)? Ci si indigna e poi si volta
pagina. Ne abbiamo voltate mai tante di pagine noi esseri umani per
poter sopravvivere, che ora le verità possono essere scoperte quasi
in tempo reale che non riusciamo a restare sul pezzo per più di un
paio di giorni. Alcuni certo sì, la maggioranza delle persone però
no. Non è una colpa, è che non ce la si può fare. Serve un’intima
motivazione, serve determinazione, serve appunto tempo/spazio, e
anche una buona dose di masochismo.
Come
in mezzo al mare. Hai voglia a dare bracciate. A volte abbandonarsi
alla corrente è l’unica salvezza.
Questo
per dire che non tutti possono esprimersi sulla gestione della nostra
vita comune ma visto che, al momento,
principi illuminati, guide votate al bene comune, non ne esistono, la
questione si fa decisamente spinosa.
Quindi
manteniamo alta la guardia, rifiutiamo superficialità,
generalizzazioni, tutto ciò che oggi va sotto la comune etichetta di
populismo ma imponiamoci di imparare a dare potere, non voglio dire a
chi (uno, pochi, tanti, tutti, che siano, sinceramente non m'importa)
ma semplicemente a ciò che lo merita. Per dirla con le parole del
grande Italo Calvino…
…
L’inferno
dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello
che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che
formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo
riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino
al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige
attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi
e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e
dargli spazio.
(Italo
Calvino, Le città invisibili)