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sabato 25 febbraio 2017

Sono élite e me ne vanto

Vorrei condividere con voi un articolo che offre alcuni provocatori spunti di riflessione.


Sono élite e me ne vanto  di Flavia Gasperetti

L’élite è il nemico. Intellettuale, salottiera, radical-chic, fighetta. Lo dicono tutti. Se la Gran Bretagna è uscita dall’Europa, se Trump è presidente degli Stati Uniti, se i grillini spopolano da noi e così via, è tutta colpa di questo insidioso nemico. Ecco, ho inevitabilmente pensato leggendo un articolo qualche giorno fa: quel nemico sono io. Quanto a te, caro lettore, se hai tra le mani questo giornale, ci sono buone probabilità che lo sia anche tu.
L’articolo in questione è di Eliane Glaser, uscito il 2 febbraio scorso sull’Independent, e inizia così: «In quanto accademica londinese di inclinazione progressista, faccio parte del nemico della nostra epoca: l’élite liberale e metropolitana». Si tratta di un’energica chiamata alle armi contro coloro che hanno sostituito alla lotta di classe la lotta contro le accademie culturali, alle battaglie contro le diseguaglianze l’odio contro ogni forma di intellettualismo, alle battaglie delle minoranze la guerra alle minoranze.
Eliane Glaser ce l’ha con coloro che più hanno da guadagnare da questo cambio delle carte in tavola. Ce l’ha con Trump e quello che lei chiama l’oligopolio filisteo, ma è inevitabile vederci un’accusa più ampia che ha a che vedere con il clima ideologico che sostiene questi oligopoli: i nuovi populismi e la loro scomunica sistematica di tutto ciò che il loro nemico aveva di più caro: competenze rigorose, idee complesse, buon governo, giornalismo condotto con scrupolo e dotato di risorse adeguate.
Per i populisti di oggi, indubbiamente, Eliane Glaser è il nemico. E, ancora una volta, lo siamo anche noi. E dopo la Brexit e Trump, sappiamo che noialtri nemici italiani possiamo dire di essere avanti: grazie a un ventennio apripista passato a staccarci di dosso le penne e la pece, quando alla fine siamo stati derubricati da membri dell’establishment comunista e forcaiolo a servi della Kasta, non abbiamo fatto una grinza.
Non è stato difficile, diciamoci la verità, farci mettere all’angolo. Inclusiva per vocazione, l’élite progressista è probabilmente l’unica élite della storia umana che vive la sua condizione di elitarietà come una sconfitta, si vergogna, e dal momento che si vergogna spreca tutto l’arsenale analitico di cui dispone grazie a solidi studi sparandosi nei piedi, in un esercizio di perenne e distruttiva autocritica. È possibile un’altra via? È possibile non sentirsi insultati quando qualcuno ti chiama élite, borghese, radical-chic? Tu con il tuo pedante politicamente corretto? Tu e la tua ossessione per la raccolta differenziata? È possibile provare… orgoglio?
Me lo chiedo perché, lo ammetto, io stessa passo troppo del mio tempo persa in ruminazioni astiose contro l’élite progressista di casa mia. E la sostanza della mia critica può essere divisa al cinquanta e cinquanta in carrettate di uva acerba – sono una fonte inesauribile di risentimento e invidia sociale verso quanti (decido io, d’imperio) hanno più privilegi di me – e il fastidio provato quando qualcuno dell’élite non si comporta abbastanza da élite, quando non osserva i principi cardine sopra riassunti da Glaser.
Quando tollera nelle sue schiere persone dalle competenze dubbie, quando alle idee complesse preferisce il sentimentalismo e le proprie stanche mitologie, o si arrende a idee meno complesse ma rassicuranti, auto-assolutorie, quando governa per slogan ma protegge lo status quo. Eppure, mentre leggevo l’articolo ho sentito riaffiorare dentro di me l’eco di un’altra protesta esasperata, un altro precedente e altrettanto sentito “nun ce rompete”, quello di Tom Wolfe in difesa della bistrattata borghesia, del ceto medio e tutto ciò che più gli sta a cuore: «Pace, ordine, istruzione, duro lavoro, iniziativa, creatività, cooperazione, occuparsi gli uni degli altri, occuparsi del futuro dei bambini, patriottismo, correttezza e onestà». La borghesia! – pare quasi di sentirlo strepitare – La bestia umana non può essere meglio di così! Che vuoi pretendere di più? Nel bene e nel male, argomentava Wolfe, la borghesia è la forma più alta mai raggiunta dall’evoluzione umana.
E allora non potremmo, argomento invece io, dargli tregua una volta tanto? E invece, il ceto medio progressista è ostaggio della dialettica rispettosa che lui stesso ha creato, chino sotto il peso del proprio senso di colpa secolare verso gli svantaggiati (non importa quanto tu sia nuovo a questa élite, non importa se i tuoi genitori hanno zappato la terra per farti studiare: sei istruito, hai un impiego, sei di sinistra: ecco, sei un borghese, ritira pure il tuo statutario senso colpa alla cassa), è riluttante a dire qualcosa che possa offenderli e questo vale pure quando gli svantaggiati decidono di fare delle epiche, tonanti, cazzate.
Il populismo, dicono i più forbiti, è una risposta democraticamente illiberale a una percepita non democraticità del liberalismo. Può darsi, ma cosa si fa quando questa risposta viene articolata dando fuoco alla casa con tutti dentro, piromani inclusi? Come si dice, rispettosamente, al populista che si sta dando la zappa sui piedi, che sta facendo il bambino?
Il carattere infantile dei populismi odierni l’ha riassunto come meglio non si poteva David Runciman sulla London Review of Books in un pezzo che si intitolava Is this how democracy ends? I leader carismatici intorno ai quali si raccolgono i populisti non sono, come vuole la tradizione, figure di uomo forte, padri autoritari che possano difenderli da ciò che li opprime. «Non può essere vero. Trump è un bambino, il politico più infantile che io abbia mai incontrato», dice Runciman. E non è difficile vedere che questo era vero di Silvio Berlusconi, come lo è oggi di Beppe Grillo.
E chi sono, allora, gli adulti in quest’equazione? Gli adulti che «permettono ai votanti di dare in escandescenze e coalizzarsi col più teppista della classe, certi del fatto che ci saranno sempre i grandi, poi, a rimettere tutto a posto?». Lo Stato, dice Runciman, le istituzioni democratiche. E tutti coloro che si fanno garanti, che si battono per proteggere la salute di queste istituzioni. In poche parole, noi, il nemico. Gli adulti siamo noi, e questo è un pensiero terribile, tutto sommato. Se gli adulti siamo noi, adesso cosa facciamo?

lunedì 25 luglio 2016

BREXIT 2 - appunti al volo

Avrei voluto scrivere un pezzo sull'esito del referendum britannico ma sto facendo la stagione con orari assurdi, per cui soprassiedo. Riporto qua sotto gli appunti su cui avrei lavorato. meglio che niente.


Utopia retrograda

Classe operaia + popolazione borghese piccoli centri

Mondo senza più punti di riferimento e certezze

Persone smarrite e arrabbiate che cercano qualcuno cui dare la colpa

Prima si stava meglio

La paura del futuro (economico) induce alla colpevolizzazione dei lavoratori immigrati (dinamica nota e ricorrente nella storia) anziché rivolgersi alle cause reali.

E se non fosse così grave il risultato del referendum britannico?

Magari dà il la a una seria riflessione sull'Unione europea.

Il problema del rispetto della democrazia nell'esaudire la richiesta di rifare la votazione.

Non è detto che ciò che decide la maggioranza sia democratico. Abbiamo rappresentanti politici di un’ignoranza abissale (discorso buona e malafede a parte), l’uomo comune spesso lo è di meno ma a sentire certi commenti per strada, le ragioni che vengono fuori sono ben lungi da quello che dovrebbero essere.

Rivoltare e demolire? A volte lo si può fare senza salire sulle barricate. Ma non c’è aria di rivoluzione. Rivoluzione umana. Solo una fottuta paura di perdere sicurezza materiale. Costi quel che costi.


Per principio va difeso l’esito del referendum. Per lungimiranza e senno, no. Anche se comprendo la voglia di disfare tutto e vedere se almeno così succede qualcosa (di buono).



26 giugno 2016



P.S. 2025 Quest’Europa qui non è l’Europa che avevo in mente. Che molti avevamo in mente. A partire dalla disomogeneità di quanto fa parte della vita quotidiana dei cittadini che ovviamente non possono sentirsi europei alle decisioni del tipo riarmiamoci senza una politica estera comune. Giusta o sbagliata che sia.

Ne scriverò in modo maggiormente dettagliato in un articolo intitolato Global Governance 2

sabato 23 luglio 2016

BREXIT - Opinioni sentite per strada

    Figuriamoci se fanno la brexit. Non conviene a nessuno uscire dall’Europa.

    Non è uscita la Grecia…

    Ma i greci non è che volessero proprio uscire… i britannici sì

    Tanto l’Europa non esiste. Dobbiamo uscire tutti

    Le regole dovrebbero essere uguali per tutti in Europa ma non è così. Guarda l’IVA, i passaggi di proprietà, gli stipendi dei ministri, i bolli, le tasse, i salari, la sanità

    Guarda che uguale per tutti non vuol dire fatto bene.

    E pensa se l’Europa anziché comportarsi come il buon padre di famiglia diventa un super Stato come la Cina dove se non fai come dice il governo ti tolgono i diritti… Il rischio c’è.

    Bisogna aver fiducia.

    Bisogna vedere se i parlamentari europei ne sanno veramente o sono come i nostri...

    Sì, infatti noi italiani al Parlamento europeo mandiamo quelli che non sappiamo dove mettere…, li mandiamo in vacanza.

    Essere parlamentari all’Unione dovrebbe essere un traguardo politico di prestigio e responsabilità molto ambito

    Tanto è l’Unione europea delle banche, i cittadini non contano

    Del buono però c’è, non si può mica buttare tutto all’aria

    Bisogna uscire per fargliela capire

    Non escono perché se no salta il TTIP. Il Regno Unito è la testa di ponte in Europa

    Se escono mi trasferisco su

    Se escono mio figlio può continuare a lavorare a Londra?



20 giugno 2016