La prima volta che ho sentito utilizzare il termine “appetizzante” è stato da un veterinario, a proposito di mangimi animali. Sostanze aggiunte agli alimenti per renderli particolarmente appetibili fino a determinare una forte dipendenza a un prodotto.
Non amo i dolci, salvo quelli al cucchiaio fatti in casa con amore e in modo tradizionale, però ieri alla cassa di un discount ho ceduto alla tentazione di acchiappare una confezione in offerta di Kinder Pane Cioc cacao. Di sicuro è stata la parola cacao a sedurmi, alimento che amo e che non può certo essere definito dolce.
Un'ora prima di cena, riordinando in cucina ho dato un morso a una delle merendine e ho risposto i due terzi avanzati in una scatola. Il tempo di andare nell'altra stanza per dedicarmi ad altro e sono dovuta tornare indietro per riaprire la scatola e ingurgitare con altri due morsi il resto della merendina. Agghiacciante. Appetibile è un termine riduttivo. La dipendenza è immediata. Si chiama sofisticazione alimentare. E la faccenda degli appetizzanti è solo la punta dell’iceberg.
Da un ventennio mi interesso di cibo (agricoltura, pesca, allevamenti, processi industriali, sofisticazione alimentare) quindi nessuna sorpresa ma mentre ingoiavo avidamente l'ultimo boccone mi sono ricordata di un libro.
(…)
il
semaforo segnò verde. Ma le auto in corsa verso la spiaggia di Pula
non si mossero di un millimetro. Né la mia né la sua. La strada era
intasata, come ogni sabato mattina. Nessuno osò neppure sfogarsi con
il clacson, un gesto inutile. Il rosso si riposizionò sulle nostre
teste, e il bambino iniziò a scartare una merendina. Gli
sorrisi.
«Mangia,
bimbo bello, mangia», pensai.
Avevo
riconosciuto la confezione. Il produttore era un mio cliente. Ogni
mese lo rifornivo di alcuni quintali di ovoprodotto. Proveniva da una
ditta di riciclaggio di rifiuti del torinese che, invece di smaltire
uova ammuffite, rotte, invase da parassiti, le ripuliva alla buona
della putrescina e della cadaverina e le trasformava in una poltiglia
confezionata in comodi bidoncini da cinque chili, pronti per essere
versati nelle impastatrici delle industrie dolciarie. E non doveva
essere cattiva dato il gusto con cui il bambino ora addentava la
merendina con un'avidità da adulto, senza lasciare che neppure una
briciola cadesse fra i sedili. Il proprietario della ditta non aveva
mai fatto domande sulla qualità del prodotto ma il prezzo e
l'assenza di etichette sui contenitori spiegavano già tutto.
©
2007, Giulio Einaudi editore
Francesco
Abate,
Massimo
Carlotto –
Mi
fido di te
Gennaio 2016
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