giovedì 5 dicembre 2019
ANCHE IL MIGLIORE MERITA DI MORIRE
martedì 3 dicembre 2019
È SCOPPIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE
È scoppiata da un pezzo la terza guerra mondiale e in pochi se ne sono accorti. Forse nemmeno quelli che la stanno vivendo sulla propria pelle sono consapevoli dell'ecumenicità del fenomeno. Bisognerà attendere i libri di storia dei nostri nipoti perché il capitolo che narrerà i fatti che stanno accadendo ora porti il titolo: “Il Terzo conflitto mondiale”.
Proteste scoppiano ovunque, senza soluzione di continuità da parecchio tempo a questa parte, e sono destinate a diventare immanenti. È perlomeno plausibile che siano collegate.
Come scrivevo tempo fa, in ogni zona della terra i popoli sono in rivolta. Con dinamiche più o meno drammatiche e in contesti diversi, ovunque, laddove non si cede a preoccupanti sbandamenti nazional populisti, ci si oppone all'autorità costituita. Che siano regimi autoritari, democrazie neoliberiste, istituzioni inefficienti e/o colluse. In sintesi ci si ribella a chi accumula potere e ricchezza a discapito della maggior parte delle persone. Ovunque si invoca il recupero di un vivere degno ed equo e si denunciano diseguaglianze sociali crescenti, esito dell'operare cieco e avido di una casta ormai al di sopra di qualsivoglia controllo.
Che il detonatore di questa rabbia diffusa, prima ancora che rivendicazione di valori di umanità e saggezza, possa dunque essere la crisi economica che da un decennio prosegue con sempre più gravi ricadute sulla società?
Una crisi economica incentivata dall'ostinazione del sistema capitalistico a voler sopravvivere senza trasformarsi. Un'ostinazione aggressiva che sta trascinando il mondo verso l'abisso e capace solo di proporre soluzioni di austerità e riforme strutturali che penalizzano le fasce più deboli.
Un'iperproduzione industriale che aggrava le condizioni ambientali, quindi quelle sociali, quindi quelle politiche. Paesi che oggi in un anno producono quanto è stato prodotto in un secolo. Paesi che ambiscono a fare altrettanto il prima possibile. Paesi che svendono le proprie risorse a sostegno di tale malata iperproduzione in cambio di un'elemosina di sopravvivenza che si traduce in una condizione debitoria perenne. Cittadini dei Paesi sviluppati che ipotecano la vita per possedere il superfluo. Cittadini dei Paesi in via di sviluppo che li invidiano e soverchiano propri concittadini che non hanno di che vivere, in una competizione spasmodica che non lascia intravvedere un lieto fine.
È un fatto che il dominio concesso al mercato e alla finanza abbia creato disparità tali da rendere vano ogni tentativo di ricostituire una protezione sociale universale. Ed è un fatto che abbia determinato e sostenuto condizioni favorevoli a una crescente interdipendenza tra poteri politici e poteri economici operanti ormai a circuito chiuso.
Oggi però vediamo, grazie all'attuale sistema di comunicazione, come la natura della crisi del cosiddetto neoliberismo non sia un'astrazione per addetti ai lavori ma qualcosa di molto concreto, come sia di natura ambientale e sociale, e grave al punto da compromettere la democrazia che, per quanto difettosa, dovrebbe essere ancora la soluzione politica migliore. Ma mai dal potere politico la crisi viene presenta in tali termini; al contrario ci si ostina a proporre una visione frammentaria della situazione, proprio per rallentare, per soffocare quella presa di coscienza generale che potrebbe offrire lo slancio definitivo nella direzione di un futuro degno di tal nome. La solita faccenda di considerare i problemi a compartimenti stagno, al punto che anche chi strumentalizza tale prospettiva resta convinto sia quella corretta. Ma un denominatore comune c'è ed è sotto agli occhi di chi vuole vedere, quindi perdersi dietro a spiegazioni sul perché in quel tal luogo sia successa quella determinata cosa è sì interessante e doveroso ma pure pleonastico.
Bisogna cambiare le cose. Qual è la parola? Rivoluzione. Una parola grossa, che spaventa. I più timorosi di perdere ciò che hanno paventano per il ribollire sociale e sono pronti a chiamare pericolosi rivoluzionari, addirittura terroristi anche coloro che reclamano giustizia. Secondo me non si tratta di rivoluzione. Forse si tratta solo della seconda fase di un processo iniziato nell'ultimo ventennio del secolo scorso, se pur con radici già profonde. Forse l'opposizione alle derive del pensiero neoliberista non è che la fase successiva necessaria al compimento della transizione verso un mondo realmente globalizzato. Fase che i fautori dello stesso non avevano considerato né preventivato, accecati com'erano, e malauguratamente sono ancora, dal miraggio di un tutto subito e per sempre a qualsiasi costo.
Ma se verrà impedito di portare a termine il perfezionamento di questo sistema globale allora questa guerra non ancora riconosciuta come tale esploderà cruenta con tutta la furia che porta in seno. E, senza soluzione di continuità, di metamorfosi in metamorfosi, ci accompagnerà per sempre.
Dicembre 2019
sabato 30 novembre 2019
EDGAR MORIN
Un video da vedere che racconta in sintesi l'esperienza del filosofo Edgar Morin
https://twitter.com/i/status/1194147816031035392
mercoledì 27 novembre 2019
RICONOSCIMENTI CHE FANNO PIACERE
Premio I Murazzi Torino
https://www.elogiodellapoesia.it/Opere_Inedite_Poesia_2019.html
giovedì 14 novembre 2019
ORA DI FUTURO
La Generali Italia, insieme ad alcune onlus quali Mission Bambini, L'Albero della vita e Centro per la Salute del Bambino, promotrice dell'iniziativa "Ora di futuro", ne pubblicizza sulla stampa con orgoglio l'esito. Alcune delle proposte avanzate dagli alunni delle scuole elementari di tutta Italia per migliorare il mondo in cui vivono sono state presentate in Senato da una rappresentanza di bambini alla Presidente Casellati e alla Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti. Fin qui tutto bene. Solo che la pagina che pubblicizza l'evento contiene anche un disegno ed è su di esso che si è soffermata la mia attenzione. Un bel disegno. Chissà se c'è dietro l'aiuto di qualche adulto ma non credo. Ricordo compagni delle elementari molto dotati. Il soggetto mi piace. Mi ricorda un racconto che scrissi da bambina. S'intitolava "HH113". Non ricordo da cosa mi venne quel titolo, comunque sia, era adatto al genere che avevo scelto per il mio racconto: fantascienza. In breve si raccontava di un pianeta lussureggiante, grande mille volte la terra racchiuso in una sorta di ampolla trasparente che manteneva incontaminato l'ambiente da eventuali agenti nocivi esterni e protetto da incursioni nemiche. Si trattava, nella mia immaginazione, di un pianeta B, raggiunto a costo di innumerevoli sacrifici, destinato a preservare la parte buona dell'umanità e tutto il mondo animale, vegetale, minerale, ormai distrutto sulla terra. Una sorta di arca, idea che ricorre in epoche e culture diverse a testimoniare la contraddittorietà tra ciò cui aspiriamo e ciò che siamo. Ovviamente su esso vigeva un ordinamento planetario molto severo che avrebbe determinato l'immediata espulsione, dal collo dell'ampolla, di chiunque non avesse rispettato il bene comune. Tornando al disegno scelto da Generali Italia, rappresenta un'astronave che contiene un piccolo mondo in procinto di allontanarsi da un pianeta ridotto a groviera. Potrebbe l'astronave anche essere in viaggio da un pezzo e il pianeta essere uno dei tanti incontrati durante il percorso e non necessariamente la terra, sta di fatto che assomiglia alle spedizioni che avevo immaginato susseguirsi per condurre su HH113 tutto il salvabile. Nelle mie intenzioni si trattava di una scelta obbligata, animata dalla determinazione a non commettere mai più gli stessi errori, l'idea di una comunità aperta a tutti coloro fossero persone di buona volontà. Mi chiedo se la scelta di questo disegno, invece, non sia per far passare il messaggio che sarà giusto e bello fare così. Che non ci sarà colpa nell'aver consumato la terra. Che l'uomo potrà mantenere il proprio stile di vita sempre e ovunque e a qualsiasi prezzo.
TIME - IL NEWS MAGAZINE
Trovo insieme all'ultimo numero di Internazionale, cui sono abbonata, un coupon pieghevole per abbonarsi a Time. 52 numeri a 33 euro, anziché i 257 euro del prezzo di copertina.
Ho pensato, perché no? Vuoi vedere che è la buona volta che supero la mia idiosincrasia per l'inglese. Ogni volta farmi tradurre testi ed articoli utili alle mie ricerche non è così agevole.
Poi leggendo con attenzione il coupon, trovo la seguente frase:
Grazie a Time potrete essere sempre aggiornati sulle storie che vi interessano e rimanere un passo avanti ai vostri coetanei
Mi ha urtato. Lo capite perché?
Siamo in un momento storico in cui la comprensione delle cose e della connessione tra esse è un imperativo e qualcuno mi viene a dire che ho la possibilità di essere un passo avanti? Lo sono già un passo avanti e rispetto a molti sono parecchi passi avanti. So vedere cose che paiono invisibili, e forse lo sono nella loro ovvietà, e la mia maggior frustrazione consiste proprio nel non riuscire a comunicare su comuni basi di conoscenza, di analisi e sintesi. Mi mancano le parole per spiegare ciò che non dev'essere spiegato e rimango senza argomentazioni. E qualcuno davvero vuole solleticare il mio ego promettendomi un maggiore divario? Una maggiore distanza?
Sono queste le piccole cose che alimentano il senso di rassegnazione contro cui combatto, dalla mia condizione di precarietà, una lotta quotidiana.
Credo comunque che invece continuerò a notare e segnalare i segni, anche quelli minimi, come questo, della nostra decadenza. Avrà l'intensità di un lumino ma sarà pur sempre una luce.
Novembre 2019
martedì 12 novembre 2019
LE RADICI DEL CIELO DI ROMAIN GARY
Ho ripreso in mano un libro letto parecchi anni fa.
"...
che
non si possono vedere i grandi branchi correre attraverso gli immensi
spazi africani senza sentirsi spinti a giurare di fare qualunque cosa
pur di perpetuare fra noi la presenza di questa meraviglia della
natura la cui visione farà sempre sorridere di gioia ogni uomo degno
di questo nome.
...
il tempo dell'orgoglio è finito e
dobbiamo guardare con maggiore umiltà e comprensione alle altre
specie animali, differenti ma non inferiori.
...
Su questo
pianeta l'uomo è ormai arrivato al punto di aver davvero bisogno di
tutta l'amicizia che può trovare e, nella sua solitudine, ha bisogno
di tutti gli elefanti, di tutti i cani, di tutti gli uccelli.
...
È
tempo di rassicurarci sul nostro conto mostrando che siamo capaci di
preservare questa libertà monumentale, goffa e magnifica che ancora
sopravvive accanto a noi."
da
"Le radici del cielo" di Romain Gary - Neri Pozza edizioni
- Premio Goncourt* 1956 (!)
Un
libro che racconta molto bene l'Africa. Da una prospettiva intima, la
realtà socio culturale e politica di un Paese percorso dai processi
di affrancamento dal colonialismo. Un libro che racconta bene la
natura umana. Da leggere!
*
Il premio Goncourt 2019 è stato attribuito a Jean-Paul Dubois con il
romanzo "Tous les homme n'habitent pas le monde de la même
façon" Ed. L'Olivier
Novembre 2019
giovedì 7 novembre 2019
GLOBICEFALI E PERPLESSITÀ SUL GIORNALISMO
Leggo i vari articoli, guardo le foto e i video, finché un dubbio mi coglie. Che si tratti del medesimo globicefalo? Potrebbero non aver prelevato l'esemplare di Diano, potrebbe essere stato riportato in mare dalla mareggiata e finito poi, oltre Capoberta, a spiaggiarsi una seconda volta nel territorio di Imperia. In alternativa, potrebbe non essersi mai mosso da dov'era, fino all'odierna rimozione a fini igienici e autoptici, e le due notizie derivare o dal considerare la zona della Galeazza appartenente al Comune di Diano Marina o dalla superficialità di indagine da parte di addetti all'informazione. Comunque sia, scorrendo le notizie su Google, vien da dedurre che i ritrovamenti siano stati due e non pare proprio sia così. Non è così grave ma un po' meno d'approssimazione di questi tempi gioverebbe. Visto infatti il risultato di sentir parlare in giro di due globicefali anziché di uno. E visto che, grazie a certo giornalismo raffazzonato o prezzolato che sia, di convinzioni errate in giro c'è già sovrabbondanza.
domenica 27 ottobre 2019
BURRO DANESE SALATO
Sono un po' in imbarazzo all'idea di ciò che sto per scrivere e che è molto distante dai contenuti cui dedico abitualmente la mia ricerca ma è accaduto un fatto che non riesco a togliermi di testa.
Lo so che se cerco su google cartucce per la stampante o una casa in affitto, nei giorni successivi il browser s'intasa di pubblicità di cartucce e portali immobiliari. Fin lì nulla di strano. So che se ho il telefonino acceso accanto a me mentre scherzo con il mio compagno che dice che sono sorda e lo invito a regalarmi un apparecchio acustico, alla prima connessione sul web mi appariranno offerte di apparecchi acustici di sorta. E fin lì non molto bene ma sappiamo come funziona la faccenda. Però quello che mi è accaduto alcuni giorni fa mi ha leggermente scosso.
Prima parte - Colazione a letto prima di andare a lavorare. Caffè, pane tostato, burro e marmellata. Telefonino del mio compagno sul comodino. Chiacchierando gli dico che amo il burro salato per la colazione e che da ragazza in casa mia si usava il burro danese Lurpack, quello con la carta argentata.
Specifico che per motivi di salute da molti anni non compro burro.
Seconda parte – Nel pomeriggio ci rechiamo in un supermercato in cui vado mediamente una o due volte al mese per alcuni prodotti specifici. Alla cassa passo la mia tessera fedeltà (non voglio qui aprire un capitolo sulle carte fedeltà) e a pagamento effettuato ricevo un buono sconto per una confezione di burro danese salato Lurpack.
Brivido lungo la schiena. Per essere una coincidenza, è inquietante. Percepisco fisicamente mia razionalità vacillare. Per un attimo mi sento catapultata in un mondo controllato dal Grande Fratello, un mondo ovviamente piatto e governato da rettili sotto spoglie umane, con nanochip, diffusi dalle scie chimiche, che vanno a infilarsi nei pori della nostra pelle e con sostanze chimiche introdotte in farmaci e alimenti per condizionare le nostre capacità percettive e intellettive...
Poi mi sono venuti in mente il sistema Echelon, Edward Snowden, l'NSA (l'agenzia per la sicurezza nazionale statunitense). Tutto ciò che negli ultimi decenni è stato indagato e dimostrato, attraverso interrogazioni parlamentari e inchieste serissime. E mi sono ricordata che i dati raccolti su di noi con il nostro più o meno consapevole beneplacito e quelli sottratti attraverso i nostri devices con tecniche degne della migliore letteratura di spionaggio e fantascienza, vengono venduti a grandi aziende e multinazionali. Ma a essere veramente inquietante è la velocità con cui ciò avviene. Solo un complesso e omnicomprensivo sistema di intelligenza artificiale può arrivare a tanto e se si è affidata a un tale sistema la gestione dei dati significa che esistono accordi forti, ad alto livello, non trasparenti, e ben consolidati. Ciò dà la misura dell'inesorabile inadeguatezza dei tentativi di ripensare la società in termini di equità e giustizia. Brivido lungo la schiena.
venerdì 25 ottobre 2019
RIFLESSIONI SERALI SULLA FILANTROPIA
domenica 20 ottobre 2019
NON CE NE IMPORTA NULLA?
Non ce ne importa nulla? O è un problema di percezione? Questo è ormai il mio rovello quotidiano.
Sappiamo che è in corso una guerra, un conflitto diffuso*, un insieme di guerre, chiamiamo quello che è un po' come vogliamo, ma lo sappiamo che è così. I notiziari rigurgitano morte e dolore eppure non ci sentiamo coinvolti se non nella misura di un dispiacere calmierato. Non riusciamo a percepire di esserci dentro. Le peggiori tragedie restano fatti di cui sentiamo parlare che non inficiano la nostra capacità di tornare alle nostre faccende. Abbiamo bisogno delle immagini. Dell'immagine di noi stessi dentro la guerra per crederci. Altrimenti è un qualcosa di non qui e non ora. Si tratta della distanza tra venire a sapere una cosa e credere ad essa. Della distanza tra il sapere e il sentire.
Il massimo che riusciamo a concepire è che stia accadendo qualcosa di grave ma di non così diverso da cose già accadute e superate e, pertanto, altrettanto superabile anche senza il nostro intervento o senza che esso sia determinante. Non siamo in grado di metterci in allarme finché percepiamo fatti e problemi solo a livello concettuale e non fisico. Dovremmo ogni giorno provare la sensazione di morire sommersi da un'inondazione o sotto un bombardamento, di seppellire ogni giorno un figlio avvelenato dal cibo con cui l'abbiamo nutrito, un fratello morto d'inedia, una sorella per mancanza di cure adeguate. Di essere ogni giorno scacciati da casa nostra, ridotti in schiavitù, incarcerati per aver detto la verità, fatti saltare in aria per un ideale che non abbiamo voluto tradire. Come un girone infernale che faccia percepire a ogni molecola del nostro io che non possiamo chiamarci fuori.
I dati sconvolgenti di cui veniamo a conoscenza infatti non hanno su di noi che un impatto emotivo transitorio. Crediamo che tutto avvenga in luoghi sufficientemente distanti dalle nostre individuali vite private, che avvenga a causa di grandi forze esterne e che solo da grandi forze esterne possa essere risolto. Attribuiamo la responsabilità di ciò che non va a governi, multinazionali, poteri forti e occulti, ma rimuoviamo il fatto che essi agiscono e producono per noi. Se pur per loro cospicuo profitto, essi agiscono a nostro nome vendendoci ciò che noi ci aspettiamo di poter comprare e avere. E se essi commettono dei crimini, mal amministrano le risorse, causano disordini e condizioni belliche, ci ingannano, o comunque procurano danni, noi siamo corresponsabili senza attenuanti. Quando ci degniamo di scendere per strada a manifestare dovremmo ricordare che è contro noi stessi che dovremmo principalmente farlo. Eppure proseguiamo le nostre esistenze come se tutto fosse altrove, come se noi fossimo, nel migliore dei casi, soltanto scorati e impotenti spettatori. Come quando, all'ora di punta, bloccati in un ingorgo imprechiamo contro il mondo intero, incapaci di vedere che noi siamo l'ingorgo. Che ne siamo parte integrante e pertanto causa.
Quando penso alle generazioni future mi domando se ci chiederanno dove eravamo quando avremmo potuto fare qualcosa o se, nel frattempo, si saranno abituati alle nuove condizioni di vita non avendo per esse un termine degno di paragone e si sentiranno, come noi ora, estranei alla realtà che vivranno e non responsabili per ciò che in essa andrà male.
Il quesito che resta insoluto è: come impegnarci in una guerra che non viviamo, non vediamo e che per noi deve ancora scoppiare?
*Diffuso: attributo qui utilizzato pensando al recente uso in “accoglienza diffusa, albergo diffuso, ecc.”
Ottobre 2018
P.S. Forse la percezione di essere anche noi prossimi a un coinvolgimento diretto nel conflitto diffuso di cui sopra, inizia a farsi strada, A.D. 2025, e, giustamente, siamo pronti a sacrificare i nostri figli per averla vinta sul nemico prima che esso ci sopraffaccia.
Mi fermo qui ma devo decidermi a scrivere un pezzo sulla guerra aggiornato alla luce di questi ultimi recenti anni e in previsione dei prossimi. Il titolo ce l’ho già ma, tempo e salute a parte, provo un senso di disagio nel mettermici perché sarebbe un’ammissione di definitivo disincanto.
mercoledì 9 ottobre 2019
MARGA MEDIAVILLA VERSUS JOHN GRAY
Ho letto, entrambi sull'ultimo numero di luglio di Internazionale, l'articolo di John Gray sulle illusioni degli ambientalisti e quello di Marga Mediavilla in risposta a John Gray. Le posizioni sono opposte. Mentre leggevo il primo, ignara di quello successivo, avevo segnato a margine alcune considerazioni alcune delle quali ho poi in parte ritrovato, ben argomentate, nell'articolo di risposta. Allo stesso modo nell'articolo di Mediavilla ho trovato passaggi su cui discutere. Ritengo che entrambi dicano cose vere ma le loro visioni restano parziali. A mio parere i loro diversi punti di vista vanno considerati unitamente e possono essere complementari.
Con una buona dose di ragione Gray sottolinea l'illusorietà dell'efficacia delle misure, apparentemente drastiche, per la riduzione delle emissioni o l'azzeramento delle stesse entro il 2050 come proposto da alcuni Paesi dell'Unione sull'onda dei movimenti Fridays for Future e Extinction Rebellion. Inefficaci come come tutti i provvedimenti urgenti che puntualmente, come usanza ai summit, vengono differiti ai decenni successivi. Misure e provvedimenti che non tengono conto, ad esempio, di meccanismi, quali quelli di retroazione che possono amplificare (retroazione positiva o feedback positivo) o diminuire (retroazione negativa o feedback negativo) gli effetti di un cambiamento e che rispondono solo a dinamiche di convenienza elettorale.
Gli stravolgimenti ormai sono insiti nel sistema. Né cortei di protesta né summit alla mercé delle lobbies potranno mai determinare una soluzione degna di tal nome. Ciò non significa che possiamo allora fregarcene ma non possiamo nemmeno illuderci. Nostro malgrado, sit in, manifesti, raccolte di firme, in buona parte procurano solo autocompiacimento e non posseggono, per un'intrinseca debolezza dei movimenti di massa, la forza per scalzare il potere offrendo una meditata e concreta alternativa. Laddove la determinazione individuale si indebolisce nell'illusione di una maggiore forza collettiva, al venir meno dell'impeto trascinante di questa, essa rivela la propria debolezza. Abbracciati o nascosti dal fiume in piena, nel lasciarsi trascinare dalla corrente si rilassa il tono muscolare e si dimezza il potenziale d'impatto dei singoli, che se tale rimanesse, nel sommarsi determinerebbe una potenza finale nettamente superiore a quella normalmente riscontrabile nei movimenti di massa. La percezione di una distribuzione del pericolo e della responsabilità su tanti, fa sì che singolarmente si allenti l'impegno. Nella perdita d'identità si lascia spazio al nemico, quale che sia, ed è sufficiente una preda buttata nel mezzo della piazza per generare scompiglio, incertezza, disgregazione.
Il confine tra la forza derivante dalla condivisione di un obiettivo e la perdita della determinazione individuale necessaria a raggiungerlo, proprio a causa dell'affidarsi a un'entità più grande ma, di fatto, acefala e pertanto inesistente, è molto sottile.
Insomma, non c'è scampo? Dobbiamo dunque arrenderci a un futuro in cui pochi, nelle proprie ipertecnologiche torri protese verso il cielo o sepolte sotto terra, godranno di uno stile di vita degno e si compiaceranno di ammirare i resti della biodiversità in asettiche oasi e riserve, mentre il resto dell'umanità lotterà per la sopravvivenza? O possiamo e dobbiamo ambire a qualcosa di meglio?
D'altro canto attribuire però una sorta di pensiero magico agli ambientalisti, tacciandoli di scarso realismo, è eccessivo e offende chi tanto seriamente si dedica a cercare di risolvere le cose ed è doveroso difendere l'operato di chi tenta con i mezzi a disposizione di dare un impulso di movimento in direzione contraria alla tendenza dominante.
Ugualmente Gray ha ragione quando sottolinea che parlare di ambiente senza tener conto della situazione geopolitica mondiale è naïf. L'eccellente saggio di Leif Wenar affronta la questione in modo molto chiaro ed efficace. Ma Gray sbaglia, invece, quando afferma che l'abbandono dei combustibili fossili creerebbe solo disordini sociali su larga scala. Gli esempi che porta sono validi e certamente sarebbe necessario attraversare un periodo di assestamenti anche drammatici ma ciò non è prova che la transizione a un nuovo assetto energetico e sociale sia impossibile.
Inoltre l'utilizzo della tecnologia per migliorare la qualità della vita anziché per incentivare la produzione, nell'ottica di un'economia da stato stazionario, non ha senso solo per i miopi. A ciò si aggiunge il problema demografico: Mill diceva bene quando si augurava che i posteri accettassero di essere stazionari prima di essere costretti a diventarlo per necessità. Eppure, nella nostra vecchia Europa, mentre esecriamo che altrove si prolifichi a spron battuto perché consapevoli del danno inevitabile di una popolazione in crescita esponenziale, continuiamo a lamentarci della scarsa natalità nelle nostre nazioni e auspichiamo un'inversione di tendenza. Eppure una buona regola dovrebbe valere per tutti, a prescindere dall'origine geografico culturale. E, in ogni caso, come non mi stanco di affermare, le risorse sarebbero ancora sufficienti per tutti. Se però l'alternativa ai fossili implica automobili elettriche per la cui produzione serve il doppio dell'energia rispetto a una vettura convenzionale, estrazione di metalli rari per le batterie, o automobili a biofuel quindi monoculture per biocarburanti, e se per far crescere il Pil si incendia e deforesta per coltivare mangimi per le nostre amate bistecche, allora siamo punto e a capo. Va interdetto tutto ciò che si accompagna all'aggettivo intensivo. Colture ed allevamento intensivi in primis. Ma, a quanto pare, conta solo aumentare le esportazioni. L'unico dictat resta accumulare ricchezza. Ribaltare tale sistema, Gray non ha torto, scatenerebbe disordini e conflitti ma questi già ci sono e non potranno che aumentare di intensità e diffusione. Rinunciare all'idea di uno stravolgimento del nostro sistema socio economico non è quindi meno illusorio che prodigarsi perché esso avvenga. Il modello di economia che abbiamo eletto sovrano non può, per sua propria natura, accettare vincoli e limiti. Nulla è impossibile per esso, meno che mai la crescita infinita, con buona pace di entropia e termodinamica. Come credere dunque che proseguire su questa strada sia meglio che batterne una nuova?
La visione di un futuro con produzione sintetica di alimenti e concentrazione della popolazione in centri urbani ad altissima densità, abbandonando gli spazi naturali a se stessi in modo che si rigenerino mi attrae anche perché tiene conto con maggiore realismo del contesto in cui viviamo. Proposte come decrescita e agricoltura biodinamica purtroppo sono fuori tempo massimo. D'altro canto è una strada che va perseguita, perché è meglio, come dice Mediavilla, decrescere meglio che decrescere peggio, visto che nella decrescita* ci siamo fino al collo comunque.
Per secoli, nel nostro percorso verso la laicità, siamo stati incoraggiati a credere di avere sulla vita quel potere per secoli attribuito a dei inesistenti e oggi tale convinzione ci si ritorce contro perché ci ha resi incapaci di ritenerci parte di un unicum. Nonostante ciò perseveriamo in un delirio di onnipotenza alimentato dalla cupidigia di pochi individui molto determinati e dalla dabbenaggine, dalla disonestà, e dall'ignoranza arrogante di tanti amministratori della res publica. Come proclamò George Bush senior, il nostro stile di vita non è negoziabile. L'idolo è lì sul piedistallo. Noi siamo perfetti e in grado di fare ciò che vogliamo senza pagare dazio. Quindi chiunque pretenda un approccio realistico con problemi quali, ad esempio, il cambiamento climatico, da causa antropica o meno che sia, è ritenuto un disfattista.
Gray afferma che compito della scienza è determinare leggi universali indipendenti dalle convinzioni e dai valori umani. Concordo riguardo alle convinzioni. Riguardo ai valori invece sta a noi riuscire a mantenere vivi e forti principi etici e giustizia all'interno di un contesto dato per quanto difficile si presenti.
Mediavilla definisce le soluzioni di Gray rattoppi, la sua fiducia nelle invenzioni degli ingegneri illusoria. Soltanto chi è ancora convinto che le risorse siano illimitate, la più grande e deleteria utopia degli ultimi due secoli, può pensare che tacitare gli ecologisti e affidarsi alla sola innovazione tecnologica sia la soluzione. Ma credere di poterne farne a meno è altrettanto ingenuo che credere ciecamente in essa.
Mediavilla ritiene la critica di Gray nei confronti dei movimenti ecologisti puro disprezzo ma non è proprio così. Gray analizza i fatti. Se è innegabile infatti l'importanza di sostenere i gruppi ambientalisti d'altro canto è chiaro che il loro operato è insufficiente. Non hanno il potere necessario.
Giusta, in conclusione, e l'unica che abbia veramente un senso, l'affermazione finale di Mediavilla sul fatto che stiamo comunque già decrescendo e dobbiamo solo decidere se farlo bene o male. Proteggendo la biosfera e la società o alimentando le disuguaglianze. E tocca appunto a noi decidere.
* quanto ci raccontano di economia in crescita non si riferiscono alla realtà tangibile delle cose ma, in soldoni, alla crescita finanziaria determinata da scommesse sui futures, da dividendi, ristruttturazioni, delocalizzazioni, costo del lavoro al ribasso, esternalizzazione dei costi indiretti/passività che così vengono espunti dal conteggio, e via elencando ogni espediente per far quadrare i conti in positivo e dichiarare uno stato di salute inesistente.
Ottobre 2019
venerdì 27 settembre 2019
UNFLATTENING
Deproducers - Pianeta Verde
martedì 24 settembre 2019
UN NUOVO UMANESIMO di Giuseppe Yusuf Conte
sabato 14 settembre 2019
"LA LINGUA DELLA TERRA" DI GIACOMO REVELLI
lunedì 29 luglio 2019
IL GOVERNO CHE VORREI
Viviamo in una società isterica che cova desideri di rivalsa ma non lo ammette, che si fa forza cercando di attrarre gli interlocutori dalla propria parte, non con solide argomentazioni ma provocandone le reazioni con opinioni ed esternazioni spesso bieche, in un tentativo di corruzione metodico. Ciò nella speranza che chi è di fronte ceda, si tradisca, esprima a propria volta opinioni e sentimenti di cui altrimenti si vergognerebbe. Un processo di svilimento e immiserimento della società in cui si rafforzano, a danno di tutti, pressapochismo e aggressività. Un rancore pervasivo che non aspetta altro che di prendere alle spalle chi non si omologa.
Le conseguenze dell'inadeguatezza di obsoleti sistemi di governo, la sfiducia nel loro operato, la stanchezza fisica e psicologica che sfianca gli individui, sfociano in rabbia. Questi sono i temi centrali che accomunano le crisi politiche nel mondo intero e che vengono elusi ignorando o fingendo di ignorarne le cause prime.
Il problema è che i vari Paesi ragionano senza un'opportuna visione transnazionale perché ancorati a una concezione politica inscritta nei relativi confini nazionali, nella convinzione dell'unicità ognuno della propria storia nazionale. Come se mantenere la memoria storica e culturale del proprio Paese fosse in contraddizione con l'elaborazione di una strategia politica unitaria.*
Oggi tutti i Paesi fanno parte del medesimo sistema e sono sottoposti alle medesime forze e pressioni. Deregolamentazione finanziaria, impatto tecnologico, pervasività dei media, informazione mediocre, incapacità di controllo sui flussi di denaro, individui deprivati di diritti, di identità, di un luogo cui dignitosamente appartenere, precarietà nelle varie sue forme. È disonesto sostenere l'esistenza di sole soluzioni che non siano collettive e, soprattutto, vincolanti senza eccezioni. Abbiamo, inevitabilmente, optato per un mondo globalizzato ma ci siamo fermati all'inizio dell'opera e pretendiamo di poter all'infinito esternalizzare gli effetti collaterali dovuti alla nostra mancanza di serietà progettuale. Illusi di poter riversare le passività in luoghi altri del tutto separati da quello in cui viviamo, come quel tipo che ha commentato, a proposito di uno sversamento di oli nel mare qua davanti, tanto la corrente va verso la Costa Azzurra. Con quali parole si può arrivare a riattivare le sinapsi di chi sragiona in tali termini?
Nello scadimento generale, l'erosione progressiva dello Stato, istituzione certo da ripensare ma imprescindibile in previsione di un nuovo assetto politico mondiale, oggi è caratteristica comune alle varie nazioni. Le autorità politiche nazionali sono tutte, salvo rare eccezioni, in evidente declino, anche laddove fino a pochi anni fa si poteva parlare di eccellenze. Rappresentando ciò l'unica realtà evidente conosciuta dalle ultime generazioni, a parte gli inconsapevoli della gravità dei problemi in cui siamo immersi e pertanto beatamente o, mi si perdoni la libertà semantica e l'asprezza di giudizio, beotamente integrati, a parte gli opportunisti e i faccendieri, a molti tra coloro che restano pare di essere in prossimità della fine del mondo anziché di fronte a un cambiamento di paradigma inevitabile e auspicabile. Coloro che, invece, vedono tale prospettiva purtroppo sono pochi e malvisti. Il fatto incontrovertibile è che nessuno Stato è in grado di uscire da questa situazione di crisi da solo. Crisi deriva dal verbo greco krino (κρίνω) che significa separare, cernere, da cui in senso lato distinguere, discernere, giudicare, capire, quindi scegliere. La crisi comporta una scelta, anzi obbliga ad essa. Vivere in un periodo di crisi, tanto più quando essa si protrae e accentua, significa essere investiti da una responsabilità etica individuale e collettiva, non eludibile e non cedibile, nei confronti di se stessi e dell'intera società umana nel suo divenire. Un imperativo categorico di buona conduzione del bene comune. Che piaccia o no. In ogni epoca accade. Se questa volta pare più ardua delle precedenti forse è solo perché le altre non c'eravamo e non abbiamo idea della fatica che hanno dovuto fare coloro che hanno tenuto duro in nome di quegli ideali che ci permettono di chiamarci uomini.
Se vogliamo progredire, dobbiamo immaginare forme politiche nuove, visionarie, lungimiranti. Dobbiamo completare il processo di globalizzazione con un'innovazione di pensiero che permetta di affrancarci dalla pressione di problemi che noi stessi per incapacità o superficialità d'analisi abbiamo determinato e dal controllo esercitato da coloro cui abbiamo demandato la gestione delle nostre vite, e che tutto sono fuorché buoni governanti. Anche qui, la verità sta nel senso della parola. Governare significa reggere il timone. A chi risulta che il timoniere debba far affondare l'imbarcazione affidatagli? I timonieri servono ma devono essere capaci altrimenti vanno sostituiti. Il problema è che in pochi ne capiscono di mare e per la maggior parte dell'equipaggio e dei passeggeri, se c'è uno al timone vuol dire che sarà capace.
Lo ripeto, nuove forme politiche, visionarie, lungimiranti. Non è utopia come generalmente afferma chi, a corto di argomentazioni, si limita a liquidare il discorso senza sottoporsi a un reale e onesto confronto. La vera utopia, meglio, la vera illusione è credere che tutto possa continuare in questo modo, con qualche pezza qua è là, per salvare la faccia. Governi che promettono grandi cambiamenti per convincere di avere tutto sotto controllo con l'evidenza contraria sotto agli occhi di tutti.
Noi Paesi occidentali opponiamo forse una maggiore resistenza mentale all'idea di un cambiamento tanto radicale perché con difficoltà consideriamo possano esserci forze esterne in grado di influenzare, controllare, modificare, le nostre vicende nazionali, rispetto ai Paesi in via di sviluppo per i quali è sempre stato così. Ci siamo disinteressati di quanto accadeva e accade in vaste zone del pianeta e oggi ci stupiamo per gli effetti che tale disinteresse ha generato.
Non possiamo accettare oltre di essere diretti da speculatori che scommettono sulla penuria delle risorse, da arraffatori di ricchezze, da politici che decidono, ripeto, decidono di non occuparsi dei problemi rimbalzandoli alle generazioni future.
È necessaria la nascita di una democrazia che travalichi i confini degli Stati, che sia in grado di assicurare equità per chiunque. Una nuova concezione di cittadinanza. Nazioni inserite in un'unica architettura di strutture transnazionali stabili, capaci di evitare che le difficoltà di singoli Paesi determinino il collasso del sistema, anzi in cui sarà il sistema stesso a risollevare le sorti di chi è in difficoltà. Tale architettura pertanto non potrà reggersi esclusivamente su principi economico finanziari ma dovrà porre le fondamenta su valori di giustizia e di giustezza da realizzare in tutti gli ambiti di interesse comune quali risorse, salute, istruzione, salari, ambiente, produzione. Un socialismo liberale planetario. Non è accettabile vivere in un sistema siffatto in cui esistano differenze tanto radicali in termini di dignità di vita. Una società in cui, man mano che le cose si mettono al peggio, la “survival tech” permette, in parte, a una buona porzione di individui di sopravvivere senza pretendere dai governi cambiamenti reali. A oggi, la quasi totalità delle innovazioni tecnologiche favorisce infatti lo status quo. Quegli stessi individui che, quando le cose il peggio lo avranno raggiunto, scopriranno che gli strumenti a quel punto necessari saranno alla portata esclusivamente di una ristretta élite.
La mancanza di una strategia realmente progressista, di cui lo stesso capitalismo evidentemente necessita, l'assenza di un equilibrio tra mercati e società civile, con una pericolosa concentrazione della ricchezza, in termini di denaro, risorse, e dati, sono fattori che non potranno che far collassare gravemente l'impianto sociale.
È provato che le società con meno disuguaglianze funzionano meglio. Quindi è realistico pensare che una società globale all'insegna dell'equità e della gestione del buon padre di famiglia sia l'obiettivo cui tendere.
L'ostinarsi in un immobilismo cieco e sordo, al contrario, è posizione da condannare senza concedere attenuanti.
Luglio
2019
lunedì 15 luglio 2019
SAREMO AFRICA
Treno direzione Genova. Entro nello scompartimento. Di quelli rialzati con i gradini, più corti degli altri. È quasi pieno. Africani. Subsahariani. Trovo due sedili liberi, mi siedo lato finestrino. Alla fermata successiva sale un africano piuttosto anziano con una grande borsa di plastica di cose da vendere. Sposto la mia roba e gli faccio cenno di accomodarsi. Ci guardiamo per un secondo poi più nulla. M'incanto a guardare il mare che scorre a pochi metri dalle rotaie. Incantevole residuo di villeggiature d'altri tempi, destinato alla dismissione, tratta dopo tratta. Alle orecchie giunge il suono di una lingua sconosciuta ma famigliare. Alle narici l'odore intenso di un popolo lontano. Resto con lo sguardo sul mare. Improvvisamente sono lungo una linea ferroviaria africana. Straniera in terra altrui. Parrebbe. Il fatto è che sto bene. Quest'intenso senso di straniamento mi procura un inatteso e profondo stato di benessere. Non mi sento per nulla straniera. È tutto normale. Sto abitando il mondo reale. La contaminazione. Inevitabile e pacificatrice. Il pensiero che, non tanto numeri alla mano ma consapevolezza del restringimento del pianeta, saremo Africa sblocca il diaframma. Siamo Africa. Lo saremo sempre più. Così dev'essere. Con lucidità vedo lo svolgersi della storia dell'uomo. E sorrido. Ringrazio. Mi rincresce per chi non riesce a vedere, a sentire. Prego ogni giorno affinché sempre più persone si affranchino dalla paura e riescano a provare il medesimo sollievo che provo io in questo momento.





