I banner a lato dell’account di posta o dei social che utilizziamo: Ibs, Homelidays, Lighinthebox, o qualunque altro collegamento a siti commerciali da noi recentemente visitati o su cui siamo finiti per errore. Caso mai ci fossimo dimenticati di comprare qualcosa e soprattutto nel caso in cui, dopo lunga e appagante navigazione a riempire carrelli che poi resteranno pieni e dimenticati, volessimo ripensarci.
Quei riquadri pulsanti ci dicono: ma dai… proprio sicura che non vuoi comprare quel bel vestitino? O i 26 dvd che hai messo nel carrello in preda a una frenesia da cinefila incallita? Sarà mica il week end romantico per due in una spa ricavata in un’antica fortezza a picco sul mare, alla tariffa scontatissima offerta da Groupon, a mandarti in rovina?
E io a parlare con il computer: ne ho una marea di vestitini, il lettore dvd non funziona dall’anno scorso, e non ho nessuno con cui andare alla fottutissima spa. Ma non è questo il punto. Mi sento assediata. Mi sento soffocare. Lo spazio si fa sempre più stretto. Ogni cosa che incontro durante le mie navigazioni, mi torna indietro per analogia, richiamo, affinità presunta. Come in una bolla.
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