L’altra sera una giovane anarco-insurrezionalista illustrava due proposte per sensibilizzare le persone riguardo a quanto sta accadendo ai profughi bloccati a Ventimiglia e, in particolare, al fatto che vengano condotti presso i CIE (centri di identificazione ed espulsione) presenti nel nostro Paese con autobus della Riviera Trasporti e con aerei delle Poste Italiane, per essere presumibilmente rimpatriati, per lo più in Africa, grazie ad accordi con i governanti locali che accettano di riprenderseli in cambio di commesse e investimenti (che non andrebbero a vantaggio della popolazione).
Suggeriva, la giovane, di bloccare gli autobus presso le fermate con l’organizzazione di attraversamenti continui della strada, per permettere ad alcuni attivisti saliti sul mezzo di distribuire volantini. Secondo lo stesso principio intasare le code agli sportelli postali, facendo man bassa di numeri per la fila, quindi, dopo un po’, volantinare anche lì.
Così si ottiene l’effetto opposto. Creare disagio all'uomo comune, come si dice, non funziona più. Si accentua la percezione di un nemico là dove non dovrebbe essere. Sarebbe sufficiente che ognuno sedendo su un autobus si rivolgesse al vicino dicendo: «Certo che sapere che proprio su questi sedili la notte siedono dei disperati per essere rispediti alla disperazione da cui sono fuggiti, è triste.» Una cosa così. In quel momento chi si trova accanto percepirebbe un suo pari, uno che va a lavorare o a fare la spesa con un mezzo pubblico, diverrebbe degno di ascolto, non sarebbe più visto come un disturbatore di esistenze già sufficientemente complicate e precarie. L’empatia dobbiamo cercare. Non abbiamo sufficiente tempo per pretendere che una provocazione, in qualsiasi forma, possa tramutarsi in ascolto, riflessione, comprensione. Tutto sarebbe ridotto a ritardo, disagio, fastidio. Aumenterebbero l’insofferenza, l’intolleranza, la frustrazione.
Una volta gli scioperi, i boicottaggi, le vetrine spaccate delle banche, il danneggiamento dei beni di chi era considerato nemico del bene sociale, potevano forse anche avere un senso perché si colpiva un potere reale. Oggi il potere reale non è più nelle cose, se non esteriormente, per cui si danneggiano semplicemente delle persone. Restano solo rabbia, sconforto, disorientamento. È vero che se non si entra con un po’ di decisione nella quotidianità di un individuo ignaro dei problemi reali perché troppo preso da quelli propri contingenti, non si può sperare che si risvegli una coscienza civile ma oggi è necessario più che mai un linguaggio diverso.
È un problema di narrazione. Chi narra deve tenere conto del contesto e di coloro che ricevono la narrazione, altrimenti il suo racconto diviene sterile, inascoltato, per quanto onesto e veritiero possa essere.
Ognuno singolarmente può diventare narratore della realtà se lo fa con coerenza e onestà. Non c’è bisogno di far parte di un gruppo o di una qualche associazione. È sufficiente appartenere al consorzio umano per essere legittimati a fare qualcosa.
Altrimenti continueranno a esserci mamme a manifestare davanti al Palasport di Ventimiglia. Continueranno a manifestare nella piena convinzione di avere ragione, forti delle loro reali ragioni, senza comprendere veramente cosa sta accadendo nel mondo, cioè qui e ora. Quando un fenomeno di cui abbiamo tanto sentito parlare, ma sempre come di un qualcosa di distante da noi, qualcosa che riguardava luoghi del mondo ma dall'altra parte non si sa bene dove, si manifesta accanto a noi e ci tocca, vuol dire che difficilmente è reversibile. Credere alle promesse di politicanti populisti e in malafede che assicurano di poterlo arrestare il fenomeno, di poter arginare l’emergenza, è fondamentalmente stupido. Perché la faccenda non sarà reversibile ma è (ancora) risolvibile.
Alla riunione qualcuno è intervenuto affermando che la gente sa, come ai tempi di altre deportazioni, ma fa finta di non sapere. In parte credo sia vero. Meno impegnativo girarsi dall'altra parte, salvo poi stupirsi e indignarsi se l’etichetta dovesse mai richiederlo. Però sono convinta che la maggior parte delle persone ignorino. Esistono sintomi sotto agli occhi di tutti, barconi e filo spinato, ma delle cause della malattia pochi saprebbero dire. Quanto poi alla violenza inevitabile, alle brutalità, alle soluzioni provvisorie (in prospettiva di una finale?) legate al fermo, alla detenzione, al respingimento di masse umane, credo che, come già accaduto, l’animo umano fino all'ultimo si rifiuti di crederle possibili.
Penso al testo teatrale “Ausmerzen” * di Marco Paolini: un’analisi attenta e illuminante, una spiegazione di come si possa arrivare ad avere forni crematori in giardino senza capire da dove sono saltati fuori.
* ”Ausmerzen” Einaudi editore. Lettura vivamente consigliata.
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