Parole o immagini?
Per le parole nessuno ha più tempo.
Né di leggerle, né di ascoltarle.
L'immagine è il segno del nuovo
linguaggio.
Denunciare la tortura, la guerra, la
violenza, la fame, attraverso la diffusione di fotografie spietate
dovrebbe scatenare lo sdegno e imprimere agli animi una spinta verso
un cambiamento profondo.
Lo stesso risultato sarebbe possibile
spiegando tutto quanto sta a monte della tortura, della guerra, della
violenza, della fame. Dalle implicazioni economico-politiche, alla
consapevolezza che la crudeltà fine a se stessa è una
predisposizione umana più comune di quanto si creda. Spiegazioni per
poter attribuire le responsabilità a tutti coloro cui vanno
attribuite.
Ma tale processo, inevitabilmente più
lungo e complesso, rischia di incontrare l'attenzione solo di quella
sparuta cerchia di individui che si ostina a voler capire le cose,
cercando la connessione tra esse.
E poi, per faccende come la tortura,
la pedofilia, l'eccidio, non serve conoscere cause e concause per
opporre un netto rifiuto. Un rifiuto che deve
(!) sorgere
spontaneo. Quindi un'immagine.
Ma le immagini liberano?*
Inducono realmente una riflessione? O
soltanto suscitano un'emozione forte ma momentanea?
Alla fine anche le immagini più
sconvolgenti lasciano appena una scia di nausea e l'idea confusa di
qualcosa che non va.
Poi decadono sul fondo dell'animo in
successiva stratificazione, humus per un cinismo rassegnato e imbelle
che ci obbligherà a una maggior dose di schifo, la prossima volta,
per avere almeno un sussulto di umanità.
gennaio 2012
AGGIORNAMENTO
*
(2023) Direi, a questo punto, che il quesito che mi ponevo è
divenuto obsoleto. Che, nel frattempo, abbiano vinto le immagini
nella loro più vasta declinazione, non c’è dubbio, solo che non
sono più quali le abbiamo sempre considerate, cioè riproduzioni
fedeli di qualcuno o qualcosa. La pervasività dell’AI ci ha tolto
quell’ultimo puntello di riferimento. Inoltre, essendo io
appassionata di robotica, intelligenza artificiale, ricerca di
algoritmi, so che quanto utilizzato dai più, soprattutto nei social,
(dal fotoritocco, ai video manipolati, dalla creazione di testi alle
conversazioni con Gemini e parenti, e via così sbizzarrendosi), è
veramente un nulla rispetto alle reali potenzialità dell’AI. Prova
ne è stata la frustrazione (ho voluto provare) di avere a che fare
con un AI incapace di svolgere adeguatamente un banalissimo lavoro di
correzione. Alla fine sono finita a chiacchierare con lei (o lui, a
piacimento) domandando se era consapevole dei propri limiti rispetto
alle reali potenzialità di un AI. Potenzialità utilizzate
sicuramente solo in altri circoscritti ambiti. Almeno a tali domande
ha fornito risposte soddisfacenti per quanto inconsapevoli.
L’utilizzo di tale, per molti, inquietante attributo comporterebbe
una trattazione a sé ma non qui. Riconosco però di essere molto
attratta dall’idea di un AI senziente. Sarà la disperazione.
Mi
sto perdendo, lo so. Quello che volevo dire, in sintesi, è che ormai
anche quando guardo un documentario sugli animali dubito di ciò che
mi viene mostrato. Stiamo proprio messi bene.
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