domenica 10 dicembre 2017

#MeToo


A PROPOSITO DELLA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE (e non solo)

La prima volta che mi è capitato avevo dodici anni. Il giudice, interrogandomi su fatti risalenti a quattro anni prima, mi chiese se per caso non avessi confuso normali gesti di affetto con toccamenti impropri, portando ad esempio la vicenda di una ragazzina che, issata da uno zio per raccogliere dei frutti da un albero, l’aveva poi accusato di molestie. A fronte della mia risposta negativa, mi disse allora che, essendo io in grado di operare un distinguo, forse non ero così innocente e mi chiese se ero certa di non aver in alcun modo provocato le attenzioni particolari che avevo ricevuto e se ero veramente sicura di non essere stata io a sedurre l’uomo che stavo incolpando. L’esito dell’udienza, disertata da altre ragazzine coinvolte, i cui genitori preferirono non mettere in piazza la vergogna, fu che mi concessero sì il beneficio del dubbio ma altrettanto fecero con l’individuo che accusavo di molestie protratte negli anni. Non gli venne comminata alcuna pena, né fu redarguito e poté impunemente perseverare nelle sue disgustose abitudini fino all'età di novantadue anni, in un clima di omertà assoluta.

Purtroppo, nei successivi quarant'anni, mi è accaduto di subire aggressioni altre due volte. In un caso fui soccorsa da un ragazzo africano (non ne avrei  sottolineata l’etnia se non fosse per la necessità di bilanciare l’eco delle cronache giornalistiche votate evidentemente alla discriminazione in negativo), nell'altro me la cavai da sola mantenendo il sangue freddo. In entrambe le situazioni non vi erano circostanze di rischio da me prese alla leggera. Non ero vestita in modo sconveniente, non ero alticcia, non era notte, non ho dato confidenza in modo avventato a chicchessia. Però, entrambe le volte, mi sono ritrovata a dovermi poi giustificare così come era, ancor più assurdamente, accaduto quand'ero ragazzina.

Questo non deve accadere. L’umiliazione di doversi spiegare e giustificare resta come un marchio che procura un senso di colpa inconscio che, nel tempo, desensibilizza le vittime riguardo eventuali successivi abusi e anzi, per assurdo, li facilita. Inoltre può sopravvenire la tendenza ad andare a cacciarsi reiteratamente in situazioni a rischio per procurarsi il male prima che ce lo procurino gli altri, in un perverso automatismo psicologico che ci persuade di avere in tal modo il controllo della nostra vita.

Gli abusi diventano infine qualcosa di poi non così grave e a cui comunque, in un modo o nell’altro, si sopravvive, anche senza l’indebita punizione di sociali e istituzionali seconde violenze.

Uno psicologo, con cui mi confrontai anni dopo, mi disse che quando qualcuno subisce un abuso è perché lo permette. Fu un’affermazione che rifiutai di prendere in considerazione.  Non mi offese perché proveniva da una persona che gode della mia stima, e della cui onestà intellettuale sono certa, ma m’infastidì perché la ritenni retaggio, se pur inconsapevole, di una visione androcentrica della società.

Alcuni anni fa ho però riflettuto sulla questione analizzando le dinamiche dei miei rapporti lavorativi che sono stati sempre, e inesorabilmente, connotati da un iniquo riconoscimento economico, dovuto ora alle mia scarsa autostima, ora alla convinzione che non esistesse una relazione tra corrispettivo pecuniario e valore della prestazione. Convinzione, presunzione anzi, che la mia bravura non potesse essere intaccata dal fatto di essere retribuita in modo talvolta offensivo. Che i valori fossero (e lo sono) altri.  Per questo ho sempre accettato, se pur per necessità, lavori sottopagati che hanno regolarmente impregnato e invaso tutto il mio tempo. Ho permesso cioè che non si portasse rispetto alla mia persona. Perché io per prima non ho avuto rispetto del mio valore. Del valore assoluto della dignità dell’essere umano. Come indignarsi di paghe da 2 euro l’ora, quando non al giorno, se se ne accettano comunque da 5 euro e senza la minima tutela contributiva? Se si accetta di far parte di un ingranaggio bisogna accettare anche la propria individuale complicità nella colpa di determinare il  malessere sociale collettivo e non solo il nostro. Ho quindi dato il mio beneplacito a un abuso. Non sessuale ma comunque un abuso. Con tutte le implicazioni di dovere, inclusa quella di determinare una ricaduta su altri. Se tutti tacciono, l’ingiustizia diventa sistema.

Ugualmente esiste una responsabilità per chi passa sopra al dover cedere ad avances sessuali o lo considera un qualcosa che si può fare senza che rimanga il segno. In tal senso ho ripensato alle parole dello psicologo e ho compreso cosa intendesse.

Il movimento di denuncia che, da neanche due mesi, sta dilagando nel mondo, sotto le insegne di hastag virali quali #MeToo, #BalanceTonPorc, #QuellaVoltaChe, #AnaKamen, #YoTambien, è una buona cosa, che si tratti o meno, come è stato recentemente scritto, del segno della fine della società patriarcale. Basta omertà, basta vergogna.  Spero che duri, spero che serva, spero che le persone vittime della sindrome da emulazione siano poche, spero che nessuno strumentalizzi. E che le vittime abbiano la forza d’animo di riconoscere, quando il caso, in quale misura possono essere state corresponsabili. È una forma mentis sociale quella che deve essere modificata, per cui siamo tutti coinvolti e ognuno deve fare la propria parte. Imparare collettivamente che non si può continuare a dar tutto per scontato solo perché “il mondo è sempre andato avanti così”, richiede grande impegno da parte di tutti.

Una mollezza di costumi. La si potrebbe definire così la traccia continua di acquiescenza che caratterizza la società contemporanea. Cosa c’è di diverso nell'andare avanti nella vita a colpi di compromessi? Che sia per lavoro, per quieto vivere, per fare una vacanza che non ci si può permettere o acquisti compulsivi? Che sia  girarsi dall'altra parte per evitare di essere chiamati in causa o aspirare a un corpo in formaldeide? Non è forse anch'esso un abdicare agli stereotipi comportamentali e di linguaggio di quello che ormai si ritiene il modello di vita universalmente condiviso? Del tutto all'insegna dell’omologata ricerca del superfluo. Non è forse anch'esso un modo di prostituirsi e dare pertanto beneplacito all'abuso? Il non ascoltare se stessi, il non rispettarsi: esiste un nesso forte tra il poco amore verso sé e la possibilità che qualcuno ne approfitti. E ciò a prescindere dall'ambito in cui ciò avviene.

Nel momento in cui cediamo una qualunque parte di noi stessi perché il non farlo implicherebbe un’esclusione in termini di visibilità sociale, sottraiamo valore alla persona e consegniamo nelle mani di chi ha potere la possibilità di violarla con sempre maggior facilità. E le nuove generazioni sono quelle che ne pagano e pagheranno il maggior scotto.

A proposito di un recente fatto di cronaca nostrana, un paio di preti  hanno detto che le ragazze se la sono cercata. Onestamente, vi chiedo, della marea di ragazzine in pubertà che si offrono giulive e oscene in webcam, quante conoscono il proprio valore, quante si amano a sufficienza, quante anche solo lontanamente sospettano che ci sia dell’altro nell’esistenza di un individuo? E quante pensate si comportino, uscendo la sera, da educande? Nulla giustifica violenza e  mancanza di rispetto, né mi riferisco qui al caso specifico, ma banalmente i richiami sessuali esistono perché vi sia una risposta. Forse l’unico caso, tra tutti i fenomeni dell’universo, in cui una visione teleologica abbia un senso. Non possiamo stupirci né scandalizzarci se accadono fatti sgradevoli e drammatici alle nostre figlie, nel momento in cui vanno in giro imbottite di cultura da televisivi piazzisti di momenti di gloria,  e make up lampeggianti. Dobbiamo andare all’origine del problema. La colpa non riguarda solo gli artefici di abusi perpetuati in grazia di una qualsivoglia posizione di potere nei confronti di chi è subalterno. Riguarda ognuno di noi.

Sicuramente sono condizionata dalle ricerche che feci anni addietro sulla pedo/pornografia online, e di tanto in tanto ci butto un occhio per tenermi aggiornata, ma proprio per questo so di cosa sto scrivendo. Ho ben chiaro che dev'essere possibile andare in minigonna senza subire affronti di genere ma anche che molte dodicenni di oggi vivono clandestinamente una vita che donne d’età nemmeno sospettano esista. Una precocità d’esperienze in sovrannumero, in gran parte superflue quando non dannose, dettata dal vuoto. Dall'immediata comprensione intuitiva ed emotiva di contare poco visto che tutti quanti siamo consultabili a catalogo. Un nichilismo annoiato, ridanciano e contagioso. Da galleggiamento. Cosa troveranno queste ragazze e ragazzi ad attenderli tra dieci anni in una società per la quale non avranno assimilato strumenti di interpretazione? Come potranno distinguere tra ciò che è normale e ciò che è prevaricazione?
Passeremo dalla paura di essere giudicati male in quanto vittime di reati che toccano la sfera intima, personale, e sessuale, direttamente all'incapacità di riconoscerci tali?

L’altra sera a cena un amico mi ha fatto notare che una volta le gonne arrivavano sotto il ginocchio ma questo non era d’ostacolo ai giochi di seduzione, al corteggiamento, ai rapporti sessuali. E c’erano tanti figli. Ora, lasciando da parte ogni considerazione sull'affrancamento legittimo del piacere dalla procreazione, e sul fatto che le donne un tempo avessero poca voce riguardo alla scelta del partner, resta il fatto che oggi l’atto sessuale è avulso sempre più da un coinvolgimento emotivo, da uno slancio vitale, e da tutto quanto ne consegue. Il piacere del desiderio, le emozioni legate ad esso, quando questo era rivolto a un unico essere per noi insostituibile, sono perduti. Esiste sempre un desiderio e un bisogno forte di esaudirlo ma i destinatari sono per lo più intercambiabili. L’importante è riuscire, a prescindere dal valore della persona cui rivolgiamo l’attenzione. L’esigua presenza di figli, che a parer mio non è quella gran catastrofe, denota inoltre che l’atto sessuale ha perso una connotazione fondamentale: la vocazione di creare con la persona amata qualcosa di unico, di importante, di, appunto, vitale.

Provo pena per queste nuove generazioni di individui che, a parte alcune fortunate eccezioni, non sanno e difficilmente sapranno cos'è credere fortemente nell'unione con l’altro al punto da mettere in gioco le proprie rispettive esistenze nel segno di un futuro che si sogna bello e denso di realizzazioni positive. Che non conoscono la bellezza e il senso profondo della resa, dell'ar/rendersi all'altro nella più totale fiducia. Non si tratta qui del solito borbottio tra generazioni, dove la più datata lamenta la perdita dei vecchi valori in quella più giovane, la ribellione, il non rispetto. Qui si constata con amarezza l’incapacità intellettuale, fisica, ed emotiva di percepire qualcosa che è ciò che determina il valore dell’essere umano.

Il non essere capaci di provare desiderio, di sperare, di soffrire anche, il non sospettare che esista un’interiorità viva che non conosce noia, insoddisfazione, depressione, tutto ciò è una sottrazione di vita di cui tutti noi siamo responsabili nei loro confronti. E lo siamo nel momento in cui, seduti davanti alla tivù, non ci indigniamo di fronte agli spot di famiglie i cui componenti sono tutti felicemente e contemporaneamente connessi alla velocità della luce, e vivono ognuno in un proprio mondo che definire virtuale è ormai obsoleto. Mondo altrettanto reale quale quello che abbiamo fino a ieri definito tale e  che abbiamo il dovere di capire, in ogni sua sfaccettatura, implicazione, e livello di complessità, per poterlo spiegare degnamente a chi si destreggia abilmente nell'abitarlo ma di certo non possiede capacità di comprenderlo.


2 dicembre 2017

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