domenica 3 novembre 2013

OCP e Secolo XIX

Ho deciso di pubblicare questo vecchio articolo, perché sono pentita non tanto di non aver fatto valere all’epoca i miei diritti, quanto di aver iniziato ad accettare che il giornalismo in cui avevo sempre creduto non fosse quel gran pilastro


NON È POSSIBILE


Non è possibile, ogni volta mi dico che non è possibile. Non mi capacito della situazione critica raggiunta dal giornalismo italiano: i quotidiani che accompagnano la nostra colazione mi lasciano spesso con la tazzina a mezz’aria. Se da un lato è confortante che notizie degne di attenzione giungano infine in prima pagina, dall’altra il ritardo di anni (!!) con cui ciò spesso avviene è allarmante. Alludo qui alla serie di articoli che il Secolo XIX sta in questi ultimi giorni dedicando alla vicenda dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados in Ecuador, spacciandoli, sono certa in buona fede, come scoop rivelatore del poco ortodosso comportamento tenuto dall’Agip per conquistare i diritti di sfruttamento petrolifero nel Paese sudamericano. Tanto è meritevole, nonostante lo scarso tempismo rispetto ai fatti, l’intento della citata testata giornalistica, quanto è inquietante che sia stata necessaria la lettura di tali articoli perché ci fosse un minimo di mobilitazione. Coscienze che subito si sono messe all’opera per fare chiarezza: politici, giuristi, europarlamentari, ambientalisti tutti incredibilmente sorpresi e pronti a sdegnate reazioni, interrogazioni, indagini e via discorrendo. Si sono dunque svegliati solo dopo il reportage in questione? Mai sentito parlare prima del fatto? Cosa leggono queste persone? Come passano il loro tempo? Com’è possibile che certe informazioni non giungano alle loro orecchie anche solo per caso? Come può esistere una tale disinformazione, un tale disinteresse? O, semplicemente, di fronte al fatto che una certa questione diventi di dominio pubblico, la si sfrutta demagogicamente?

A marzo del 2002, venuta a conoscenza dell’accordo OCP, mi documentai per quel che mi fu possibile e scrissi una lettera-articolo, inviandola ad alcuni giornali, tra cui il Secolo XIX. Presso la sede del Secolo XIX mi recai poi anche di persona per perorare la pubblicazione ma non ero giornalista e non avevo conoscenze. L'articolo non fu dunque pubblicato, e fin qui nulla di strano, ma tanto stupore e scalpore oggi possono significare solo due cose: o c’è una gran disattenzione da parte del personale delle varie redazioni o c’è, se non malafede, perlomeno censura, nel senso che le cose si sanno, ma si aspetta il momento “giusto” per permettere che vengano rese pubbliche.

Di seguito riporto la lettera cui mi riferisco sopra, lettera che qualcuno deve aver ritrovato da qualche parte e, verosimilmente, sfruttato.


14 marzo 2005

(la presente inviata in data 15 marzo 2005 alla redazione de Secolo XIX)


Marzo 2002

Nel giugno dello scorso anno, dopo anni di attesa, il Ministero dell’energia e delle miniere ha concesso il nulla osta ambientale al progetto di realizzazione dell’OCP, Oleoducto de Crudos Pesados, in Ecuador. Questo nuovo oleodotto, la cui lunghezza complessiva sarà di circa 500.000 chilometri, affiancherà per buona parte del percorso il SOTE, il Sistema di Oleodotto Transecuadoriano che la Texaco realizzò nel Paese più o meno trent’anni fa’. Dicono che potrà trasportare 450.000 barili di petrolio grezzo al giorno tra il terminale situato nell’Amazzonia Ecuadoriana orientale e il Terminale di Esmeraldas sulla costa dell’Ecuador.

L’importanza della costruzione dell’oleodotto è collegata, per il governo dell’Ecuador, al processo di dollarizzazione, ovvero alla scelta del dollaro come valuta nazionale, e richiede forti investimenti di capitale straniero.

L’accordo è stato sottoscritto in giugno tra il governo e un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui figura l’italiana Agip per una quota del 7,51%. Queste imprese trasporteranno petrolio per vent’anni, ammortizzando l’investimento, dopo di che l’Ocp diverrà proprietà dello Stato. Stato che si ritroverà tra le mani un impianto logoro perché alla sua regolare manutenzione difficilmente si sarà provveduto nel frattempo.

Nonostante esistano validi motivi per opporsi al progetto, i lavori hanno già preso il via nel mese di agosto. Innanzitutto non ci sarebbe un volume di greggio tale da poter utilizzare entrambi gli oleodotti a pieno ritmo, salvo procedere alla realizzazione di nuovi pozzi con stazioni di pompaggio e centinaia di chilometri di tubazioni per alimentare l’OCP. Questi ulteriori lavori non sono contemplati nel Piano di Gestione Ambientale dell’OCP, già ritenuto insufficiente per mitigare gli impatti negativi sull’ambiente e sulla popolazione che avrà il progetto base. Le stesse procedure della VIA (valutazione di impatto ambientale) si sono ridotte a un’analisi di pochi giorni su porzioni limitate di territorio (in parte già compromesso dal SOTE), per cui non hanno fornito le informazioni necessarie per una corretta valutazione dell’impatto stesso; non c’è stata una consultazione della società civile né hanno considerato i cosiddetti impatti cumulativi: in altre parole tutti gli eventi non pianificati causati dal progetto (insediamenti, disboscamento, incidenti, allontanamento coatto di indigeni dai propri territori, ecc.). Una simile carenza di analisi e l’aver tralasciato questioni chiave nella VIA, ha di certo determinato una sottostima della portata e dell’impatto complessivo di questo progetto. L’oleodotto attraverserà 11 aree protette, aree sorgive di fiumi, foreste primarie, zone agricole, zone geologicamente instabili, centri abitati. Molte organizzazioni internazionali hanno fatto pressioni affinché l’OCP non fosse finanziato, così come hanno richiesto a gran voce movimenti interni all’Ecuador: Accion Ecologica e Mujeres por la madre tierra, in prima linea, continuano infatti a opporsi con valide argomentazioni. Una tra le tante, i guadagni derivanti dalla messa in opera dell’OCP restano alle multinazionali straniere che pagano al governo delle royalty, le quali finiscono nel tritacarne del debito estero.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, l’Agip, in cambio della cessione dei diritti di sfruttamento petrolifero di una delle zone in questione, il bloque 10, ha dato un quintale di riso, uno di zucchero, burro e sale, ma solo una volta al mese e solo per i mesi di maggio, agosto e novembre 2001. A ciò si aggiungono una lavagna, due palloni, un fischietto, una bandiera dell’Ecuador, quindici piatti, quindici tazze, quindici cucchiai, una pentola, due secchi, un’aula scolastica, uno stipendio di 40 dollari mensili per sei insegnanti per sei mesi, corredi farmaceutici del valore di 200 dollari ciascuno, qualche migliaio di dollari per tubazioni per l’acqua potabile e via delirando. Stupefacente.

Questo progetto, che non avrebbe superato la fase di valutazione se non avesse ricevuto i finanziamenti per operare (nessuna compagnia rischia i propri fondi), ne ha ottenuti da un consorzio di banche il cui intermediario finanziario è l’italiana BNL (Banca Nazionale del Lavoro), che sinora non ha preteso, come sarebbe doveroso, da parte del consorzio bancario una valutazione indipendente da quella fatta dal Consorzio OCP. Inoltre è da tenere in considerazione il ruolo della SACE, l’Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio con l’Estero, che si prende carico dei crediti commerciali andati insoluti, risarcendo le imprese italiane investitrici con denaro pubblico, aumentando quindi il debito verso il settore pubblico italiano, già ampiamente esposto verso l’Ecuador.

Come un tale accordo possa essere stato accettato dalla controparte è spiegabile con il ruolo ambiguo di alcuni rappresentanti delle comunità indigene, che, evidentemente, avranno avuto il loro tornaconto nella contrattazione, nonché con il fatto che lo sfruttamento petrolifero in Ecuador è stato dichiarato dal Governo priorità nazionale e come tale sottostà alla Legge di Sicurezza Nazionale che è al di sopra di tutte le altre leggi. Un escamotage contro l’incostituzionalità dello sfruttamento di zone protette, in quanto dalla Costituzione viene prevista per queste ultime l’inalienabilità.

Tra qualche anno qualcuno, di fronte all’evidenza dello scempio, griderà allo scandalo, ci saranno delle indagini e cadrà qualche testa, ma qualche mese dopo tutto sarà dimenticato. Nel frattempo altre vicende simili si propagheranno come un cancro sulla terra, per essere poi a loro volta esecrate e condannate, senza che una reale volontà d’analisi e prevenzione prenda forma.

marzo 2002

P.S. A fronte dello scoop del Secolo XIX, inviai una raccomandata alla redazione, facendo presente la loro scorrettezza: il pezzo era mio. Inviai in allegato copia originale. Non ottenni riscontro. Non avevo i mezzi per intentare una causa e rinunciai. Me ne pento ancora.


AGGIORNAMENTI (aprile 2013): L’OCP, operativo se pur inizialmente in misura ridotta dal 2003, sta per inaugurare il trasporto di greggio dalla Colombia


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