lunedì 27 marzo 2017

LE NOSTRE PAROLE

Ognuno con i propri libri, con le proprie parole. Senza comunicazione né confronto. Si abbandonano messaggi al vuoto. Nessuno li raccoglie. Cerchiamo di farci avvistare ma nessuno lo fa perché tutti sono impegnati a fare altrettanto nel mare magnum dei naufraghi poeti, dei naufraghi narratori. Dei naufraghi sognatori e rivoluzionari. È perduta ormai la forza che hanno le voci quando si sommano.
Tutti diciamo, tutti scriviamo, qualcuno blatera a vanvera, altri gridano, altri ancora si dilettano a riportare senza aver ben ascoltato. Le vie sono intasate di parole che nessuno legge. Come ingorghi nell’ora di punta.
Forse l’unica soluzione è sottrarsi. Accostare. Scavalcare il guard rail e andare per i campi, dove ancora ce ne sono. Tacere, smettere di scrivere. Donare uno spazio vuoto, bianco, e silenzioso. E sperare che anche altri lo facciano. Altrimenti dove, riprendere a dar vita alle parole?
Usarle solo più sottovoce, per strada, con chi s’incontra, guardandosi negli occhi.
Sperando che basti, con il tempo, quest’atto di buona volontà, di sottrazione.
Perché chi sta male, chi è disperato, anche chi è semplicemente immerso nel frastuono ed è divenuto sordo, vuole solo distrarsi e odia parimenti chi lancia avvisi di allarme, chi la disperazione la canta, chi narra di bellezza che non si riesce a vedere.
Vedere. Chi vede viene ignorato, se non addirittura isolato, deriso, compatito. Chi racconta ciò che vede non è tollerato. Gli esseri con occhi funzionanti vengono banditi. Talvolta condannati in contumacia, talvolta soppressi, il più delle volte invece semplicemente sovrastati dal loop cacofonico di strombazzamenti sterili.
Sugli spiriti liberi si posa una coltre di suoni e di segni che ne soffoca il respiro e ne opacizza la luce.
Le parole non arrivano più a chi potrebbe trarne beneficio. Allora per un po' non aggiungiamone altre. Di buone ce n'è a sufficienza nel mondo e da tempo. Restituiamo intanto spazio a quelle.
Restano quelli che se la cantano tra loro, che s’indignano a turno e a turno, al riparo di mura ormai marcescenti, approvano la reciproca indignazione, convinti di dare un buon contributo ma solo di ulteriore rumore si tratta.
Un accanimento terapeutico. Una consolazione anemica. Una sterile illusione.
Scompiglio, sfondamento, apocalisse. Questo invoco.
Che sogno e ragione vadano insieme.
Ma per ora occorre silenzio. 
Per il resto solo cauti bisbigli.
Restare lucidi e pazienti.
Sparpagliamo quindi semi di dubbio alla chetichella, senza insistere, senza spiegare, senza spaventare.
L’insofferenza altrimenti si accresce e la partita è persa.

Abbiamo quest’unica vita per fare qualcosa di buono. Ammettiamo una buona volta che ci hanno sottratto le parole e se ci hanno sottratto le parole, allora cerchiamo un nuovo linguaggio. Inventiamolo. Ma per creare qualcosa c’è bisogno di spazio e di tempo. Il primo lo possiamo anch’esso creare, del secondo dobbiamo con determinazione riappropriarci. Incominciando da quello inutile, noi che scriviamo, dedicato a intasare la rete di pensieri a decadimento istantaneo.

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