Ognuno
con i propri libri, con le proprie parole. Senza comunicazione né
confronto. Si abbandonano messaggi al vuoto. Nessuno li raccoglie.
Cerchiamo di farci avvistare ma nessuno lo fa perché tutti sono
impegnati a fare altrettanto nel mare magnum dei naufraghi poeti, dei
naufraghi narratori. Dei naufraghi sognatori e rivoluzionari. È
perduta ormai la forza che hanno le voci quando si sommano.
Tutti
diciamo, tutti scriviamo, qualcuno blatera a vanvera, altri gridano,
altri ancora si dilettano a riportare senza aver ben ascoltato. Le
vie sono intasate di parole che nessuno legge. Come ingorghi nell’ora
di punta.
Forse
l’unica soluzione è sottrarsi. Accostare. Scavalcare il guard rail
e andare per i campi, dove ancora ce ne sono. Tacere, smettere di
scrivere. Donare uno spazio vuoto, bianco, e silenzioso. E sperare
che anche altri lo facciano. Altrimenti dove, riprendere a dar vita
alle parole?
Usarle
solo più sottovoce, per strada, con chi s’incontra, guardandosi
negli occhi.
Sperando
che basti, con il tempo, quest’atto di buona volontà, di
sottrazione.
Perché
chi sta male, chi è disperato, anche chi è semplicemente immerso
nel frastuono ed è divenuto sordo, vuole solo distrarsi e odia
parimenti chi lancia avvisi di allarme, chi la disperazione la canta,
chi narra di bellezza che non si riesce a vedere.
Vedere.
Chi vede viene ignorato, se non addirittura isolato, deriso,
compatito. Chi racconta ciò che vede non è tollerato. Gli esseri
con occhi funzionanti vengono banditi. Talvolta condannati in
contumacia, talvolta soppressi, il più delle volte invece
semplicemente sovrastati dal loop cacofonico di strombazzamenti
sterili.
Sugli
spiriti liberi si posa una coltre di suoni e di segni che ne soffoca
il respiro e ne opacizza la luce.
Le
parole non arrivano più a chi potrebbe trarne beneficio. Allora per
un po' non aggiungiamone altre. Di buone ce n'è a sufficienza nel
mondo e da tempo. Restituiamo intanto spazio a quelle.
Restano
quelli che se la cantano tra loro, che s’indignano a turno e a
turno, al riparo di mura ormai marcescenti, approvano la reciproca
indignazione, convinti di dare un buon contributo ma solo di
ulteriore rumore si tratta.
Un
accanimento terapeutico. Una consolazione anemica. Una sterile
illusione.
Scompiglio,
sfondamento, apocalisse. Questo invoco.
Che
sogno e ragione vadano insieme.
Ma
per ora occorre silenzio.
Per
il resto solo cauti bisbigli.
Restare
lucidi e pazienti.
Sparpagliamo
quindi semi di dubbio alla chetichella, senza insistere, senza
spiegare, senza spaventare.
L’insofferenza
altrimenti si accresce e la partita è persa.
Abbiamo
quest’unica vita per fare qualcosa di buono. Ammettiamo una buona
volta che ci hanno sottratto le parole e se ci hanno sottratto le
parole, allora cerchiamo un nuovo linguaggio. Inventiamolo. Ma per
creare qualcosa c’è bisogno di spazio e di tempo. Il primo lo
possiamo anch’esso creare, del secondo dobbiamo con determinazione
riappropriarci. Incominciando da quello inutile, noi che scriviamo,
dedicato a intasare la rete di pensieri a decadimento istantaneo.
Febbraio
2017