lunedì 22 aprile 2013

GIORNATA DELLA TERRA

Oggi è la Giornata della Terra.

Se ne iniziò a parlare negli anni ’60, durante le proteste contro la guerra in Vietnam e prese forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale della Union Oil in California.

Le Nazioni Unite ne sono portavoce e sostegno e a ogni ricorrenza suonano la campana della pace nel quartier generale di New York.

Dal 2000 l’iniziativa si è diffusa a livello mondiale e viene celebrata ogni anno, il 22 di aprile, riunendo migliaia di associazioni ambientaliste. Persone che ci credono e che si impegnano.

Cos’altro?

Imponenti concerti e sponsor illustri.

Poi, ogni anno dal 23 aprile, tutto come prima.


“Tutte le persone, a prescindere dall'etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile".

Aprile 2013


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domenica 21 aprile 2013

BIOLOGICO?

11 aprile: ingenti quantità di mais ogm e di soia ai pesticidi spacciate per biologiche: sequestri in cinque regioni.
E chi se lo sarebbe mai aspettato?
Ridicoli lo stupore e lo scandalo.
Primo, l’estensione di tali monoculture intensive a livello mondiale, per quanto in gran parte destinate all’allevamento (e anche lì ci sarebbe da aprire un ampio dibattito ma rimando a un altro post) e ai biocarburanti, un piccolo dubbio avrebbe dovuto suscitarlo.
Secondo, la diffusissima predisposizione criminale alla sofisticazione e alla frode in ambito alimentare (gli esempi abbondano) avrebbe dovuto, ugualmente, mettere sul chi va là.
Quest’abbondanza di prodotti biologici a scaffale, soia e mais biologici come se piovesse, anche a prezzi stracciati, ma da dove arriva?
Dove stanno tutte queste incontaminate e virtuose coltivazioni che da mercato di nicchia ora riescono a saturare la grande distribuzione?
Con centinaia di milioni di ettari che producono a ritmo serrato, destinarne una parte, per vie traverse, a un mercato che frutta minimo un 8% in più a tonnellata, e fino al 500% in più al chilo nella vendita al dettaglio, non diventa una tentazione ma un piano operativo.

Soia 86 milioni di ettari 2004

Mais 143 milioni di ettari 2004

840 milioni tonnellate nel mondo 2012

Prodotti ogm free costano al consumatore a partire da8% in +

Nel 2012 le coltivazioni ogm coprono il 21% delle superfici coltivabili



11 aprile 2013

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sabato 20 aprile 2013

ECONOMIA

 In tutto il mondo le persone stanno sempre peggio. Vien da chiedersi, ma non è che questo sistema di mercato non funziona? Perché la politica si ostina a sostenerlo e difenderlo, raccontandoci che è la strada giusta o, comunque, l’unica percorribile?

E perché devono stare meglio quelli che danno un contributo negativo alla società?

Eppure il sistema politico internazionale avvalla anziché correggere il sistema mercato nonostante si stia rivelando fallimentare. Tranne per un esigua parte della popolazione mondiale, pari a poco più dell’1%. Insomma non sta funzionando come dovrebbe.

Le teorie di Smith secondo cui il perseguimento degli interessi di un’èlite portano a un benessere sociale partono dal presupposto che i ritorni privati siano allineati a quelli sociali e che si riceva un compenso proporzionale ai contributi apportati alla società. Ma oggi non è più così. Si dovrebbe creare ricchezza, intesa come benessere equamente distribuito, non sottrarne. Di fatto è una corsa a sbranare la carcassa. Anche quando si fanno considerazioni del tipo che il Pil non misura la sostenibilità della crescita, si dice una cosa giusta ma si utilizza un vocabolo che alimenta equivoci. Non si tratta di crescita. Ma di sottrazione. Questo è il punto che dovrebbe essere ben chiaro e che può mettere a tacere qualsiasi argomentazione a favore dell’attuale situazione. Sottrazione di beni comuni, di risorse, di libertà, di democrazia, di dignità. Fino a esaurimento scorte.

I mercati dovrebbero funzionare su una reale libera concorrenza tutelata da governi che devono impedire la nascita di monopoli così potenti da rendere impossibile retromarce e cambiamenti di rotta. Ma esistono molti sistemi che permettono al sistema finanziario di impedire che i mercati funzionino bene e quindi che pochi si arricchiscano indipendentemente dai meriti, anzi, sempre più, procurando danno.

Eppure pare che questo ormai sia l’unico mondo possibile. Che se cambiassimo strada crollerebbe il sistema e tutti ne verremmo danneggiati. Che qualsiasi inversione di tendenza sarebbe letale. Le obiezioni principali si riassumono nella considerazione che qualsiasi iniziativa, dal tagliare le spese militari, al non esternalizzare i costi ambientali, all’eliminare i benefici fiscali a favore delle grandi imprese, si tradurrebbe in perdita di posti di lavoro, e in un danno per la collettività. Che la perdita costante ed esponenziale di posti di lavoro sia comunque sotto agli occhi di tutti poco importa. In fondo tendiamo a credere a tutto ciò che conferma le nostre credenze pregresse. E quanto ci hanno inculcato riguardo all’efficienza dei mercati che viene meno solo a fronte di un ingerenza dei governi, è un’idea ben radicata. Rimossa invece l’idea che le imprese (e le banche) funzionino all’80% grazie alla ricerca, agli incentivi, alle agevolazioni fiscali degli Stati, cioè grazie ai soldi nostri. Anche il denaro dato alle banche (troppo grandi per fallire) avrebbe dovuto impedire che il credito si interrompesse. Invece la maggior parte di quei soldi sono finiti per pagare i bonus di chi ha determinato il collasso del sistema. I tassi di interesse pari quasi a zero con cui gli istituti bancari si sono potuti rifinanziare con denaro pubblico, hanno fatto sì che si provvedesse in fretta e furia a distribuire dividendi anziché rimettere in circolo un credito che avrebbe concesso respiro alla piccola e media impresa. Per cui, visto che i governi si indebitano comunque per sostenere le grandi corporations finanziarie, non sarebbe meglio che lo facessero per garantire un’istruzione elevata, sviluppo tecnologico e, quindi, crescita di domanda di lavoro qualificato e protezione dell’ambiente?

Invece non solo non si punisce (encomiabile il caso dell’Islanda, ma si sa, è un paese piccolo) ma addirittura si premia chi danneggia la società. La ricchezza la si crea o la si sottrae. Un sistema basato esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse ambientali e umane, a questo punto di risorse ai minimi termini, non può che divenire stagnante. Immobile. Gli unici modi di arricchirsi sono, speculare finanziariamente, scommettere, giocare con i futures, nonché procedere con l’accaparramento di ciò che c’è ancora in circolazione, di ciò che rimane. A scapito del resto dell’umanità. Ed è quanto sta accadendo. Impunemente.

Inoltre, in un circolo vizioso, spostando la ricchezza dal basso verso l’alto, cioè in mano a un numero sempre più esiguo di individui, i consumi non possono che scendere e, comunque, non possono essere proporzionali ai livelli di produzione e offerta necessari a un’economia viva e dinamica. E la disillusione nei confronti di un sistema politico che permette iniquità, porta a una diminuzione della partecipazione alla vita politica, al rassegnarsi a una vita sempre meno democratica. La perdita stessa di sovranità economica è una perdita di democrazia. Ma, come ben sappiamo, i cambiamenti di mentalità e le convinzioni collettive mutano molto lentamente e lo fanno solo se mutano quelle di un numero considerevole di persone. Altrimenti si consolidano. Media e think tank hanno lavorato e lavorano molto bene in merito.


ottobre 2012


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PETROLIO vs ACQUA

L'Asia Water Development Outlook 2013 rivela che due terzi degli abitanti dell'Asia (circa 3 miliardi di persone) non ha accesso ad acqua potabile né a una rete fognaria.

La Banca Asiatica per lo Sviluppo (ADB) stima in 130 miliardi di dollari gli investimenti per rimediare in buona parte alla situazione.


Solo nel 2011 sono stati erogati più di 500 miliardi di dollari a sostegno dei combustibili fossili

(fonte: World Energy Outlook 2012 dell’International Energy Agency)



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venerdì 19 aprile 2013

PERPLESSITA'

In base a come siamo e come cambiamo noi stessi modifichiamo l’ambiente che ci circonda.

È un principio filosofico, religioso, e scientifico.


Io ho sempre vissuto in funzione di principi che ritengo indiscutibili, quali i diritti inalienabili degli individui. Mi sono impegnata per diffonderli e difenderli. Per comprendere io per prima le dinamiche sociali, politiche e, non ultimo, economiche che portano a calpestare tali diritti e per cercare di spiegarle.

Eppure, tra le persone che conosco, incontro, frequento, c’è ancora chi proclama che agli immigrati bisognerebbe sparargli in bocca, ché ci tolgono il lavoro, chi dice che bisognerebbe gasarli perché troppo complicato e costoso distinguere tra profughi legittimi e terroristi, che la tolleranza zero è l’unica soluzione.


Raccoglieremo tempesta.


Aprile 2013


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giovedì 18 aprile 2013

I SUICIDI VIVEVANO LONTANI

I suicidi vivevano lontani.

Nella letteratura classica e romantica. Animi nobili e amanti infelici.

O in qualche remoto racconto di famigliari o conoscenti. La moglie di un lontano cugino che fin da ragazza però era stata sempre tanto melanconica. O in qualche triste articolo di cronaca.

Poi erano il vento divino, i piloti giapponesi nelle pagine dei libri di storia e nei film.

Poi vivevano in India. Prima, per non essere sfollati*, si lasciavano sommergere dalle acque delle Grandi Dighe. Dopo un po’ si sono messi a bere gli erbicidi*.

Poi vivevano in Tibet ed erano monaci che si davano fuoco. Il centesimo un paio di mesi fa.

Sempre più prossimi nel tempo ma comunque lontani.


Ora sono vicini di casa. Uno al giorno.




* A causa delle Grandi Dighe, si calcola che in India siano state sfollate in poco più di un ventennio circa 33.000.000 di persone senza che sia stata loro procurata una sistemazione alternativa. Alcuni hanno preferito restare sulle proprie terre che stavano per essere sommerse. Per approfondimenti consiglio la lettura de “La fine delle illusioni” di Arundhati Roy

Il fenomeno dei contadini suicidi, invece, è iniziato nel 1997, quando il governo indiano ha eliminato i sussidi alla coltivazione del cotone, e contemporaneamente sono state introdotte su larga scala semenze geneticamente modificate. Ma le promesse riguardo alla loro resa non sono state mantenute: le piante non resistono agli attacchi dei più comuni parassiti e richiedono dosi massicce di pesticidi. I contadini si suicidano principalmente in tre periodi dell’anno: tra gennaio e febbraio, quando al momento di vendere i raccolti si rendono conto che, oltre a una produzione minore del previsto, i prezzi sono calati, per cui quello che guadagnano non basta a pagare i debiti contratti l'anno prima e i relativi interessi, quindi in primavera, quando servono soldi per acquistare nuove sementi e per pagare gli affitti dei terreni, infine in autunno quando le piante sono cresciute e si riforniscono di pesticidi per proteggere i raccolti e finiscono con il togliersi la vita bevendoli. Si stima una cifra di circa 200.000 suicidi negli ultimi 10 anni.

Aprile 2013


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lunedì 15 aprile 2013

CONFESSIONE

 Nel 2005 ho smesso di pensare. Avevo buoni motivi per mettere a riposo il cervello: problemi famigliari, di salute, lavorativi, che da anni si accavallavano a ritmo serrato. Quello che capita un po’ a tutti: contingenze spesso gravi che obbligano ad accantonare riflessioni sul senso della propria esistenza.

Ricordo quando negli anni ’70 e primi ’80, il futuro appariva come una meta fatta di progresso, scoperte, crescita e miglior qualità della vita per tutti. Poi dagli anni ’90 qualcosa è iniziato a mutare in modo talmente macroscopico da non essere quasi percettibile. Come un camuffamento.

Ho dedicato, per una decina d’anni, tutto il tempo libero a studiare, documentarmi, cercare di capire cosa stava avvenendo, intenzionata a trovare una connessione tra le cose. E il quadro che si delineava man mano era inquietante o, meglio, non convincente. Avevo la netta percezione che qualcosa non quadrasse.

Che la direzione intrapresa fosse molto distante da ciò che ci si aspettava.

E poi un surplus di informazioni, la maggior parte inutili o non attendibili, e uno spazio sempre maggiormente ristretto per il pensiero, per il confronto, per l’analisi critica onesta. La digitalizzazione dell’esistenza, l’induzione di bisogni superflui, l’affermazione di strutture di potere sovranazionali, l’economia sempre più distaccata dal commercio e legata alla finanza, le calamità naturali indotte, le pandemie, gli sfruttamenti, le oppressioni, la manomissione del linguaggio. Troppi imput, troppi dati, il senso di impotenza, la sindrome di TINA.

E dall’altra parte le difficoltà di gestire la quotidianità: le rate, i mutui, la competitività, la flessibilità, gli imbonimenti, l’hig tech, le vacanze low cost, il credito al consumo, l’immigrazione, le ristrutturazioni aziendali, i black block, la sicurezza, le promesse, gli ogm, le allergie, la sindrome da stanchezza cronica, i tumori, i discount, le tessere fedeltà, le bollette, la baby sitter, gli incentivi auto, le lotterie, le selezioni televisive. Un trattato su ognuno di questi punti, servirebbe non credete?

E cosa può fare un misero mortale che debba star dietro a tutto questo? Può solo spegnere il cervello. E credo che dall’inizio del nuovo millennio lo abbiamo fatto in molti. Per sopravvivenza. O perché, a un certo punto, rinneghi la tua ragione e ti dici che, no, non può essere possibile che le cose stiano così. E ci si convince di essere forse almeno un poco paranoici.

Correre il rischio di essere derisi o presi per pazzi? No. Meglio l’acquiescenza dell’happy hours e delle offerte negli ipermercati. Le diatribe sul calcio o su destra e sinistra.



Vi voglio raccontare di un vecchio sogno, anzi di una serie di sogni. Le vicende mutavano ma il denominatore comune c’era. Si trattava sempre di circostanze in cui un gruppo di persone doveva trovare rifugio e proteggersi da dei fantomatici “cattivi” che tenevano sotto il giogo l’intera popolazione mondiale. Li ho sempre chiamati i “sogni di resistenza”. Questi sogni ricorrenti li facevo da bambina, dai 7 agli 11 anni circa. Erano situazioni difficili, angoscianti, incomprensibili. Inspiegabile che si formassero nella testa di una bimba delle elementari. In questi sogni faticavo molto, avevo mansioni di guardia, di organizzazione, di protezione. Ero arrivata al punto, con la mia fervida immaginazione, di credere che fossero sogni premonitori. Poi con la pubertà e l’adolescenza tutto ciò è sparito e nel tempo dimenticato. Liquidato come fantasie.

Oggi invece è diventato tutto pesantemente reale. Con lentezza e metodo, una finestra di Overton dietro l’altra, stiamo diventando automi. I segni sono inequivocabili. Quei sogni si sono avverati. E non posso fare finta di nulla. Non posso tradire l’animo cavalleresco dell’infanzia. Non sono qui per raccontare delle verità, non ho certezze da trasmettere, ma so che la conoscenza rende liberi, per cui sono qui a raccontare cosa vedo, cosa ho capito, a chiedere cosa ne pensate, per capire ancora meglio, e a chiedere cosa vedete voi. E nel mio piccolo a compiere azioni concrete

(… Pensava che avrebbe attraversato mari e terre, che avrebbe conosciuto genti e persone e compiuto imprese straordinarie e ardimentose. Ora sapeva che, invece, l’atto più grande e più strenuo della sua vita sarebbe stato non piegarsi...)

P.S. (2024) Nel frattempo la situazione generale è peggiorata mentre io sono diventata vecchia, povera, e parecchio malandata con la salute. Per questo sto mettendo mano a tutto quello che negli anni ho scritto. Per lasciare almeno testimonianza.



settembre 2006  


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