Nel 2005 ho smesso di pensare. Avevo buoni motivi per mettere a
riposo il cervello: problemi famigliari, di salute, lavorativi, che
da anni si accavallavano a ritmo serrato. Quello che capita un po’
a tutti: contingenze spesso gravi che obbligano ad accantonare
riflessioni sul senso della propria esistenza.
Ricordo quando negli anni ’70 e primi ’80, il futuro appariva
come una meta fatta di progresso, scoperte, crescita e miglior
qualità della vita per tutti. Poi dagli anni ’90 qualcosa è
iniziato a mutare in modo talmente macroscopico da non essere quasi
percettibile. Come un camuffamento.
Ho dedicato, per una decina d’anni, tutto il tempo libero a
studiare, documentarmi, cercare di capire cosa stava avvenendo,
intenzionata a trovare una connessione tra le cose. E il quadro che
si delineava man mano era inquietante o, meglio, non convincente.
Avevo la netta percezione che qualcosa non quadrasse.
Che la direzione intrapresa fosse molto distante da ciò che ci si
aspettava.
E poi un surplus di informazioni, la maggior parte inutili o non
attendibili, e uno spazio sempre maggiormente ristretto per il
pensiero, per il confronto, per l’analisi critica onesta. La
digitalizzazione dell’esistenza, l’induzione di bisogni
superflui, l’affermazione di strutture di potere sovranazionali,
l’economia sempre più distaccata dal commercio e legata alla
finanza, le calamità naturali indotte, le pandemie, gli
sfruttamenti, le oppressioni, la manomissione del linguaggio. Troppi
imput, troppi dati, il senso di impotenza, la sindrome di TINA.
E dall’altra parte le difficoltà di gestire la quotidianità: le
rate, i mutui, la competitività, la flessibilità, gli imbonimenti,
l’hig tech, le vacanze low cost, il credito al consumo,
l’immigrazione, le ristrutturazioni aziendali, i black block, la
sicurezza, le promesse, gli ogm, le allergie, la sindrome da
stanchezza cronica, i tumori, i discount, le tessere fedeltà, le
bollette, la baby sitter, gli incentivi auto, le lotterie, le
selezioni televisive. Un trattato su ognuno di questi punti,
servirebbe non credete?
E cosa può fare un misero mortale che debba star dietro a tutto
questo? Può solo spegnere il cervello. E credo che dall’inizio del
nuovo millennio lo abbiamo fatto in molti. Per sopravvivenza. O
perché, a un certo punto, rinneghi la tua ragione e ti dici che, no,
non può essere possibile che le cose stiano così. E ci si convince
di essere forse almeno un poco paranoici.
Correre il rischio di essere derisi o presi per pazzi? No. Meglio
l’acquiescenza dell’happy hours e delle offerte negli
ipermercati. Le diatribe sul calcio o su destra e sinistra.
Vi voglio raccontare di un vecchio sogno, anzi di una serie di sogni.
Le vicende mutavano ma il denominatore comune c’era. Si trattava
sempre di circostanze in cui un gruppo di persone doveva trovare
rifugio e proteggersi da dei fantomatici “cattivi” che tenevano
sotto il giogo l’intera popolazione mondiale. Li ho sempre chiamati
i “sogni di resistenza”. Questi sogni ricorrenti li facevo da
bambina, dai 7 agli 11 anni circa. Erano situazioni difficili,
angoscianti, incomprensibili. Inspiegabile che si formassero nella
testa di una bimba delle elementari. In questi sogni faticavo molto,
avevo mansioni di guardia, di organizzazione, di protezione. Ero
arrivata al punto, con la mia fervida immaginazione, di credere che
fossero sogni premonitori. Poi con la pubertà e l’adolescenza
tutto ciò è sparito e nel tempo dimenticato. Liquidato come
fantasie.
Oggi invece è diventato tutto pesantemente reale. Con lentezza e
metodo, una finestra di Overton dietro l’altra, stiamo diventando
automi. I segni sono inequivocabili. Quei sogni si sono avverati. E
non posso fare finta di nulla. Non posso tradire l’animo
cavalleresco dell’infanzia. Non sono qui per raccontare delle
verità, non ho certezze da trasmettere, ma so che la conoscenza
rende liberi, per cui sono qui a raccontare cosa vedo, cosa ho
capito, a chiedere cosa ne pensate, per capire ancora meglio, e a
chiedere cosa vedete voi. E nel mio piccolo a compiere azioni
concrete
(… Pensava che avrebbe attraversato mari e terre, che avrebbe
conosciuto genti e persone e compiuto imprese straordinarie e
ardimentose. Ora sapeva che, invece, l’atto più grande e più
strenuo della sua vita sarebbe stato non piegarsi...)
P.S. (2024) Nel frattempo la situazione generale è peggiorata mentre
io sono diventata vecchia, povera, e parecchio malandata con la
salute. Per questo sto mettendo mano a tutto quello che negli anni ho
scritto. Per lasciare almeno testimonianza.
settembre 2006