giovedì 28 febbraio 2013

TRANSUMANESIMO

Mi piace guardare le persone. Tutte le persone. Mi è impossibile andare per le strade senza osservare i miei simili. Senza guardarli in volto. Serve a riconoscere se stessi e a riconoscersi tra noi appunto in quanto simili, per quanto ciò possa apparire bizzarro, considerate le diversità a volte sorprendenti tra individui della stessa specie. Eppure ci riconosciamo: si chiama empatia.

Poi penso a Blade Runner, alla possibilità di trovarmi di fronte invece un essere ibrido, uomo macchina, senziente e forse capace di provare emozioni, e mi dico che non potrei non considerarlo un individuo. Altrove ho scritto sulle implicazioni etiche che il progresso scientifico tecnologico comporta e non voglio qui ripetermi, solo torno sulla conclusione: un tale individuo ha dei diritti che vanno tutelati esattamente come quelli di un paraplegico che si esprima con l’ausilio di un computer o, comunque, di un diversamente abile. Ora, se consideriamo diverse aree scientifiche e cioè gli studi sull’Intelligenza Artificiale, le nanotecnologie, l’ingegneria genetica, la neurologia, le biotecnologie applicate, la criogenizzazione, è evidente che ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione profonda che ci costringe fin d’ora a rivedere e confermare o meno i principi e i valori sui quali abbiamo fondato, o cercato di fondare, la storia umana.

I nostri nipoti dovranno fare i conti con una società molto diversa da quella attuale e noi abbiamo la responsabilità di assumere una posizione in merito.

Anche termini quali eugenetica liberale, transumanesimo, individui postumani, devono entrate nelle nostre teste. Dobbiamo sforzarci di comprenderli, con onestà e coerenza, senza schierarci per forza pro o contro, ma provando a trovare il giusto equilibrio tra ciò che è sacrosanto e ciò che è comunque legittimo. C’è un’immensa zona grigia ed è proprio lì che bisogna lavorare.

Dobbiamo confrontarci con un movimento culturale, intellettuale e scientifico che afferma “il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive della specie umana e di applicare le nuove tecnologie all’uomo, affinché si possano eliminare aspetti non desiderati come la sofferenza, la malattia, l’invecchiamento, e, persino, la morte.” E ancora, sarà individuo qualunque entità, umana, animale*, extraterrestre, cyborg, in possesso di ratio. E qui arrivano le prime domande: cosa significa migliorare? Su cosa si baserà il criterio di normalità? Esisteranno dei limiti alla ri-progettazione umana che, attraverso l’individuo transumano, porterà a quello postumano?* E chi apparterrà ancora alla cerchia degli umani, come verrà considerato? Un Pc con “cervello umano” sarà persona? Si tratterebbe certo di un riduzionismo funzionalista, persona solo in quanto ente razionale, ma seconde me si considera la questione dalla prospettiva sbagliata. Non si vuole concedere lo status di persona a una macchina senziente perché non s’intende considerare la razionalità come parametro determinante, in quanto ciò comporterebbe il considerare i disabili mentali non persone. Ebbene i disabili mentali sono persone, con tanto di diritti, (esistono molti modi per sentire ed esprimere il proprio io), ma perché vogliamo discriminare un cyborg se comprende e magari sarà in grado di auto evolversi sino a compiere scelte autonome? Non sarebbe né giusto né coerente. E accadrà: non è fantascienza, è solo questione di tempo e di interessi.. Il problema lo vedrei più sul fronte del controllo. Chi gestirà, come, e con che fine. Per il resto questo processo è già in corso e non si arresterà: fa parte della nostra natura andare avanti, di confine in confine. Cerchiamo di gestire la cosa al meglio. E teniamo a mente che nessuna conquista tecnico-scientifica può trasformare la società se non è accompagnata da una rivoluzione culturale, sociale e politica. Ci si deve poter riconoscere in un obiettivo per rivendicare o accettare la messa in atto di tutte le misure atte a conseguirlo. Di questo dobbiamo essere consapevoli. I transumanisti lo sono, tant’è che parlano esplicitamente di un lungo e complesso lavoro di persuasione, per far sì che l’accettazione delle varie fasi di trasformazione vengano accolte dalle persone senza ostacoli e traumi.

Ma, al dunque, oltre all’invito ad approfondire l’argomento, io che da bambina volevo fare l’astronauta e che divoro letteratura scientifica, mi chiedo, proprio in nome di ciò, anziché migliorare l’essere umano, non sarebbe già una gran cosa dargli una vita migliore? E poi, non saranno proprio la nostra fragilità e caducità, la nostra limitatezza nel tempo ad essere cifra della nostra grandezza?

_________________

MTI – Movimento Italiano Transumanista

WTA – World Transhumanist Association

*Molto interessante approfondire le posizioni di Roberto Marchesini, fondatore della zoo antropologia, sostenitore del Movimento Italiano Postumanista, e autore di testi interessanti, uno tra tutti, “La fabbrica delle chimere”. La zooantropologia (argomento trattato però in altri saggi), in breve, ritiene l’eterospecifico (in questo caso l’animale) come soggetto, un’entità in grado di dialogare con l’uomo e di contaminarlo, ed è necessario salvaguardare l’eterospecifico con i suoi caratteri di soggettività, di diversità dall’uomo, di peculiarità, e cioè non reificare, non antropomorfizzare, non considerarlo come cifra. Arrivare a considerare la relazione uomo-animale, e la referenza che ne consegue, un contributo insostituibile. A diminuire la distanza che separa la nostra specie dalle altre. Se la biologia evoluzionista ha creato un legame di tipi filogenetico, la zoo antropologia ne crea uno di tipo ontogenetico. L’eterospecifico viene ad assumere un ruolo specifico nell’ontologia umana.

Tra l’altro, avendo letto il saggio di cui sopra, mi domando quale sia stata la chiave di volta che lo ha spinto a sostenere il postumanismo: se, per certi versi, lo comprendo, per altri no, e non mi dispiacerebbe un confronto sulla questione.

2011

AGGIORNAMENTO

* Ho finito di leggere “Estetica postumanista” di Roberto Marchesini e mi sono resa conto di quanto sommariamente conoscessi postumanismo e transumanesimo. Ero convinta che postumaniso e transumanesimo fossero fasi di un unico processo, invece si tratta di due correnti ben distinte se pur con manifestazioni analoghe, sopratutto per quanto riguarda l’uso della tecnologia. In sintesi, il postumanismo vuole essere un superamento dell’umanismo, della concezione antropocentrica, dell’uomo vitruviano, attraverso una contaminazione con l’altro (teriomorfismo e tecnomorfismo) che rende l’uomo più vulnerabile, certo, ma maggiormente permeabile a ciò che lo circonda. La nascita di un ibrido transpecifico consapevole delle radici e del destino comune di tutti gli esseri appartenenti alla sfera del vivente. Non più l’umano che emerge per opposizione dicotomica ma il postumano che è l’essere che si connette con ciò che è oltre il suo corpo e prende coscienza del continuum con il non umano in una realtà in cui la natura (e la tecnologia) non è più palcoscenico, l’animale non è più portatore di quelle funzioni biologiche da cui ci si vuole affrancare ma parte dell’ontopoiesi umana. Il posumanismo parla di trasformazione della consapevolezza. Una sorta di neoumasismo relazionale.

Il transumansimo, al contrario, non parla di connessione ma di potenziamento dell’uomo, attraverso la tecnologia. Quindi permane la visione antropocentrica che il postumanismo rifiuta. Il transumanesimo parla di iperumanismo che liberi dai vincoli del biologico ‘estraendolo’ dal divenire.

Il libro è da leggere. Ricco di spunti su cui riflettere. Io l’ho riempito di considerazioni a latere, punti esclamativi, domande, commenti di condivisione o di disapprovazione. Potrebbe essere un buon esercizio confrontarsi con questa nuova estetica, in senso filosofico, che è già ben radicata e si esprime nei più svariati campi.

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA:

- Post-Human di Roberto Marchesini

- Essere una macchina di Mark O’Connell

- Beyond Boundaries di Miguel Nicolelis

- Il cervello universale di Miguel Nicolelis

- Postumanesimo e filosofia di Claudio Bonito

- Il gene del diavolo di B.M. Assael

- La vita segreta di Andrew O’Hagan

- Le identità in Myazaki di Matteo Quinto

- Estetica postumanista di Roberto Marchesini


Tutti i diritti riservati

martedì 26 febbraio 2013

LA NUVOLA

Tutto il bello di stare a casa, cita una recente pubblicità di Sky. E, in effetti, in quest’epoca di austerity mondiale, ridurre spostamenti e godere del mondo, conoscendo persone e scoprendo luoghi e realtà, restandosene in casa, pare una grande conquista. Ridurre l’impronta ecologica personale un ottimo obiettivo da raggiungere. E non solo intrattenimento, ma anche socialità e lavoro. Piattaforme sociali e piattaforme aziendali. 
Puoi lavorare dove vuoi, pensare solo al tuo businnes, trasferire server e dati nella nuvola e alleggerire la tua azienda dal peso dell’IT (Information Technology). Clicca per partecipare. Tutto può stare nella nuvola. 

In Italia la Telecom ci propone la Nuvola Italiana, una piattaforma evoluta che consente alle aziende di trasferire server e dati godendo di tutta una serie di servizi. 
Ma dove stanno le nuvole? Stanno nei Data Center. 

Nel mondo ce ne sono circa tre milioni, che lavorano 24 ore su 24 al massimo della potenza. La maggior parte dell’elettricità consumata (quasi il 90%) serve per scongiurare il rischio di crash e per mantenere i server in stand by in attesa di essere utilizzati. Ettari di terreno ricoperti da capannoni refrigerati e circondati da generatori a gasolio, per essere proprio sicuri di non restare senza corrente. 
La realtà, insomma, è ben lontana da quella suggerita dalla nuvola. L’immagine di efficienza e rispetto dell’ambiente che viene proiettata non corrisponde al vero. Per quanto i processori siano sempre più efficienti e i supporti sempre più piccoli, la produzione di informazioni è in crescita esponenziale. 
Il problema siamo noi. Crediamo che i dati siano, come dire, eterei e non occupino spazio o, comunque, inezie. Così tanta roba può stare in una chiavetta. E allora conserviamo, immettiamo in rete e trasmettiamo di tutto. Non cancelliamo mai. Perché nella rete ci siamo noi, ormai gli abbiamo affidato la nostra memoria, le nostre emozioni, i nostri legami sociali. E poi vogliamo risposte immediate quando cerchiamo qualcosa e dall’altra parte le aziende hanno una bella premura di risponderci. E siamo miliardi. E tutto questo giro di dati, ogni clic, ogni download, ogni filmato delle vacanze condiviso divora energia e inquina. 
Peccato.

 novembre 2011


Tutti i diritti riservati
 


BE GREEN

 

Mi capita sempre più spesso di veder reclamizzati eco-oggetti, manufatti con materiali riciclati e certificazioni d’ordinanza. Ben vengano se pur una moda, eppure in molti casi resto perplessa. L’oggetto di oggi è “Batteryhause”, un porta batterie esauste in legno certificato e da riforestazione.

Riciclare le batterie e combattere la deforestazione: questi sono i due messaggi che passano.

Io le batterie scariche le metto in una ciotola da latte sbreccata.

Soffochiamo le nostre vite per produrre denaro utile a soddisfare bisogni indotti e non necessari che dovrebbero procurarci felicità oltreché rate. E per tacitare le nostre coscienze, bollini verdi a profusione.



novembre 2011


domenica 24 febbraio 2013

ORDINANZE INTELLIGENTI

Oggi pomeriggio mi sono recata in in un supermercato a Imperia Oneglia per fare un po' di spesa: una confezione da 3 scatole di pelati, yogurth, una confezione di stracchino, una confezione di fette biscottate, un paio di chili di patate, uno spazzolino da denti, una confezione con 3 lattine di birra, 1 cartoccio di succo di frutta.

Avevo notato che l'accesso ad alcuni scaffali era interdetto da delle strisce di naylon ma pensavo fosse perché stavano risistemando la disposizione della merce. Infatti, come altre persone, ho oltrepassato con la dovuta cautela l'ostacolo per prendere succo e birre. Giunta alla cassa, mi è stato detto che, per un'ordinanza del Comune, oggi, nell'area prossima allo stadio era vietata la vendita di alcolici e, in generale, di bibite in qualsivoglia confezione.

Motivo?

Per evitare incidenti durante lo svolgimento della partita Imperia - Chieri (risultato 2-4, per chi fosse interessato).

Alla mia obiezione: capisco l'alcol, ma anche il succo di frutta?

Eh, sì per il tappo..., per evitare lanci di oggetti contundenti in campo...

Il tappo di plastica?

Eh, sì, c'è scritto così, per noi è un bel danno



Ma stiamo scherzando?

Febbraio 2013


sabato 23 febbraio 2013

Molte persone si stanno informando per la pratica di restituzione dell'IMU


venerdì 22 febbraio 2013

EROI

Prego per il dottor Denis Mukwege e per il giovane Akilimali Saleh. 
Perché mantengano forza e determinazione. 
Perché non dubitino mai del valore di quello che fanno. 

Che io muoia domani non importa, il mio spirito è nella direzione del terzo millennio. 
Anche senza vederne gli esiti, anche se ci vorrà un secolo, o forse due o tre, tutto il tempo che ci vorrà. Anche invano, maledizione, anche invano. 
Perché è questa la direzione. 
Intelligenza e umanità. 

Il futuro si sta avverando. Possiamo andare a picco ma non è detto. 
Chi è d’esempio ci riempie l’anima. Impariamo ad essere noi d’esempio. 
Un meraviglioso contagio. 

Il dottor Mukwege è un ginecologo che esercita nella Repubblica Democratica del Congo. 
In 15 anni ha operato decine di migliaia di donne e bambine vittime di stupro etnico, mettendo a rischio la propria incolumità.
Ha cercato e ottenuto l’attenzione della comunità internazionale, sono stati pubblicati dei dossier, ha ricevuto premi e riconoscimenti, ma quell’ondata di indignazione che avrebbe dovuto fermare il massacro non c’è stata e lui non se ne capacita. 

(una cifra nell’ordine di 500.000 donne violentate in 16 anni ) 

Vagine con dentro pezzi di legno e vetri 
Vagine lacerate dai rasoi e dalle baionette 
Vagine corrose dalla soda caustica 
Vagine date alle fiamme 

Madri rese schiave e nutrite con la carne dei propri figli 
Bambine che non potranno più essere né donne né madri. 

Akilimali Saleh è un liceale di 15 anni. Conduce a Goma un programma radiofonico sui diritti dell’infanzia. 
A 15 anni. Un uomo. 
Che ha avuto la fortuna e la forza di non essere trasformato in un bambino soldato e la volontà di non soccombere all’orrore del luogo in cui vive ma di lottare perché l’orrore finisca. 

Fonti: Human Rights Watch “La guerre dans la guerre” 
Internazionale n.984 2013 
Radio3 

febbraio 2013 


Tutti i diritti riservati

giovedì 21 febbraio 2013

SIAMO TUTTI RIVOLUZIONARI

Siamo tutti rivoluzionari, noi che sappiamo guardare con occhio e mente allenati, noi che sappiamo leggere tra le righe, noi che non ci fregano con le versioni ufficiali. Noi che vogliamo salvare il mondo. Rivoluzionari dell’ultima ora. Schizofrenici individui con un piede nell’utopia, l’altro nel compromesso. Cerchiamo di credere che le cose non vadano così male. Nel mondo ci sono aree depresse, governi sbagliati, risorse distribuite in modo non uniforme, ma, tutto sommato, questo nostro grande pianeta, questa nostra umanità possono ancora avere un buon futuro. Non è necessario rivedere del tutto il proprio stile di vita, alcuni aggiustamenti dovrebbero essere sufficienti, poi se le cose non andranno come dovrebbero andare, se la giustizia non sarà per tutti, se il cibo non sarà per tutti, se le cure non saranno per tutti, se la terra non sarà per tutti, noi avremo comunque fatto del nostro meglio. Sì, certo, fare un poco è meglio che non fare niente, ma non basta.

Siamo addolorati per il karma surreale del popolo giapponese, siamo giustamente preoccupati per le agitazioni del nord Africa, siamo indignati per le speculazioni finanziarie che reggono le sorti del mondo, siamo scandalizzati per la corruzione politica e il degrado della morale. Ma non basta.

Dovremmo fare un salto di qualità per far sì che le cose cambino sul serio ma non ne siamo capaci.

Perché non c’è rivoluzionario che non desideri una sacrosanta vacanza, capi d’abbigliamento nuovi, un minimo di tecnologia, un paio di mezzi di locomozione e che non voglia essere proprietario della casa in cui vive, che non si getti a capofitto nella rete dei mutui trentennali, che non vincoli scelte e legami alla scadenza di rate.

Abbiamo creato una sincope tra il concetto di eternità e quello dell’inferno. Il possesso come autodeterminazione, il possesso come giogo. Tutto si contrae nella stipula di un mutuo bancario. Sono le banche ora che amministrano la metafisica, sono esse la guida delle nostre anime. Sono a tutti gli effetti delle entità. Cui abbiamo offerto in sacrificio la nostra dignità e il nostro futuro.

Volesse il cielo che la nube raggiungesse ognuno di noi. La nube radioattiva dal sol levante. Non metafora ma concreta rappresentazione di ciò che siamo. Cioè di ciò che abbiamo fatto finora.



11 marzo 2011 


Tutti i diritti riservati