Nella
città in cui abito c’è una via pedonale che raramente percorro la
sera. Capita a volte in inverno, andando a cenare da amici. Trovo la
via deserta, semibuia, i pochi esercizi chiusi, a parte un bar e una
pizza al taglio in procinto di esserlo. Ogni volta vedo anche un
ragazzino, non saprei dire l’età, forse nove, forse undici dodici
anni, che vaga avanti e indietro davanti alle luci delle ultime
vetrine accese. Scruta a mento alto tra le aiuole, osserva, si guarda
intorno. A volte sta seduto su una sedia di plastica a guardare
fisso davanti a sé. Presumo sia il figlio dei gestori di uno dei due
locali. Ha l’espressione seria, quasi accigliata e, quando scorge
qualcuno, lo guarda dritto negli occhi con aria di sfida, come a
chiedere, qualcosa da ridire? Indossa sempre un’uniforme graduata
da carabiniere, per cui quello che normalmente verrebbe definito un
ragazzino grassoccio, in tali panni viene da dire che è massiccio,
tarchiato, severo. L’effetto è quello di un gerarca nazista nano.
Mi
chiedo perché, che senso, ben lontani dal Carnevale, ci sia di
indossare, e con tale piglio, un travestimento simile reso
maggiormente tetro dal buio e dalla desolazione del luogo. Un
capriccio ossessivo assecondato malvolentieri dai genitori? Volontà
dei genitori? Mi inquieta incontrarlo. Lo oltrepasso pensando che
travestito da pirata o da mago lo avrei considerato un ragazzino
dalla fervida immaginazione.
Gennaio 2016