Nel
2007, con dati aggiornati al 2011, ho scritto un articolo sulla TRI,
la terza rivoluzione industriale, e ho dedicato una larga parte alla
realtà dei combustibili fossili. Rileggere quanto scritto allora,
alla luce dei fatti odierni, procura un certo disagio. Ribadisco le
affermazioni a sostegno dei cambiamenti sostenuti dalla TRI ma lo
scenario legato al petrolio è apparentemente mutato.
Presumo
sia una fase le cui conseguenze non pregiudichino le considerazioni
di base fatte a suo tempo ma sta di fatto che tutto pare contraddire
le previsioni nefaste sull’incremento del prezzo a barile e
l’esaurimento delle risorse petrolifere.
Come
mia abitudine per arrivare a considerazioni su quanto si sta
verificando, elencherò un po’ di dati e informazioni raccolti
negli ultimi mesi. Serve a chi legge come premessa e a me per
riordinare le idee.
La
Cina sta riaprendo la via della seta: una linea ferroviaria lunga
13000 chilometri per raggiungere l’Europa, fino alla Spagna. Il
90% delle merci cinesi viaggia oggi via mare ma Pechino intende
cambiare direzione, riducendo tempi e costi dei trasporti. La nuova
via della seta è il progetto con cui la Cina s’impegna a creare
un’enorme zona di libero scambio verso ovest, anche e soprattutto
per contrastare la potenza del TTIP (Transatlantic
Trade and Investment Partnership)* e del TPP (Trans-Pacific
Partnership)**. Una serie di enormi investimenti per creare una
nuova rete di gasdotti e oleodotti che colleghino l’Asia centrale
alla Siberia, per incrementare l’accaparramento di materie prime
in Africa e Sudamerica, e per implementare l’estrazione di
petrolio nel mar Cinese meridionale e orientale, il cosiddetto nuovo
Golfo Persico.
*http://www.corriere.it/inchieste/reportime/economia/trattato-segreto-che-ci-cambiera-vita/0883150a-5565-11e4-af0d-1d33fddfa710.shtml
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/19/grande-truffa-della-nato-economica-ttip/660768/
http://www.ilpost.it/2014/11/06/ttip-2/
**www.geopolitica-rivista.org/23306/i-negoziati-per-il-partenariato-transpacifico-i-possibili-effetti-sui-rapporti-sino-statunitensi-in-asia/
http://www.lolandesevolante.net/blog/2014/02/chomsky-il-patto-trans-pacific-di-obama-e-una-aggressione-neoliberista-di-dominio-sociale/
Negli
Usa la rivoluzione dello shale
(gas di scisto) si sta rivelando una bolla. Wall Street ha
ideologicamente foraggiato gli investimenti nel settore ma molte
aziende stanno già facendo i conti con la realtà: costi fuori
controllo, problemi ambientali, opposizione della cittadinanza,
creazione di enormi infrastrutture partendo da zero nel mezzo del
nulla. In pochi anni negli USA sono stati scavati migliaia di pozzi
ma l’80% di essi rischia di essere antieconomico per la scarsa
durata degli stessi in relazione agli investimenti necessari e ai
costi ambientali. Per mantenere elevata la produzione e adeguato il
ritorno economico, sarebbe necessario procedere a continue
escavazioni con impiego di decine di miliardi di dollari all’anno.
Dei sei maggiori pozzi che, negli USA, corrispondono all’85% della
produzione, cinque hanno tassi di declino tra l’80% e il 95% in 3
anni. Inoltre i prezzi di vendita rischiano di divenire sempre più
bassi per l’aumento di disponibilità di idrocarburi sul mercato,
anche se lo shale può reggere prezzi più bassi rispetto a quanto
possono fare le economie di molte nazioni che hanno i propri PIL
dipendenti in certi casi fino al 90% dal commercio degli idrocarburi
(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-01-07/venezuela-iran-nigeria-e-russia-vittime-dell-oro-nero-063558.shtml?uuid=ABamXqZC).
Ad esempio l’Iran
per stare a galla deve vendere a 140 dollari al barile, Mosca a 117
(il mercato idrocarburi finanzia il 50% del Pil), il Venezuela a
120.
La
tecnica del fracking:
http://it.wikipedia.org/wiki/Fratturazione_idraulica
http://archivio.panorama.it/scienza/green/fracking-cinque-cose-da-sapere
http://m.greenpeace.org/italy/it/base/News1/blog/tutti-i-pericoli-del-fracking/blog/43951/
http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/fracking-fratturazione-idraulica
http://www.lettera43.it/economia/industria/fracking-il-falso-mito-della-fratturazione-idraulica-in-europa_4367597106.htm
L’Algeria
è la terza riserva mondiale per gas di scisto, nonché il primo
produttore di gas e il terzo di petrolio in Africa. Esiste un forte
movimento di opposizione al fracking e ci sono state diverse
manifestazioni contro l’azienda energetica di Stato, la Sonatrach,
che ha affidato all’americana Halliburton le operazioni.
La
Libia è tra i primi paesi possessori di riserve petrolifere in
Africa e tra i primi produttori insieme ad Algeria, Nigeria e
Angola. Ma mentre da giugno a ottobre 2014 aveva incrementato la
produzione di 500.000 barili al giorno raggiungendo quota 900.000,
da novembre a gennaio 2015 questa è scesa a 325.000 barili per
arrivare oggi a una condizione di blocco della produzione, con la
chiusura anche di Sidra, il principale porto petrolifero. Inoltre vi
è l’ambigua figura del generale Haftar, prima sostenitore di
Gheddafi poi, dopo la rovinosa guerra in Ciad dove viene fatto
prigioniero, suo nemico. Rilasciato grazie a un accordo con gli
Stati Uniti, vola in America e prende là cittadinanza rimanendovi
per 20 anni mentre in patria viene condannato a morte. Torna l’anno
scorso con l’Operazione dignità per risolvere con un colpo
di stato fallito il caos in Libia e attualmente è
capo delle forze armate nominato dal governo internazionalmente
riconosciuto di Tobruk. Intanto, a sud di Sirte, i jihadisti dello
Stato Islamico hanno attaccato due campi petroliferi, Al Bahi e Al
Mabrouk, controllati da Tripoli, e scontri per altri pozzi sono in
corso
Anche
in Nigeria c’è stato un incremento della produzione, pari a
400.000 barili al giorno.
L’Arabia
saudita non taglia la produzione e ribadisce la propria egemonia
contro Russia, Usa e Iran, anche se ciò può comportare un
avvicinamento di Rouhani verso gli Usa e di Putin verso Assad.
Neanche i paesi dell’Opec*, nonostante l’instabilità del
Nordafrica, tagliano la produzione e contribuiscono a un eccesso
dell’offerta. Riyadh è comunque riuscita a sottrarre clienti
anche ad altri produttori, tra cui Venezuela e Nigeria (anch’essi
nell’Opec, come l’Iraq e la stessa Arabia Saudita) praticando
prezzi competitivi. Le consegne sarebbero cresciute non solo in
Asia, ma anche negli Stati Uniti e in Europa. Riad ha abbassato i
prezzi di vendita all’EU aggiungendo pressione al mercato. Gli
Emirati lo hanno già fatto e la stessa strada seguiranno Iran, Iraq
e Kuwait.
Per
alcuni giorni ci sono state delle riduzioni sugli sconti con un
aumento dei prezzi di listino da parte di alcuni Paesi Opec: oltre
all’Arabia Saudita, hanno comunicato rialzi anche Emirati Arabi
Uniti e Qatar. Però le scorte petrolifere dovrebbero comunque
crescere ancora e ciò tornerebbe ad accrescere la pressione sulle
società più indebitate nel settore.
*
http://www.borsainside.com/finanzainside/opec/
Negli
Stati Uniti la produzione di shale oil continua a crescere anche se
le compagnie petrolifere hanno annunciato pesanti tagli agli
investimenti e il numero delle trivelle sia quasi dimezzato. Le
scorte americane sono arrivate a livelli che non raggiungevano dagli
anni ’30. Rischia di non esserci più spazio nei serbatoi di
stoccaggio a meno che Washington non decida di rimuovere il divieto
di esportazione di greggio in vigore dagli anni ’70, come chiedono
le compagnie petrolifere. Ma se anche questo accadesse, non sarebbe
comunque una soluzione. Inoltre il debito delle compagnie
petrolifere ricomincia a fare paura. Con il petrolio di nuovo in
discesa - sono tornate a deprezzarsi anche le obbligazioni
“spazzatura” che negli Stati Uniti hanno finanziato in
particolare lo sviluppo del fracking.
Gazprom
Il colosso russo del gas, che affianca Rosneft, il colosso del
petrolio, ha liquidato i consorziati South Stream (Eni, Edf, Basf –
Italia, Francia e Germania), rimborsando capitale e interessi, dopo
lo stop sulla costruzione della faraonica infrastruttura che avrebbe
aperto una rotta alternativa per il gas russo verso l’Europa
rispetto alla via attraverso l’Ucraina.
Mentre
le potenze del mondo occidentale sono impegnate per raggiungere
entro fine mese un accordo sul nucleare iraniano, i colossi
economici dell’Asia confidano nella rimozione delle sanzioni e si
preparano a comprare il petrolio di Teheran. Il governo iraniano
ritiene di poter aumentare la produzione di almeno un milione di
barili al giorno in breve tempo a seguito del raggiungimento
dell’accordo sulle sanzioni.
Il
ribasso del prezzo del petrolio ha risvegliato la domanda europea,
ma non ha frenato a sufficienza la produzione negli USA che continua
a crescere al punto che presto non si saprà più dove metterla.
Mi
fermo qui: ce n’è a sufficienza. Di base arrivo a due conclusioni.
La prima è che, nonostante alcuni esperti ritengano che un’ulteriore
discesa dei prezzi, porterebbe a dei tagli programmati e concordati
della produzione a livello internazionale, l’affare è ancora
troppo allettante per essere mollato. Meglio tirarne fuori più che
si può, accrescere le proprie scorte, sbaragliare gli avversari e
puntare al controllo del mercato. La produzione non Opec, in gran
parte proveniente dagli Usa, continua infatti ad aumentare arrivando
a quasi 60 milioni di barili al giorno e se si somma questa cifra a
quella della produzione Opec, si arriva a 95 milioni di barili al
giorno. L’abbassamento dei prezzi ha incentivato la domanda nel
vecchio continente nonché gli acquisti da parte di raffinerie che
vedono la possibilità di margini di guadagno superiori al solito e
da parte di speculatori che pensano ad accumulare scorte, ma entrambi
i fenomeni non possono essere né duraturi né risolutivi. Tornano
quindi sicuramente comodi i disordini socio politici in nord Africa.
Il sistema idrocarburi, per quanto obsoleto, ridicolo e folle, deve
stare in piedi a qualunque costo. E quando, ad esempio, si dice che
ormai la Libia è diventata irrilevante per quanto riguarda l’offerta
petrolifera, viene inevitabilmente da pensare che serve che lo sia e
che tale irrilevanza sia stata indotta per tamponare la situazione di
surplus dell’offerta. E tutte queste notizie, sale, scende, risale,
riscende, quello trivella di lì, quell’altro di là, uno rallenta,
l’altro accelera, da una parte si ribellano, dall’altra invadono,
per quanto interessanti ed esplicative, non sono altro che un
susseguirsi di mosse di una partita che vedrà dei vincitori che
sicuramente non saremo noi abitanti di questo pianeta. La seconda
considerazione è che riflettendo sul fatto che negli anni ’30 con
l’energia prodotta da un barile di petrolio se ne producevano
cento, mentre oggi con un barile se ne producono cinque, e
sull’evidente ed indiscutibile effetto che l’utilizzo smodato
degli idrocarburi ha su ambiente, clima e salute, bisognerebbe
prendere a calci questa masnada di avvoltoi senza scrupoli che
impediscono una rivoluzione energetica necessaria, tecnicamente ed
economicamente, checché ne dicano, già realizzabile, e anche
finalmente sostenibile.*
Qualche
giorno fa ho visto un servizio televisivo sullo status symbol
rappresentato dall’auto in Cina. Hanno intervistato un uomo sulla
quarantina in un autosalone. Era a scegliere un veicolo alla portata
del suo stipendio di 350 euro mensili e, tra le tante auto in
vendita, ce n’era anche una adatta alle sue possibilità. Insieme a
lui c’erano gli anziani genitori e la figlioletta di otto, nove
anni. Non ricordo le esatte parole ma sono state più o meno queste:
“Guardate i miei genitori: sono commossi. Per loro sarebbe stato
inconcepibile anche solo l’idea di acquistare un’automobile. Sono
molto fieri di me. E sono felice per mia figlia, perché se le cose
andranno avanti così, per lei sarà normale comprare una bella
vettura come quelle laggiù. Si potrà permettere di comprarla e di
riempire il serbatoio senza problemi.”
Non
ce la possiamo fare. Ora che bisogna smettere, ci sono miliardi di
persone che iniziano a emozionarsi come i nostri nonni quando si
facevano l’automobile. Vaglielo a spiegare che sono entrati a
giochi finiti.
Per
concludere, una frase che scrissi in calce a un altro post:
E
i peggiori tormenti auguro a colui che sogna di battere all’asta,
tenendolo ben alto in vista con il braccio disteso, l’ultimo
secchio di greggio. (giugno 2012 – post “Dichiarazione
di guerra”)
25
marzo 2015
*P.S.
(2023). Ahimè, la mia solita ingenuità. Sì, sì, proprio una
rivoluzione energetica sostenibile.