“La
sostenibilità dal punto di vista ecologico e sociale è parte
integrante dell’attività commerciale di Coop e rappresenta una
componente essenziale del successo nel tempo dell’azienda”
Questa
la dichiarazione d’intenti.
E
decine le iniziative in tal senso: dalla posizione prudente nei
confronti delle coltivazioni ogm al sostegno di campagne per l’acqua
bene comune, dal tonno pescato a canna (Yellowfin fiorfiore coop) ai
prodotti da commercio equo e solidale, dalle bat box (case per
pipistrelli) alle uova marchio coop di galline non allevate in
gabbia, dal premio ricevuto da Compassion World Farming nel 2012 per
il sostegno a politiche migliorative del benessere degli animali da
reddito nella loro filiera alla tracciabilità dei prodotti.
Già
su ognuno di questi punti si potrebbe dibattere per anni, ma, ad
esempio, se il fine è educare alla consapevolezza, al limite mi
vendi solo il tonno pescato a canna e non anche tutti gli altri ben
disposti a scaffale, e inizi a togliere le confezioni di minestre in
plastica dal reparto del fresco.
Quanto
al premio di Compassion World Farming, l’han preso pure Amadori,
McDonald’s, Unilever… e non credo sia necessario commentare. E in
ogni caso, è proprio la parola compassione che non va. L’animalismo
compassionevole. Certo, una dottrina cui va riconosciuto il merito di
aver sottolineato l’esistenza di elementi comuni tra gli animali
umani e i non umani, nello specifico la capacità di provare dolore,
ma che non pone una base per il riconoscimento dei diritti degli
animali non umani, anzi in qualche modo la ostacola, essendo appunto
fondata sul principio antropocentrico della “compassione”. La
simpatia o il sentir di dover essere pietosi rappresentano un’etica
del dovere che è ben lungi da un’etica dei diritti.
Si
sono scomodati parecchi a discutere della questione di questi
diritti: da Cartesio a Voltaire, da Hume a Kant, da Schopenauer a
Singer, per citarne alcuni..
L’umano
compassionevole è colui che inorridisce per la crudeltà sugli
animali da affezione, vuole che la sperimentazione sia fatta con
l’anestesia e non più tagliando le corde vocali agli animali
(prassi usata regolarmente fino all’altro ieri per non disturbare
orecchie e coscienze con i versi di dolore degli animali da
laboratorio), e che le uova che mangia siano di galline allevate a
terra. Gli è sufficiente la scritta rassicurante sulla confezione
del prodotto, il verde del praticello sul cartone che avvolge le
uova, e lo sguardo ammirato di chi in coda alla cassa osserva il
contenuto del suo carrello zeppo di confezioni certificate etiche,
biologiche e non crudeli. Un giretto in un allevamento gli sarebbe
utile, e senza andare sul pesante, anche solo di un capannone di
ovaiole senza gabbie. “A terra” dovrebbe significare un’altra
cosa.
La
compassione non basta e può essere controproducente.
Ma
non voglio allontanarmi da ciò di cui volevo scrivere inizialmente.
Leggo
in una delle pagine web di Coop:
Coop
lavora in modo mirato alla gestione di rifiuti secondo il principio:
evitare – riciclare – smaltire. Nella categoria dell’evitare
rientra, tra l’altro, la riduzione dei materiali da imballaggio…
eccetera, eccetera, eccetera.
La
mia domanda è molto semplice: Perché metà del reparto salumi e
formaggi, cui normalmente si fa la coda con il proprio numerino, è
stato adibito ad imballaggio?
Mi
spiego: nei tre centri Coop che ho visto è stato acquistato un
macchinario che sforna porzioni da un etto o poco più di affettati e
formaggi in vaschette di plastica. Una solerte commessa ci si dedica
alacremente, rimpinzando il marchingegno con salami, mortadella,
prosciutti, qualità varie di formaggi, e appunto vaschette di
plastica, poi riempie a raffica un espositore con le decine e decine
di confezioni che ne fuoriescono. Se al banco si chiede del
prosciutto, la sua collega indica con lo sguardo verso il suddetto
espositore, come a dire, guardi che lì son già pronti, perché
viene a chiederlo a me?
Ecco,
la filosofia del già pronto. Del rapido e pratico. Delle quattro
fette che pesano quanto la plastica che le contiene. Scusate, ma me
ne frego se è riciclata. Ah, non lo è plastica riciclata… Me l’ha
spiegato la commessa. È
bioplastica. Bene. Avrei voluto che forse è pure peggio quanto a
consumo del territorio, con tutto che ciò comporta, ma stava
lavorando a ritmo serrato e non mi ha fatto nulla di male. Non ho
voluto complicarle la vita. Però quando, dopo aver incartato la
ricotta, ha fatto per infilarla in una vaschetta di plastica, l’ho
pregata di evitare, sarebbe stato superfluo. Mi ha risposto che è
stato detto loro di fare così ma mi ha assecondato dopo aver
controllato che nessuno la vedesse. Un altro bell’affare quello
della bioplastica. D’altronde, si obietterà, non si può aver la
botte piena e la moglie ubriaca. O, come si dice qui, sciuscià e
sciorbî no se peu.
È
questa l’etica? È questa la sensibilizzazione del consumatore?
È
questa la strada che intendiamo percorrere?
marzo
2014