Ci si incontra, gli uni agli occhi degli altri quali sopravvissuti. Sopravvissuti a oltre due anni abbondanti di pandemia. O di quello che è stato. Non m’importa entrare nel merito.
Ci si saluta sorridendo con malcelata diffidenza. Ci sei. Ci sei ancora. Come hai fatto? Come hai vissuto? Ti è morto qualcuno? La vita la vedi come prima? Quante dosi hai fatto? In sintesi: chi sei?
No, queste domande non si fanno. Si tacciono. Le risposte potrebbero destabilizzare. Questione di equilibrio personale ed equilibri sociali. Equilibrismo. Equilibrismi.
Macroscopicamente pare che principalmente le emozioni post traumatiche, consapevoli o meno, abbiano preso il sopravvento sul senso di comunità. Prevalgono le urgenze individuali. Atti e manifestazioni del proprio io portati all’estremo, fino all’esasperazione, alla patologia. La convinzione che le proprie ragioni siano le uniche vere ragioni non risparmia pressoché nessuno. L’insulto, la derisione, lo scontro. L’esprimere soddisfazione quando qualcuno muore. Deriva autodistruttiva.
Ciò che stiamo vivendo in questa stagione malata è il crescente affermarsi, contrariamente a quanto si auspicava, di una maggiore competitività e una minore disposizione all’ascolto e alla solidarietà. Tutto quanto costituisce la responsabilità di un individuo nei confronti di se stesso e pertanto della collettività pare sia stato sostituito da un surrogato di più agevole gestione. Ho fatto il mio dovere quindi sono in regola e nessuno può venire a dirmi nulla. Ho rispettato tutte le regole e gli obblighi e mi sono sacrificato per proteggere me stesso e per proteggere il prossimo. Chi non lo ha fatto non merita nulla, men che meno essere ascoltato. E se schiatta se l’è cercata. Da una parte. Non ho rispettato regole assurde e inutili, ho rifiutato imposizioni sanitarie probabilmente pericolose, per proteggere me stesso e il prossimo. Mi sono sacrificato. Chi non ha fatto come me non merita nulla, men che meno essere ascoltato. E se schiatta se l’è cercata. Dall’altra parte.
Poi, ovviamente e per fortuna di tutti quanti, ci sono virtuose eccezioni.
È dell’animo umano l’essere individualista, competitivo e poco incline al dialogo e al mettersi in discussione, nulla di nuovo, ma quello che si percepisce è che sotteso a queste caratteristiche ci sia un sentimento di paura. Non quella comprensibile paura della morte cui si possono ricondurre grosso modo tutte le paure esistenziali, la non accettazione del proprio tempo a termine dovuto a un distacco culturale dallo stato di natura, ma una paura risultato di tante piccole paure mi vien da dire banali, mediocri. La paura di distinguersi, di non sentirsi omologato, di doversi spiegare, di non poter partecipare a riti collettivi rassicuranti, di doversi impegnare a comprendere cose nuove. Dunque schieramenti. Dimenticando che la ragione non sta mai da una sola parte.
Quindi, dopo aver aggiornato l’elenco delle proprie frequentazioni tirando la riga nera su alcuni nomi e inserendone di nuovi, si torna al cinema, si torna a organizzare cene, si riprende l’abitudine dell’aperitivo. Ma non è più andare al cinema come prima, non sono più le cene di una volta. Non si va più a fare con entusiasmo la spesa per dedicarsi con amore ai fornelli in attesa degli amici. Sa tutto di posticcio. Si fa perché rassicura sul fatto di essere ritornati al mondo come lo si conosceva. Fa piacere ma è un piacere corrotto da una sensazione indefinibile che si preferisce ignorare. Dissimulando il più possibile disagio e dubbi, ci si guarda intorno un po’ spaesati ma velocemente ci si conforta e tranquillizza perché gli altri ci appaiono tranquilli, rilassati, di buon umore.
Ma una confezione di pasta è e non è più una confezione di pasta. Una maniglia è e non è più una maniglia. Un autobus, una panchina, un bacio. Tutto è e non è più come prima. La valutazione del rischio contamina ogni aspetto della nostra vita. Tutta l’energia mentale viene impiegata per cercare di bilanciare il timore del contagio e la tentazione di mantenere le distanze da una parte, e il timore di ritrovarsi esclusi e isolati dall’altra. Prontamente arriva un pensiero a salvarci dall’impasse. Abbiamo tutti sicuramente, almeno noi che siamo qui in questo momento insieme, fatto la cosa giusta, infatti il problema è stato risolto. Stiamo bene e siamo di nuovo qua a divertirci liberi e di buon umore. Lo sforzo per abbandonarsi a tale certezza è però, a livello inconscio, comunque tale da non lasciare più energie per valutare tutto il resto che ci circonda. Perché non stiamo così bene, non siamo così liberi, e il buon umore è piuttosto raffazzonato.
E allora ci si abbraccia, ci si bacia, ci si rincuora reciprocamente per lo scampato pericolo, ma si tace. Non ci si dice per quale via personale si è tornati all’abbraccio e al contatto e, soprattutto, non si vuole sapere per quale via c’è tornato il prossimo di fronte a noi. Si preferisce restare in una personale bolla mentale in cui si ripete e rimbomba la certezza che la via sia stata la medesima. Guai a scoprire che non è stato così. Quindi si raccontano episodi, accadimenti, malattie, lutti, tutto senza entrare nel merito del cosa è accaduto, del cosa sta ancora accadendo. L’importante è essere sopravvissuti e continuare a sopravvivere. A vivere abbiamo rinunciato.
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