«Mi chiamo Diego, ho cinquantasette anni, vivo in affitto in un bilocale a 400 euro, sono separato da sei anni, ho un figlio di nove che vive con la madre e sta con me nei giorni che decidiamo insieme in base alle necessità reciproche. Posseggo un auto del 2009 e un vecchio scooter con 64000 chilometri.
Nel
2017 ho avuto problemi di salute, peraltro non risolti, con ricoveri
che per oltre un anno mi hanno tagliato fuori dal mondo del lavoro.
Il primo ricovero è avvenuto d’urgenza alla vigilia della firma di
un contratto finalmente a tempo indeterminato.
Nel
2019 ho iniziato la trafila presso il Collocamento (continuo a
chiamarlo con il vecchio nome), sia con il percorso ordinario che con
quello del collocamento mirato, e con le agenzie di somministrazione
lavoro.
A
oggi non ho trovato un impiego consono alle mie disabilità ma solo
brevissimi contratti a termine o a chiamata, tutti accettati, con il
risultato di spendere per trasferte e cibo metà della retribuzione,
in molti casi non solo irrisoria ma offensiva. Nel mondo reale ci
sono situazioni in cui, anche senza percepire alcun reddito di
cittadinanza, si risparmia a star fermi. Soprattutto se non si vive
più in famiglia in attesa di farsi una vita propria, si è superato
il mezzo secolo, e si è considerati dal mercato del lavoro
decisamente poco interessanti nonché parecchio problematici rispetto
a un giovane.
La
situazione attuale è che da sei mesi percepisco il reddito di
cittadinanza. Non ne vado fiero, al contrario lo trovo umiliante ma
non ho avuto alternative. Il reddito che ricevo si dilegua nei primi
cinque, sei giorni. Affitto, una bolletta al giro, una spesa di un
centinaio di euro che deve durare almeno fino al venti del mese e poi
si vedrà, cinquanta euro di benzina. Senza questo aiuto finirei in
strada, passando per un periodo di soggiorno in auto, fino alla
scadenza dell’assicurazione della stessa. Comunque sia, benvenuto
questo famigerato rdc. Ho un figlio cui devo garantire quel minimo di
dignità abitativa e alimentare per poterlo accogliere decorosamente,
senza fargli pesare, oltre al dispiacere per la separazione dei suoi
genitori (per fortuna consensuale e senza recriminazioni), anche il
disagio economico, quindi esistenziale, in cui mi trovo.
E
con gli alimenti come fai? Domanderà legittimamente qualcuno.
Rispondo dicendo che ci sono tante persone che mi stimano e una volta
aiuto a riordinare una cantina, una volta do il bianco in una cucina
o faccio piccole riparazioni da amici, insomma do una mano quando e
dove capita. E, vi assicuro, non capita spesso, perché la fame è
tanta e diffusa e la “concorrenza” non manca. Ricavo al massimo
duecento euro al mese nei mesi buoni e giro questo denaro alla mia ex
che lavora in una cooperativa di pulizie, abita in affitto, e non è
che se la passi granché neppure lei.
Qui
sopra ho scritto la parola concorrenza tra virgolette. L’ho fatto
perché ormai ha messo radici profonde nel pensiero di tutti che
ognuno di noi sia imprenditore di se stesso prima che cittadino.
Come
gli autisti di Uber che si autosfruttano senza bisogno che lo faccia
qualcun altro, perlomeno non direttamente.
Che
se uno non ce la fa è perché non sa amministrare bene il proprio
capitale umano, dicono.
Dobbiamo pianificare, investire, essere flessibili, “ristrutturarci”,
“delocalizzarci” esattamente come le grandi aziende. Insomma,
Benetton e il sottoscritto, la stessa cosa.
Tornando al punto centrale, e cioè il percepire il reddito di
cittadinanza (ancora per pochi mesi a quanto pare), ritrovarmi
direttamente coinvolto in questa realtà assistenziale mi ha fatto
riflettere sulla questione come prima, quando ne sentivo parlare, non
avevo fatto. Mi limitavo a commenti generici quanto banali.
Premetto
un paio di ovvie
considerazioni.
Innanzitutto
la misura sarebbe stata
da gestire meglio, con controlli ad personam magari ad opera degli
enti locali che meglio conoscono la realtà famigliare, economica e
lavorativa dei propri concittadini, e
un realmente efficace percorso di reinserimento lavorativo. Non quei
quattro, con tutto il rispetto per loro, ragazzotti anche volenterosi
ma troppo giovani per avere la necessaria esperienza del mondo reale
per poter essere d’aiuto e
ricoprire il ruolo di navigator (!).
Quando non, proprio per l’assenza di esperienza di cui sopra,
arroganti nel giudicare il cinquantenne dall’altra parte della
scrivania che cerca di spiegare i motivi, per cui no, non è
accettabile
la proposta perché a cinquantanni e passa
la mobilità non sempre è
possibile. Le vite sono strutturate e ci sono responsabilità verso
terzi, tempi da rispettare, assistenze da fare, ecc. Non è pigrizia,
nessuna sindrome da sdraiati,
tutt’altro.
E
qui mi collego al secondo punto e
senza voler essere demagogico.
Se
siete
giovani
e forti,
se non avete altra
responsabilità oltre a quella verso voi stessi sarebbe
meglio faceste
un po’ di sana gavetta adattandovi
a lavori anche non corrispondenti alle vostre
competenze e formazione. L’abbiamo fatto tutti e non è morto
nessuno, anzi, spesso, ci si è chiariti le idee. Certo, oggi il
mondo lavorativo è completamente
diverso ma il principio non cambia. Non vuoi fare trecento chilometri
per un’offerta di lavoro ridicola? Fai bene. Va’ a dare una mano
in qualche campagna se ce n’è dalle tue parti, o cercati qualcosa
nella tua zona,
senza ovviamente farti sfruttare. Sto sponsorizzando il lavoro nero?
No di sicuro. Ma se c’è
solo quello che si fa? Il lavoro nero lo
sponsorizza l’operato del governo con la politica lavorativa
condotta, a dir poco, negli
ultimi due decenni.
Un esempio tra i più noti? I voucher.
Nati
dal buon intento, voglio credere, di far emergere una bella
fetta di lavoro nero, sono
stati invece soprattutto
utilizzati da chi grazie a
essi ha potuto evitare assunzioni regolari con
contratti a tempo determinato. Al
contrario, la signora anziana
che ha bisogno di una mano a tirare giù le tende per le pulizie di
Pasqua, l’altra che ha bisogno di essere accompagnata a fare visite
mediche, quell’altra ancora che ti chiede di farle la spesa pesante
due volte al mese, persone così, che
pure vorrebbero metterti in regola perché per loro i contributi sono
sacrosanti, come avrebbero
potuto affrontare la farraginosità di attivazione dei voucher? E la
persona che si presta allo svolgimento dei suddetti compiti per
compensi modesti spesso ritoccati al ribasso in funzione di tante
modeste pensioni, cosa vogliamo fare? La
mandiamo al carcere duro come evasore fiscale e causa dei mali del
Paese? Semplificare per non
escludere, mai eh?
Gli
unici commenti che si sentono, e che pretendono di essere risposte o
soluzioni sono del tenore: Ma possibile che ancora qualcuno non
sappia crearsi un account? Ma possibile che con tutta l’informazione
che c’è non sappiano cos’è l’identità digitale, una pec, un
allegato, uno smartphone? Ma tutti questi anziani che si lamentano di
essere superati in coda alle Poste non sono capaci di scaricarsi
l’app e prendere l’appuntamento anche loro? Ma possibile che non
abbiano qualcuno che lo fa per loro? Un figlio, un nipote, qualcuno.
Possibile che siano soli?
Nell’ordine
le risposte sono: Sì. Sì. No. Sì. Sì
E le agenzie di lavoro interinale o somministrazione lavoro? Che ti
mandano quindici giorni a sostituire uno in un cantiere navale, poi
venti giorni a sistemare scaffali dei supermercati, poi non si fanno
più sentire per un mese, quindi ti dicono che c’è un posto da
cameriere per una settimana. E anche quando sei sotto contratto non è
che lavori tutti i giorni, spesso stai a disposizione che magari ti
chiamano magari no. Ma di cosa stiamo parlando?
E
al tecnico di precisione che ha lavorato vent’anni in Lavazza fino
agli anni ‘90 e si reinventa fabbro e si mette in regola partita
Iva, decide di vivere in un
paesino per spendere poco di affitto e farsi pure l’orto, dichiara
tutto perché ci sono anche gli onesti e ti spiega che con mille euro
al mese lui ci sta dentro, è contento, e non ti chiede nulla, a
quest’individuo cui bisognerebbe dire grazie, gli si fanno gli
studi di settore, gli si dice, non è possibile che lei ce la possa
fare con un volume d’affari inferiore a 3000 al mese, e finisce
che la partita Iva la
chiude perché lui ha solo
due gambe e due braccia e come fa a farli 3000 al mese? Sta a te,
Stato, dimostrare che sono un evasore. Controllami, fammi le pulci ma
non dare per scontato che io lo sia in base a delle arbitrarie
tabelle che hai stabilito non
si capisce bene come.
Dare alle persone la possibilità di pagare le tasse in base al reale
guadagno. Possibile che in mezzo a tanti geni di economia e finanza
nessuno sia riuscito a individuare un sistema per permettere a chi si
sbatte per non pesare sulla
collettività di
autoregolarizzarsi per pagare il dovuto attraverso
un’autocertificazione delle entrate? Ci sono tante persone di buona
volontà che però non hanno le risorse per aprire una ditta e
anticipare contributi e spese.
Poveri autentici, poveri
veramente,
che però vorrebbero tanto
uscire dall’ombra.
Come
gli aiuti all’imprenditoria femminile. Iniziative lodevoli.
Solo che per ottenere il finanziamento a un progetto, prima lo devi
realizzare, poi devi far vedere che funziona, produrre i
giustificativi delle spese, affitto, mezzo di trasposto, computer,
telefoni, e quello che è, e
se va bene ti arriva il rimborso.
Insomma senza un capitale iniziale di almeno 15/20000
euro non se ne fa niente.
Lo so, mi sto perdendo, sto divagando, ma gli esempi sono
innumerevoli. Vi sembreranno estremi ma a breve situazioni analoghe
saranno familiari a un numero crescente di persone. Persone che per
il momento si sentono ancora in una zona protetta. Questo è.
Chi è fuori resta fuori.
E
qui arrivo al dunque. L’rdc fa
un gran comodo ma è sbagliato. L’rdc
non è inclusione. È
proprio il contrario.
Con
esso si
ufficializza l’esclusione.
Si
ufficializza la povertà. Nient’altro
che la
conferma che, dato un problema, non esiste nemmeno più l’intenzione
di risolverlo. Alla
Ponzio Pilato.
Perché
uno Stato ormai minimo e affamato, uno Stato che ha ceduto la
maggioranza dei servizi di base, che
rinuncia alla tassazione progressiva, perché
anche lo Stato deve agire come un’azienda, limitandosi a
verificare, almeno
per il momento poi chissà,
che vengano garantiti alcuni standard minimi, uno
Stato che si trova di fronte una collettività cui è stata sradicata
dalla testa l’idea
che ci si possa aspettare riforme progressiste da esso, cosa può
fare? Può solo limitarsi a concedere forme di assistenzialismo
pecuniario per contribuire al pagamento di ciò che non è più in
grado di garantire, ciò che ha demandato a imprenditori privati che
ovviamente mirano al profitto.
Viene
stabilita una soglia minima di reddito vitale e chi ne è al di sotto
riceve un sussidio che colma, o dovrebbe, la distanza tra il reddito
personale e la soglia minima data.
Una
tassa negativa che sostituisce l’erogazione di servizi. Non più un
sistema sanitario nazionale ma un poco di cash per accedere a quello
privato, non più edilizia popolare o, meglio ancora, un controllo su
canoni di locazione, gentrificazione, multinazionali immobiliari e
affitti brevi, ma un contributo per affrontare il canone quale che
sia.
Uno
Stato che si limita a erogare tasse negative ai meno abbienti è uno
Stato che rinuncia ad affrontare le cause che generano la povertà ma
tenta goffamente di salvare la faccia alleviando gli effetti più
macroscopici di ciò che non sa gestire.
Accettare
l’imposta negativa, il mio personale accettare di usufruirne,
contribuisce a legittimare una concezione universalista della
povertà. Significa per lo Stato dare una mano e per me significa
smettere di essere un cittadino ma solo accondiscendere perché non
ho alternative, e tutti insieme rinunciare a sapere di chi è la
colpa o rimuoverne la consapevolezza.
Siamo
di fronte a un tipo di welfare che è agli antipodi rispetto a quello
del new deal roosveltiano, a quello dei regimi socialdemocratici, un
welfare in cui è stata abbandonata ogni idea di redistribuzione dei
redditi, e dove lo Stato usa il proprio denaro per smantellare se
stesso. Perché l’indebitamento che comporta una tassa negativa
come l’rdc non è che un passaggio fondamentale per l’eliminazione
dello Stato sociale.
Che
non significa Stato leviatano nemico dell’iniziativa privata, non
significa Stato assistenziale privo di spina dorsale e non
progressista, ma, banalmente, Stato che funziona, Stato responsabile.
Vero
è che, per come stanno le cose, senza ’sto reddito che mi dura sei
giorni e tra pochi mesi mi toglieranno, o finirò in strada o farò
colletta per andare in Canada. Non come emigrante speranzoso ma come
candidato alla buona morte.»
Dicembre
2022
D.
V.