giovedì 26 gennaio 2017
DIGRESSIONI
martedì 17 gennaio 2017
TRA LE COSE BELLE CHE HO VISTO
Il sole che sorge sul mare
La nascita di un puledro
Gli anelli di Saturno
I disegni degli storni
Il nuoto delle balenottere
Il cielo dell’Africa equatoriale
La luce del tardo pomeriggio nel giardino di Liliane
Lo sguardo di un daino nel bosco
La piazza del Duomo di Ortigia
La via lattea dai pascoli di Villatalla
I dipinti di van Dyck
Un uomo che osservava i banchi di un mercatino
La Paolina Borghese del Canova
La libreria Lello & Irmão a Oporto
Tra filari di vite la neve illuminata dalla luna
lunedì 16 gennaio 2017
SALVATORE ARANZULLA
sabato 14 gennaio 2017
ARCHIVIARE I SOGNI
Ho letto il pezzo di Marco Filoni sul lavoro di Bert Kaplan, la cui storia di aspirante archiviatore di sogni è raccontata nel libro di Rebecca Lemov “Database of dreams” (University Press).
Al suo buon articolo vorrei aggiungere che sarebbe però bellissimo poter realmente registrare su supporto i propri sogni. Con una pendrive da infilare da qualche parte sulla fronte come la bella Stefania Rocca in Nirvana. Dico sempre che quello sì che sarebbe un device che pagherei qualsiasi cifra, certa che sbancherei i botteghini proiettando sul grande schermo le mie avventure oniriche. Ritorno economico a parte, è un vero peccato che di questa realtà così intensa, profonda, odorosa, e variopinta, che è parte integrante della nostra vita, possiamo conservare solo brandelli.
domenica 8 gennaio 2017
COS’È UN OGM?
Che senso ha la recente diatriba sugli ogm (organismi geneticamente modificati), con le aziende che premono affinché le nuove varietà vegetali ottenute modificando il dna senza introduzione di materiale esterno non vengano definite appunto ogm? In molti Paesi infatti, in assenza di tale introduzione, si commercializzano senza problemi nuove varietà a prescindere dalle tecniche con cui sono state ottenute, mentre in Europa viene definito ogm ogni organismo le cui modificazioni non sono spontanee e dovute alle ricombinazioni che avvengono in natura ma appunto indotte dall’intervento umano sul dna. Io credo che le parole abbiano un significato e che una modifica sul dna anche senza l’introduzione di materiale genetico esterno determini la nascita di un organismo geneticamente modificato, quindi come tale deve essere definito. Perché abbiamo paura di chiamare le cose con il loro nome? Nel caso specifico sicuramente perché la dicitura ogm vale un marchio di infamia e comprometterebbe l’accettazione sociale e quindi commerciale, ma se è ogm è ogm.
Altro è entrare nel merito della questione ed essere favorevoli o meno a tali procedure. Certamente le nuove tecniche, non più da film dell’orrore come agli esordi, devono ricondurre alla riflessione tutti quanti e, a parte le modifiche a favore di una crescente resistenza a pesticidi e anticrittogamici*, la maggior parte delle altre, vista la condizione generale del pianeta, ad esempio i problemi idrici, sono da valutarsi con estremo interesse studiandoci sopra.
*Ricordando che inizialmente raccontavano che le modificazioni genetiche servivano per rendere le colture resistenti autonomamente a parassiti, siccità, e chi più ne ha più ne metta, e che in tal modo si sarebbe ridotto drasticamente l’impiego di sostanze nocive, di fatto poi le si è rese più che altro resistenti a pesticidi ed erbicidi, per cui ci si può dar dentro senza tema. Una caratteristica, questa della resistenza alle sostanze chimiche che si vuole approvata e adeguatamente finanziata non solo per poter vendere maggiori quantità di veleni, come di fatto accade in barba alle promesse, ma anche perché potrebbe risultare molto utile in relazione all’aumento di tossicità degli habitat. Terre, acque di superficie, falde, pioggia, a tal misura infetti da poter a breve, se non vi sarà una reale rivoluzione mentale, mettere a rischio prima l’agricoltura intensiva poi anche quella tradizionale sostenibile che non farà in tempo a riprendere lo spazio che le è stato vilmente e violentemente sottratto.
2017
giovedì 5 gennaio 2017
LETTERATURA CANADESE E CONSIDERAZIONI
Quando, inevitabilmente, penso al fallimento dei sogni che avevo, bambina e ragazza, mi sale una buona dose di sconforto. Sogni come promesse di quello che sarebbe stata la mia vita. Promesse che rinnoverei se non fosse che, nel frattempo, ho fatto pace con la realtà contingente.
Poi capita (e accadimenti analoghi, analoghi per l’esito che determinano, per fortuna, non sono rari) che decido di leggere con estrema attenzione il numero di fine anno di Internazionale, numero dedicato alla letteratura canadese, e resto colpita dai lavori di alcuni autori. Ne leggo le brevi biografie e sorrido. Mi si apre proprio il cuore. Sono più giovani di me, alcuni di poco, sette, otto anni, e sono riusciti a realizzare cose che avrei realizzato volentieri anch’io. Ci sono riusciti. Qualcuno ci riesce. Lo sconforto scompare. Scompare in un modo che corrisponde allo scoprire in me uno sguardo di madre. Un’attitudine da mariposa, da custode. Una bella scoperta.
Comunque, venendo ai contenuti di Internazionale, ho molto apprezzato il racconto “Gli ultimi nati” di Samuel Archibald, classe ’78, di cui mi sono appuntata di cercare una raccolta di racconti, e lo spirito del progetto fotografico “OH, Canada” di Naomi Harris, classe ’73. Mi ha incuriosito la scrittrice Leanne Betasamosake Simpson (di cui non ho trovato l'età), e commosso Sean Michaels, classe '82, con il racconto “L’altro festival”.
Maggio 2013