lunedì 31 ottobre 2016
L'IMPERO INVINCIBILE
http://www.territorialmente.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/22-ott-INTERNAZIONALE.-Limpero-invincibile.pdf
AUSTRALIA: BALENE E RICHIEDENTI ASILO
Ho sempre avuto ammirazione per il popolo australiano per via della mobilitazione delle persone comuni ogni qualvolta gruppi di balene pilota si arenano sui loro litorali. Commovente e straziante. E, visto che si dice che chi non ha rispetto per gli animali non umani non può averne profondo e sincero per quelli umani, da tanta dedizione mi ero persuasa di essere di fronte a una porzione di società evoluta.
Le politiche di Canberra nei confronti dei richiedenti asilo mi fanno però ricredere. Le condizioni degli internati sulle varie isole adibite allo scopo sono una vergogna. Non so, se come annunciato, sia stata chiusa la struttura sull'isola di Manus per la decisione della Corte Suprema della Papua-Nuova Guinea che definisce illegale la detenzione dei migranti sull'isola-prigione, resta comunque fermo sulle proprie posizioni di totale chiusura il governo australiano. Insensibile anche a quella parte della popolazione che chiede rispetto dei diritti umani, e preme per una svolta moderata delle linee guida.
Mai identificare infatti la politica di uno Stato con il pensiero dei propri cittadini (anche se la mia esperienza di cittadina italiana mi porta a dire che ognuno ha i governanti che si merita), per cui voglio credere che coloro che s'immergono in acqua ad aiutare le balene pilota nel tentativo di far loro riprendere il mare, siano le stesse persone che s'indignano per le condizioni disumane di detenzione di chi, altrettanto disperatamente ma per raggiungerle, è approdato alle coste australiane per essere accolto.
Ottobre 2016
giovedì 27 ottobre 2016
TERREMOTI
mercoledì 26 ottobre 2016
CONSIGLIO DI LETTURA: "Responsabilità e speranza" di Eugenio Borgna
domenica 23 ottobre 2016
ESPRESSOWINE
lunedì 17 ottobre 2016
ANIMA
APPUNTI SU IMPERIA
giovedì 13 ottobre 2016
DIGRESSIONI
FO E DYLAN
IL MINISTERO DELLA SUPREMA FELICITÁ ASSOLUTA
Ho letto dell’uscita, la prossima estate, del secondo romanzo di Arundhati Roy. S’intitola "Il Ministero della suprema felicità" e vedrà la luce vent'anni dopo "Il dio delle piccole cose", il suo esordio narrativo che le è valso il Premio Booker nel 1997. Vent'anni durante i quali si è dedicata con fervore all'informazione di alto livello attraverso inchieste e saggi. Attenta alla realtà sociale e politica del proprio Paese, l’India, e partendo da essa, con forte e contagioso trasporto, ha scritto e scrive di chi siamo tutti noi su questo pianeta e quali sono le dinamiche che decidono le umane sorti, mettendoci di fronte all'imperativo categorico di un’assunzione di responsabilità individuale e quindi collettiva. Leggere i suoi libri, forti di un’estrema chiarezza espositiva unita a una profonda capacità di trovare il filo rosso che unisce gli eventi, è un’esperienza formativa, culturale, e filosofica. Fa bene all'anima sentire quanta energia trasuda dalle sue parole e viene una gran voglia di esserne contagiati al punto da riuscire a fare altrettanto. Almeno per me è così.
Quindi, pur prediligendo la Roy giornalista, non vedo l’ora di poter leggere il suo nuovo romanzo, a proposito del cui titolo vorrei raccontare un aneddoto. Cercando su internet per quale casa editrice italiana uscirà "Il Ministero della felicità assoluta", mi sono imbattuta in un altro libro: "Il Ministero della felicità". Chiaramente incuriosita sono andata a vedere. L’autore Sabino Acquaviva, sociologo, docente all'Università di Padova e di Trento, prolifico autore di pubblicazioni scientifiche, ha pubblicato nel 2011 per Cairo Editore questo romanzo di fantascienza ambientato in Italia. Ne ho letto la trama, dopo aver scorso i titoli delle sue varie pubblicazioni e il risultato è che mi è venuta voglia di leggerlo. Apprezzo quando capitano queste cose.
2016
sabato 1 ottobre 2016
OTHERING...
Sicuramente dobbiamo arricchire il nostro vocabolario
L’articolo apparso su Internazionale numero 1169 riporta un estratto dell’intervento di Naomi Klein in memoria di Edward Said, tenuto a Londra a maggio di quest’anno.
Vi propongo vivamente un’attenta lettura.
Amo il giornalismo che cerca comuni denominatori, che supera gli scollamenti tra gli avvenimenti per offrire un filo rosso che induca consapevolezza. Premessa necessaria per avere almeno qualche possibilità di trovare una reale soluzione, “soluzioni integrate” le definisce la scrittrice canadese, ai mali del mondo.
settembre 2016
ESORCISTI CERCASI
SUSHI FUN
Con tutto che ciò che sta succedendo nei mari del pianeta è allarmante e che lo è in misura maggiore perché invisibile, mi piace mangiare pesce.
Le risorse* ittiche si stanno esaurendo, stiamo raggiungendo il punto di non ritorno ma ciò non ci tocca perché, come si dice, lontano dagli occhi lontano dal cuore.
Il mare non è che una distesa dalle varie tonalità di blu su cui far scivolare lo sguardo verso l’orizzonte. Quello che c’è sotto, fantasiose e colorate storie d’animazione a parte, nell'immaginario collettivo non esiste se non nell'idea di una fonte inesauribile di cibo.
Resta il fatto che mangio pesce. Di stagione e preferibilmente acquistato da uno dei pochi pescatori all'antica rimasti nella città in cui vivo. Di quelli che tornano a terra con pochi chili di pescato vario e spesso con niente. Però, nell'ultimo anno, mi sono lasciata attrarre dall’idea di provare il sushi e ho accettato di aggregarmi a una cena in compagnia in uno di questi ristoranti a catena che spuntano ovunque. Mi sono ritrovata in un luogo da distopia orwelliana. Qualcuno racconterebbe il fatto in termini di tripudio gastronomico. Non solo sushi ma pesce in tutti i modi, oltre a un’infinita varietà di piatti della tradizione, dalle lasagne allo spezzatino, dalla carne alla griglia al risotto allo zafferano. Tutto self service (a parte il sushi che arriva direttamente al tavolo), prezzo fisso, all you can eat. Turni di centinaia di avventori, code fin sulla strada. All’interno, nastri trasportatori per monodosi di sushi percorrono l’intero spazio affiancando i tavoli in modo che ci si possa servire senza doversi alzare, monodosi rigorosamente protette da plastica che, se ci si mette a fare i conti, sono tonnellate di plastica.
Una frenesia alimentare angosciante. Un’orgia.
Alla chiusura chili di cibo finiscono nei bidoni della spazzatura. Non solo ciò che è stato ordinato e avanzato nei piatti, poca roba in effetti, ma quanto è stato cucinato in esubero ed esposto invano. Preparazione di piatti a cottimo sulla previsione di un afflusso x. Il cibo non deve mancare. La parola d’ordine è abbondanza. Ovunque lo sguardo si posi deve trovare vassoi colmi, il cibo deve entrare negli occhi, colmare la visuale rendendoci ciechi. Il senso di appartenenza a uno sciame concorde nell’ingurgitare il più possibile fa il resto. Con la delirante idea in testa che più s’ingurgita più si risparmia. Bipedi con vassoi che strabordano in mezzo ad altri bipedi con vassoi che strabordano. Automi. Il ristorante, grande come un capannone, pari a una catena di montaggio. Dai che domani si va al centro commerciale, sento dire. Sì, dai, che vendono anche il set per farsi il sushi da sé, risponde qualcuno. Mi sento un’aliena mentre vago in questo girone infernale. Al tavolo mi sento un’aliena. Tutti gozzovigliano e decantano. Quelli che ci sono già stati ne parlano con entusiasmo ed enfasi. Io, giuro, non ci metto più piede. Né stomaco. Prima e ultima volta. Amici che sgranano gli occhi. Non capiscono cosa mi disturba. Avrò avuto una giornata pesante.
Una dote che non posseggo è spiegare l’evidenza. Il problema è che per me ormai troppe cose sono evidenti e mi si è ridotto di molto lo spazio di comunicazione. Mi viene in mente Cecità di Saramago.
Mentre sto lì, il vociare assordante, per i più ormai assimilato a rumor bianco gestibile, la luce chiara e intensa, l’andirivieni di strani animali eretti, il bancone su cui squartano un paio di tonni appena scaricati e, di fronte, i bidoni. C’è un tipo che, vista l’ora tarda, preleva dal nastro trasportatore i sushi non consumati ancora intonsi sotto la loro cupoletta in plastica e li getta. Tutto insieme. Plastica e cibo. Ecco, mi gira la testa. Nausea e vertigine. Non è il sangue del tonno. Lo so. Nessun problema con il sangue né con la morte in quanto tale. Mi sale un pensiero cattivo. Che tutto e tutti si sprofondi nelle viscere della terra. Mi viene anche in mente la lunga scena dell’esplosione in Zabriskie Point.
*Uso il termine “risorse” malvolentieri ma questo è il linguaggio in uso ed entrare in un dibattito sull'argomento, per quanto utile, amplierebbe la discussione in misura non sostenibile dall'attenzione dei più. La capacità di concentrazione è sempre più breve e ci si deve accontentare, almeno in prima battuta.
Settembre 2016
