domenica 1 febbraio 2026

VIVA IL CONTROLLO

È triste udire persone da sempre considerate di intelletto brillante pronunciare frasi come la seguente:

«Personalmente mi va benissimo che abbiano accesso a ogni mia comunicazione, messaggio, o quello che è, che mi circondino di telecamere. Per me le possono mettere dove vogliono, purché mi garantiscano protezione e sicurezza. E se lo fanno è perché hanno i loro buoni motivi. Sanno ciò che fanno. Quindi è giusto mettere tutti quanti sotto controllo. Videosorveglianza, accesso ai dati, quello che serve. Chi non è d’accordo evidentemente ha qualcosa da nascondere.»


cena - Dicembre 2015


domenica 16 novembre 2025

CORONAVIRUS E DIRITTI - Marzo 2020

I pensieri si accavallano.

Ciò che stiamo vivendo è drammatico. Drammatico è ciò che tantissime persone devono affrontare nel privato. Le vicende intime, famigliari, i lutti, le separazioni e le convivenze forzate. Drammatiche le conseguenze per chi già era ai margini della società, per chi andrà inesorabilmente ad accrescere le fila dei diseredati. Drammatiche sono le derive sociali di cui già si colgono segni. L'invidia nei confronti di chi ha un giardino, un balcone, uno spazio di cui godere. La frustrazione di chi inizia a detestare i cani perché chi ne ha uno può uscire per portarlo a passeggio ma chi ha un figlio non può fare altrettanto. Allora protesta e vorrebbe venissero se non impedite almeno limitate al massimo le passeggiate con i cani, senza comprendere che a togliere i diritti ai cani non si guadagnano diritti per i bambini. Lo sconforto di constatare che nella difficoltà e nella paura spesso, come con le malattie, ci si accanisce contro i sintomi e non contro la causa. Se il diritto di qualcuno non mi danneggia perché volerlo privare di tale diritto? Se otterrò che a qualcuno venga proibito di godere del proprio giardino, della propria bottiglia d'acqua, della propria libertà di movimento, perché io non ho il giardino, non ho la bottiglia d'acqua, non ho la libertà di movimento, non è che quanto gli viene sottratto sarà suddiviso tra chi ne è privo. Non avrò un pezzo di giardino, qualche sorso d'acqua, la possibilità di muovermi al posto suo. I diritti non si sottraggono l'uno all'altro. I diritti, in quanto tali, appartengono agli esseri viventi. Ora certo siamo in una situazione d'emergenza e tutto ci pare ingiusto ma non dobbiamo perdere lucidità. Si tratta di un principio. Capire che in qualsiasi contesto sociale, il togliere al prossimo non ci arricchisce. Quindi non dovrò fare in modo che l'altro non possa più bere ma dovrò lottare per avere anche io, e tutti coloro che non ce l’hanno, accesso all'acqua.



25 Marzo 2020


martedì 11 novembre 2025

ASCOLTANDO SEPÚLVEDA A FAHRENHEIT (7/11/2016)

Trascrivo qui di seguito gli appunti di stamane mentre ascolto Radio3. Ospite di Fahrenheit il grande Luis Sèpulveda. Quando si dice le coincidenze

Mi chiedo se si tratti di ansia da prestazione, di dispersiva gestione del tempo, o di banale perdita di interesse. So solo che negli ultimi quattro anni decine e decine e decine di ore sono andate smarrite, intrappolate nella rete, e che ne voglio uscire.

È una riflessione cui giungo considerando varie situazioni. Ad esempio il lavoro: a parità di cose da fare e di risultati, il tempo necessario è superiore al passato, e l’incremento, a parte le ore in più dovute all’abbassamento della paga oraria, va sotto la voce “contatti”. L’avvento della posta mail all’epoca ci è parso una gran facilitazione e lo è stata: si controllava ed evadeva la posta una volta al giorno e tutto procedeva fluidamente, allegati e compagnia bella. Oggi invece per non risultare inefficienti bisogna rispondere entro mezz’ora al massimo e stare sempre sul pezzo. L’esito non è conseguentemente migliore. Né quantitativamente né qualitativamente, solo, non sempre, più rapido. E quindi bisogna stare sempre con il telefono sotto agli occhi. Mediamente, a manciate di secondi, buttiamo lì più di un’ora al giorno¹ solo per controllare che non ci sia sfuggita qualche notifica. Pare proprio che la promessa di agevolare la vita nei vari suoi aspetti e permettere di godere di maggior tempo libero sia stata disattesa. Peccato.

Ho sempre creduto che il problema non sia mai il mezzo ma chi lo utilizza e come, ma inizio a ricredermi. Forse abbiamo sottostimato la forza dirompente di una virtualità introdotta con forza in ogni ambito della nostra quotidianità. Ognuno di noi può facilmente verificare i cambiamenti avvenuti nella propria persona, fisici, psicologici, comportamentali.

Io per prima ho ceduto alla lusinga dell’interconnessione. Ho aperto questo blog i cui post girano dopo ventiquattr’ore su Twitter, e su Twitter² tra chi seguo e chi mi segue, si trova sempre qualcosa di interessante da leggere e da condividere (soffro per questo meraviglioso verbo che se va in giro a capo chino, svilito, con aria rassegnata), ma che genere di condivisione è se l’unico risultato cui porta è che sempre più individui trascorrono sempre più tempo davanti a uno schermo?

Negli ultimi mesi ho avuto una media di 400, 500 lettori mensili del blog (Chi sono? Leggono? Ci finiscono per caso?), e mi sorprendo a voler mantenere almeno tale media, pena la perdita di quel minimo di visibilità che, oltre agli intenti idealistici per cui il blog è nato, potrebbe tornare utile per un paio di progetti che ho in testa. Ma sto impazzendo? Come posso credere che possa servire a qualcosa. La tentazione però è forte. Chi è già che diceva negli anni sessanta che in futuro ogni persona avrebbe avuto i propri quindici minuti di fama?

Stavo riflettendo su quante volte ho pensato di scrivere alle persone note che stimo e che, secondo me, hanno dato e danno un contributo positivo all’andamento delle vicende umane. Difficile però raggiungerle, trovarne un recapito. Lo scopo del contatto, chiederete, quale dovrebbe essere? Espressione di gratitudine e scambio di opinioni su tematiche di interesse comune. Grosso modo questo. Nella vita sono stata fortunata e ho avuto modo di abbracciare Vandana Shiva, di avere uno scambio epistolare con Susan George, di regalare un libro a Marco Paolini. Mi piacerebbe stringere le mani a Paul Watson e dirgli grazie, solo questo, grazie. Mi piacerebbe parlare di resistenza e di rivoluzione con Luis Sepùlveda davanti a un buon vino e fargli una domanda che da un po’ mi ronza nella testa. Ecco, ora su twitter, potrei contattarlo: incredibilmente risulta nell’elenco di coloro che mi seguono. Basterebbe una chiocciola ma non l’ho mai digitata né lo farò (forse oggi, giusto per segnalargli questa pagina). Non è il mio modo, non è sufficiente, non è empatico. Sento maggior vicinanza nel sentire la sua voce in diretta mentre trascrivo questi appunti. Se un giorno lo incontrerò, lo guarderò negli occhi e gli proporrò un caffè. Nel frattempo guarderò negli occhi le altre persone che incontro.


Oggi un recente movimento di pensiero cresciuto tra intellettuali e studiosi nei vari settori sta teorizzando e mettendo in pratica la disconnessione come dotazione fondamentale per poter interpretare la realtà presente e futura in modo il più possibile oggettivo o, perlomeno, più completo. Google è talmente presente nelle nostre vite, risponde a ogni nostro quesito, che dimentichiamo che esiste una realtà più ampia di quella in esso contenuta. Anziché ampliarlo, ha ristretto il nostro mondo e conseguentemente il nostro margine di azione mentale. Al punto da farci ritenere superflue esperienza e verifiche dirette. Facciamo atto di fede ventiquattro ore al giorno aderendo a una visione se non necessariamente falsa, di certo monca.

Forse per fare qualcosa di buono è semplicemente più utile andare per strada.


7 novembre 2016


¹ In base al mio utilizzo e a quello di chi conosco, avevo stimato che, includendo i refrattari, i contatori degli smartphone (a.D. 2025) possano indicare un utilizzo giornaliero dalle 3 alle 5 ore di cui oltre l’80% per consultazione app e social e il restante tempo per telefonare. Sono andata a verificare su varie fonti. Ero ottimista. Pare che il consumo medio vada dalle 3 alle 8 ore giornaliere e la percentuale per le telefonate sia inferiore al 10%. Amen

² Sono trascorsi parecchi anni e Twitter, ora X, è stato trasformato nel frattempo in una cloaca maxima.

mercoledì 2 ottobre 2024

CONSIDERAZIONI IN ORDINE SPARSO SU CANCEL CULTURE, INCLUSIVITÀ, DISGREGAZIONE SOCIALE

Nel cortile il bambino vede per la prima volta un africano, sgrana gli occhi meravigliato ed esclama “Ma è tutto nero!”

L’africano sorride, io di rimando.

Se il bambino avesse conosciuto la parola negro, forse avrebbe esclamato “Ma è tutto negro!”

E, probabilmente, l’epilogo sarebbe stato identico.

Perché a comandare non è la parola ma il sentire. Nel caso specifico, la meraviglia.

E la meraviglia suscita sorriso perché arriva dal cuore.

Le parole sono tutte pure. In linea di massima.

La descrizione di ciò che si presenta alla vista, ai nostri sensi in generale, attraverso l’utilizzo di termini presenti nei vocabolari non è deprecabile di per sé. Può essere criticabile e riprovevole in specifici contesti e, soprattutto, sulla base di un’intenzione negativa. Anche parole belle possono essere usate in modo offensivo. E, sin qui, tutto molto ovvio.

Ora è però in atto una vera e propria guerra ideologica sull’utilizzo delle parole. Chi le vuole eliminare, chi ne vuole manipolare i significati, chi ne vuole ridurre il numero. Con buona pace della capacità di elaborazione del pensiero critico e quindi della libertà.

Un conflitto che sta ulteriormente dividendo la società per il tramite di un processo di ristrutturazione manicheistica del pensiero che non può che portare allo smarrimento della ragione e alla disintegrazione definitiva della società stessa. Infatti, l’impostazione o bianco o nero è già ben radicata. Che si parli di ecologia, di conflitti, di clima, e a seguire un elenco lunghissimo le cui voci meriterebbero ognuna una trattazione dedicata, o si sta da una parte o dall’altra, o sei con me o sei contro di me. Non è contemplato né contemplabile che ci sia del vero nelle asserzioni di entrambe le parti che si fronteggiano, né che entrambe possano sbagliare. Gli uni hanno totalmente ragione, gli altri totalmente torto. Chi siano gli uni e chi gli altri dipende dalla parte presso cui ci si colloca.

Questo il terreno da cui si parte.

Poi, iniziando dal politicamente corretto, si arriva alla cancel culture e si procede con le varie derive.

Ho un amico che all’alba spazza le strade del quartiere. Il mio amico fa lo spazzino. Ho sempre ritenuto il suo un bel lavoro. Mi piace alzarmi molto presto quando la città è silenziosa, mi piace pulire, mi piace il decoro. Avrei fatto volentieri la spazzina.

Mio nonno era cieco. Una ferita di guerra. Allo sbarco in Sicilia si era unito agli americani. È morto a novant’anni. Ben lucido. Ricordo che s’infastidì quando udì dire per la prima volta “non vedente”. Gli pareva assurdo doversi definire attraverso una locuzione negativa quando dire cieco esemplificava la faccenda. E, con l’ironia caustica che lo contraddistingueva, sciorinava una serie di esempi. Uomo dalla schiena non dritta (che per lui non avere la schiena dritta aveva un altro e ben preciso significato), uomo con una gamba diversamente lunga, uomo non magro,...

Gobbo, zoppo, grasso. Dov’è il problema? Chiedeva.

Minorato, infelice, storpio, infermo, menomato, offeso. Quant’era ricca la lingua italiana per definire gli sfortunati? Perché fare giri di parole? Per non identificare la persona con il proprio handicap? Bene, ma questo è un problema di chi sta attorno e deve imparare a stare al mondo e a non giudicare uno perché gli manca magari un piede senza considerare tutto quello che invece non gli manca e per cui magari si distingue o eccelle. Detestava i comportamenti fastidiosamente commiserevoli. Chi sta attorno se lo deve proprio dimenticare che a uno gli manca un piede. O che è cieco. Ovviamente entro i limiti della sicurezza. Specificava.

Un caro amico privo di un braccio, nessuno lo invitava a pranzo o a cena e quando capitava, brodini e purè. Indossava un orribile e antica protesi di plastica. D’estate maniche lunghe. Una volta l’ho invitato e, sapendo che ama la carne, bistecca con patate. “Bistecca?” ha sbottato stupito quando si è trovato il piatto davanti. “Sì, bistecca. Te la taglio io. E togliti ’sta felpa che fa caldo e magari pure il braccio che tanto tutti sanno che ti manca”. Senza giri di parole ma, ovviamente, in tono amichevole. Per quanto subito contrariato per essere stato colto alla sprovvista, si è poi sentito alleggerito da un peso e, a fine serata, mi ha ringraziato. Troppi scrupoli e precauzioni nei suoi confronti lo obbligavano a una costrizione maggiore di quella cui era da sempre vincolato e che era già sufficientemente faticosa.

Per non offendere si corre facilmente il rischio di peggiorare le cose, che la parola divenga tabù, e, nel suo caso, le parole tabù erano tante: braccia, protesi, tirare, lanciare, sollevare, abbracciare: un’infinita teoria di verbi legati all’uso delle braccia. A quel modo si ritrovava amputato nella vita, nel dialogo, nella relazione, ben più di quanto non lo fosse per il braccio mancante.

Chiamiamo le cose con il loro nome! Non c’è nulla di male.

Si può dire anche negro. Dipende dal come e dal perché lo si dice. In quale momento, a chi, con quale fine. Non si può avere paura delle parole scomode. Vanno affrontate e non depennate.

Cosa c’è di umiliante nella parola bidello? Operatore scolastico è un termine algido, spersonalizzante, così lontano anche da tutta una tradizione letteraria. Siamo divenuti tutti operatori di qualcosa. Secondo me si tratta di un impoverimento lessicale che nulla ha a che vedere con la salvaguardia della dignità delle persone. Primo perché tutti i lavori sono dignitosi, almeno per definizione, secondo perché con definizioni asettiche possiamo nascondere realtà spesso difficili e complesse ed evitare appunto di affrontarle.

Prendiamo i Gig worker. Evvai! Ma che bella parola. Sono un gig worker! Suona accattivante.

I gig worker includono appaltatori indipendenti, lavoratori di piattaforme online, lavoratori di ditte a contratto, lavoratori a chiamata e lavoratori temporanei. Per lo più le ultime due categorie. La precarietà assunta grazie a un neologismo anglofono a crescita dell’occupazione, con buona pace di continuità, sicurezza, diritti e tutta quanta la serie di attributi che dovrebbero caratterizzare il lavoro per poterlo definire tale. E tutto ciò entra nel pensiero collettivo come normalità, al punto che, ad esempio, pare ordinario e accettabile suggerire a una donna sessantenne disoccupata per problemi di salute di lavorare per Deliveroo et similia.

Dobbiamo prestare attenzione alla metamorfosi del linguaggio. Non si tratta di restare attaccati al passato, di rifiutare neologismi, di osteggiare l’uso di parole straniere, ma bisogna salvaguardare i significati e badare a che non vengano stravolti. E sarebbe necessario evitare che un singolo termine includa troppe realtà. Come nell’esempio succitato, ogni categoria lavorativa inclusa nel termine gig worker ha caratteristiche particolari ben definite. Un appaltatore indipendente non è un lavoratore a chiamata. Se si cancellano le differenze ci si preclude la possibilità di risolvere problemi specifici.

Un conto è ragionare in termini di doverosa attenzione, un altro è servirsi delle differenze per manipolare il pensiero in funzione di un cambiamento sociale disgregante.

Parte integrante di questa trasformazione verso una lingua politicamente corretta sono la cultura woke, nella sua recente versione, con tutte le conseguenti ramificazioni tra cui la scrittura cosiddetta inclusiva.

La cultura woke, un insieme di teorizzazioni e di pratiche nato dall’idea di “risvegliare” gli afroamericani (wokesignifica“sveglio, persona che tiene gli occhi aperti”) per spingerli a rivendicare i loro diritti, si è ampliata sempre più, andando via via includendo temi apparentemente slegati ma con il denominatore comune di incorporare elementi di discriminazione e violenza. Dalla tutela di minoranze etniche, vittime di colonialismo, di epurazioni, o qualsiasi altro genere di sopraffazione e discriminazione, si è giunti a integrare praticamente ogni genere di diversità. Genere, razza, inclinazione sessuale, linguaggio, fede, educazione, cultura, aspetto fisico, alimentazione, gusti letterari, insomma qualsiasi preferenza o idiosincrasia personale, pubblica o privata, eletta ad attributo appartenente all’ennesima minoranza da difendere e non offendere. Tale movimento, oltre ad aver trovato leader e testi manifesto, oltre a essere divenuto un potente mezzo di marketing e nuovo corposo cliente per il mercato, sta rendendo inammissibile pronunciarsi su pressoché qualsiasi cosa senza incorrere nel rischio di essere tacciati, a seconda del caso, di razzismo, egoismo, insensibilità, conservatorismo, bigottismo. A ciò si aggiunga il processo di cancellazioni e demolizioni, materiali e non,in ogni ambito. Dall’abbattimento di statue all’espunzione di parti o totale eliminazione di testi, dalla rimozione di simboli alla censura e all’ostracismo di autori ritenuti portatori di discriminazioni o semplicemente scomodi per appartenenza geografica e quindi essi discriminabili (la storia recentissima è prodiga di esempi). Un innegabile tentativo di rimaneggiamento storico e sociale a colpi di damnatio memoriae.

I neonati movimenti di condanna della cancel culture, per quanto anch’essi spesso settari in quanto poco inclini a un reale confronto, sorgono inevitabilmente da quest’estremizzazione di un movimento nato in origine per un fine socio politico necessario e accusano la penetrazione incontrollata del wokismo, in ogni ambito della vita sociale, di produrre una discriminazione inversa.

In effetti ciò accade ormai da tempo senza soluzione di continuità anche con la complicità di chi molto probabilmente non avrebbe personalmente intenzione di infierire contro qualcuno creandogli problemi o difficoltà di sorta. Nell’epoca dei social purtroppo accade spesso che, sull’onda dei commenti su un fatto di cronaca, sulle esternazioni di una persona, insomma su una qualunque questione di dominio pubblico, tutti si possa contribuire a una vessazione mediatica con conseguenze anche gravi. Un licenziamento, un allontanamento, una depressione, un suicidio. Il termine in uso per definire tale fenomeno è shitstorm. Un numero consistente di persone che manifesta il proprio dissenso nei confronti di qualcuno. Individuo, gruppo, organizzazione, azienda, che sia. Ciò avviene, se non in modo istantaneo, in tempi assai rapidi, si propaga in modo virale, e impedisce qualsiasi riflessione dettata dal semplice buon senso. Una comunicazione scevra di filtri attraverso cui i partecipanti protetti dall’anonimato ripropongono la dinamica del branco. La vittima ne può uscire veramente malconcia e segnata a vita. Rifiutare questa condotta non significa però negare il diritto all’espressione di un dissenso collettivo. Per portare un esempio tra i tanti, alcune note azioni di boicottaggio sono state importanti e hanno contribuito a una presa di coscienza su problematiche che dovevano essere portate all’onore della cronaca. Ma si tratta di situazioni ben diverse.

Insomma, pur non volendo far del male a nessuno ma solo e semplicemente inserirsi in una discussione “vivace” per sentirsi parte della tendenza del momento, il partecipare a linciaggi mediatici, senza neanche dedicare un minuto alla verifica dei fatti e all’analisi di quanto si va a giudicare, può condurre a conseguenze concrete anche gravi e sarebbe necessario che tutti prendessero coscienza di ciò prima di fare i leoni da tastiera. Si critica qualcosa considerato offensivo o addirittura pericoloso, si prende in giro, si offende, sperando in retweet e reazioni, si creano e condividono meme, il tutto spesso senza volere realmente la testa di qualcuno ma solo perché si ha la necessità vitale di rigettare fuori tutto quanto di negativo si deve ingoiare ogni giorno in un mondo sempre più difficile ed estraniante. Solo che alle volta poi la testa rotola giù per davvero. Singolarmente forse non si desidera sul serio il male di qualcuno ma collettivamente però è quello che si ottiene. Che poi qualcuno se lo possa anche meritare è una questione che scoperchia il vaso, quindi evito qui di entrare nel merito.

In pratica, dunque, si è partiti dalla rivendicazione di diritti (woke!), si è allargato il movimento in nome della difesa delle minoranze e il raggiungimento di una totale inclusività e si è finiti con l’insultare il prossimo a ogni piè sospinto. A furia di han tutti ragione, la ragione non ce l’ha più nessuno. Un tutti contro tutti che la dice lunga, a mio avviso, sulle reali intenzioni di taluni sponsor di tali movimenti.

Un discorso molto ampio e complesso che porterebbe a lunghe digressioni.

Venendo alla“scrittura inclusiva”, che sostituisce con un complesso sistema di interpunzione il dominante plurale maschile onnicomprensivo, la nota finale in schwa, con la stura all’obbligo di accettazione collettiva sull’infinità e fluidità di generi esistenti sta contribuendo, anziché al rafforzamento, all’indebolimento dell’identità individuale. Che in natura non esistano solo maschi e femmine è risaputo mail genere sessuale tavolino dubito fortemente sia contemplato nell’elenco. Sicuramente il recente incremento di confessioni e ostentazioni pubbliche di così variegate inclinazioni sessuali sono anche il sintomo di un malessere diffuso e crescente in una società in cui Essere è impresa titanica. L’eco mediatica, l’emulazione, la necessità di apparire per esistere hanno dato il via infatti a un’esplosione di manifestazioni di sessualità che arrivano fino all’identificazione di se stessi quali oggetti, e sempre con la prerogativa implicita che tali inclinazioni possano mutare in continuazione, anche ogni istante, secondo il contesto, e ciò in nome di una fluidità che, se pur comprovata dalla biologia animale (protozoi e non solo), in tali eccessivi termini diviene ridicola (anche se il teriomorfismo e il tecnomorfismo di cui parla l’estetica transumanista raccontano di fluidità e ibridazione continua come transizione funzionale al superamento dell’antropocentrismo – interessante approfondire). Nel privato, e ovviamente senza ledere a nessun livello il prossimo, ognuno è libero di esprimere la propria sessualità come preferisce ma pretendere l’istituzionalizzazione e la propagazione socioculturale della propria idea in un ambito tanto intimo lo trovo stupido e aggressivo. Eppure sono in tanti che fomentano e ci marciano.

Tutti questi fenomeni sono strettamente collegati al discorso dell’inclusività. All’ideale di una società da cui nessuno resti escluso, in cui ogni individuo possa inserirsi senza essere vittima di pregiudizi e discriminazioni. Uguali diritti e opportunità per chiunque (su questo poi si aprirebbe un discorso infinito), ognuno con le proprie caratteristiche distintive: inclinazioni, credenze, cultura e via elencando, nel gran paniere della società, con l’unico obbligo comune di rispettare le norme di convivenza civile.

Considerazioni ragionevoli in funzione di un obiettivo nobile.

Se non fosse che la faccenda sta decisamente sfuggendo di mano.

Il punto è infatti che se ogni individuo, per una qualsiasi propria peculiarità, può essere considerato vittima di discriminazione e pertanto identificabile con una minoranza, portando all’estremo tale premessa, potremmo arrivare a un numero di minoranze pari al numero di individui e ciò corrisponderebbe alla scomparsa della società. Il paradosso dell’essere totalmente inclusivi è ottenere, tramite una divisione parossistica e irrimediabile, una parcellizzazione del tessuto sociale tale da non poter nemmeno più usare il termine tessuto perché di esso non rimarrebbe traccia. Ogni inclusione presuppone una definizione talmente particolareggiata e specifica che porta gioco forza all’esclusione di chi non rientra appieno nella definizione data. Ogni minima e specifica inclusione comporta esclusione.

L’attenzione al particolare è fondamentale e importantissima in ogni ambito ma quando è estrema, e soprattutto strumentalizzata, distoglie dalla visione d’insieme. Si perde ciò che accomuna. Si perdono le connessioni tra le cose. La specializzazione eccessiva, lo si vede negli indirizzi di studio e nell’esercizio delle professioni, porta a non vedere più tutto quanto sta intorno. La difficoltà che oggi s’incontra per avere una diagnosi medica racconta molto bene questo meccanismo.

Tutti questi fenomeni hanno una corrispondenza a livello politico. Due ambiti, quello culturale e quello politico, che vanno a convergere pur, forse solo apparentemente, partendo da presupposti diversi.

La parcellizzazione politica infatti non nasce da fenomeni sedicenti inclusivi, anzi il contrario, e dipende principalmente dalla debolezza dei governi. La crescente incapacità che questi hanno di farsi carico dei problemi della res publica, incapacità la cui origine è facilmente rintracciabile nella lunga serie di sottoscrizioni di trattati commerciali transnazionali che hanno lasciato agli Stati nazionali solo più il vuoto involucro di un’importanza istituzionale, laddove pressoché nessuna decisione pratica può più essere presa in autonomia ma sempre e solo sotto l’egida del beneplacito del sistema finanziario, si esplicita, anziché in una volontà reale di riappropriazione, in un’inclinazione suicida a negare la propria impotenza reale e nel favorire la disgregazione sociale mettendo tutti contro tutti.

Le classi politiche, tutte se pur in modi diversi, favoriscono l’ansia individuale dei propri cittadini raccontando che essa in realtà esiste per la preoccupazione riguardole minacce all’identità collettiva del Paese cui appartengono. Qualsiasi sia il problema, anziché andare alle radici e alle cause prime, improvvisano e giocano. Prendono un sintomo e lo trasformano nella malattia. Prendono un effetto e lo trasformano in causa. Prendono un fenomeno e lo trasformano in spiegazione. Come dire, tu non sei vittima ad esempio della nostra arroganza, o superficialità che sia, che ci ha portato a svendere il Paese ma di chi viene a derubarti dove sei nato. O, in alternativa, le colpe sono tutte del partito avversario. Una cosa non esclude l’altra ma mai ho sentito un’assunzione di responsabilità da parte di qualche governante. E ciò a livello mondiale.

Aggiungiamo a tutto questo che, per come è strutturata la società dei consumi e senza voler denigrare i propositi di integrazione del reddito a favore di chi è in difficoltà (non entro nemmeno qui nel merito della questione perché si aprirebbe un capitolo a sé), il numero di nuovi poveri è comunque destinato ad aumentare. Con la conseguenza che da cittadini ci si sta trasformando sempre più in sudditi. L’induzione poi, da parte del capitale produttivo, al “bisogno” di ciò che in realtà non abbisogna, la necessità di smaltire gli eccessi produttivi per evitare l’implosione del sistema, la costrizione a possedere tecnologie sempre di ultima generazione per non essere tagliati fuori dalla possibilità di accesso a servizi essenziali, e tutti gli esempi che si possono fare, sono tra le cause principali. I poveri aumenteranno inesorabilmente e il divario fra poveri e ricchi anche. Non è demagogia, è aritmetica. Cosa fare di questi poveri e nuovi poveri? Per prima cosa evitare di attrarli. O esiste una forma di welfare comune a tutti gli Stati sovrani o quei pochi che ancora ne mantengono uno sono destinati ad abbandonarlo. Esiste già infatti tra gli Stati una competizione negativa per evitare di diventare calamite assistenziali. Quindi erosione più o meno graduale del benessere sociale, riduzione dei servizi, esternalizzazione degli stessi, crescente flessibilità in ogni aspetto della vita, che tradotto vuol dire precarietà, insicurezza, impossibilità di progettare. Solo un’azione sovranazionale e sovracontinentale potrebbe neutralizzare tale spirale mettendo paletti uguali per tutti quanti in settori determinati, quali accesso all’istruzione e alla salute, condizioni e trattamento dei lavoratori, protezione dell’infanzia etc. Ma ne siamo ben lungi. Il sempre maggiore malcontento viene incanalato, agevolmente in quanto sentimento spontaneo nelle situazioni di malessere, in insofferenza e ostilità verso tutti coloro che vengono percepiti come alieni, barbari, nemici. A partire dal vicino di casa nato dove siamo nati noi. Cresce la frammentazione politica, crescono le ideologie segregazioniste. Vengono proposte soluzioni politiche a favore di autonomie geografiche molto circoscritte in nome della tutela dei territori e delle culture locali (il che ha un senso perché chi meglio di chi ci vive, malversazioni a parte, può amministrare il luogo in cui vive?), unità politiche di misure ridotte, che hanno però meno chances di opporsi all’internazionalismo della finanza e di organizzare una qualsiasi forma di opposizione o resistenza. Difficile andar d’accordo tra condomini, figuriamoci tante minuscole entità amministrative separate e chiuse in se stesse.

Dunque, da una parte possiamo dire che più si è inclusivi più necessariamente si presta attenzione alle particolarità, alle differenze, a tutto quando rende diversi, e più questo processo avanza, più l’inclusività presuppone una frammentazione della società che può condurre all’assurda conseguenza che ogni individuo potrebbe rivendicare il riconoscimento di un’autonomia giuridica. Alle volte ho la netta impressione che talune rappresentanze politiche, dietro la maschera del rispetto e dell’integrazione, nascondano un artifizio per riuscire a dirigere con maggior facilità le sorti del pianeta in un momento talmente complesso che star lì ad aspettare che miliardi di persone prendano coscienza e agiscano collettivamente con cognizione di causa è impensabile. Sempre che poi a qualcuno importi di tale presa di coscienza, direi anzi il contrario. Un agire mistificatorio che lede l’integrità delle persone e della società. Lasciando in tal modo un portone spalancato a chi voglia approfittare della situazione per proprio tornaconto.

Dall’altra, possiamo dire che più si teme la perdita della propria identità a livello di appartenenza a uno Stato sovrano, più si propagandano chiusura di confini e rifiuto di identità politiche collettive (e ci tengo a precisare che movimenti quali +Europa suscitano in me repulsione perché sono lontanissimi dagli ideali di Ventotene e ugualmente penso per quanto riguarda la direzione politica dell’UE), l’unica cosa che si ottiene è la perdita definitiva del poter ragionare insieme sul destino dell’umanità.

Insomma, giriamola come vogliamo, il risultato non cambia. Ed è un risultato triste e anch’esso ben lontano dall’ideale di una società civile degna di tale attributo. Resta solo una gran confusione che offre il destro a governanti, altrimenti inetti, di poter amministrare, al riparo da critiche e conseguenze, la vita non di cittadini ma, come dicevo, di sudditi ormai defraudati di ogni capacità di comunicazione e collaborazione.

Che sia tramite la manomissione del linguaggio, che sia a causa di scelte politiche operate da individui che al giro possono essere considerati, incapaci, impreparati, inconsapevoli, disonesti, scellerati, arriviamo al medesimo esito. Gli effetti li abbiamo sotto gli occhi. Con tutto il potenziale che abbiamo tra le mani siamo in caduta accelerata verso il basso. Anziché elevare ogni individuo a quelli che dovrebbero essere gli alti valori di una società degna, l’imbarbarimento avanza e, purtroppo, l’unica soluzione adottata da tutti pare sia arroccarsi, rinchiudersi nelle proprie roccaforti di pensiero e rinforzare le mura di difesa. Il terrore di vedersi defraudati e travolti non risparmia nessuno. E anche i liberi pensatori, coloro che ancora credono nei valori di humanitas, il vir bonus nella vita pubblica e in quella privata, frutto di educazione e cultura, portato a comprensione e assistenza, o tacciono e scelgono di autoesiliarsi o si parlano addosso dandosi ragione a vicenda all’interno di ristretti ed elitari gruppi di appartenenza. Facendo il gioco del nemico.

Il sogno di una federazione mondiale precipita nell’incubo di una parcellizzazione progressiva di territori e culture, dove piccolo sarà sinonimo di autodeterminazione e libertà, dove si moltiplicheranno minuscole enclavi nate ognuna in nome di una propria appartenenza da proteggere, in uno spirito da campanile portato all’eccesso, fino all’atomizzazione sociale in cui ognuno sarà Stato, chiuse le finestre, sprangate le porte, allarmati i cancelli. Antifurto, telecamere, guardie. E a quel punto la possibilità di arrivare a scalzare le radici dei problemi sarà svanita. Sarà svanita la possibilità di risolverli. Di snidare le cause, di riconoscere le vere forze dietro tali cause. Insicurezza e paura anziché diminuire si acuiranno in modo ossessivo e, a quel punto, mentre staremo nelle nostre prigioni fortezza, ci sarà chi potrà agire impunemente godendo delle risorse del pianeta e arricchendo grazie ad esse.

Alle volte però pare quasi ci sia, oltre a un necessario progetto di controllo delle masse, una componente psicologica umana, quasi una patologia: una strenua volontà di perdersi.

Esiste una via d’uscita?

Si è tanto parlato e scritto di globalizzazione, di omogeneità culturale, di multiculturalismo, di universalismo. Paiono sinonimi ma sono termini che esprimono concetti assai diversi l’uno dall’altro.

Sulla globalizzazione, che è quanto sta accadendo, si è detto alla nausea ed è sotto gli occhi di tutti che essa sia servita in massima percentuale ad agevolare il mondo finanziario e imprenditoriale, un mega monopolio, quindi non mi ci soffermo.

L’omogeneità culturale ha una valenza piuttosto negativa perché implica la rinuncia da parte di tutti di una buona fetta del proprio retroterra. Implica una perdita considerevole in funzione di un consenso e della possibilità di appartenere a un consesso in cui non si litiga perché tutti la pensano uguale.

Multiculturalismo invece, parola dal suono bello e promettente, significa coesistenza di diverse culture. Non è detto però che poi queste comunichino, anche perché principalmente la cultura è qualcosa di legato al luogo di nascita, a un territorio, a una lingua, e non dipende da una scelta, quindi non presuppone necessariamente apertura all’altro. E comunque perché una comunicazione e un confronto avvengano è necessaria un’intermediazione costante che permetta la comunicazione attraverso un sistema di traduzioni tra culture. Un’operazione complessa che potrebbe non rendere fedelmente i significati originali appartenenti appunto a culture eterogenee.

Resta l’universalismo che, filosoficamente parlando, non entra nel merito dei contenuti culturali, non dice chi è meglio, chi ha più ragione, ma si dipana in modo laico al di sopra di territori fisici e politici valorizzando la capacità che dovrebbe essere insita in tutti di comunicare e comprendersi reciprocamente e, soprattutto, di agire costruttivamente anche in presenza di altri che agiscono in modo diverso. Una sorta di lucidità comportamentale basata su alcuni assoluti che ormai avremmo dovuto aver fatto nostri. Una capacità di negoziazione continua che permetta di mettere al centro la cittadinanza come valore assoluto scindendola da ogni altro genere di appartenenza. Un modello appartenente alla migliore tradizione repubblicana. Quella libera da propositi di omogeneizzazione. L’essere cittadino indipendentemente dalla propria estrazione culturale. Una società policulturale laica il cui governo si limiti a un’amministrazione equa e corretta della res publica, senza intrusioni nella vita privata dei cittadini, senza servirsi del privato come arma di distrazione per celare la propria incompetenza.

Sono sempre stata convinta che una global governance intesa come Federazione di Governi che legiferino sui temi fondamentali e comuni, sulla cosa pubblica per intenderci, con equità e lungimiranza, lasciando autonomia sul resto, possa essere la soluzione vincente. Al momento ne stiamo saggiando la versione adulterata. Corrotta, manipolata, contraffatta, manomessa, guastata. Per avidità e fame, a quanto pare inappagabile, di potere. Voglio sperare che sia possibile ancora un cambio di direzione. Lo spero con tutta me stessa.






























sabato 13 luglio 2024

IL GATTO NERO


È diventato un gatto nero bello grosso. Quasi ingombrante. Anzi proprio un gatto mammone pronto a gettarsi sulle nostre anime tremolanti e colpevoli. Giusto che sia così. Perché ognuno di noi singolarmente è responsabile. Colpevole forse è eccessivo anche se, visto che le colpe esistono, ogni tanto bisognerebbe farsene carico.

Sui social sono state dette, o urlate, tante cose ed è così vasta la gamma di commenti che riproporli uno via l’altro creerebbe solo ulteriore confusione sulla faccenda. Sommariamente le posizioni si possono raggruppare in tre schieramenti principali. Il primo conta coloro che sono rimasti sconvolti, addolorati, increduli. Il secondo raggruppa gli arrabbiati, i furiosi, i linciatori, gli occhio per occhio dente per dente. Il terzo gli indulgenti, quelli che minimizzano, quelli che ci sono cose ben più gravi, quelli che i nomi non vanno fatti, quelli che sono solo minorenni. Posizioni contrastanti espresse inesorabilmente insultandosi, in un crescendo di denigrazione reciproca tra utenti di tastiere che dimostra di che pasta siamo fatti e di quanto la crescente incapacità umana di fare il punto, collaborando nel confronto, sia ormai irreversibile. In particolare, devo ammettere, mi urtano quelli che, esemplificando, dicono “Ma con tutte le atrocità che vivono milioni di bambini nel mondo stiamo a fare una questione di Stato per un gattino?” Quella logica ferrea che presuppone che se uno manifesta una reazione riguardo a un fatto significa che di altri fatti se ne sbatta. E, per inciso, ci tengo a sottolineare che, per il discorso che intendo fare, l’importanza del gattino è relativa. Non è il focus delle mie riflessioni ma un semplice punto di partenza e, non fosse stato per le tonnellate di cattiverie che sono venute fuori, probabilmente non avrei scritto una riga in merito.

Comunque, tornando alle varie posizioni, secondo me hanno tutti ragione e tutti torto. Nel senso che a caldo ciascuna posizione ha una sua legittimità ma ciò che ha determinato il lancio dell’ormai famoso gattino nero è un insieme di cause interconnesse e complesse.

Sto cercando in questi giorni di mettere giù le basi per un pezzo su intelligenza artificiale, algoritmi, tecnologie virtuali e vorrei evitare di ripetermi qui ma, indubbiamente, una correlazione con quanto accaduto esiste ed è a essa che vorrei limitarmi con due considerazioni.

La sperimentazione dell’esistenza delle nuove generazione avviene per lo più attraverso mezzi tecnologici (al momento direi in massima percentuale attraverso un unico mezzo tecnologico) che propongono una versione della realtà non adesa alla materia. I sensi, sì, sono coinvolti ma le esperienze possono essere riprodotte all’infinito. Game over significa conclusione temporanea. Tutto è ripetibile finché si ottengono il risultato e il punteggio ambiti. Si muore e si resuscita. Si uccide ma non davvero. Il sangue è fatto di pixel, la carne maciullata anche. Questa la prima considerazione. Ed è, lo specifico per non venire immediatamente tacciata di essere antica, una considerazione fatta da una cinquantottenne mezza nerd priva di pregiudizi nei confronti del mondo virtuale e amante delle tecnologie. La differenza è che io, come molti altri, sia per età che per formazione, possiedo un retroterra o, per farmi capire, un background di esperienze e studi tale che non ho alcun problema a distinguere fruizione attiva da fruizione passiva e, soprattutto, virtuale da reale. Tralascio qui le infinite e filosofiche riflessioni su cosa sia o possa essere la realtà. Restando terra terra, mi limito a dire che personalmente sono in grado di distinguere tra un’uccisione o un danno reali e analoghi virtuali. L’imprinting fortissimo cui invece sono sottoposti i giovani a partire da un’età sempre più prossima alla primissima infanzia è qualcosa della cui portata non siamo ancora ben consci. Riuscire a esserlo è un lavoro. Una conoscenza approfondita delle nuove tecnologie e della loro progressiva e rapida evoluzione comporta tempo e studio e lo stile di vita della maggior parte di noi non consente di stare al passo della questione con aggiornata cognizione di causa, per cui è normale e scusabile il nostro sottovalutare. La realtà, però, per le nuove generazioni (perdonate se generalizzo, lo detesto ma è necessario) è quella roba lì che si vede negli schermi. Quando lo sguardo si allontana da essi quello che si trovano di fronte queste creature prive di strumenti di analisi e critica non è altro che un’estensione un poco bizzarra del loro mondo abituale. Il gattino è vivo, è morto, è vivo, è morto, chi lo sa? Insomma una riedizione riduttiva e triste del gatto di Schrödinger. Scagliarlo da un parapetto per vedere l’effetto che fa è un atto normale. Non è uccidere veramente. Lo si capisce dai commenti in cui i ragazzi si giustificano. “A immaginare prima tutta la bagarre che è seguita al nostro atto non lo avremmo fatto!”. Il problema è la bagarre, non l’atto compiuto. Per questo mi rifiuto di attribuire loro una colpa. Certo che viene voglia di prenderli a sberloni e insegnargli a stare al mondo, forse però è proprio nell’insegnare a stare al mondo che siamo stati latitanti. Con buona pace di chi avanzerà obiezioni del tutto legittime su necessità famigliari, orari di lavoro, complessità e logorio della vita moderna, di fatto abbiamo delegato. Giustificati. Costretti. Ma l’abbiamo fatto. Si è iniziato con il delegare ai nonni, poi alla televisione, ora agli smartphone. Riguardo i nonni, visto che ho ricevuto critiche dure in merito, vorrei spiegare che un conto è che l’affidare avvenga in un contesto di famiglia tradizionale, potremmo dire di impostazione contadina, in cui convivono varie generazioni e nell’arco delle ore lavorative i compiti di cura vengono lasciati a chi è più anziano e non lavora più ma è ancora in grado di provvedere alle mansioni domestiche o comunque di trasmettere insegnamenti, un conto è quando ciò avviene in una società in cui ognuno vive a casa propria e i nonni devono farsi perdonare del peso sociale che rappresentano facendo risparmiare sulla baby sitter. Sto continuando a generalizzare, lo so, ma percentualmente la sostanza è questa. Comunque sia, esiste una responsabilità collettiva che risale indietro di qualche generazione. Anzi, una mancanza di assunzione di responsabilità cui appunto di generazione in generazione a succedersi si può sempre meno attribuire colpa proprio perché si sono esponenzialmente ridotti un passo alla volta gli strumenti mentali dei futuri genitori. Infatti una delle domande oggi è: che genitori riusciranno mai a essere queste povere creature? Perché questo sono. Povere creature. Povere perché li abbiamo impoveriti, gli abbiamo sottratto la capacità di comprendere, di analizzare e dunque interagire criticamente con l’ambiente in cui stanno crescendo. Un ambiente in velocissima evoluzione. Non sto dicendo che i giovani siano inetti, incapaci, stupidi. Sto dicendo che nemmeno noi “adulti” abbiamo gli strumenti per gestire tale velocità, gli stessi insegnanti non hanno, e non possono avere per motivi di tempo e programmi ministeriali da rispettare, la formazione adeguata per farlo, quindi come possiamo aspettarci che degli adolescenti possano gestire tali enormi e pesanti cambiamenti in modo ineccepibile? Possono solo lasciarsi andare al flusso della corrente, immergersi in quello che incontrano durante la loro crescita ritenendo a buon diritto che la vita sia quello che incontrano. Ogni generazione ha fatto così.* E parliamo di una generazione che ha comunque percepito benissimo di avere di fronte un futuro di merda. Senza tirare in ballo il discorso green che sennò apro una parentesi di pagine dal tono bellicoso nei confronto di tutti quanti, green e no green, è indubbio che questi ragazzi si ritroveranno adulti a dover pagare per l’aria che respirano. Pieni di debiti a babbo morto, senza prospettive degne, già abituati al degrado dove ti giri ti giri.

Per la seconda considerazione mi rifaccio alle “challenges”, alle sfide riportate sempre più frequentemente dalla cronaca e comunque sempre in misura da punta dell’iceberg. In tutte le modalità declinabili. Che siano repliche di fight club con appuntamenti di gruppo per menarsi come se non ci fosse un domani, o imprese individuali sconsiderate come stare attaccato esternamente al vagone di un treno in corsa alla caccia di likes, o ancora torturare se stessi, torturarsi reciprocamente, torturare animali, tutte quante esse si verificano a mio avviso per tre motivi principali: la noia o meglio l’assenza di stimoli che producano entusiasmo e voglia di realizzare qualcosa di bello e importante (e come non capire tale stato d’animo?), l’identificazione del proprio esistere con il numero di “mi piace” perché quello è il metro di autoriconoscimento esistenziale che gli abbiamo lasciato in eredità, e, non ultima, la curiosità di trasporre “fuori” (nel mondo dei vecchi) le esperienze provate “dentro” nel mondo reale in cui vivono loro, i giovani, per vedere, come scrivevo sopra, l’effetto che fa.

Dunque sì, hanno compiuto un gesto grave, non si discute, ma sono portatori delle colpe dei padri e, non lo sanno, ma stanno già scontando la pena. E fine pena mai.

Esistono certo isole felici, enclavi sociali in cui una minoranza di essi può godere di buoni insegnamenti, di esperienze formative decenti, di relazioni umane esemplari, e ciò non necessariamente legato all’appartenenza a una classe sociale benestante o ricca, ma tali realtà non possono rappresentare la media da cui è necessario partire per un’analisi verosimile.

Per concludere.

Giusto l’altro ieri sono riuscita finalmente a concedermi una nuotata. A pochi metri da me erano sdraiate due ragazze fotocopia che ascoltavano brani di musica per me inascoltabili (ma non voglio entrare nel merito dei gusti musicali di ognuno, ci mancherebbe) cantandone i testi senza sbagliare una parola. Confesso di non aver recepito una frase di senso compiuto ma anche questo è marginale. O almeno spero lo sia, considerato il recente racconto di una madre che ha accompagnato la figlia quindicenne a un concerto e, sotto il palco, un’orda di ragazze pettinate, truccate e agghindate uguali inneggiava, pollici in su, al cantante che urlava che le donne sono buone solo per fare pompini o per essere stuprate. Tornando alle due ragazze in spiaggia, cantavano e, sempre sdraiate, ballavano con le mani (come ho visto fare da una influencer di cui non ricordo il nome) riproducendo una sequenza di gesti in alcuni passaggi allusivi e volgari, il tutto filmandosi soddisfatte. Unghie lunghissime, french manicure (si dice ancora così?) elaborate e anelli su ogni dito. Dopo una mezz’ora di esibizioni hanno spento la musica soddisfatte e si sono messe a chiacchierare ridendo a ogni frase. Ne ho colte due a qualche minuto una dall’altra.

Ma secondo te le unghie vanno ancora bene per i video o sono già antiquate? Le abbiamo fatte dieci giorni fa, dovremmo controllare su tiktok prima di mettere online!”

...

Comunque adesso cosa facciamo? È tutto una noia. Sai cosa dovremmo fare? Hai visto quanto parlano di ‘sta storia del gattino di merda? Stasera parliamo con i ragazzi. Dovremmo farlo anche qui. Un gattino da qualche parte lo troviamo ma dobbiamo lanciarlo da un posto più figo, eh, cosa ne dici?”


Amen.

Luglio 2024

p.s. Hanno osservato che l’atteggiamento delle due ragazze rappresenta la trasgressione tipica degli adolescenti quando sono liberi dal controllo genitoriale o scolastico. Stupidate da vacanza per farsi notare e fingere di essere grandi. Mi permetto di dissentire. Sì, le motivazioni di partenza sono sempre le stesse e le “trasgressioni” raramente sono esenti da conseguenze ma le modalità odierne sono tristi e inquietanti. Forse perché più che trasgressioni sono atteggiamenti in odore di omologazione inconsapevole. Ne siamo vittima noi grandi, figuriamoci loro. Spero di sbagliare.

venerdì 10 novembre 2023

ARGOMENTI LEGGERI IN TEMPI PESANTI

 

Negli ultimi due giorni mia madre ed io abbiamo visto due film al cinema. Erano anni che non lo facevamo. Abbiamo visto C’è ancora domani della e con la Cortellesi e Comandante con Favino come interprete principale e un bel cast di bravi attori. Purtroppo è abitudine nominare sempre il più noto e mi attengo qui anche io a tale abitudine perché non di questo voglio scrivere ma dei commenti all’uscita dal cinema.


C’è ancora domani

- Filmetto

- Bello eh, ma mi aspettavo di più

- Non ho capito perché il balletto mentre la menava

- Se gli togli il bianco e nero perde quasi tutto, furba la Cortellesi, se lo faceva a colori vedi che non era granché.


Di seguito i pensieri in risposta che ho tenuto diplomaticamente per me.


- Filmetto virgola. Sorbiamo quotidianamente spazzatura in formato video senza battere ciglio e ora facciamo gli schizzinosi per un film, comunque sia, ben fatto? Magari non diventerà un cult nella storia del cinema ma perché negare di esserselo goduto dall’inizio alla fine?

- Ti aspettavi di più cosa? Capita di restare delusi da un film ma in questo caso direi che le aspettative suscitate durante la promozione sono state soddisfatte. Alle volte certi commenti mi paiono fine a se stessi, giusto per dire qualcosa.

- Il balletto mentre la menava un’intelligente e provocatoria delicatezza della Cortellesi. Non vediamo sufficiente violenza e sangue? E, se non ad assuefarci, serve? Non pare proprio.

- Furba… ha fatto bene il suo lavoro e infatti ha scelto il bianco e nero.


Comandante

- Eh, ma Favino è un piacione.

- Ma, ti dirò, il film non era per niente realistico, sembrava teatro, poco credibile. O fai un film o fai teatro.

- Non c’era tutta questa azione.

- L’aereo abbattuto era fatto con il computer, non era vero.

- Però Favino con ’sto dialetto e il modo come parlava a me mi ricordava qualcuno.


Dunque.


-Vero, Favino è un piacione, non si discute ma direi che se lo può permettere: gioca sui primi piani e funziona con la faccia che si ritrova. Grave sarebbe se puntasse solo su quello e i personaggi che interpreta fossero tutti uguali, cosa che non è. Direi che ha dato prova di essere bravino e se gli va di fare il piacione, buon pro gli faccia.

- Certo che sembra teatro. È un film teatrale. Volutamente. Ed è questa scelta che ha permesso di fare un film nuovo su temi già trattati. Esiste proprio una filmografia di genere. Il primo che mi viene in mente… Dogville con la Kidman, poi Carnage di Polanski, La parola ai giurati con Henry Fonda…

- E sì, se non ci sono casino e velocità non c’è azione. Ci hanno proprio rovinati!

- E meno male!

- E certo che ricorda qualcuno. Si è sicuramente ispirato a Paolini. E prima che qualcuno dica Ha copiato, dico Ha reso omaggio a un maestro.


Ho buttato giù di getto queste righe per vedere se sono ancora capace di scrivere. Infatti se già da tempo mi risultava difficile, da oltre un anno mi risulta impossibile.

lunedì 6 marzo 2023

INSETTI


Ci considerano così inferiori che non si scomodano nemmeno a tenerci nascosti i loro piani… Non occorre certo nascondere l’insetticida alla vista delle bestioline, no? Un brindisi agli insetti!”

Mi è venuto in mente questo passaggio tratto dal primo volume della trilogia di Cixin Liu¹ ieri durante la conferenza “Gli invisibili” dedicata a quanti hanno subito effetti avversi per lo più non reversibili a seguito della cosiddetta profilassi vaccinale anti Covid. Non intendo entrare qui nel merito della questione si vax versus no vax per due motivi. Troppo lungo, complesso e fuori tema rispetto a quanto vorrei qui esprimere. Secondo si tratta di un’impostazione manichea della questione e gran parte del problema sta proprio in tale impostazione. Mi limito a dire che la mia formazione filosofica nonché quella minima dose di buon senso che guida, o dovrebbe, ognuno di noi, m’impongono di rifiutare qualsiasi atteggiamento dogmatico e autoritario in ambito scientifico. Credo irrevocabilmente nell’umiltà e nell’esercizio metodico del dubbio.

Detto questo torniamo agli insetti che peraltro adoro. Vivi. La maggior parte delle persone nei loro confronti prova invece un senso di repulsione, repulsione che ha radici nella paura atavica del totalmente diverso e lontano da sé e della malattia che l’insetto può diffondere (come d’altronde ogni altro essere vivente). Nel linguaggio comune sono utilizzati per esprimere sentimenti di disprezzo e superiorità. Schiacciare qualcuno come un insetto. Valere meno di un insetto. Fare schifo come un insetto. Insomma, gli insetti rappresentano ciò che non è degno di considerazione. Per traslato nella mente di chi ambisce al dominio la massa di Canetti diviene sciame, moltitudine immensa di esseri minuscoli da facilmente sovrastare e annientare. Esseri cui si può appunto impunemente mostrare la bomboletta d’insetticida senza che abbiano contezza di ciò che li attende. Proprio questa della bomboletta in bella vista l’immagine richiamata alla mia mente da un intervento del mediatore della conferenza il quale, riguardo all’errata interpretazione da parte di molti, e soprattutto di molti addetti ai lavori, della sentenza della Consulta in merito alla liceità dell’obbligo vaccinale per i sanitari, ha commentato “e pensare che sono laureati”. Purtroppo è così. La libertà è nello studio ma una laurea non garantisce la capacità di comprendere quanto si studia, processo prerogativa dell’intelligenza. Intelligenza che è saper leggere in mezzo ai dati a disposizione, saper quindi distinguere, cogliere e scegliere ciò che ha valore all’interno di un contesto dato, sempre umilmente consapevoli di quanto la soggettività dell’osservazione/analisi personale infici l’oggettività della conclusione. La realtà però è che si sta corrompendo fino a livelli inquietanti la capacità di comprendere un testo anche in coloro che riescono a leggerlo per intero e non si limitano alle prime righe. Nella nostra società accelerata, lasciando perdere la saggistica, chi ancora si avvicina alla carta stampata per informarsi, scorre occhielli, titoli, sommari, catenacci, legge a zeta, e, se è scrupoloso, dà una scorsa grossolana a qualche paragrafo di premesse nel testi fonte di riferimento. Se grosso modo tutto combacia allora è sufficiente a confermare quanto gridato da media e leader marionetta. A maggior ragione poi ci si ritiene al cospetto di una prova provata se la maggioranza conviene su un significato o una conclusione. Quindi ci si accoda sollevati con buona pace dello spirito critico. Basta vedere la leggerezza con cui si condividono articoli e studi a sostegno di una tesi senza accorgersi che gli articoli e gli studi in questione sostengono esattamente la tesi opposta a quella che si vuole perorare. Il solito vecchio discorso. Impoverisci il lessico e impoverisci il pensiero. Impoverito il pensiero ottieni il consenso. Soprattutto se condisci il tutto con una baraonda di rumore e immagini che spacci per accesso diffuso all’informazione. Come si dice, hanno fatto un buon lavoro. Infatti la maggioranza delle persone non è quasi più in grado di leggere un testo per intero, deficit di attenzione si chiama, e, ancora più grave, non è interessata a leggerlo un testo se non ha a che fare con un immediato utilizzo legato alla propria quotidianità. Di nuovo Cixin Liu, all’inizio del secondo volume: “ ...Zhang Yuanchao, invece, conosceva il nome dell’attuale presidente ma non aveva idea di chi fosse il premier. Questo, in realtà, era motivo d’orgoglio per lui. Viveva l’esistenza equilibrata di un cittadino comune, sosteneva, e non voleva darsi peso per tali sciocchezze. Non lo riguardavano, e ignorarle gli permetteva di risparmiarsi parecchie emicranie. Yang Jinwen invece si interessava di affari di Stato e si imponeva di guardare i notiziari tutte le sere; diventava paonazzo a furia di bisticciare con altri utenti online, discutendo di politica economica nazionale, o della tendenza globale all’aumento di risorse nucleari, e a che scopo? Il governo non gli aveva aumentato la pensione neanche di un centesimo. Ma quello ribatteva: «Sei ridicolo. Credi che non sia importante? Che non abbia nulla a che fare con te? Ascoltami, Lao Zahng. Ogni questione nazionale e internazionale, ogni politica di rilievo e ogni decisione dell’ONU influenzano la tua vita, sia in modo diretto che indiretto. Credi che l’invasione americana del Venezuela non ti riguardi? Io dico che avrà non poche ripercussioni a lungo termine sulla tua pensione.» Quella volta Zhang derise lo strampalato sfogo di Lao Yang ma ora sapeva che il vicino di casa aveva ragione”. E ancora più avanti: “ ...«Perché io?» «Questo dovrà scoprirlo da solo.» rispose Say «Sono solo un uomo normale.» «Di fronte alla crisi lo siamo tutti. Ma ognuno ha le proprie responsabilità» «Nessuno mi ha interpellato, prima. Ero all’oscuro di tutto.» Say rise di nuovo”

Per questo ormai radicato e diffuso modo di essere, questo ostinato non voler sapere ed essere appagati da quanto offrono le cosiddette armi di distrazione di massa, alcuni individui non si fanno scrupolo di considerarci e trattarci come insetti mettendoci sotto il naso qualsiasi nefandezza certi della nostra condiscendenza inerte e cieca. I pochi che ancora vedono e intendono non sono altro che una minoranza di insetti solo un po’ più tenaci ma non ci sarà da preoccuparsi né da sporcarsi le mani. Ci penserà lo sciame più grande, ad avere la meglio soffocandola questa fastidiosa minoranza. Ci riuscirà, come riporta correttamente Francesca Capelli in Wargasms², perché la maggioranza sarà ormai definitivamente persuasa e vinta dall’uso massivo di tecniche che semplificano arbitrariamente i problemi, identificano un nemico unico/capro espiatorio di volta in volta funzionale alla bisogna, utilizzano l’unanimità come deterrente, ripetono sistematicamente un concetto finché non viene percepito quasi come valore assoluto, persuadono gradualmente trasformando un’idea da impensabile e ignobile, a radicale, poi accettabile, fino a farla diventare addirittura ragionevole, se non addirittura etica, travolgono di informazioni a tal punto da rendere impossibile selezione e conoscenza, potendo quindi arrivare ad affermare tutto e il contrario di tutto senza che si batta ciglio. La sospensione dell’incredulità come modus vivendi ottimale del suddito. E poi screditare, denigrare, accusare, silenziare.

Ma non dimentichiamo che proprio gli organismi più piccoli e semplici, batteri, virus, in questo caso gli insetti, insegnano che chi sopravvive ai veleni trasmette caratteri di resistenza.


¹ Come, in modo eccellente, accadde con il Ciclo delle Fondazioni di Asimov, la trilogia di Cixin Liu (Il problema dei tre corpi, La materia del cosmo, La quarta dimensione) dimostra che la fantascienza può e continua a rappresentare un’eccellente strategia comunicativa. Descrive in modo puntale e critico il presente che osserva e analizza proiettandone il racconto in un futuro immaginato senza incorrere nel rischio di censura.


² “Wargasms - Orgasmi di guerra. Come la comunicazione pandemica ci ha insegnato ad amare l’emergenza ” il breve saggio della giornalista Francesca Capelli, edito da Transeuropa edizioni, è un testo equilibrato e di facile approccio. Il racconto incontrovertibile di quanto accaduto nei primi due anni di pandemia, un valido sguardo d’insieme ricco di spunti su cui riflettere con onestà.